domenica 26 luglio 2026

Cosenza per MOMO suicidato dallo Stato - da Soccorso Rosso Proletario

 

Cosenza si mobilita per Momo, morto suicida durante una perquisizione

COSENZA CHIEDE GIUSTIZIA PER MOMO
LUNEDÌ ALLE 18.30 MANIFESTAZIONE
Minuto dopo minuto, la morte di Momo assume contorni sempre più gravi e le responsabilità delle forze dell’ordine sono sempre più chiare. Di fronte all’ennesima ingiustizia nella storia di questa città, non possiamo tacere né rimanere in silenzio aspettando che qualcuno metta tutto sotto il tappeto.
La tragedia di Mohamed, che richiama a quanto accaduto a Fakir qualche giorno fa a Bologna, ci restituisce in modo drammatico le conseguenze della gestione della salute mentale in questo paese: contenimento e repressione al posto di cura e assistenza sociale. Quando la politica risponde alle disuguaglianze e al disagio con le manette anziché con i diritti, la violenza diventa uno strumento ordinario. È una realtà che in Calabria conosciamo bene, in un territorio abbandonato dove l’assenza di tutele per i più fragili uccide ogni giorno.
Cosenza ha sempre dato prova di non lasciare indietro nessuno e di saper rispondere a testa alta agli abusi di potere. La città in cui vogliamo vivere non è quella in cui chi è invisibile e in condizione di disagio sociale ed economico è destinato a morire.
Come comunità cittadina dobbiamo ritrovarci uniti per pretendere verità e giustizia.
Invitiamo tutti e tutte a partecipare a una grande manifestazione popolare, lunedì dalle 18:30, a partire da via dei Mille, il quartiere di Mohamed.
Giustizia per Momo, giustizia per tutte e tutti!
MOMO. UNO DI NOI.

Mohamed Amin Bassioud, suicidato dallo Stato a Cosenza

“Mio figlio depresso, lo tormentavano”.

Il ragazzo di 25 anni si trovava ai domiciliari. Si è lanciato dal terzo piano durante una perquisizione dei carabinieri. Mohamed Amin Bassioud e’morto così, a Cosenza.

25enne di nazionalità italiana e di origini tunisine. Era agli arresti domiciliari e da tempo soffriva di un grave disagio psichico. Nel marzo scorso, era stato ricoverato nel reparto di Psichiatria dopo aver commesso atti di autolesionismo. Straziante il lamento della madre che ci accoglie e con dignità racconta l’accaduto: “Erano le due e un quarto – spiega la donna al manifesto – e sono rientrata dal lavoro, aspettavo un operaio che doveva ripararmi una finestra. Hanno suonato alla porta, ho aperto e c’erano due carabinieri. Non mi sono meravigliata, perché è accaduto altre volte che venissero a controllarlo”.
Il ragazzo “era molto depresso per la morte del padre e per il fatto di essere agli arresti. Loro lo hanno infilato in una stanza e hanno chiuso la porta. Ho chiesto di farmi entrare, ma me lo hanno impedito. Faceva caldo, hanno alzato la persiana, da fuori ho visto mio figlio che si lanciava sotto, non ho fatto in tempo a fermarlo”.
È ancora sul balcone la sedia che il ragazzo ha usato per scavalcare la ringhiera e buttarsi nel vuoto. Un macabro silenzio avvolge il popoloso quartiere di via Mille, nel centro di Cosenza. Dalle palazzine circostanti arrivano i vicini di casa. “Qui sono venuti altre volte i carabinieri – spiega la signora Bassioud – e lo picchiavano, cioè lo trascinavano sul pavimento. C’era in particolare un carabiniere che lo perseguitava. Oggi pomeriggio, dopo che si è lanciato dal balcone, mi sono precipitata giù e mi hanno persino impedito di abbracciare il suo corpo”. Anche la fidanzata del ragazzo conferma il racconto: “Durante un’altra perquisizione, in passato, lui è svenuto. Voleva lanciarsi giù anche quella volta. Lo hanno preso, trascinato, gli hanno rovesciato in faccia una pentola d’acqua. Per questo motivo, oggi la madre ha cercato di entrare nella stanza, perché sapeva che il figlio ci aveva già provato e voleva evitare che succedesse”.
Dal Manifesto, 24 luglio 2026
Da La Base, di Cosenza

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