Un manifestante durante la marcia a New Delhi – foto Ap/Manish Swarup
Proteste contro il
governo Modi: a New Delhi 50mila persone in corteo
La marcia La
capitale indiana militarizzata per il terzo giorno consecutivo. Un fronte unito
a difesa della Costituzione, con l’obiettivo di far cadere il governo
Lunedì 12 ottobre, per il terzo giorno consecutivo, il
centro di New Delhi ha visto sfilare decine di migliaia di persone che si
oppongono al governo presieduto da Narendra Modi. E per il terzo giorno
consecutivo, in una nuova normalità che sconcerta l’opinione pubblica
nazionale, il centro di New Delhi è stato sottoposto a una militarizzazione
inedita per la capitale della più grande democrazia del mondo, fatta di
chiusure della metropolitana, sospensione di internet, transenne, barricate e
posti di blocco.
QUESTA VOLTA le
decine di migliaia di agenti in divisa hanno avuto «solo» il compito di
incutere terrore al corteo unitario dei deputati e delle deputate delle
opposizioni diretto verso la sede della Corte suprema, il più alto tribunale
della repubblica federale indiana. A guidare la marcia, Rahul Gandhi e Priyanka
Vadra Gandhi, fratello e sorella, i leader più in vista dell’Indian national
congress (Inc). Al loro fianco, tra oltre 300 parlamentari, hanno sfilato gli
alti rappresentanti di tutti i partiti della coalizione di opposizione INDIA e,
significativamente, anche Neha Bora, la nemmeno trentenne leader della All
India students’ association (Aisa), tra le sigle universitarie di sinistra più
note e capillari del panorama nazionale.
Arrivati in serata davanti alla Corte suprema, Rahul Gandhi ha depositato una petizione di richiesta di dimissioni di Gyanesh Kumar, il capo della Election commission accusato di brogli elettorali a favore
della maggioranza di destra hindu al governo ininterrottamente dal 2014.Per tutto il giorno gli agenti hanno preso di mira le
persone comuni che hanno ingrossato le fila del corteo, malmenando e arrestando
a casaccio i cittadini e le cittadine senza un cognome o una carica
istituzionale tale da destare scalpore. Complessivamente, secondo l’Inc, ieri a
New Delhi hanno sfilato 50mila persone, a cui è necessario aggiungere le decine
di migliaia di manifestanti che dal 10 ottobre nelle principali metropoli
indiane hanno dato vita a una protesta collettiva diffusa ed eterogenea che ormai
trascende le malefatte burocratiche della Election commission, a partire dai
130 milioni di nominativi esclusi dai registri elettorali. Il dissenso punta
alto, punta direttamente a Narendra Modi.
È INDUBBIO che il
movimento della Gen Z apartitica degli «scarafaggi» sia il propulsore
principale di questa stagione di proteste anti-governative. Ma l’elemento
politicamente più significativo lo ha colto ieri Rahul Gandhi, quando a chi gli
chiedeva conto della moltitudine di manifestazioni apparentemente slegate tra
loro, ha risposto che le proteste sono «parte di un unico movimento, non ci
sono proteste parallele. Non ci interessa chi tu sia…se stai proteggendo la
Costituzione come noi, noi siamo con te, ti sosterremo».
Domenica 11 ottobre, dopo 24 ore di detenzione (per la
polizia di Delhi, «arresto preventivo»), oltre ai giornalisti e allo youtuber
Dhruv Rathee, anche il fondatore del Cockroach janata party (Cjp) Abhijeet
Dipke e i due portavoce Ashutosh Ranka e Gaurav Das sono stati liberati su
cauzione. Le autorità dicono che potranno stare fuori dal carcere a patto che
per un anno non «disturbino la quiete pubblica», ma i tre hanno negato di aver
firmato alcun accordo di sorta. E ieri hanno rilanciato, chiedendo ufficialmente
alla polizia di New Delhi di fissare una data per una nuova protesta pacifica.
Se entro stasera le autorità non risponderanno, gli «scarafaggi» faranno da
soli, chiamando a raccolta i propri sostenitori.
L’OBIETTIVO PRIMARIO
rimangono le dimissioni di Kumar, ma di ora in ora le dichiarazioni dei
protagonisti e delle protagoniste di questo movimento diffuso lasciano
intendere che mettere fuori gioco il capo della commissione elettorale sia un
risultato propedeutico al raggiungimento del vero traguardo condiviso da
partiti di opposizione, collettivi studenteschi e gli «scarafaggi»: si scrive
«difendere la Costituzione», si legge «far cadere il governo della destra
hindu».
Se la Gen Z esplicita l’obiettivo finale oscillando tra
sfottò, meme e slogan sempre più evocativi (se ne contano diversi del tenore di
«chi segue le orme di Hitler, farà la fine di Hitler»), è Rahul Gandhi a
essersi sobbarcato in questa fase il compito di tenere insieme la rabbia della
piazza con la salvaguardia delle istituzioni. Marciando tra le strade di Delhi
ma, contestualmente, appellandosi alla Corte suprema perché intervenga contro
Kumar a «difesa della Costituzione», vanzando accuse gravi e circostanziate dai
banchi del parlamento e andando a colloquio con la presidente della repubblica
Droupadi Murmu per fare il punto della situazione.
IL TUTTO, PUNZECCHIANDO Modi nel tentativo di farlo uscire dal silenzio totale di questi giorni. «Ci sono duecento funzionari del governo in contatto con noi che ci stanno passando informazioni» ha detto ieri Gandhi. Per poi ribadire l’invito a Kumar a consegnarsi e diventare collaboratore di giustizia. Per fare i nomi e i cognomi dei mandanti dei brogli di cui è accusato.
dal quotidiano il manifesto di oggi

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