domenica 1 febbraio 2026

pc 1 febbraio – Genocidio continuo in Palestina…

 


Tre mesi di finta «tregua», alla luce del “piano di pace” di Trump, sostenuto da tutti i paesi imperialisti a cominciare dall’Italia della fascista Meloni, gli attacchi del nazionismo non si sono mai fermati e hanno ucciso circa 530 palestinesi… mentre l’entità israeliana ammette esplicitamente di avere ucciso oltre 70.000 palestinesi, senza contare le migliaia che si trovano sotto le macerie…

Riportiamo l'articolo del manifesto di oggi

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La finta tregua riporta Gaza sotto le bombe. Decine di morti e feriti

Michele Giorgio

Striscia di sangue La Striscia era in attesa della riapertura del valico di Rafah. Israele invece ha mandato i bombardieri. Bambini tra le vittime

Edizione 01/02/2026

 

Soccorritori alla stazione di polizia di Sheikh Radwan colpita dai jet israeliani, foto Ap

Soccorritori alla stazione di polizia di Sheikh Radwan colpita dai jet israeliani – Jehad Alshrafi/Ap

Le bombe hanno ucciso, ferito, distrutto, riportando Gaza ai giorni più bui dei due anni di offensiva militare israeliana dopo il 7 ottobre 2023. Almeno 32 palestinesi, tra cui bambini, sono stati fatti a pezzi dalle esplosioni o sono morti sotto le macerie degli edifici colpiti. La Protezione civile ha riferito anche di decine di feriti: alcuni sono in condizioni gravissime. I video giunti da Gaza hanno mostrato esplosioni, fumo, macerie ed esseri umani che si aggiravano come fantasmi nelle nuvole di polvere, con abiti strappati e in stato confusionale. Doveva essere una giornata con aspetti positivi per la popolazione della Striscia. Riapre dopo un anno e mezzo, oggi in modo parziale e domani a pieno regime, il valico di Rafah con l’Egitto, fondamentale per i movimenti dei civili: i tanti che vogliono tornare a Gaza e gli ammalati e feriti in attesa di cure all’estero. Al contrario, è stata una delle giornate più insanguinate di questi tre mesi di finta «tregua», in cui attacchi e spari israeliani hanno ucciso circa 530 palestinesi, in buona parte civili, sottolineano i gazawi.

All’alba gli attacchi aerei hanno colpito almeno due case a Gaza City e un accampamento di tende che ospitava sfollati palestinesi a Khan Younis, a sud. «Abbiamo trovato le mie tre nipotine per strada. Cosa hanno fatto quelle bambine? Cosa abbiamo fatto noi?», urlava a chi provava a rincuorarlo Samer al-Atbash, zio di tre bambine morte in uno dei raid. Ancora nel capoluogo, un bombardamento ha polverizzato la casa dei Rizq, già colpita in precedenza con diverse vittime. Famiglie intere sono state decimate mentre dormivano. A Khan Younis, nel sud della Striscia, sette membri della famiglia Hadaideh sono passati dalla vita alla morte in un attimo: un anziano, una donna e cinque bambini. Vivevano ad Asdaa, a nord-ovest della città. Il massacro più grave si è consumato nel quartiere di Sheikh Radwan, a nord-ovest di Gaza City, dove l’aviazione israeliana ha colpito una stazione di polizia. Il bilancio fino a ieri sera era di almeno 16 morti, tra cui quattro poliziotte, oltre a civili che si trovavano all’interno dell’edificio per presentare richieste di aiuto. Apocalittiche le immagini postate sui social: corpi mutilati, civili insanguinati attorno a un edificio sventrato, urla e richieste di aiuto. Cinque palestinesi sono stati uccisi in un bombardamento contro un condominio vicino all’incrocio di Abbas, mentre un’altra persona è stata colpita a morte in Old Gaza. A Jabaliya, nel nord, sono entrati in azione i cecchini che hanno ucciso una persona. Circa la metà delle vittime erano minori e donne, ha comunicato in serata la Protezione civile. L’esercito israeliano, senza fare riferimenti a vittime civili, si è limitato a comunicare di aver preso di mira i comandanti di Hamas assieme a depositi di armi. Ha aggiunto che gli attacchi sono stati effettuati in risposta a un incidente avvenuto venerdì, quando otto uomini armati di Hamas sono usciti da un tunnel a Rafah, nella zona cuscinetto creata da Israele e delimitata dalla linea gialla dell’accordo di cessate il fuoco.

Bombe, missili e droni ieri hanno consegnato un messaggio inequivocabile ai palestinesi e anche all’Amministrazione Usa. A Benyamin Netanyahu non interessano il Board of Peace di Donald Trump né la Forza di stabilizzazione internazionale o il comitato tecnico palestinese che dovrebbe gestire Gaza al posto di Hamas. Il premier del governo più a destra della storia di Israele vuole il disarmo totale di Hamas, nulla di meno, e non accetterà che i 10 mila poliziotti legati al movimento islamico, al momento dispiegati a Gaza, diventino, con il via libera degli Stati uniti, la forza di sicurezza nella Striscia prevista dall’accordo di cessate il fuoco. E per ottenerlo Netanyahu è pronto a dare il via a una nuova offensiva contro Gaza. A maggior ragione ora che, con il rientro in Israele della salma dell’ultimo ostaggio a Gaza, non ha più contro la sua opinione pubblica che, per oltre due anni, gli ha rimproverato di non aver fatto i passi giusti per riportare a casa gli israeliani presi da Hamas.

Nella seconda metà dell’anno ci saranno le elezioni e Netanyahu, con il pugno di ferro a Gaza e una nuova guerra all’Iran, ha tempo sufficiente per ricostruirsi l’immagine di Mr. Sicurezza e di nemico implacabile delle rivendicazioni palestinesi che lo ha tenuto in sella dal 2009. I sondaggi cominciano a premiarlo. Venerdì il commentatore militare del giornale Haaretz, Amos Harel, affermava che il governo israeliano accetterà la consegna di armi pesanti da parte di Hamas ma pretenderà anche quella delle armi leggere, sebbene siano destinate alla futura polizia palestinese. Netanyahu, ha aggiunto, resta in attesa del fallimento del piano americano. Anche per il quotidiano Yediot Ahronot il primo ministro spera che Hamas si astenga dal consegnare le armi, poiché ciò garantirebbe «legittimità» all’uso massiccio della forza contro Gaza.

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