Teologia dello sterminio
Breve vocabolario del messianismo sionista contemporaneo
Premessa
L’indagine sulle radici profonde del conflitto (perpetuo) che logora la terra tra il Giordano e il Mediterraneo impone di guardare oltre la superficie dei rapporti di forza militari. Se l’osservatore si limita a contare i battaglioni, i fronti di guerra aperti da Israele, rischia di smarrire il nucleo che orienta le scelte di una parte consistente della leadership e della base sociale israeliana.
Esiste un sistema di significati che ha smesso di appartenere esclusivamente alle accademie rabbiniche per farsi prassi politica e giustificazione morale per l’esercizio della forza estrema.
Questo sistema trasforma la contesa territoriale in una vicenda cosmica. Le parti in causa perdono la loro fisionomia umana per assumere ruoli prestabiliti in un disegno di redenzione che ammette poche mediazioni.
Il massacro del 7 ottobre 2023, pur nella sua atroce concretezza, è stato assorbito dentro questa struttura concettuale. Ha agito come un acceleratore per processi di radicalizzazione che erano già operativi nel profondo della società israeliana.
La comprensione di termini quali Gog e Magog, Amalek o Erev Rav permette di decifrare una realtà in cui la prudenza diplomatica si fa colpa e la distruzione totale dell’avversario viene percepita come un dovere assoluto.
Ovviamente questo breve testo è solo un accenno al tema, un tema complesso che investe più di duemila anni di storia. Però, per orientarsi in categorie per molti sconosciute, può essere un punto di partenza per poi approfondire ulteriormente.
Gog e Magog
“Siamo i figli della luce, mentre loro sono i figli delle tenebre; l’umanità contro la legge della giungla. Realizzeremo la profezia di Isaia e la battaglia sarà vinta non solo per noi, ma per l’intera civiltà
contro le forze del male che cercano di riportarci in un’era di oscurità» [Benjamin Netanyahu, Discorso all’apertura della sessione invernale della Knesset, Gerusalemme, 16 ottobre 2023, Ministero degli Affari Esteri d’Israele]La profezia contenuta nei capitoli trentotto e trentanove del libro di Ezechiele costituisce il fulcro di questa trasposizione bellica.
Il testo biblico evoca la figura di Gog, principe supremo di Mesec e Tubal, che muove dal settentrione alla testa di una schiera sterminata per assalire un Israele restituito alla propria terra. Il profeta descrive un assalto condotto sul finire degli anni contro un popolo radunato dalle nazioni che abita fiducioso in villaggi privi di sbarre.
La ricerca accademica di Lydia Lee sottolinea come gli attributi letterari di questo nemico riflettano quelli precedentemente assegnati agli alleati politici di Giuda, suggerendo una natura composita dell’avversario.
Mentre alcuni studiosi identificano Gog come un codice per il re babilonese Nabucodonosor, critici contemporanei come Klein leggono in lui una personificazione di tutte le potenze ostili che si parano dinanzi al cammino nazionale.
Questa lettura biblica nomina esplicitamente la Persia accanto a popoli come l’Etiopia o Put, fornendo la base per la sovrapposizione ideologica con l’attuale Repubblica Islamica.
Nel vocabolario del messianismo sionista contemporaneo, l’Iran cessa di essere un attore politico regionale con interessi strategici per diventare l’incarnazione di questo antagonista finale. L’identificazione di Gog con l’Iran moderno permette di depoliticizzare il conflitto. Lo eleva a un piano dove svanisce la possibilità di negoziazione.
Se l’avversario è il nemico predetto dai profeti, la guerra non è guerra in quanto tale, ma un consequenziale passaggio obbligato verso “la salvezza”.
La tradizione rabbinica e cristiana ha ciclicamente adattato queste categorie ai propri avversari, passando dai Romani ai Mongoli fino alla Russia sovietica. Oggi l’enfasi sulla minaccia sciita serve a dare un senso redentivo alla violenza subita e inflitta. Il dolore viene allora interpretato come segnale del “parto messianico” (come vedremo successivamente) e non come un male da arginare.
Quando i missili solcano il cielo, la lettura messianica suggerisce che queste siano le doglie necessarie perché nasca un ordine nuovo. In tale scenario il nemico viene disumanizzato, non è un popolo che fa rivendicazioni territoriali ma “il” nemico che fa diventare la guerra lo strumento di un evento epocale in cui Dio manifesta la propria potenza attraverso la catastrofe dell’aggressore (una delle letture del 7 ottobre 2023 che in qualche modo spiega anche il lassismo negli interventi di protezione e soccorso).
“Mi fu rivolta questa parola del Signore: Figlio dell’uomo, volgi la faccia verso Gog nel paese di Magog, principe supremo di Mesec e Tubal, e profetizza contro di lui. Dirai: Così dice il Signore Dio: Eccomi contro di te Gog, principe supremo di Mesec e Tubal. Ti volterò, ti metterò ganci alle mascelle e ti trascinerò con tutto il tuo esercito” (Ezechiele 38, 1-4, La Sacra Bibbia)
Kiddush hashem
“I nostri eroici soldati hanno un unico obiettivo supremo: distruggere il nemico omicida e garantire la nostra esistenza nella nostra terra. I valorosi soldati dell’esercito si uniscono a una catena di eroi d’Israele che prosegue da tremila anni, agendo per la nostra sopravvivenza e per il bene dell’umanità” (Benjamin Netanyahu, Dichiarazione alla nazione sull’avvio dell’offensiva di terra, Tel Aviv, 28 ottobre 2023, Ufficio del Primo Ministro).
Il concetto di Kiddush HaShem, ovvero la santificazione del Nome divino, rappresenta uno dei nuclei più profondi dell’etica ebraica, ma la sua interpretazione ha subito una mutazione radicale nel passaggio dalla diaspora alla sovranità statale.
In epoca medievale, il termine era indissolubilmente legato alla dimensione del martirio e della purezza religiosa. Gli studi evidenziano una divergenza significativa tra il modello sefardita di Maimonide, propenso a preservare la vita in contesti di persecuzione, e quello aschenazita dell’epoca delle Crociate.
In quest’ultimo ambito, la santificazione si esprimeva nel sacrificio estremo, con tradizioni che prevedevano l’uso delle vesti dei martiri per confezionare i paramenti sacri delle sinagoghe. Era un tempo in cui l’ebreo onorava Dio morendo per non abiurare alla Legge.
Con l’ascesa del sionismo religioso, specialmente dopo il 1967, questa categoria ha abbandonato la passività del martirio per farsi dottrina della conquista territoriale.
Rav Soloveitchik sostenne che la nascita dello Stato di Israele rappresentasse di per sé una santificazione del Nome dinanzi al mondo cristiano, ribaltando secoli di narrazioni sulla debolezza ebraica.
La santificazione non passa più per la condotta morale del singolo credente, ma investe la storia come campo di prova collettivo. La forza armata diventa lo strumento privilegiato per dimostrare che il tempo dell’esilio è terminato.
La torsione più violenta giunge con Meir Kahane. Nel suo saggio del 1976, Kahane sostiene che lo Stato ebraico sia sorto non come premio per gli ebrei, ma come punizione inflitta da Dio ai Gentili per le persecuzioni passate.
In questa prospettiva, la forza militare è un atto devozionale. La vittoria sul campo di battaglia e il timore suscitato negli avversari diventano la prova suprema della gloria divina. La violenza si trasforma in un’affermazione di potere che non ammette mediazioni umane, liberando il soldato dalla responsabilità individuale e iscrivendo i suoi gesti in una missione di purificazione del mondo.
“Osserverete dunque i miei comandi e li metterete in pratica. Io sono il Signore. Eviterete di profanare il mio santo nome, perché io sia santificato in mezzo agli Israeliti. Io sono il Signore che vi santifica” (Levitico 22, 31-32, La Sacra Bibbia)
Hillul hashem
“Smettere di pregare sul Monte perché abbiamo timore delle minacce arabe costituisce un enorme Hillul HaShem, un’umiliazione inaccettabile per il Dio d’Israele. Dobbiamo dimostrare chi siano i padroni di casa in questo luogo sacro senza mostrare esitazioni” (Itamar Ben-Gvir, Ministro della Sicurezza Nazionale, Intervista a Radio Kol Berama, Gerusalemme, 24 agosto 2023).
Il contrappeso speculare della santificazione è Hillul HaShem, la profanazione del Nome divino. In senso classico, questo termine designa qualunque comportamento che reca vergogna alla comunità o che disonora la Legge.
Nel lessico del nazionalismo estremo, la profanazione viene riempita di contenuti politici e territoriali inediti. La ritirata da un insediamento, il compromesso sui confini o la rinuncia all’annientamento del nemico sono interpretati come segni di debolezza che umiliano la divinità davanti alle nazioni.
Tale mentalità spiega come la teologia penetri direttamente nel fare la guerra. La prudenza politica viene degradata come una colpa religiosa, rendendo impraticabile qualsiasi forma di moderazione strategica. Se cedere una porzione della terra promessa significa profanare il Nome, allora la pace diventa un atto di apostasia.
Meir Kahane sostenne con vigore che ciascuna affermazione di forza israeliana risultava necessaria per lavare l’offesa della Shoah. L’assassinio di Yitzhak Rabin nel 1995 trova le sue radici in questo clima di intolleranza sacralizzata.
Definire un leader politico come un profanatore del Nome permette di trasformare immediatamente il sui omicidio politico come un dovere religioso. Quando il nemico esterno non basta più a sostenere la tensione messianica, il marchio di Hillul HaShem viene rivolto verso l’interno. Esso colpisce chiunque cerchi di fermare la macchina della guerra o proponga soluzioni di convivenza, espellendo il dissenziente dal perimetro della legittimità nazionale.
“Non avrai altro Dio fuori di me… Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce l’iniquità dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione di coloro che mi odiano” (Esodo 20, 3-5, La Sacra Bibbia)
Chevlei Mashiah
“La guerra all’interno della Striscia di Gaza sarà lunga e faticosa, ma noi siamo pronti a ciascuna prova. Questa rappresenta la nostra seconda guerra di indipendenza e porterà a una vittoria del bene sul male, affinché la vita prevalga finalmente sulla morte” (Benjamin Netanyahu, Dichiarazione alla nazione, Tel Aviv, 28 ottobre 2023, Ufficio del Primo Ministro).
L’espressione Chevlei Mashiah indica i dolori del parto messianico, la fase di tribolazione estrema che precede la fine dei tempi. Si tratta di un’immagine che descrive un mondo in preda al caos, alle guerre e alla carestia.
Se nelle fonti rabbiniche questa idea suscitava paura, nel sionismo messianico contemporaneo viene usata per dare un senso provvidenziale alla sofferenza. Il collasso dell’ordine e il dolore dei civili diventano passaggi obbligati verso la redenzione.
Questa lettura trasforma la catastrofe in un segno di speranza paradossale. Più la situazione peggiora, più si crede che la salvezza sia vicina. La violenza non è un sintomo di fallimento o qualcosa da “evitare”, anzi è l’annuncio che il vecchio mondo sta morendo per lasciare spazio al regno di Dio sulla terra.
Questa ideologia della catastrofe disarma l’opposizione morale alla guerra, perché suggerisce che ogni tentativo di alleviare il dolore sia un ostacolo al compimento del piano divino.
La sofferenza dei palestinesi, ridotti a semplici spettatori o vittime di questo travaglio, viene completamente cancellata. Essi non sono considerati esseri umani con diritti, ma semplici elementi di un paesaggio che deve essere purificato.
La violenza inflitta a Gaza diventa allora solo un sintomo della ferocia necessaria perché il nuovo ordine possa finalmente manifestarsi. Così, la destra israeliana giustifica il genocidio.
“Come una donna incinta che sta per partorire si contorce e lancia lamenti nei dolori, così siamo stati noi di fronte a te, Signore. Abbiamo concepito e abbiamo sentito i dolori come se dovessimo partorire” (Isaia 26, 17-18, La Sacra Bibbia)
Mashiach Ben Yosef
“Abbiamo fiducia nel nostro cammino e sconfiggeremo queste bestie umane con piena forza fino a cancellarle. La spada di Davide è stata estratta dal fodero e l’arco di Gionata non tornerà indietro finché la missione non sarà compiuta” (Benjamin Netanyahu, Discorso ai soldati della 98a Divisione IDF, 12 ottobre 2023, Ufficio del Primo Ministro).
La tradizione mistica e rabbinica parla di due figure messianiche distinte. Mashiach ben Yosef è il redentore precursore, incaricato della preparazione materiale, della raccolta degli esuli e della guerra contro i nemici. La sua opera è terrena, politica e spesso segnata dal sacrificio. Mashiach ben David appartiene invece al compimento spirituale e alla sovranità definitiva.
Il rabbino Abraham Isaac Kook ha riletto il sionismo laico come la manifestazione di Mashiach ben Yosef. Anche se i pionieri non erano osservanti, il loro lavoro di costruzione dello Stato e di difesa del territorio era iscritto in un disegno sacro.
Questa interpretazione ha permesso di unire il nazionalismo moderno con la speranza religiosa, dando una consacrazione teologica all’esercito e alle istituzioni civili. La forza armata non è allora una necessità contingente, ma una fase preliminare della redenzione finale.
In questo quadro si inserisce il testo Kol HaTor, che propone una visione attiva della salvezza. La redenzione avviene attraverso un accumulo di atti storici e politici, i famosi 999 passi.
La vittoria militare diventa la prova del favore divino e un anticipo della gloria futura. La politica della forza viene così sottratta al giudizio umano e consegnata alla teleologia, rendendo ogni avanzata territoriale un passo avanti verso il regno messianico.
“Il suo re sarà più grande di Agag e il suo regno sarà celebrato. Dio, che lo ha fatto uscire dall’Egitto, è per lui come le corna del bufalo. Egli divora le genti che lo avversano e spezza le saette scagliate contro di lui” (Numeri 24, 7-8, La Sacra Bibbia)
Amalek
“Dovete ricordare ciò che Amalek vi ha fatto, dice la nostra Sacra Bibbia. E noi ricordiamo, e stiamo combattendo. I nostri valorosi soldati si uniscono a una catena di eroi d’Israele che prosegue da tremila anni con l’obiettivo di distruggere il nemico” (Benjamin Netanyahu, Dichiarazione alla nazione sull’avvio dell’offensiva di terra, Tel Aviv, 28 ottobre 2023, Ufficio del Primo Ministro).
La categoria di Amalek rappresenta nel sistema dottrinale del messianismo coloniale lo strumento di legittimazione suprema per l’eliminazione fisica dell’avversario. Nella Bibbia, Amalek è la nazione che attacca gli israeliti in cammino nel deserto, colpendo i più deboli e gli esausti che chiudono la carovana.
Questo gesto istituisce un comando divino di ostilità perpetua che non prevede tregua. Il testo di Samuele è esplicito nel prescrivere lo sterminio totale, ingiungendo di non risparmiare nessuno e di mettere a morte uomini e donne, fanciulli e lattanti.
Si tratta di un nemico archetipico che la ricerca accademica di Atalia Omer definisce attraverso il processo di “Amalekizzazione”, ovvero la trasformazione di un popolo contemporaneo nella personificazione metafisica del male assoluto.
Il richiamo a questa figura è uscito dalle dispute esegetiche ed è diventato discorso pubblico di governo. Il 28 ottobre 2023, Benjamin Netanyahu ha dichiarato solennemente: «Dovete ricordare ciò che Amalek vi ha fatto», citando il comando del Deuteronomio nel momento dell’avvio dell’offensiva di terra su Gaza.
Questo riferimento fissò una precisa istruzione operativa rivolta a un esercito in cui la presenza di gruppi ultranazionalisti è in crescita costante. Nel vocabolario dei soldati sul campo, l’identificazione dei palestinesi con Amalek serve a superare ciascuna barriera morale verso l’uso della forza indiscriminata.
Il saggio di Yagil Levy documenta come questo nuovo discorso violento coltivi la vendetta come giustificazione sufficiente, trasformando lo sterminio in un comando religioso che libera l’esecutore da qualunque rimorso.
L’analisi di Carl Schmitt sull’archetipo del nemico assoluto trova in questa riattivazione di Amalek un riscontro concreto. Se l’avversario è il male in quanto tale, allora la sua distruzione è l’unico modo per ristabilire la santità del mondo.
La letteratura accademica evidenzia come questa lettura produca una licenza per il genocidio (al-ibada\ al-jama’iya), poiché l’esistenza stessa dell’altro è percepita come una minaccia alla divinità e dunque allo Stato che in massimo grado la rappresenta.
Netanyahu ha ribadito questo concetto più volte, parlando di una lotta tra “i figli della luce” e “i figli delle tenebre”, iscrivendo il massacro di Gaza in una sequenza di giustizia divina. La deumanizzazione che ne deriva è totale. I civili scompaiono per lasciare posto a parassiti o animali umani destinati all’eradicazione.
In questo scenario la politica si fa teologia della morte, rendendo le avanzate militari un rito di purificazione della terra sacra attraverso il sangue dei nemici, compresi i bambini. Se non capiamo questo continueremo a chiederci: “Ma come fanno a uccidere neonati?”. Semplice, sono educati a vederli come forme del male. Dissimili da loro. Demoni.
“Ora va’ e colpisci Amalek, e vota allo sterminio tutto ciò che gli appartiene. Evita di risparmiarli, ma uccidi uomini e donne insieme ai bambini e ai lattanti, arrivando ai buoi e alle pecore fino ai cammelli e agli asini” (Samuele 15, 3, La Sacra Bibbia)
Ishmael
“I palestinesi costituiscono un’invenzione dell’ultimo secolo e la loro pretesa su questa terra rappresenta una ribellione contro il decreto divino. Siamo impegnati in un processo di purificazione che ristabilirà la sovranità ebraica negando qualunque legittimità a chi occupa abusivamente il suolo dei nostri padri” (Bezalel Smotrich, Ministro delle Finanze, Intervento pubblico a Parigi, 19 marzo 2023).
La figura di Ishmael, figlio di Abramo e Hagar, è stata storicamente associata al mondo arabo e musulmano. In molte esegesi tardoantiche e medievali, Ishmael entra nel quadro escatologico come la forza che opprime Israele prima della redenzione.
Nel vocabolario del nazionalismo religioso, questa figura viene irrigidita in un antagonista perenne, destinato alla sottomissione. Il conflitto attuale viene riletto come l’episodio terminale della lotta con Ishmael.
La resistenza palestinese e la presenza musulmana nei luoghi santi sono viste come afflizioni necessarie che precedono il compimento finale. L’Islam viene descritto come un regno di argilla destinato a crollare davanti alla forza di ferro dello Stato ebraico, secondo una lettura parziale del libro di Daniele.
Questa tipizzazione riduce la complessità storica a una faida familiare millenaria, dove la vittoria di Isacco deve essere ristabilita attraverso la sottomissione di Ishmael.
La teologia entra così nella pianificazione urbana e nella gestione dei territori occupati. Ogni tentativo palestinese di mantenere un legame con la propria terra è visto come un atto di ribellione contro il decreto divino. La sovranità israeliana deve manifestarsi in modo assoluto per dimostrare che il tempo della sottomissione ebraica è finito.
La lotta per la terra si trasforma in una lotta per la legittimità religiosa, dove l’esistenza stessa dell’altro è percepita come una minaccia all’ordine sacro.
“L’angelo del Signore le disse ancora: Ecco, sei incinta e partorirai un figlio e lo chiamerai Ismaele. Egli sarà come un onagro; la sua mano sarà contro tutti e la mano di tutti contro di lui, e abiterà di fronte a tutti i suoi fratelli” (Genesi 16, 11-12, La Sacra Bibbia)
Erev Rav
“Mentre combattiamo i nemici esterni, dobbiamo guardarci dai traditori interni che continuano a incitare contro il governo e la nazione. Questi elementi rappresentano una piaga che inquina la nostra purezza e ostacola il cammino verso la redenzione collettiva” (Estratto dalle osservazioni diffuse dai circoli vicini alla presidenza del Consiglio, citato in report sulla polarizzazione interna, YNet, 14 ottobre 2023).
L’espressione Erev Rav indica la moltitudine mista che scelse di seguire gli israeliti durante la fuga dall’Egitto. Se nel testo dell’Esodo la definizione appare neutra, la sapienza rabbinica e la letteratura mistica hanno trasformato questo gruppo nel corpo estraneo responsabile delle peggiori cadute morali e politiche.
Il Zohar individua in tali anime l’origine dell’idolatria del vitello d’oro, descrivendole come manipolatori che cercarono di deviare il popolo dalla retta via fin dal primo istante. Attraverso l’acronimo “nega ra”, ovvero una piaga maligna, il testo descrive cinque specie di intrusi che inquinano la purezza nazionale: i caduti, i superbi, coloro che seminano disordine, i traditori e gli eredi di Amalek.
La dottrina della reincarnazione suggerisce che simili esseri ritornino in ciascuna epoca, infiltrandosi nelle posizioni di comando per ostacolare il cammino verso la redenzione.
Nelle visioni contenute nel Kol HaTor, attribuito ai discepoli del Gaon di Vilna, lo scontro con l’Erev Rav viene descritto come la sfida più amara della fine dei giorni. Essi sono accusati di agire attraverso l’inganno, ponendosi come falsi amici per poi spezzare il legame tra le figure messianiche.
Nel panorama politico israeliano contemporaneo, specialmente tra le frange dell’ultranazionalismo religioso, questa categoria serve a teologizzare la guerra civile simbolica. La dirigenza laica, i movimenti liberali e i fautori dell’universalismo vengono additati come la manifestazione odierna dell’Erev Rav.
Definire un avversario interno in questi termini permette di spogliarlo di legittimità umana, trasformando il dissenso in un peccato contro Dio. L’uso di tale espressione apre una via verso l’esclusione sociale radicale. Se l’altro viene percepito come un intruso annidato nel corpo della nazione, allora la sua repressione diventa un dovere per garantire la salvezza collettiva.
La massima del profeta Isaia, secondo cui i distruttori provengono dall’interno, viene invocata per giustificare la caccia al nemico che abita nelle stesse città. Questa retorica ha alimentato la delegittimazione di esponenti dello Stato considerati troppo inclini al compromesso o critici verso l’uso della forza, identificandoli come un corpo estraneo da purificare per permettere il compimento del piano redentivo.
In tal modo la fede si trasforma in uno strumento di epurazione che rifiuta il pluralismo, pretendendo una uniformità che espelle chiunque sia ritenuto insufficientemente fedele.
“Gli Israeliti partirono da Ramesse alla volta di Succot, in numero di circa seicentomila uomini adulti, senza contare i bambini. Anche una folla mista di gente di ciascuna specie salì con loro” (Esodo 12, 37-38, La Sacra Bibbia)
Geulah
“L’insediamento in ciascuna porzione della terra d’Israele costituisce la redenzione stessa, poiché realizza il piano divino che ci riporta a essere un popolo sovrano. La nostra missione supera il semplice calcolo politico per insediarsi nel compimento della promessa eterna” (Bezalel Smotrich, Ministro delle Finanze, Intervento alla Conferenza di Katif, Gerusalemme, 7 agosto 2023).
Geulah, ovvero redenzione, trasmuta il suo significato originario da invocazione escatologica a categoria operativa. Se nella tradizione ebraica classica la redenzione appariva come un orizzonte metafisico, un riscatto affidato interamente all’iniziativa divina per liberare il popolo d’Israele dall’umiliazione storica della dispersione (Galut), nell’ottica del sionismo religioso essa subisce un ribaltamento concettuale radicale.
La Geulah smette di essere un’attesa per farsi “lettura del presente”, scendendo dalle regioni eteree dell’attesa divina, per informare l’esercito, le istituzioni e la gestione dei confini. Si assiste, dunque, a una vera e propria secolarizzazione invertita.
Il sacro non si uniforma al mondano, ma il mondano viene sussunto integralmente entro una cronologia sacra che non ammette pause o arretramenti. Il concetto di redenzione, inteso come riapertura di un vincolo spezzato tra popolo, terra e promessa, diviene nel contesto israeliano attuale un dispositivo di interpretazione della storia in atto.
Non siamo davanti a un tempo lineare, storico e se vogliamo “astratto”, ma a quello che Walter Benjamin definiva Jetztzeit, un tempo “pieno” di “adesso”, in cui ogni evento politico porta in sé un indice segreto che lo rinvia alla redenzione.
In questa prospettiva, la sovranità riacquistata è l’evidenza empirica di un processo teologico inarrestabile. La Geulah, dunque, si “attacca ai fatti”, trasformando il bulldozer e il posto di blocco in strumenti di una prassi che non riconosce più la distinzione tra ordine del profano e ordine del sacro.
“Io ristabilirò la sorte del mio popolo Israele: riedificheranno le città desolate e vi abiteranno, pianteranno vigne e ne berranno il vino, coltiveranno giardini e ne mangeranno il frutto. Li pianterò nella loro terra e non saranno mai più sradicati dal suolo che io ho dato loro” (Amos 9, 14-15, La Sacra Bibbia)
Atchalta de Geulah
“L’inizio della redenzione sta avvenendo indubbiamente davanti ai nostri occhi e gli occhi di ciascun individuo dotato di spirito devono elevarsi verso questa realtà. La mano di Dio dirige gli eventi storici verso un fine che non ammette arretramenti né compromessi territoriali” (Rabbi Zvi Yehuda Kook, citato come riferimento dottrinale dai ministri del sionismo religioso, Londra, 1917).
L’espressione aramaica Atchalta de Geulah, ovvero “l’inizio della redenzione”, rappresenta il nucleo pulsante di questa nuova teologia politica. In certi ambienti religiosi nazionalisti, lo Stato d’Israele non è visto come un rifugio perseguitato, ma come l’apertura effettiva del tempo redentivo.
Questa formula agisce come un convertitore alchemico dove ogni avanzata militare, dalla vittoria del 1967 alla colonizzazione della Cisgiordania, cessa di appartenere alla cronaca bellica. Viene letteralmente assorbita nella cronologia messianica.
Se lo Stato è l’inizio della redenzione, allora la sovranità ebraica è un valore metafisico indisponibile. Ogni atto di governo è investito di una sacralità che scavalca la dialettica democratica e il diritto internazionale, ponendo l’azione statale sotto l’egida di un mandato divino inappellabile.
La potenza di questa visione risiede nella sua capacità di neutralizzare il “fallimento” come categoria storica. Se la storia è governata dalla necessità redentiva, ogni arretramento o concessione territoriale diviene una “ferita teologica”. La politica non è altro che l’esecuzione di un piano escatologico.
Questo approccio si scontra frontalmente con il monito di Yeshayahu Leibowitz, il quale avvertiva che l’attribuzione di valore religioso a un’istituzione politica come lo Stato avrebbe inevitabilmente condotto all’idolatria del potere.
Per i sostenitori dell’Atchalta de Geulah, invece, è proprio la mancanza di questa lettura a costituire un’apostasia, una riduzione della missione d’Israele a una banale esistenza nazionale tra le altre.
In questa cornice, il tempo non scorre più in modo lineare, ma è scandito da “segni” redentivi. La presa di possesso del territorio diventa facilmente una “restituzione” di qualcosa di Sacro perso e ritrovato. Il linguaggio diplomatico, basato sulla trattativa e sul compromesso, appare dunque intrinsecamente menzognero, poiché tenta di frammentare ciò che la divinità ha dichiarato integro.
La formula Atchalta de Geulah crea un regime di verità in cui l’evidenza dei fatti, l’esercito, il controllo, la forza, diventa la prova definitiva della correttezza della lettura teologica. Si assiste a una “stasiologia del sacro”, dove il conflitto con l’esterno e con il nemico interno è la condizione stessa del manifestarsi della redenzione.
“Il Signore tuo Dio ti ricondurrà nel paese che i tuoi padri avevano posseduto e tu lo possederai; Egli ti farà del bene e ti moltiplicherà più dei tuoi padri” (Deuteronomio 30, 5, La Sacra Bibbia)
Reshit Tzemichat Geulatenu
“Il ritorno del popolo ebraico alla sua terra ancestrale costituisce un miracolo senza precedenti nella storia umana. Questo rappresenta il primo germoglio di una rinascita che prosegue attraverso la nostra forza militare e la nostra fede ostinata nella missione assegnataci” (Benjamin Netanyahu, Discorso per il 75° Giorno dell’Indipendenza, Gerusalemme, 26 aprile 2023).
Accanto alla formula dell’inizio, compare l’immagine vegetale di Reshit tzemichat geulatenu: “il primo germogliare della nostra redenzione”. Questa metafora è decisiva per comprendere come il messianismo sionista giustifichi la fase attuale di transizione e conflitto.
La redenzione “cresce” organicamente e si radica nella terra, nelle istituzioni, nella continuità della presenza armata e amministrativa. Questa immagine del germoglio permette di interpretare la violenza e le asperità del presente come fasi necessarie di uno sviluppo vitale. Ciò che per l’osservatore laico è una contingenza storica, per questi ambienti è già un processo sacro in via di maturazione.
Questa visione produce un’idea del tempo storico che educa il soggetto a vedere l’invisibile nel visibile. Il colono che edifica un avamposto illegale si vede come colui che irriga il germoglio della Geulah. Le istituzioni statali, pur nella loro attuale imperfezione laica, sono i vasi attraverso cui scorre la linfa del sacro. Si osserva qui una singolare coincidenza tra materialismo e misticismo.
La redenzione ha bisogno di pietre, di strade, di acqua e di leggi per manifestarsi. È una “metafisica concreta” che trasforma l’amministrazione del territorio in una pratica di salvezza collettiva.
“In quel giorno, il germoglio del Signore crescerà in onore e gloria e il frutto della terra sarà a magnificenza e ornamento per gli scampati di Israele” (Isaia 4, 2, La Sacra Bibbia).
Eretz Yisrael Hashlema
“Gaza appartiene interamente alla Terra d’Israele e verrà il giorno in cui vi faremo ritorno per stabilirvi nuovamente gli insediamenti. Non possiamo negoziare l’assoluto né rinunciare a ciò che la divinità ha dichiarato integro e indivisibile” (Orit Strock, Ministro delle Missioni Nazionali, Intervista televisiva a Channel 7, Gerusalemme, maggio 2024).
Il sintagma Eretz Yisrael HaShlema – la Terra d’Israele integra o completa – segna il punto in cui la geografia si carica di assoluto. Dopo la guerra del 1967, luoghi come Hebron, Nablus, Betlemme e la valle del Giordano smettono di essere semplici coordinate cartografiche per diventare frammenti di un corpo sacro indivisibile.
Questa visione investe il territorio di un valore che “travolge il linguaggio diplomatico” e supera le categorie del diritto internazionale. Cedere anche un solo palmo di terra equivale, in questa prospettiva, a mutilare la promessa divina e ad amputare il corpo stesso della redenzione.
La trattativa territoriale non è dunque un atto politico, ma un sacrilegio, un tradimento della storia sacra. La terra, per intenderci, non è un oggetto di possesso, ma un soggetto di appartenenza. La “completezza” della terra è la condizione della completezza del popolo.
Ne consegue che ogni presenza estranea che pretenda sovranità su queste terre è percepita come un’intrusione nel corpo stesso della nazione/identità. L’idea di Eretz Yisrael HaShlema agisce come un dispositivo di bloccaggio contro ogni possibile compromesso.
Se la terra è un “tutto” indisponibile, la diplomazia non ha più spazio di manovra, poiché non si può negoziare l’assoluto. La geografia diventa così il tribunale ultimo della verità teologica e di riflesso il colonialismo è un atto dovuto alla divinità che li ha eletti. Il “Grande Israele” ne è consequenziale.
“In quel giorno il Signore concluse un’alleanza con Abram dicendo: Alla tua discendenza io do questo paese, dal fiume d’Egitto fino al grande fiume, il fiume Eufrate” (Genesi 15, 18, La Sacra Bibbia)
Yishuv e Mitzvat Yishuv Haaretz
“Conquistare la terra e stabilirvi lo Stato ebraico rappresenta il nazionalismo più autentico, coincidente con il precetto religioso di popolare il suolo sacro. Abitare ogni collina costituisce un obbligo che si pone sopra il calcolo politico ordinario” (Bezalel Smotrich, Ministro delle Finanze, Manifesto politico “Il piano decisivo”, Gerusalemme, 2017).
L’atto di abitare la terra, Yishuv Eretz Yisrael, nel lessico sionista religioso supera di gran lunga la semplice residenza per configurarsi come un “compito storico” e una “missione collettiva”. È il gesto che inscrive il corpo ebraico nella terra promessa, trasformando la colonizzazione in una veste insieme agricola e militare e infine, teologica. Case, strade e uliveti sono atti di compimento della Geulah.
La prassi insediativa diventa così una “teologia del bulldozer”, dove la trasformazione fisica del suolo è l’unico linguaggio efficace contro le pretese degli altri. Quando l’insediamento entra nel dominio del comandamento (Mitzvat Yishuv HaAretz), l’obbligo religioso consacra definitivamente l’azione politica e diventa una mitzvah, un precetto divino dove il passaggio dal testo sacro alla recinzione elettrificata, dalla visione profetica al posto di blocco, diviene fluido e inarrestabile.
L’insediamento ottiene una giustificazione che si pone “sopra il calcolo politico ordinario”, rendendo la figura del colono quella di un esecutore della volontà trascendente. In questo slittamento, la morale convenzionale viene sospesa in favore di un rigore che pretende di rispondere solo a Dio.
La trasformazione dell’abitare in comandamento implica che ogni ostacolo a tale abitare sia un’offesa alla divinità. La forza militare allora sarà lo strumento attraverso cui la mitzvah viene realizzata.
In questo contesto, il dialogo con l’alterità palestinese è strutturalmente impossibile, infatti non si può mediare tra un comando divino e una rivendicazione umana. Il risultato è una radicalizzazione che vede nella devastazione del nemico un atto di santificazione del Nome.
“Prenderete possesso del paese e vi abiterete, perché io ho dato a voi il paese in possesso. Vi spartirete il paese a sorte secondo le vostre famiglie” (Numeri 33, 53-54, La Sacra Bibbia)
Har Habayit e Beit Hamikdash
“Il Monte del Tempio costituisce il luogo più importante per il popolo d’Israele e noi siamo gli unici padroni di casa su questa montagna sacra. La nostra presenza qui manifesta la sovranità che non accetta minacce né compromessi con chi vorrebbe scacciarci” (Itamar Ben-Gvir, Ministro della Sicurezza Nazionale, Dichiarazione durante la visita ad Har HaBayit, Gerusalemme, 3 gennaio 2023)
Il Monte della Casa, Har HaBayit, rappresenta nella coscienza messianica contemporanea il luogo di massima saturazione simbolica. Un tempo confinato nell’attesa rituale, oggi è diventato un “detonatore politico di prim’ordine”.
Parlare del Monte significa parlare di sovranità totale, di accesso rituale inteso come possesso politico, di una gerarchia confessionale che non ammette parità. Il sito concentra in pochi metri quadrati l’intreccio esplosivo tra archeologia sacralizzata, nazionalismo armato e desiderio di supremazia.
Le preghiere sulla spianata diventano un atto di “sovranità in atto”, una provocazione calcolata per ribadire chi sia il signore della storia. Il riferimento al Terzo Tempio, Beit HaMikdash, agisce come l’orizzonte ultimo di questa restaurazione.
Per le correnti più radicali, il Tempio incarna un programma concreto che richiede attivismo e pressione costante contro lo status quo. La redenzione si salda a un progetto di sovranità totale sulla memoria stessa delle pietre. Il Tempio diventa il simbolo di una “fine della storia” che deve essere forzata dall’azione umana, un punto di rottura messianica che non tollera più la presenza dell’Altro.
“Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti” (Isaia 2, 2, La Sacra Bibbia)
Kahanismo
“Dobbiamo espellere i nemici dalla nostra terra per ripulirla dalle contaminazioni che minacciano la nostra santità. La forza costituisce l’unico linguaggio che i nostri avversari comprendono e noi la useremo per stabilire la supremazia totale del popolo eletto” (Dottrina politica di Meir Kahane, rivendicata e applicata nelle politiche di segregazione dai ministri dell’attuale coalizione, Gerusalemme, 2023-2024).
Il kahanismo, dal nome di Meir Kahane, rappresenta la traduzione più brutale di queste figure escatologiche in un programma di governo fondato sul suprematismo e sull’espulsione. Questa matrice è penetrata profondamente nella destra di governo e nell’immaginario dei coloni.
Il kahanismo eleva la forza pura a sola lingua storicamente efficace e giustifica la devastazione come “autodifesa assoluta” dove la figura del Messia si sovrappone a quella del vincitore dell’Anticristo, e il nemico è chiunque si opponga alla supremazia ebraica. Si inscrive in un vero è proprio insegnamento alla disuguaglianza.
Il kahanista ordina il mondo in cerchi concentrici di valore. In questo sistema, la vita dell’ebreo e quella del non-ebreo non hanno lo stesso statuto ontologico. La violenza diventa una forma di “pietas” verso il proprio popolo, un rigore che pretende di “pulire” la terra promessa dalle “contaminazioni” morali e intellettuali dell’esterno (e ci ricorda tempi storici non molto diversi da questa prospettiva).
Questa visione trasforma il conflitto in una condizione cronica e necessaria. La pace è vista come un’apostasia, poiché implicherebbe il riconoscimento di un’uguaglianza che la teologia messianica nega alla radice.
“Ecco un popolo che si leva come leonessa e si erge come un leone; non si accovaccia, finché non abbia divorato la preda e bevuto il sangue degli uccisi” (Numeri 23, 24, La Sacra Bibbia)
Goy e Goyim
“In questo scontro saremo saldi e uniti, certi della giustizia della nostra causa davanti al mondo. Chi tra le nazioni ci accusa di crimini di guerra manifesta un’ipocrisia priva di qualunque briciolo di moralità, poiché noi rispondiamo solo alla nostra storia” (Benjamin Netanyahu, Dichiarazione alla nazione, Tel Aviv, 28 ottobre 2023, Ufficio del Primo Ministro).
La disamina del termine Goy (Goyim al plurale) è essenziale per comprendere la struttura identitaria del messianismo sionista. Sebbene in origine significasse semplicemente “nazione”, nell’uso contemporaneo ha assunto una connotazione marcatamente gerarchica.
I Goyim sono la massa indistinta degli “esterni”, privi di elezione e di piena legittimità storica. Nel lessico messianico radicale, i Goyim diventano il “teatro umano” davanti al quale Israele deve manifestare la propria eccezione e il proprio mandato. È contro i Goyim che la vittoria militare assume il valore di una prova teologica definitiva.
Questa trasformazione dell’alterità in categoria politica serve a giustificare un vero e proprio insegnamento alla disuguaglianza che ordina il mondo secondo il grado di prossimità al sacro. Il non-ebreo cessa di essere un soggetto storico tra gli altri per diventare una figura dell’esteriorità da dominare o espellere.
Nei momenti di massima radicalizzazione, la parola Goy serve a stabilire un confine invalicabile: chi non appartiene al popolo eletto non ha diritto di parola sulla terra promessa. La figura del Goy è dunque lo sfondo necessario su cui si staglia la “luce” dell’eccezione israeliana, un’alterità ridotta a pura funzione del processo redentivo.
“Il Signore ti metterà per gloria, rinomanza e splendore sopra tutte le nazioni che ha fatte e tu sarai un popolo consacrato al Signore tuo Dio com’egli ha promesso” (Deuteronomio 26, 19, La Sacra Bibbia)
* da Facebook

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