Il
governo sta portando avanti attraverso magistratura e polizia una
gigantesca campagna di repressione delle lotte sociali, dei movimenti
di solidarietà con la Palestina, dei movimenti studenteschi contro
il riarmo e la scuola di classe, dei lavoratori che scendono in
piazza e di ogni forma di opposizione e di ribellione che si sviluppi
in questo paese.
Partiamo
dagli interventi più gravi, dallo sgombero del centro sociale a
Askatasuna. Un centro
sociale da anni impegnato nella lotta contro la TAV che, ad esempio,
nell’ultima festa dell'Alta felicità in Valsusa ha raccolto 60
mila persone e che nel quartiere dove ha la sede sostiene tutte le
persone più deboli, tutti coloro che hanno dei bisogni; tanto da
farne un referente per i settori più poveri e non solo di questa
zona.
Questo
sgombero che fa seguito a quello molto conclamato di un centro
sociale come Leoncavallo storicamente importante per la città
di Milano, si sta trasformando ora in un ondata di arresti, denunce,
molte misure cautelari di ogni tipo che colpiscono soprattutto i
giovani, gli studenti, i minorenni.
L'ultima
clamorosa operazione è quella di 8 misure cautelari di giovani
tra i 15-20 anni, con 5 minorenni arrestati, due in carcere e tre
collocati in comunità, accusati di scontri avvenuti nel corso di
manifestazioni molto grandi come quella dello sciopero generale del 3
ottobre, il più grande sciopero generale che ci sia stato in realtà
in questo paese in quest'anno, uno sciopero in difesa della Flotilla,
per Gaza e che nella città di Torino aveva portato in piazza 100.000
persone. Ma finito lo sciopero, finita l'ondata grande del movimento
per la Palestina, che naturalmente continua, si è scatenata una
repressione contro gruppi consistenti di manifestanti, colpendo in
particolare i giovanissimi.
Tutte
operazioni repressive che vengono fatte, utilizzando i decreti di
sicurezza forcaioli, liberticidi, da Stato di Polizia e di stampo
moderno fascista che sono stati approvati in Parlamento qualche mese
fa.
A
questo si aggiungono le migliaia di denunce, multe, per migliaia di
euro nei confronti di attivisti in tutta Italia che hanno manifestato
al sostegno alla Palestina, da Torino a Massa Carrara, passando per
Bologna, Taranto, Bergamo, Treviso e Catania; ma sicuramente non c'è
città di questo paese che non abbia manifestato per la Palestina che
non vede ora il carico di una rappresaglia vera e propria fatta di
multe e di altre forme di repressione.
Chiaramente
il movimento a Torino si prepara a dare grandi risposte a questo.
L'Assemblea studentesca di Torino che riunisce la maggior parte degli
studenti dichiara che più di 100.000 torinesi sono scesi in piazza e
in città blindata per chiedere la fine della complicità italiana
nel genocidio a Gaza: “fuori i signori della guerra dalla nostra
città, fuori l'industria bellica che ha da Torino, non saremo la
città produttiva per la vostra guerra”.
Quindi
è del tutto evidente che l'indicazione che viene da Torino sono due:
che a questa repressione bisogna opporre una grande mobilitazione
di tutte le realtà che ne sono colpite e di tutte le realtà che
condividono le ragioni della lotta per cui sono scesi in piazza
100.000 persone; che il problema delle multe non può essere visto, a
fronte delle dimensioni nazionali gigantesche di questo attacco
repressivo, come problema da affidare ognuno al proprio avvocato, a
gruppi o a singoli, ma di considerare questo una grande questione
nazionale, una grande repressione che ha lo scopo soprattutto di
impedire alle persone di tornare in piazza e in particolare è
particolarmente odiosa verso i giovanissimi che vedono arrivare multe
a casa con tutta la preoccupazione delle famiglie che si traduce in
uno sforzo di molti di essi di dire ai propri figli di non
manifestare o di cercare soluzioni individuali che sono
sostanzialmente di accettazione di questa ondata di repressione.
Ma
questo non è nulla rispetto alle operazioni e alle montature
giudiziarie in corso nei confronti dei palestinesi e dei
rappresentanti del movimento palestinese.
La
più duratura è quella che colpisce i prigionieri politici
appartenenti alla resistenza palestinese processati nel nostro paese.
Il
processo all'Aquila, contro Anan, Mansour e Alì, che
dovrebbe avere la sua sentenza nella giornata