Di fronte a questo stato di cose, Trump ha scelto la soluzione della guerra aggredendo un paese ricchissimo di risorse, per rianimare l’economia interna e proteggere la bolla finanziaria.
Del resto, tutta la strategia di Trump va nella direzione di acquisire risorse e moltiplicare gli affari Usa in America Latina per contrastare la penetrazione cinese: si pensi alla vicenda del canale di Panama, o all’hub cinese in Perù e alle pressioni americane in Colombia, in Uruguay e in Cile, per non parlare del salvataggio di Milei e delle aggressioni a Lula.
Il saldo legame con Israele e le sue guerre è lo strumento per esercitare il controllo su un’intera area, spaventando le ormai riottose petromonarchie, restie a investire negli Usa, e minacciando una guerra in Iran, per acquisire il monopolio dell’energia; l’unica a cui Trump può puntare. La guerra in Ucraina, coltivata da Biden, sarà un altro modo per piegare le economie europee e per acquisire risorse.
In sintesi, io penso che l’attacco al Venezuela sia la scelta definitiva di Trump di ricorrere alla guerra per fermare un declino inesorabile. Una chiave di lettura che mi sembra sempre più probabile.
C’è un aspetto dell’occupazione militare americana in Venezuela che rischia di essere trascurato ma ha, invece, un grande rilievo.
Si stima che circa il 35-45% dell’intero debito estero venezuelano, composto da bond sovrani e bond PDVSA, la società petrolifera di Stato, sia detenuto da fondi e banche con sede negli Stati Uniti. Si tratta di circa 100 miliardi di dollari che sono posseduti in larga prevalenza da Fidelity Investments, BlackRock, Goldman Sachs Asset Management, T. Rowe Price e Eaton Vance.
I bond venezuelani sono stati acquistati negli ultimissimi anni con uno scopo preciso: in caso di un “cambio di regime” guidato dagli Stati Uniti, questi titoli del debito venezuelano, comprati a prezzi stracciati, conosceranno una ristrutturazione per cui gli stessi fondi e le banche Usa stanno già preparando i piani per scambiare i vecchi bond con nuovi titoli garantiti dalle future entrate petrolifere del Venezuela.
Si ipotizza che una parte del debito detenuto dalle banche americane possa anche essere convertito in partecipazioni azionarie o concessioni nei giacimenti petroliferi del bacino dell’Orinoco, permettendo alle major energetiche americane, di cui i fondi e le banche sono grandi azionisti, di rientrare nel settore energetico venezuelano senza esborso immediato di contanti. Peraltro, dopo la rimozione totale delle sanzioni commerciali avvenuta nelle ultime ore, JPMorgan sta accelerando il reinserimento dei bond venezuelani nei suoi indici EMBI (Emerging Market Bond Index), per indurre altri fondi passivi americani a comprare miliardi di dollari di questi titoli.
Oltre alla detenzione diretta, banche come JP Morgan e Bank of America gestiscono oggi la quasi totalità degli scambi sul mercato secondario. Nelle ultime 48 ore, il volume degli scambi di bond venezuelani a New York ha superato i livelli dell’intero anno 2024, con prezzi che sono balzati da 12-15 centesimi a oltre 45-50 centesimi in una sola sessione.
In estrema sintesi, il debito del Venezuela è stato utilizzato come biglietto, molto economico, di ingresso nell’economia del paese di cui si immaginava una presa di possesso da parte degli Stati Uniti in tempi brevi.
Il petrolio venezuelano è gestito da una compagnia di Stato, PDVSA, che ha mantenuto relazioni con la major statunitense Chevron, nel bacino del Lago di Maracaibo, mentre nella Fascia dell’Orinoco, dove sono detenute le riserve più grandi, sono presenti joint venture con russi (Roszarubezhneft), cinesi (CNPC) e con le europee Eni e Repsol: una condizione, quest’ultima, certamente non gradita a Trump.
Il petrolio, poi, veniva spesso venduto anche “sotto banco” a intermediari che lo portavano in Asia, soprattutto in Cina, cambiando il nome delle navi o spegnendo i trasmettitori GPS, le cosiddette “navi fantasma”, e con pagamenti che avvenivano tramite scambi di merci o valute digitali per evitare il sistema bancario americano; dunque un ulteriore danno al dollaro.
Soprattutto, grandi ambizioni sul petrolio venezuelano nutrivano anche Exxon Mobil e Conoco Phillips, estromesse al tempo di Chavez, così come interessi di rilievo manifestano le grandi raffinerie del Golfo del Messico, per le quali l’approvvigionamento del petrolio venezuelano risulta decisamente conveniente.
La fine di Maduro e la costruzione di una “colonia” in Venezuela saranno certamente un’occasione formidabile, quindi, per tutta questa rete di società, così come per quelle impegnate nella ricostruzione e nella protezione degli impianti, da Hallibarton, a Schlumberger e a Baker Hughes; società americane che hanno il dato comune, e impressionante, di avere BlackRock, Vanguard e State Street come principali azionisti.
Le
dichiarazioni di Giorgia Meloni sulla legittimità dell’attacco militare
di Trump al Venezuela sono gravi per almeno tre ragioni.
La prima. Segnano la totale e assoluta subordinazione della destra e dei
liberal italiani alla volontà unilaterale da parte degl USA di
riscolvere militarmente ogni questione che ha a che fare con i loro
interessi economici, senza alcuna necessità di consultazione con le
organizzazioni internazionali, né tantomeno con i presunti alleati.
La seconda. Un simile servilismo si nutre della speranza di ricevere un
trattamento di favore da parte di Trump, senza cogliere il senso della
gravità della crisi americana e quindi accettando fino in fondo il ruolo
di servo sciocco solerte a fornire risparmi e capitali, a pagare dazi e
armi e a non tassare i servizi americani.
Trump naturalmente disprezza e usa questa Europa nella certezza che il
vecchio continente accetti tutto persino le guerra. Con tale posizione,
Meloni si mette definitivamente fuori da qualsiasi ipotesi multipolare.
La terza. La dichiarazione di Meloni giustifica la guerra USA perché
difensiva contro la guerra ibrida di Maduro contro gli Stati Uniti.
Ora, una tale dichiarazione apre le porte ad una guerra continua;
qualsiasi potenza militare voglia impossessarsi di un territorio può
farlo, accusandolo di propaganda, di narcotraffico o di quant’altro.
Siamo davvero arrivati al punto finale. Il governo italiano sta con i
governi terroristi, dagli USA a. Israele.

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