
Fioccano in questi giorni le notizie sulla crescita delle disuguaglianze sociali, in Italia e nel mondo.
Perfino il giornale dei padroni per eccellenza, “il Sole 24 ore”, registra, a distanza di poche ore, che in Italia il potere d’acquisto dei salari è al di sotto di quello che era nel 2005 [e di quanto!!]; e che – per contro – negli ultimi quindici anni il 5% più ricco della società, quello che ha tagliato i salari, composto dai capitalisti e altri parassiti, ha accresciuto il proprio patrimonio del 55%.
Nonostante ciò, una battente campagna mediatica condotta su Tv e altri giornali dei padroni spinge operai/e, proletari/e, salariati/e ad identificarsi con l’Italia, a pensare sé stessi come “italiani” – una identità diversa e contrapposta a quella degli “stranieri”, anche se questi lavorano o abitano di fianco a noi. Il governo Meloni prepara il terreno per tornare alla leva obbligatoria, e chiede ai giovani di essere pronti a versare il sangue per la “Patria”. Il partito della Meloni si chiama appunto “Fratelli d’Italia”…
Ma siamo davvero tutti “fratelli” di una stessa patria? E cos’è ‘sta patria? chi viene chiamato a dare il sangue per essa?
Le due guerre mondiali e adesso l’Ucraina – solo per limitarci a quella – ce lo spiegano in modo incontrovertibile: sono quelli che lavorano per vivere e i loro figli, sono i proletari che vengono mandati
a combattere e morire per gli interessi dei ricchi, di quelli che non hanno bisogno di lavorare per vivere, perché vivono del lavoro altrui. Il Ministro della Difesa e co-fondatore di Fratelli d’Italia, tanto per indicare uno dei grandi parassiti, girava e gira il mondo a vendere le armi, cioè a seminare morte e distruzione e procurare profitti alla Leonardo, Fincantieri, Beretta, Oto Melara, Chiappa Firearms, ecc., che di morte e distruzione si nutrono. Ecco l’Italia di Crosetto: l’industria italiana della guerra. E’ questa la sua patria, che non può certo essere la nostra.E poi l’Italia, l’Italia… ma che cos’è l’Italia? E l’Italia di chi?
Come gli altri paesi capitalisti, non è affatto una “unica famiglia”, ma al contrario è una società divisa in classi, classe sfruttatrice e classe sfruttata – per quanto si faccia di tutto, nei mass media di regime, per dissolvere la categoria classe a protezione della classe al comando che ci succhia il sangue.
Il linguaggio sociologico del potere preferisce usare il termine disuguaglianze, ma più che di disuguaglianza si deve parlare di qualcosa di assai più solido che è all’origine delle crescenti disuguaglianze di reddito – la divisione in classi della società: da una parte i proletari, che posseggono solo quello che è loro necessario per vivere, e debbono lavorare vivere o sopravvivere, dall’altra i borghesi, i capitalisti, che si arricchiscono appropriandosi di quello che i lavoratori producono. Andiamo all’essenziale, qui, ben sapendo che tra la classe dominante e la classe lavoratrice c’è nel mezzo, specie in Italia, una congerie vasta e articolata di strati intermedi.
Per alcuni l’ineguaglianza (e la sua crescita) non è affatto un male sociale, anzi è il vero motore della società: è il bisogno che spinge a lavorare, ed è l’attrattiva della ricchezza che spinge il capitalista a inventare e investire. Per altri è un male che genera sofferenze e pericolose tensioni sociali, un male che, però, è possibile curare attraverso politiche redistributive dello Stato, che sarebbe l’elemento buono, equilibratore della società capitalistica. Per noi, invece, l’inesorabile crescita delle disuguaglianze sociali che procede da mezzo secolo, in Italia e alla scala mondiale, è uno dei motivi per cui l’intera società capitalistica va rovesciata, per far crescere una società di liberi ed eguali.
Ecco alcuni dati contenuti nel rapporto Oxfam per il 2025.
A livello mondiale – i 12 miliardari più ricchi del mondo posseggono più ricchezza della metà più povera del mondo (4,5 miliardi di persone). Nel 2025 il numero di miliardari nel mondo ha superato i 3.000, con una ricchezza di 18,3 trilioni di dollari, in aumento dell’81% sul marzo 2020. Nell’ultimo anno la loro ricchezza è cresciuta del 16,2%, tre volte più rapidamente della media dei 4 anni precedenti.
L’1% più ricco nel mondo possiede il 43,8% della ricchezza; il 50% più povero lo 0,52%.
È vero che una parte importante di questa diseguaglianza su scala globale è anche diseguaglianza tra “paesi ricchi” e “paesi poveri”, cosicché la maggior parte dei ricchi del mondo sta nei paesi ricchi, e la maggior parte dei poveri del mondo è nei paesi poveri. Ma prendiamo un paese che fa parte dei paesi ricchi (arricchitisi in secoli di colonialismo sulla pelle scorticata dei continenti “di colore”), ma con un numero crescente di poveri: l’Italia.
Il 5% più ricco possiede il 60% della ricchezza nazionale; il 50% meno ricco il 7,4% della ricchezza. Mediamente, ciascuno del 10% più ricco (6 milioni di persone) possiede una ricchezza che è 40 volte quella di ciascuna dei 30 milioni di persone che si collocano nella metà più povera degli abitanti dell’Italia. Nel 2010 questa differenza era di 30 volte. Dunque in 15 anni è cresciuta da 30 a 40 volte: “i ricchi diventano più ricchi, i poveri più poveri” non è una formula propagandistica, ideologica, è una constatazione di un dato di realtà che neppure i più accaniti difensori del capitalismo possono negare.
Sempre dal 2010 al 2025 il 91% dell’aumento della ricchezza misurata in euro (+2 mila miliardi) è andato al 5% più ricco; al 50% più povero è andato solo il 2,7%. Secondo un altro studio i 50 mila italiani più ricchi (1 su 1.000) hanno visto la loro fetta di ricchezza nazionale crescere dal 5,5% al 9,4% del totale nazionale (+70%), e quella dei 5 mila super-ricchi è quasi triplicata, dall’1,8% al 5% del totale nazionale.
C’è chi ne fa una questione di fortuna o sfortuna (il Berlusconi amava queste categorie euristiche): chi è fortunato arricchisce, e una volta arricchito, arricchisce sempre di più, mentre la massa degli “sfortunati” fa sempre più fatica a tirare avanti… In effetti c’è anche la “fortuna”, perché ormai il grosso della ricchezza accumulata non viene dall’iniziativa personale: quasi i due terzi della ricchezza è ereditata. Chi ha la fortuna di essere nato in una famiglia ricca sarà ricco, anche se non farà nulla nella vita. La ricchezza ha sempre più un carattere parassitario ed “ereditocratico”. Per questo la ricchezza posseduta da un ricco si chiama anche “una fortuna”. Nel senso che non se l’è guadagnata col suo lavoro. Ma la ricchezza non si mantiene ed accresce da sé, quale che fosse un albero che una volta messe le radici cresce di forza propria, denaro che figlia denaro da sé.
C’è dell’altro, ben altro, e di più fondamentale: la ricchezza è l’altra faccia della povertà. I ricchi diventano più ricchi perché i poveri diventano più poveri. L’essere ricco, il possesso di un grande capitale, permette di possedere mezzi di produzione (una fabbrica, mezzi di trasporto, un’impresa commerciale o di servizi, ecc.) e dà il potere di far lavorare altri per il proprio interesse, appropriandosi di quello che producono, del frutto del loro lavoro. Questi “altri” sono disposti a lavorare in cambio di un salario perché non sono ricchi, non posseggono mezzi di produzione e debbono guadagnarsi da vivere lavorando per altri. Ecco che l’essere ricchi si autoalimenta perché alcune decine di migliaia di capitalisti si appropriano del prodotto di milioni di lavoratori e lavoratrici.
La ricchezza accumulata è il frutto dello sfruttamento dei lavoratori dipendenti, salariati e stipendiati. Il frutto del loro lavoro diventa proprietà del padrone, del capitalista, della classe capitalistica. Questo è lo sfruttamento del lavoro salariato. A chi lavora spetta solo un salario, quanto basta per campare. La parte eccedente del prodotto, il plusprodotto, va al capitalista, che si arricchisce col lavoro altrui, accumulando il plusvalore prodotto. La ineguaglianza sociale nasce da qui. Dal potere dei capitalisti, del capitale, di appropriarsi del lavoro della grande maggioranza priva di mezzi di produzione.
In Italia l’ineguaglianza tra i redditi diminuì per pochi anni a seguito delle lotte operaie dell’autunno caldo 1969 e degli anni seguenti, che portarono un significativo aumento dei salari e una riduzione del tasso di sfruttamento, ma col rifluire delle lotte dagli anni ’80 in poi è proseguita la tendenza alla riduzione della quota dei salari sul PIL, anche se aumentava il numero dei lavoratori salariati sul totale degli occupati. Nel 2000 i lavoratori dipendenti erano il 72% degli occupati e avevano salari lordi (e pensioni) intorno al 60% del PIL, dato rimasto costante nei 24 anni successivi, nonostante i lavoratori dipendenti siano aumentati al 79% del totale occupati

L’ineguaglianza della ricchezza è il risultato della divisione della società in classi, borghesi e proletari.

Stante il capitalismo e le sue ferre regole di funzionamento, le misure di redistribuzione (per esempio più tasse ai ricchi, più servizi sociali gratuiti ai proletari) possono tutt’al più modificare un po’, grazie ai conflitti sociali, la ripartizione della ricchezza socialmente prodotta. Ma finché la società si basa sullo sfruttamento della massa a beneficio di una piccola minoranza, non ci potrà essere uguaglianza né “pari possibilità” per tutti/e. Sostenerlo contro ogni evidenza è spacciare balle. La discriminazione inizia con la nascita. Basta guardare i dati sulla povertà assoluta.
| Famiglie con più alta incidenza di povertà assoluta | % nel 2024 |
| Famiglie con 3 o più figli minori | 19,4 |
| Famiglie con 5 o più componenti | 21,2 |
| Fam. con persona di riferimento in cerca di occupazione | 21,3 |
| Famiglie che vivono in affitto | 22,1 |
| Famiglie di soli “stranieri” | 35,2 |
Fonte: ISTAT, Statistiche sulla povertà assoluta
Si considera povertà assoluta la condizione di chi non può permettersi le spese minime essenziali per uno standard di vita dignitoso (cibo, casa, vestiti, salute). Nel calcolo si tiene conto del costo della vita locale: per una persona singola (18-59 anni), la soglia varia da oltre 800 euro al mese nel Nord Italia a circa 570 euro al mese nel Sud.
In Italia è povero l’8,4% delle famiglie, una famiglia su 12. Ma è povera una famiglia su 7 dove il capofamiglia non ha potuto studiare oltre la scuola elementare, una su 5 tra quelle con almeno 3 figli minori, una su 4,5 tra quelle che pagano un affitto, e una famiglia immigrata su 3.
La povertà assoluta è in aumento: nel 2014 viveva in condizione di povertà assoluta il 6,9% delle persone che vivono in Italia; nel 2024 il 9,8%.
Sulla base dei dati INPS risulta che tra il 1990 e il 2018 i salari reali (il potere d’acquisto) dei salari medio-bassi e bassi (il 25° e il 10° percentile inferiore) sono diminuiti rispettivamente del 20% e del 30%. Nello stesso periodo i salari al di sotto dei 9 euro l’ora attuali (rivalutati in base all’inflazione) sono passati dal 39,2% al 46,4% del totale dei lavoratori: altre conferme che i poveri diventano più poveri, e che per questo i ricchi diventano più ricchi.
Avremo modo di approfondire l’aspetto salariale, ma questi fatti sono la conferma che la crescente ineguaglianza è il prodotto di una società divisa in classi, dell’accumulazione di capitali a un polo della società e della massa senza proprietà (se si esclude, per una parte di essi, la propria abitazione) all’altro polo, costretta a offrire la propria capacità lavorativa ai capitalisti per poter vivere di un salario.
Per questo i lavoratori e le lavoratrici coscienti della propria condizione non possono identificarsi come “italiani”, ma come classe lavoratrice, che non ha nulla da spartire con la classe dei capitalisti, italiana o internazionale.
Noi internazionalisti ci identifichiamo con i membri della classe lavoratrice di tutti i paesi, che subiscono il medesimo nostro sfruttamento, o – molto spesso – uno sfruttamento ancora più intenso e brutale di quello a cui siamo sottoposti noi, certi che gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici sono al fondo, al di là dell’immediato, gli stessi. Per questo lottiamo per migliorare le nostre condizioni in questa società, ma soprattutto ci battiamo per realizzare una società senza sfruttamento, non più divisa in classi di sfruttatori e sfruttati. Per questo siamo contro le loro guerre, per la fratellanza tra i lavoratori dei diversi paesi che lorsignori vogliono usare come carne da cannone per le loro guerre.
Ci chiamino pure illusi, utopisti, sognatori, ideologici, la cosa non ci fa neppure il solletico, che venga dai servitori dello status quo o da “compagni” scoppiati. Siamo anticapitalisti rivoluzionari, fieri, fiere di esserlo.
La nostra opposizione alla guerra, al riarmo e all’economia di guerra non ha solo una motivazione morale, ma anzitutto una motivazione sociale, di classe, internazionalista, di contrapposizione al nazionalismo sciovinista che ci vogliono inculcare i padroni.
Lottiamo contro riarmo, economia di guerra, politica di guerra del governoMeloni-Mattarella!
Lottiamo per forti aumenti salariali! I soldi per questi aumenti ci sono, l’aumento della ricchezza che i lavoratori hanno creato e creano se lo sono accaparrato tutto i capitalisti perché c’è stata una lunga fase di quasi-pace sociale, ma con la lotta possiamo difendere e migliorare le nostre condizioni di vita, attraverso un forte aumento dei salari e la reintroduzione di un meccanismo di scala mobile che fronteggi l’inflazione che – grazie anche alla guerra scatenata contro l’Iran da USA-Israele con la complicità dell’Italia e dell’UE – sta per ripartire in tromba.
Da decenni le varie riforme fiscali hanno ridotto le tasse ai capitalisti grandi e piccoli: imponiamo una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco! Paghino loro con una quota del maltolto il mantenimento del loro stato e di scuola e sanità!
Organizziamoci in quanto classe lavoratrice per rovesciare questo sistema fondato sullo sfruttamento della maggioranza da parte di una minoranza, e che pretende di uscire dalla sua attuale crisi con una catena di guerre devastanti, per conquistare una società di liberi e uguali, e un mondo in cui regni la pace tra i popoli.
Nota
(1) Acciari, Alvarado e Morelli, The Concentration of Personal Wealth in Italy 1995-2016 in Journal of the European Economic Association, Vol. 22(3), giugno 2024, disponibile al link doi.org/10.1093/jeea/jvae002
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