Tre mesi di finta «tregua», alla luce del “piano di pace” di
Trump, sostenuto da tutti i paesi imperialisti a cominciare dall’Italia della fascista
Meloni, gli attacchi del nazionismo non si sono mai fermati e hanno ucciso
circa 530 palestinesi… mentre l’entità israeliana ammette esplicitamente di
avere ucciso oltre 70.000 palestinesi, senza contare le migliaia che si trovano
sotto le macerie…
Riportiamo l'articolo del manifesto di oggi
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La finta tregua
riporta Gaza sotto le bombe. Decine di morti e feriti
Michele Giorgio
Striscia di
sangue La Striscia era in attesa della riapertura del valico di Rafah.
Israele invece ha mandato i bombardieri. Bambini tra le vittime
Soccorritori alla stazione di polizia di Sheikh Radwan
colpita dai jet israeliani – Jehad Alshrafi/Ap
Le bombe hanno ucciso, ferito, distrutto, riportando Gaza ai giorni più bui dei due anni di offensiva militare israeliana dopo il 7 ottobre 2023. Almeno 32 palestinesi, tra cui bambini, sono stati fatti a pezzi dalle esplosioni o sono morti sotto le macerie degli edifici colpiti. La Protezione civile ha riferito anche di decine di feriti: alcuni sono in condizioni gravissime. I video giunti da Gaza hanno mostrato esplosioni, fumo, macerie ed esseri umani che si aggiravano come fantasmi nelle nuvole di polvere, con abiti strappati e in stato confusionale. Doveva essere una giornata con aspetti positivi per la popolazione della Striscia. Riapre dopo un anno e mezzo, oggi in modo parziale e domani a pieno regime, il valico di Rafah con l’Egitto, fondamentale per i movimenti dei civili: i tanti che vogliono tornare a Gaza e gli ammalati e feriti in attesa di cure all’estero. Al contrario, è stata una delle giornate più insanguinate di questi tre mesi di finta «tregua», in cui attacchi e spari israeliani hanno ucciso circa 530 palestinesi, in buona parte civili, sottolineano i gazawi.
All’alba gli attacchi aerei hanno colpito almeno due case a
Gaza City e un accampamento di tende che ospitava sfollati palestinesi a Khan
Younis, a sud. «Abbiamo trovato le mie tre nipotine per strada. Cosa hanno
fatto quelle bambine? Cosa abbiamo fatto noi?», urlava a chi provava a
rincuorarlo Samer al-Atbash, zio di tre bambine morte in uno dei raid. Ancora
nel capoluogo, un bombardamento ha polverizzato la casa dei Rizq, già colpita
in precedenza con diverse vittime. Famiglie intere sono state decimate mentre
dormivano. A Khan Younis, nel sud della Striscia, sette membri della famiglia
Hadaideh sono passati dalla vita alla morte in un attimo: un anziano, una donna
e cinque bambini. Vivevano ad Asdaa, a nord-ovest della città. Il massacro più
grave si è consumato nel quartiere di Sheikh Radwan, a nord-ovest di Gaza City,
dove l’aviazione israeliana ha colpito una stazione di polizia. Il bilancio
fino a ieri sera era di almeno 16 morti, tra cui quattro poliziotte, oltre a
civili che si trovavano all’interno dell’edificio per presentare richieste di
aiuto. Apocalittiche le immagini postate sui social: corpi mutilati, civili
insanguinati attorno a un edificio sventrato, urla e richieste di aiuto. Cinque
palestinesi sono stati uccisi in un bombardamento contro un condominio vicino
all’incrocio di Abbas, mentre un’altra persona è stata colpita a morte in Old
Gaza. A Jabaliya, nel nord, sono entrati in azione i cecchini che hanno ucciso
una persona. Circa la metà delle vittime erano minori e donne, ha comunicato in
serata la Protezione civile. L’esercito israeliano, senza fare riferimenti a
vittime civili, si è limitato a comunicare di aver preso di mira i comandanti
di Hamas assieme a depositi di armi. Ha aggiunto che gli attacchi sono stati
effettuati in risposta a un incidente avvenuto venerdì, quando otto uomini
armati di Hamas sono usciti da un tunnel a Rafah, nella zona cuscinetto creata
da Israele e delimitata dalla linea gialla dell’accordo di cessate il fuoco.
Bombe, missili e droni ieri hanno consegnato un messaggio
inequivocabile ai palestinesi e anche all’Amministrazione Usa. A Benyamin
Netanyahu non interessano il Board of Peace di Donald Trump né la Forza di
stabilizzazione internazionale o il comitato tecnico palestinese che dovrebbe
gestire Gaza al posto di Hamas. Il premier del governo più a destra della
storia di Israele vuole il disarmo totale di Hamas, nulla di meno, e non
accetterà che i 10 mila poliziotti legati al movimento islamico, al momento dispiegati
a Gaza, diventino, con il via libera degli Stati uniti, la forza di sicurezza
nella Striscia prevista dall’accordo di cessate il fuoco. E per ottenerlo
Netanyahu è pronto a dare il via a una nuova offensiva contro Gaza. A maggior
ragione ora che, con il rientro in Israele della salma dell’ultimo ostaggio a
Gaza, non ha più contro la sua opinione pubblica che, per oltre due anni, gli
ha rimproverato di non aver fatto i passi giusti per riportare a casa gli
israeliani presi da Hamas.
Nella seconda metà dell’anno ci saranno le elezioni e
Netanyahu, con il pugno di ferro a Gaza e una nuova guerra all’Iran, ha tempo
sufficiente per ricostruirsi l’immagine di Mr. Sicurezza e di nemico
implacabile delle rivendicazioni palestinesi che lo ha tenuto in sella dal
2009. I sondaggi cominciano a premiarlo. Venerdì il commentatore militare del
giornale Haaretz, Amos Harel, affermava che il governo israeliano accetterà la
consegna di armi pesanti da parte di Hamas ma pretenderà anche quella delle armi
leggere, sebbene siano destinate alla futura polizia palestinese. Netanyahu, ha
aggiunto, resta in attesa del fallimento del piano americano. Anche per il
quotidiano Yediot Ahronot il primo ministro spera che Hamas si astenga dal
consegnare le armi, poiché ciò garantirebbe «legittimità» all’uso massiccio
della forza contro Gaza.
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