Dalla Rivista marxista-leninista-maoista "La Nuova Bandiera" - Numero speciale sul centenario della nascita del PCI - ampi stralci
"...C'è una forma di revisionismo che punta a cancellare il carattere rosso della Resistenza e il ruolo dirigente del Partito Comunista in essa, che si affianca alla rimozione operata dalla borghesia e i suoi partiti...
...senza la direzione del Partito Comunista, senza la linea rossa del Partito Comunista, la Resistenza forse non sarebbe nata e di certo non sarebbe cresciuta da fenomeno di minoranza alla sua grandiosa epopea, fino al rovesciamento del fascismo e alla cacciata del nazismo. Si è cercato costantemente di cancellare il ruolo del PCI prima, durante la Resistenza, fino alla sua vittoria. Il revisionismo non si caratterizza solo per la convergenza con la borghesia che vuole rimuovere questo pezzo determinante della storia del nostro paese, ma anche per una posizione che vuole sostanzialmente rimuovere il ruolo del Partito Comunista, e che attacca i limiti della direzione del Partito Comunista nella Resistenza per negarne il ruolo, cancellarlo. L’inneggiamento ai partigiani cui spesso si assiste nel1e manifestazioni del 25 aprile spesso traveste la negazione del ruolo del Partito Comunista...
Dietro la negazione del ruolo del partito comunista non c’è altro che negazione del carattere rivoluzionario della Resistenza. Esiste cioè una forma di revisionismo storico che oltre a cancellare la storia reale della Resistenza priva il futuro e il presente del movimento comunista di un'analisi approfondita delle condizioni che permettono, non solo nella Resistenza ma in generale, la vittoria dei proletari e delle masse nella loro lotta contro i padroni, lo Stato borghese, il sistema capitalista-imperialista e le forme che assume la dittatura della borghesia, sia nelle fasi di democrazia borghese sia in quelle di fascismo aperto o tendenziale...
...Noi siamo Partigiani della storia ufficiale del movimento operaio, almeno fino a quando nel nostro paese vi è stato un partito comunista, non una formazione elettorale riformista che in nome della via italiana al socialismo ha intrapreso prima una marcia di supporto della borghesia e delle classi dominanti poi di internità ad esse, in un ciclo tutt’altro che virtuoso che ha portato alla sua progressiva sparizione e alla condizione di oggi in cui gli operai, i lavoratori, le masse popolari guardano senza conoscenza e perfino con diffidenza al comunismo, ai comunisti, a quelli che si dichiarano tali e che su questa strada vogliono contribuire all’emancipazione storica del proletariato...
... é stata cancellata la storia di quello che realmente è stato il PCI... Non una storia da rivedere o da giudicare. È caratteristica della classe operaia e del movimento operaio ritornare continuamente sui sui passi e aggiornare la sua teoria rivoluzionaria è trarre essa stessa un bilancio del suo cammino. Il movimento operaio ha sempre fatto questo, non sta a noi rifarlo ma riappropriarci della storia...
...Dal lato della collina della borghesia ci fu l'ascesa del fascismo e tutto quello che ne conseguì, ma a noi interessa il lato del proletariato, del PCI, la lotta che all'interno del PCI ci fu negli anni successivi alla sua fondazione che ha come cuore del problema l'opportunismo. Quello di destra è compagno di strada pressoché permanente del movimento comunista, per varie ragioni. Ma il vero problema che ha incontrato negli anni della sua nascita e nella risposta al fascismo che avanzava fu l’opportunismo di sinistra, il bordighismo, la direzione bordighista.
La lotta fatta contro la direzione bordighista è la pagina storica che ha portato, dopo la sua fondazione, alla nascita effettiva di un Partito comunista, con una linea strategica e con un bilancio pratico di quello che era stata l’azione dei comunisti negli anni dal ‘21 al ‘26. Tutto ciò è stato sintetizzato magistralmente nelle Tesi di Lione che noi riprendiamo integralmente. Sicuramente il cuore della polemica contro il bordighismo è il vero contributo che il PCI nella fase della sua nascita ha portato al movimento comunista internazionale, legandosi alla linea marxista-leninista, all’opera di Lenin, che proprio in quegli anni scriveva “L’estremismo…”....
...Il periodo delle Tesi si conclude con l'arresto del compagno Gramsci e con l’attacco frontale al Partito Comunista e comincia una nuova fase quella degli anni della clandestinità. Questi anni sono straordinari perché quando si parla del ruolo del Partito Comunista nella Resistenza bisogna evitare di guardare solo a ciò che avviene negli ultimi anni, quelli della Resistenza vera e propria, quando tra il 43 e il 45 essa si afferma, dilaga e vince, per lo meno parzialmente rispetto agli obiettivi che si poneva.
Se ci si concentra sul PCI del ciclo 43-45 si sbaglia, perché quel PCI non sarebbe arrivato al 43-45 senza tutto quello che è avvenuto dal ‘26 al ‘43. Senza quel partito di quegli anni non sarebbe stato
possibile né la direzione, nè l’essere pronto quando la crisi, la guerra precipitano e mutano radicalmente le condizioni della lotta di classe nel paese, in un quadro anche internazionale. Non ci sarebbe stato se non ci fosse stato il PCI che ha resistito all’affermazione del fascismo e all’arresto di Gramsci, all’arresto di tanti altri quadri e dirigenti.Due sono gli aspetti cui guardare: in che maniera il PCI ha continuato la sua attività negli anni dal ‘26 in poi e quali sono stati gli elementi di forza di questa capacità di reggere a quegli eventi e di corrispondere alle esigenze della lotta di classe e della formazione e organizzazione dell’avanguardia di classe in quegli anni. Sono anni di estrema importanza, legati anche allo stretto rapporto che il Partito Comunista aveva con la Terza internazionale diretta da Stalin, senza la quale il PCI non avrebbe probabilmente avuto una condizione favorevole per svilupparsi.
Durante l’affermazione del fascismo il Partito Comunista si trovò ad essere sostanzialmente il solo partito politico capace, con la sua ideologia, l'abnegazione dei suoi membri, di continuare a svolgere un'attività clandestina. Fu il solo partito che riuscì, senza fuggire o capitolare, a salvare una buona parte dei suoi dirigenti e quadri e a continuare la lotta. Il solo partito che valutò esattamente ciò che era il regime fascista, e cioè non un’anomalia transitoria della società italiana ma l'espressione della parte più reazionaria, più rapace ed avida delle classi dominanti, un regime che sarebbe durato, non scomparso presto come prevedevano tutte le teorie fasulle sia alla sua destra, socialdemocratiche e socialiste, sia della falsa sinistra, del bordighismo e trotskismo. Un partito che comprendeva bene che si trattava di un regime per rovesciare il quale occorrevano anni e perciò il partito si doveva mettere in condizioni di riorganizzarsi e condurre la lotta di classe per un periodo abbastanza per lungo in cui non ci sarebbero state le condizioni per la rivoluzione e il fascismo avrebbe dominato.
Nel fare questo lavoro i comunisti non ebbero come nemici solo il fascismo che dava loro la caccia e voleva cancellarli ma anche tutti coloro che in qualche maniera consideravano che continuando la loro attività i comunisti facessero il gioco dei fascisti, mandassero allo sbaraglio i giovani e così via. Il PCI in quegli anni dovette fare una dura lotta sempre e comunque non solo per resistere e riorganizzarsi ma anche per combattere i compagni di strada che lo volevano dissuadere dal proseguire la sua attività. In quegli anni il PCI condusse un ampio lavoro clandestino, e per svolgerlo fece tesoro dell’esperienza del partito bolscevico...
Il fascismo aveva messo fuori legge il PCI, tutto gli era vietato ma la forza di quel partito fu di considerare ogni divieto una sfida a riuscire ad agire in condizioni di aperta repressione.
In quegli anni il PCI riuscì a mantenere le cellule del partito, i collegamenti tra il centro dirigente e le organizzazioni sul territorio, attraverso un sistema di organizzazione del partito clandestino che resta un esempio insuperato e un riferimento della lotta e del tipo di partito che in ogni epoca storica che si misuri coi problemi della dittatura borghese aperta e della rivoluzione si deve riprendere. Il sistema di organizzazione del partito in quegli anni fu sempre fondato sulla coniugazione di una salda direzione attraverso funzionari e attivisti e del ruolo che svolsero i semplici militanti del partito, cui furono chiesti grandi sacrifici, delle scelte che oltre a porre a rischio la vita dei di militanti erano anche molto difficili da attuare.
I militanti di base dovettero sapersi imporre un regime di vita e di condotta che non desse adito a sospetti, che permettesse loro di tenere i contatti, di diffondere il materiale di propaganda, di studiare, di approfittare delle occasioni favorevoli per lanciare tra i lavoratori non sono parole d'ordine generali ma anche capaci di incarnarsi in rivendicazioni contingenti immediate. Decine di migliaia furono in quegli anni i comunisti che seppero fare il loro dovere e riuscirono a resistere all'attacco, alla repressione fascista che richiedeva continuamente di riempire i vuoti lasciati dai compagni colpiti della repressione. In quegli anni il partito dimostrò che le lezioni del bolscevismo avevano fatto fortemente strada sia tra i dirigenti che nella base. Tutti gli spazi in cui i comunisti potevano incontrarsi furono sfruttati. Quante riunioni e assemblee si svolsero coperte come innocue partite a bocce o a carte o gite in barca, escursioni in montagna. In quegli escono giornali che vengono diffusi, da l'Unità a l'Avanguardia, Battaglie Sindacali, Compagna e così via. Giornali e manifestini che gli operai trovavano nei loro cassetti tra gli ingranaggi delle macchine, negli spogliatoi, nei sentieri di campagna delle zone contadine, ed erano sempre i militanti o avanguardie a loro collegate che portavano queste pubblicazioni.
In quegli anni i comunisti non cessarono mai di ricordare il Primo Maggio ma anche il 18 marzo, anniversario della Comune di Parigi, il 7 novembre; non ci fu un 18 marzo o un 7 novembre in cui i comunisti non celebravano, in libertà o in carcere, e ricordavano continuamente che la rivoluzione non era affatto morta e che le vittorie della rivoluzione dimostravano che il proletariato strategicamente non può essere sconfitto perchè anche dalle proprie sconfitte trovava lezioni per migliorare la sua teoria, la sua linea e la sua attività militante.
Fu svolto un intenso lavoro di educazione politica non solo per mantenere l’organizzazione del partito, fondamentalmente legata all’attività cospirativa in senso stretto, ma anche per cogliere le contraddizioni che permettessero ai comunisti di assolvere a una funzione dirigente mantenendo i legami con le masse lavoratrici. Il lavoro di massa non cessò mai.
Ogni descrizione del PCI dipendente da Mosca, da dirigenti da Mosca è falsa e unilaterale. Sicuramente i dirigenti che erano lì, nel cuore della vita della Terza Internazionale e ne traevano l'alimento necessario per una visione internazionale della situazione e anche per acquisire nel dibattito con i partiti e i quadri della Terza Internazionale quella formazione teorica, quel livello di dibattito e scontro di posizioni, furono l’ossatura di un gruppo dirigente che, nonostante la perdita Gramsci alla direzione concreta, restò ancorato alle lezioni e alla linea delle tesi di Lione.
Un aspetto fondamentale in quegli anni fu la lotta sindacale, che non era mai semplicemente lotta sindacale, era la forma con cui operai e proletari continuavano a resistere al fascismo o in certi casi a scoprire che il fascismo era sempre dittatura dei padroni e che le sue promesse, le roboanti affermazioni ricadevano sulla pelle dei lavoratori. L'attività sindacale del PCI in quegli anni non si ferma mai, si riuscì a mantenere quel tessuto di legami con avanguardie, lavoratori e lavoratrici che sarà poi fondamentale quando si entrerà in una fase di attacco.
Guardandola con gli occhi di Mao, la lunga attività difensiva strategica, proprio negli anni del fascismo diventa equilibrio strategico, nel senso che i comunisti ancora non sono in grado di rovesciare il fascismo ma il fascismo, nonostante tutti i suoi infiniti sforzi, non è in grado cancellare i comunisti e la loro organizzazione. E’ questo equilibrio strategico raggiunto con l’azione cospirativa, il suo legame con le masse, lo stile di lavoro bolscevico dentro la dimensione dell'Internazionale comunista che permise che permise ai comunisti di trovarsi pronti negli anni decisivi per la vittoria della Resistenza, quelli che dal punto di vista di Mao chiameremo gli anni dell'offensiva strategica.
Non dobbiamo mai stancarci di conoscere questa storia... Le lezioni dell’attività cospirativa e clandestina moltiplicarono per 10 il lavoro di massa, non furono l’alternativa al lavoro di massa. Il PCI di quegli anni ci dimostra come fossero la condizione per fare in termini bolscevichi il lavoro di massa.
Attenzione, tutto questo avvenne in un quadro che non fu mai lineare, non frutto semplicemente della direttiva che veniva da Mosca o dal funzionario di partito che operava in clandestinità nel paese, ma frutto sempre di lotta, lotta ideologica, lotta politica che illuminava la lotta teorica e permetteva ai comunisti di trattare le contraddizioni che un'attività clandestina di quel genere comportava.
In particolare ci fu una lotta verso alcuni militanti che in quegli anni propendevano per il sensazionale, esageravano spesso le gravi notizie delle persecuzioni, gli arresti, le torture e “attorno a queste tessevano romanzi”, scrive un compagno in una sua testimonianza. I comunisti, anche nei periodi più duri del fascismo, non hanno esagerato, dando un carattere sensazionalistico alla repressione. Le attività repressive dalle persecuzioni agli arresti alle torture, per i comunisti non sono l’occasione per strillare, come spesso i nostri compagni sono inclini a fare a fronte di episodi anche minimi di repressione; perché ogni volta che si strilla contro la repressione e la si esagera, la si vede come momento finale che renderebbe impossibile lottare, si ingrandisce il nemico e si indebolisce la propria azione, ci si suicida e si favorisce l'avversario. Il Partito sosteneva che il vittimismo favoriva il fascismo, perché diffondeva la paura nelle file antifasciste e le disgregava.
Evidentemente l’attività cospirativa e clandestina erano molto rischiose ma non per questo erano brutte, non per questo non creavano orgoglio, un entusiasmo, un’adrenalina che ne aguzzava l’ingegno e ne faceva protagonisti di una battaglia eroica. Ma il partito combatte anche un modo di pensarsi come eroi, come cospiratori romantici, che spesso caratterizzava compagni provenienti dalla piccola borghesia o giovani intellettuali che in quegli anni furono parte dell'ossatura organizzata del partito ed erano inclini a questo stato d'animo.
Quindi, come si può pensare, nella ricostruzione del partito comunista, di non fare tesoro di queste lezioni che non sono opinioni ma esperienza concreta che tanti compagni che ci hanno preceduto hanno mostrato?
Altro elemento che ha avuto un grandissimo peso nella tenuta del Partito comunista negli anni della Resistenza fu il rapporto con la condotta non solo nelle file del partito ma anche nella vita privata. Occorreva conoscere il carattere e i difetti dei compagni per saperli adoperare nel luogo e nel lavoro più adatto. Era uno studio attento, di grande responsabilità da parte dei dirigenti, e poi dei militanti nel farlo proprio. La conoscenza delle regole della cospirazione non era solo un problema di tecnica ma di capacità di comprendere i lati umani della personalità del militante; questo permetteva al compagno di fare un lavoro di responsabilità, pieno di pericoli, resistendo, svolgendolo e imparando a farlo facendolo. Compagni del centro del partito ebbero un ruolo determinante in quegli anni nel formare questa generazione di militanti, compagni che cambiavano spesso perché cadono nelle mani del nemico. Parliamo non di caratteristiche personali di un compagno, di una persona che proviene da una determinata classe, ma della caratteristica che si tramanda attraverso la vita del partito, perché è il partito che forma i compagni non i compagni che formano il partito. Il partito è il valore aggiunto, è lo strumento che permette di distillare nella vita e nell’attività dei compagni il meglio. Compagni come Longo o Secchia, per esempio, avevano un ruolo particolare per la loro capacità di svolgere questa funzione nel centro del partito e nella formazione in quegli anni.
Un altro aspetto era legato al fatto che anche i dirigenti rientravano e uscivano dal paese fascista, che controllava la vita di tutti attraverso il controllo capillare di un sistema totalitario come non ce n'erano stati mai nella storia. Sarà poi paragonabile al nazismo ma nel senso che il nazismo imparò dal fascismo. I comunisti in quegli anni riescono a reggere. Un ruolo fondamentale avevano i corrieri, che poi diventarono staffette. Spesso di loro si parla come se fossero compagni minori, compagni che farebbero un lavoro di supporto. Non fu così, perché la scienza, il sangue freddo, l'audacia che occorrevano affinché la rete di corrispondenze attraverso i corrieri riuscisse mantenere la rete del partito e permettesse al partito di trasmettere le direttive che venivano dal centro alle varie realtà organizzate dal Partito richiedevano una capacità veramente straordinaria di questi compagni.
Sia anche ben chiaro che il gruppo dirigente del partito non fu mai una casta chiusa, un gruppo eterno che si riproduce, questo avvenne dopo. Era un nucleo di dirigenti di qualità teoriche e politiche forgiate alla scuola di Gramsci, negli anni in cui Gramsci riuscì a svolgere un ruolo di direzione concreta, e successivamente fuse con la “Scuola di Mosca”, la scuola dell'Internazionale Comunista, la scuola del marxismo-leninismo, la scuola della scienza incarnata, la scuola della rivoluzione proletaria. Un gruppo che si formava e riformava, per così dire, attraverso un ricambio che richiedeva sempre nuove energie che sostituissero quelle perse, e queste nuove energie facevano insieme il loro cammino.
Continua in quegli anni la lotta tra le due linee nel partito, anche nella clandestinità. E non ci riferiamo all’enorme elaborazione di Gramsci in carcere. La lotta riguarda il partito agente che si misurava costantemente con i residui dell’estremismo ma soprattutto con l'opportunismo. L’opportunismo non solo è sempre presente nelle questioni di partito come principale ma, nello stesso tempo, si trovava dentro il dibattito generale della Terza Internazionale. Non era soltanto un problema di comportamenti o di posizioni che potevano avere dei compagni ma era una tendenza interna al dibattito generale che aveva al centro il comitato esecutivo dell'Internazionale Comunista e lotta in URSS in quegli anni, e quindi anche il fatto che una parte delle posizioni che si riflettevano nel partito in Italia erano figlie del dibattito che si svolgeva sul piano internazionale, sull'analisi della situazione generale che attraversò gli anni del crollo della grande crisi del ‘29, sulla stabilizzazione relativa che veniva data come permanente e trovò nella grande crisi del ‘29 una prima verifica significativa. La crisi del ‘29 e tutto quello che ne consegue accumulò quei fattori che poi porteranno alla guerra.
Via via che questa discussione si pone all'ordine del giorno enorme è il ruolo del partito, non solo come posizione ma nell'azione concreta in Italia per smascherare come il fascismo ci avrebbe portato alla guerra e avrebbe causato la rovina del nostro paese. Per smascherare le imprese coloniali ampiamente usate dall'Italia fascista per celebrare quello che avrebbe dovuto essere il suo trionfo e sollecitare un consenso nazionalistico convinto, sia pure organizzato dentro un sistema di dittatura totalitaria, e trasformarlo in sostegno alla guerra, l'attività dei comunisti nella denuncia delle imprese coloniali, nel loro smascheramento non si limito a mantenere con l’attività cospirativa la sua struttura organizzata in attesa di tempi migliori ma riuscì a rendere questa attività un’occasione e strumento per tornare a influenzare ampi settori di masse sia con iniziative di lotta, sia come contrasto.
Per esempio, il primo maggio del 1930 l'organizzazione del Partito Comunista sviluppò un’attività che raggiunse pressoché tutte le grandi città. Il numero di copie dell’Unità diffuse in quegli anni, il numero di volantini diffusi sono inferiori solo a quelli dell’immediato dopoguerra, degli anni cinquanta, quando il PCI aveva una “potenza di fuoco” eccezionale, se pure male diretta e indirizzata, nell’agitazione e propaganda... i fascisti e la dittatura si sforzavano continuamente di monitorare il livello di forza del PCI. In occasione di quel primo maggio in tutte le fabbriche dove si sapeva che il partito poteva agire, la FIAT, la Lancia, la Westinghouse, l’Ansaldo, ecc. il fascismo procedette al fermo preventivo dei soliti sospetti, attivò tutte le sue energie per individuare e reprimere questa attività. Ciononostante il 1° maggio a Torino le fabbriche erano piene di slogan ‘Viva il 1° Maggio comunista’. Alle Ferriere Piemontesi l’orologio che timbrava i cartellini di presenza d’azzurro diventò rosso, a Chieri i manifesti fascisti furono tutti sistematicamente strappati e insudiciati nella notte. Tante, tante di queste esperienze hanno costituito la forza del Partito Comunista negli anni che hanno preceduto la Resistenza.
Quindi come si può pensare di celebrare la Resistenza senza celebrare il Partito Comunista? Come si può pensare di abbeverarsi alle lezioni dell'eroismo partigiano e della grandissima potenza che esso espresse nella vittoria, nelle fasi più calde di questa battaglia, senza pensare che si trattava comunque di un lavoro che era stato fondato attraverso l'ampiezza con cui il Partito Comunista aveva retto in quegli anni?
Dal ‘43 in poi sono due i caratteri che assumono valore universale.
Il ruolo della classe operaia nella Resistenza e la lotta partigiana. Esiste una narrativa della Resistenza di celebrazione della lotta partigiana, e chi più di noi non può essere legato a questa epopea straordinaria? Ogni volta che ci capita di vedere immagini, di leggere testimonianze ed esperienze, di celebrare figure di partigiani ci si riempie il cuore e vediamo quanta forza ed eroismo e capacità di combattimento esse trasmettono. Meno conosciuto e meno celebrato è invece il ruolo della classe operaia. La classe operaia e la lotta partigiana sono state le caratteristiche del PCI nella Resistenza. Il resto viene da questo.
La classe non poteva battere il fascismo senza che diventasse combattente d'avanguardia innanzitutto nel cuore delle officine. Lo sciopero del ‘43, i grandi scioperi della classe operaia hanno come dire aperto, manifestato la crisi profonda del fascismo nel cuore stesso dell’apparato produttivo e hanno costituito il punto di riferimento della fase che portò alla vittoria,
D’altra parte, certo, i partigiani non erano tutti comunisti ma il ruolo determinante dei partigiani organizzati nelle forze comuniste ha fornito l’ossatura di tutta la battaglia. Tutte le esperienze partigiane fanno parte dell'esperienza della lotta armata nel nostro paese, ma è la lotta partigiana guidata dai comunisti che ne fa un’esperienza storica per noi universale, presa a riferimento dall'intero movimento comunista nel mondo. Si parla spesso di “Bella Ciao” come la canzone più nota e conosciuta della Resistenza ed una delle canzoni universali nel movimento comunista e più in generale nell’antifascismo, “Bella ciao” è il canto dei partigiani guidati dal Partito Comunista, è il frutto dell’enorme credito e rispetto che il movimento partigiano guidato dai comunisti acquisisce nell’epopea della Resistenza.
Lotta partigiana e ruolo della classe operaia. Gli scioperi hanno accompagnato tutta la vita della Resistenza negli anni dal ‘43 alla vittoria. I comunisti hanno fatto i fronti, hanno fatto le alleanze necessarie, hanno trattato correttamente le contraddizioni dell'avversario, sia nell’aspetto sociale che nell’aspetto politico e tutto questo ha in qualche misura contribuito alla vittoria della Resistenza. Ma senza il partito comunista, senza la classe operaia e la lotta partigiana guidata dai comunisti, senza la sua articolazione in un paese che nelle sue grandi città restava un paese imperialista, non certo un paese oppresso anche se subiva l’occupazione nazista, quella vittoria non ci sarebbe stata...
...la Resistenza fu la fusione di tre guerre, di tre forme della guerra: la guerra di classe, la guerra civile, la guerra di liberazione. Il fascismo aveva stabilito radici molto salde nelle idee e godeva di un consenso che aveva schierato dalla sua una parte del popolo, l’aveva forgiata a sua immagine e somiglianza. Perciò non poteva che esservi un’acuta guerra civile che l’occupazione nazista trasformò anche in guerra patriottica di liberazione dall'occupante. È la fusione di queste tre guerre che conferisce alla Resistenza un carattere originale e strategico, che ne fa un embrione di una guerra di popolo di lunga durata. Non tanto per il tempo che durò, che tanto lungo non fu, ma per le dinamiche di guerra di popolo, gli strumento che essa richiese, il Partito, il Fronte Unito, l’esercito popolare, l’esercito partigiano. In questo senso è una guerra di popolo ed è dentro un paese che non è del terzo mondo occupato dalle truppe imperialiste, ma è un paese imperialista...
Per concludere. Per noi assimilare in questa forma la fase è ciò che ci serve per mettere un punto fermo su da dove partiamo e cosa ci prendiamo sulle spalle nella costruzione del nucleo di ricostruzione del Partito Comunista e delle sue tesi che dovranno fare riferimento a questa storia, non come storia del passato ma come l’unica lezione che ci serve per il futuro...
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