venerdì 23 gennaio 2026

pc 23 gennaio - Sulle macerie di Gaza nasce il club privato di Trump... CHE SIGNIFICA CHE IL PIANO GENOCIDARIO DEL NAZI/SIONISMO ANDRA' FINO IN FONDO

 

Da Il Manifesto. 
A Davos 19 paesi firmano la pena di morte del diritto internazionale: è il Board of Peace. I palestinesi sono la prima cavia, non l’ultima. Un progetto commerciale sopra un genocidio, nessun riferimento alle vittime. Parigi e Londra si sfilano.

Qualsiasi persona di buon senso avrà bisogno di un paio di giorni per digerire lo show di Davos e stabilire quale immagine sia stata la più calzante dell’atmosfera apocalittica che si respira ultimamente.

Se quella di Donald Trump che ringrazia se stesso per essersi nominato presidente del Board of Peace o la commozione di Steve Witkoff quando si inchina di fronte ai successi senza frontiere del suo presidente.

Se Jared Kushner che saliva all’idea della montagna di miliardi che frutterà la trasformazione di Gaza da comunità viva ad asettico residence, o le facce dei 19 capi di stato e diplomatici in fila per firmare la pena di morte del diritto internazionale, una schiera di autocrati che a Trump «piacciono tanto, mi piacciano tutti», perché a piacergli sono i regimi, soprattutto se scodinzolanti.

MA FORSE, investendo un paio di giorni per la digestione, quello che resterà del lancio del Board of Peace, ieri mattina a Davos, è lo storico messaggio che ha inviato: un progetto coloniale e commerciale, totalmente illegittimo e sorto sull’annichilimento di un popolo che, si fa «organizzazione internazionale». È il laboratorio per il futuro, un’economia politica del genocidio di cui i palestinesi sono la prima cavia, ma non saranno l’ultima.

Lo ha detto Donald Trump: «(Gaza) ha un’ottima posizione…nel profondo sono un immobiliarista: la posizione è tutto». Per una «ricostruzione bellissima» che frutterà un esorbitante bottino, ma anche per ordinare il futuro di una regione di cui gli Stati uniti non intendono fare a meno.

La «posizione» offusca tutto: nasconde Israele (mai citato se non da Witkoff ma solo per ringraziare Netanyahu) e soprattutto nasconde i crimini commessi. È come se fosse passato un uragano, un caso della vita, una sfortunata coincidenza: se non c’è crimine, non c’è colpevole e non c’è punizione.

È talmente assente che Netanyahu – ricercato dalla Corte penale – entrerà a far parte del Board of Peace, nell’ultima offesa al popolo che ha massacrato e mai chiamato per nome. Il primo a dire la parola proibita, «palestinesi», è Ali Shaath, l’ex ministro dell’Autorità di Ramallah alla guida del governo tecnico palestinese.

Lui a Davos non c’è, manda un videomessaggio imbarazzante in cui prospetta un futuro di benessere grazie alla leadership trumpiana, un benessere che non prevede la soluzione politica, ovvero la fine dell’occupazione israeliana.

DOPOTUTTO, come dice Kushner, la pace è altra cosa: è profitto, è logica di mercato, sono investimenti già sulla linea di partenza (tra un paio di settimane a Washington la prima conferenza delle compagnie interessate). Non è giustizia né democrazia. Basta vedere chi ci mette la firma: l’argentino Javier Milei e l’ungherese Viktor Orbán sono i volti più riconoscibili, ma non gli unici, ci sono tra gli altri Bahrain, Bielorussia, Egitto, Kazakhstan, Kosovo, Pakistan, Qatar, Arabia saudita, Turchia, Emirati.

Il più bel consiglio del mondo, lo chiama Trump, con 59 paesi in fila per entrare ma lo sa già che è un mezzo fallimento: all’amo non hanno abboccato i «grandi», gli occidentali, quelli che gli servono davvero.

Si è sfilata l’Italia della «sua» Meloni per «incompatibilità» del BoP con la Costituzione (il che già dice tutto). E si sono sfilate Francia e Gran Bretagna (la prima perché il BoP viola la Carta dell’Onu, la seconda perché è disturbata dall’invito alla Russia), non senza una buona dose di odiosa ipocrisia e su questo è difficile non dar ragione a Trump: sono i due pesi massimi che a novembre hanno approvato in Consiglio di Sicurezza il piano in 20 punti.

Gaza è una scusa, un sacrificabile pezzo di scacchi in una partita globale. Pedina lo è anche l’Onu, derisa e calpestata e poi fatta rientrare dalla finestra: Washington prospetta «collaborazione», formula che serve a non spaventare ma che è smascherata dallo statuto del BoP, di fatto un’organizzazione sovranazionale con un capo solo e pieni poteri coloniali su terra altrui (stipulare contratti, acquisire e disporre di beni immobili e mobili, avviare procedimenti legali, ricevere e erogare fondi privati e pubblici).

LA NARRAZIONE distorta di una Gaza in macerie per caso – trattata come un mero pezzo di terra e non come una comunità umiliata dove le persone sono uccise e affamate – si conclude con la bugia sul suo presente: Trump millanta condizioni di vita decisamente migliori, stomaci pieni e camion in ingresso come un fiume in piena.

La realtà è un’altra: gli aiuti sono totalmente insufficienti, i rifugi non esistono (ieri un altro bambino morto per il freddo), i cecchini e i droni uccidono (quattro vittime durante lo show di Davos), il valico di Rafah è ancora chiuso. Shaath ne ha annunciato al riapertura la prossima settimana, in ingresso e in uscita, ma di conferme da Tel Aviv non ne arrivano.

Il governo israeliano ne sta discutendo. È questo il punto di caduta: niente si muoverà senza il via libera di Israele, perché è la potenza occupante e la sua natura non è scalfita da nessuno dei venti punti.

L’occupazione coloniale ne esce rafforzata, a puntellarla è il Board modello di sopraffazione globale. Tanto che la Palestina non l’ha invitata nessuno: ha messo il veto Israele.

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