lunedì 28 settembre 2026

pc 28 settembre - da Tarantocontro - Guerra vera e guerra dell'acciaio,/guerra, crisi siderurgica, economia di guerra sempre più intrecciate anche e sopratutto a Taranto

 

questo lo ha già detto con i suoi mezzi e le sue iniziative d'avanguardia lo slai cobas e ha portato questi contenuti già nella giornata del 25 alla base navale e in piazza immacolata- così come in fabbrica con striscioni Lavoro non guerra alle portinerie

su questo non possiamo contare su sindacati o collaborazionisti con il governo o critici ma dentro il recinto degli interessi del capitale e delle sue leggi

meno che mai sulla piccola borghesia ambientalista  antioperai - moderata e filoistituzionale o che si dipinge alternativa che sia - che non sa di che parla e quello che fa è dannoso alla lotta di classe, unitaria e di massa degli operai e delle masse popolari

serve l'alternativa classista e combattiva, anticapitalista e antimperialista che in questa città è rappresentata essenzialmente dallo slai cobas per il sindacato di classe

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da taranto buonasera

"L'Ilva ucraina" getta la spugna, «sicurezza impossibile». Il legame tra acciaio e bombardamenti

Decisione di ArcelorMittal di fermare Kryvyi Rih. Il Corriere della Sera evidenzia il rapporto tra produzione siderurgica ed economia di guerra

ArcelorMittal

ArcelorMittal - dal web

Oltre 12.000 dipendenti diretti e 3.500 addetti delle imprese appaltatrici. Stipendi, una produzione strategica, entrate fiscali. E una fine il cui impatto a livello internazionale è tutto da valutare. 


Leggere sul Corriere della Sera della decisione di ArcelorMittal di chiudere la grande acciaieria di Kryvyi Rih fa inevitabilmente pensare anche a Taranto. Marta Serafini scrive che "fermare un’acciaieria significa spegnere più di un altoforno. Con lo stop di ArcelorMittal a Kryvyi Rih, l’Ucraina perde un pilastro della resistenza: produzione, salari, esportazioni, entrate fiscali. Il gruppo non può riavviare in sicurezza il sito dopo quattro attacchi missilistici russi in cinque settimane, l’ultimo il 21 settembre: cinque dipendenti uccisi e 17 feriti. La chiusura coinvolge anche le miniere e comporterà una svalutazione contabile di circa un miliardo di dollari".

Chiaramente il contesto ucraino è del tutto diverso da quello italiano. Ma è significativo un dato riportato da Serafini, e cioè che "la crisi precede i missili. Nel 2021 Kryvyi Rih produceva 4,9 milioni di tonnellate di acciaio; nel 2025 si era fermata a 1,7 milioni. Per tenere aperto, il sito ha consumato 500 milioni di dollari di riserve e altri 700 milioni immessi dalla capogruppo". Più che Putin, ad azzoppare Kryvyj Rih è stata insomma una devastante involuzione economica - e anche questo, a Taranto, può essere un elemento di riflessione.

Soprattutto, fa impressione leggere del legame ombelicale tra acciaio e guerra. "Gli attacchi di settembre hanno messo fuori uso anche Zaporizhstal e Kamet Steel, del gruppo Metinvest. I raid recenti sono probabilmente costati ai produttori quasi 100 milioni di dollari, ha dichiarato al Kyiv Independent Oleksandr Kalenkov, presidente dell’associazione siderurgica Ukrmetallurgprom". "Questi impianti non sono fabbriche d’armi in senso stretto: producono materiali di base, semilavorati, acciai per costruzioni e tubi. Ma sarebbe riduttivo considerarli estranei all’economia di guerra. L’acciaio serve a riparare ferrovie, ponti, reti energetiche e infrastrutture logistiche; alimenta la meccanica e può entrare nelle filiere della difesa". Uno scenario che fa venire i brividi lungo la schiena, anche qui, in Occidente.

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