Questo libro è stato fatto, come dice lo stesso autore, Charles Bettelheim, facendo una sorta di viaggio-inchiesta nelle fabbriche cinesi durante la Rivoluzione culturale proletaria, parlando con gli operai e vedendo concretamente che cambiamenti c'erano stati frutto della rivoluzione culturale proletaria.
E’ un libro che sarebbe da propagandare, diffondere proprio tra gli operai nei luoghi di lavoro, perché affronta le questioni che, anche oggi sono molto presenti tra gli operai.
Le soluzioni che davano durante la rivoluzione culturale proletaria, per esempio sul problema della sicurezza e della salute sul lavoro, sono quelle che servirebbero oggi. Tra l'altro, alcune di queste, per esempio all'Ilva di Taranto, nelle fabbriche tessili in cui sono morte delle operaie, sono quelle che stiamo propagandando.
Ma l’aspetto centrale che pone la Rivoluzione culturale è che questi interventi di cambiamento, di trasformazione delle condizioni lavorative, pongono come fondamentale il ruolo degli operai nel portare avanti queste trasformazioni e il rivoluzionamento del rapporto tra quadri del partito, tecnici, dirigenti della fabbrica e operai. Questo è stato l'elemento chiave. Perchè non si trattava di provvedimenti, di soluzioni alternative “dall'alto”, ma erano frutto fondamentalmente di questo rapporto.
Nel libro si dice sulla questione delle condizioni di lavoro “all'epoca della vecchia società, le cose erano molto diverse, i capitalisti non si occupavano di certe faccende”.
“Nei reparti, dice un operaio, sono installati condizionatori d'aria che consentono di mantenere una
temperatura media. Intorno alle macchine (pensiamo a Luana, pensiamo alle altre nostre operaie morte) sono disposti sistemi di protezione per gli operai, i quali così non corrono alcun rischio”. Ancora sul problema del calore “in certi reparti il calore si fa sentire in modo particolare, per esempio presso l'essiccatoio, per questo gli operai che vi lavorano percepiscono un'indennità, ricevono una razione più abbondante di carne, hanno diritto a pause più frequenti. Ma la cosa più importante è cercare di ridurre il calore. Avrete visto i vagoncini che trasportano il ghiaccio, è uno dei provvedimenti che consentono di attenuare il calore… Dopo il lavoro si può fare il bagno”.Ancora, sulla vita nelle fabbriche, si scrive “nelle fabbriche esistono forme diverse di università o di scuole operaie che consentono di acquisire cognizioni varie e di assumere nuove responsabilità”.
Sempre sul problema della sicurezza, e anche qui sembra di leggere quello che servirebbe in tante nostre fabbriche “nelle fabbriche esiste un centro sanitario e in ciascun reparto dei medici scalzi. I medici che lavorano al centro sanitario della fabbrica devono compiere ogni giorno il giro dei diversi reparti così che diminuisce notevolmente la necessità per gli operai di consultare un medico esterno. Se poi non è possibile curare i pazienti nello stabilimento, si può sempre ricoverarli immediatamente in ospedale, bene uno proprio di fronte alla fabbrica e un altro in questo stesso circondario. Le visite mediche e medicine sono gratuite. Per tutto il tempo della malattia, i lavoratori percepiscono il normale salario”. Noi parliamo di postazioni ispettive nelle fabbriche grandi.
Poi il libro parla del rapporto tra tecnici, quadri dirigenziali e operai e chi parla sono gli operai di questa fabbrica. Dicono “il presidente Mao ha indicato come nell'industria bisogna mettersi alla scuola di Taking, un esempio della pratica intorno alla parola d'ordine: la politica al posto di comando”, che vuol dire “rafforzare la direzione politica, condurre energicamente il movimento di massa ad applicare il sistema della duplice partecipazione, che significa partecipazione dei quadri di partito al lavoro produttivo e partecipazione degli operai alla gestione, alla riforma dei regolamenti in ciò che essi presentano di irrazionale. Realizzando la triplice unione dei quadri, cioè dirigenti politici, dei tecnici e degli operai e conducendo energicamente una rivoluzione tecnica”.
Il vice presidente del comitato rivoluzionario, con cui parla l'autore di questo libro, spiega “un tempo in questa fabbrica al posto di comando c'era l'economia, non la politica. E significava priorità alla produzione, sistemi di incentivazione materiale, premi, tendenza degli specialisti e degli esperti a dirigere la fabbrica dando la precedenza alla tecnica, al denaro e al profitto”. Parla poi uno di questi dirigenti e dice “prima della rivoluzione culturale ero il vice direttore di questa fabbrica e mettevo in pratica questa linea revisionista. Non capivo che cosa significasse porre la politica proletaria al comando, né capivo che in seno al partito esistevano due quartieri generali. Mi occupavo della produzione e della tecnologia. Esigevo che gli operai lavorassero alla produzione, produzione, produzione, sempre produzione. Se gli operai non riuscivano a realizzare il piano, si concedevano degli incentivi materiali, dei premi per incentivare la produzione. Un tempo c'erano 28 tipi di premi mensili, trimestrali, annuali, premi per chi superava i livelli prestabiliti, premi per la qualità, eccetera. C'erano poi i premi per coloro che lavoravano tranquillamente senza pensare all'altro, senza pensare all'andarsene. Erano stati fatti venire da Shanghai degli operai che pensavano sempre al loro paese d'origine, così per tenerli tranquilli e perché restassero al loro posto gli venne concessa un'indennità speciale. Gli davano i premi, per farli stare calmi e buoni”.
“Prima della rivoluzione culturale c'era inoltre una separazione tra i lavoratori e la direzione.
Il criterio principale di giudizio era solo la competenza tecnica. Pertanto gli operai non potevano controllare la direzione, i dirigenti avevano pochi contatti con gli operai. Il medesimo atteggiamento era ostentato da certi quadri del partito, con conseguente scadimento dei legami tra i lavoratori e il partito comunista cinese.
Il comitato di partito nella fabbrica non si dedicava all'opera d'edificazione e di rafforzamento del ruolo dirigente del partito, anzi si preoccupava solo della produzione. Gli operai chiamavano “segretario della produzione” il segretario del comitato di partito dello stabilimento”.
E un altro: “Prima della grande spinta della rivoluzione culturale non capivo che cosa significasse rivoluzione culturale, credevo che riguardasse esclusivamente gli ambienti culturali, la scuola”.
Ancora: “Quanto più ci trovavamo su posizioni opposte a quelle delle masse popolari, tanto più queste ci facevano oggetto di critica sotto forma di dazibao incollati sui muri. La linea precedentemente eseguita nello stabilimento era soprattutto una linea revisionista che insisteva sulla produzione, sugli incendivi e sul ruolo degli esperti e della tecnologia. In questa fabbrica come in altre tale linea aveva permesso l'infiltrazione ai posti di responsabilità di elementi ostili al socialismo”.
“Dopo l'avvio della rivoluzione culturale non c'è più questa separazione tra dirigenti, tecnici, quadri di partito e operai. In un certo senso si forma quella triplice in cui gli operai sono sullo stesso piano dei tecnici e dei dirigenti di partito e quindi controllano la produzione. La produzione non è al posto di comando ma è la politica che guida la produzione”.
Tutto questo è molto importante, perché mostra anche in modo concreto da un lato in che senso la classe operaia è al posto di comando; dall’altro che chiaramente nel socialismo, soprattutto nella prima fase non è che improvvisamente da un giorno all'altro cambia tutto, cambia la divisione tra operai e tecnici, tra operai e dirigenti, tra lavoro manuale e lavoro intellettuale; o cambiano i concetti e le pratiche di aumento della produttività legate a premi, incentivi, eccetera. Questo cambiamento è un processo di lotta, di rivoluzione che dura abbastanza a lungo. E, come è accaduto in Cina, la borghesia nuova, la “borghesia rossa” cerca attraverso questi sistemi di riprendere il comando.
La rivoluzione culturale proletaria è, quindi, assolutamente indispensabile per porre fine effettivamente al sistema capitalista. Non è che siccome è stato rovesciato il vecchio sistema, i proletari hanno preso il potere, tutti gli aspetti, i residui del capitalismo se ne vanno da un giorno all'altro. E ancora di più la Rivoluzione culturale proletaria è assolutamente indispensabile in termini politici, mentali, ideologici.
La Rivoluzione culturale proletaria la si deve fare in ogni paese dove la classe operaia, le massi popolari fanno la rivoluzione e prendono il potere. Perché altrimenti i residui del sistema borghese, inevitabili per un primo periodo, permangono e cercano di reincarnarsi. Abbiamo ora parlato della fabbrica ma a livello sovrastrutturale, in ogni settore è anche più difficile.
E se permangono principi, aspetti del vecchio sistema, permane anche, come la Cina dimostra, la possibilità che anche i comunisti si trasformino nel senso di “nuova borghesia”. Quindi la Rivoluzione culturale proletaria non è una questione della Cina, è una lotta assolutamente necessaria a livello universale.
In questo senso la GRCP dobbiamo farla conoscere oggi agli operai, alle masse.
Non è una questione “culturale”, è una questione di trasformazione, rivoluzione concreta della struttura e della sovrastruttura. Perché se poi non trasformi, se non rendi i lavoratori fino in fondo protagonisti, non rendi le masse, gli studenti, gli insegnanti nelle scuole, la popolazione nei quartieri eccetera, protagonisti di un effettivo cambiamento al servizio del popolo, la fine la stessa Cina ce la indica.

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