domenica 17 ottobre 2021

Denuncia politica - Governo e confederali mettono mano alla sicurezza sul lavoro. Ma la tutela della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro è altra cosa.

GOVERNO E CONFEDERALI METTONO MANO ALLA SICUREZZA SUL LAVORO, MA NEL DECRETO FISCALE IL CAPITOLO DEDICATO, RISPONDE PIÙ AL CLAMORE SUSCITATO DALLE ULTIME MORTI PER IL PROFITTO, CHE ESPRIMERE TUTELA PER TUTTI I LAVORATORI.


Nel decreto ci sono assunzioni e provvedimenti per la sospensione immediata dell’attività produttiva in caso di violazioni in materia di sicurezza e questi sono due capitoli importanti, ma che vengono scritti senza andare al cuore della produzione industriale.

Il decreto è talmente incerto che lascia persino spazio a Bonomi per fare il sinistro e dichiarare che non il 10% ma zero deve essere il limite del lavoratori in nero in azienda per far scattare la sospensione dell’attività produttiva.

Va detto che la sospensione è prevista limitatamente all’area coinvolta dai lavoratori irregolari, ma ciò che rende arrogante Bonomi è sicuramente che il moderno caporalato, e tutte le forme di fatto equiparabili per i loro effetti al lavoro in nero, nell’industria restano legalizzate con gli appalti alle cooperative e dal crescente precariato delle agenzie di somministrazione.

Significative e drammatiche le parole pronunciate da due giovani operaie in fabbrica con Adecco ‘io fino a che sarò precaria starò sempre zitta…’.

Detto in altri termini, generazioni di operai che stanno crescendo con la cultura della sottomissione indotta dalla precarietà, che il decreto del 16 ottobre ‘sul lavoro nero’ nemmeno vede nonostante sia fonte di pericolo per la salute e la sicurezza dei lavoratori.

Perchè questa subordinazione in fabbrica significa lavoro in ogni condizione, anche senza le dovute competenze e non solo in casi limite come il crumiraggio durante gli scioperi quando gli impianti vengono fatti funzionare comunque concentrando i precari sulle linee urgenti, ma ‘normalmente’, perché ad es, formazione e affiancamento equivalgono a costi, che in assenza di una forza operaia agente nella fabbrica restano per i padroni e i loro consulenti, voci di bilancio da ridurre al minimo possibile.

Il decreto fiscale del 16 ottobre, ospita a pag 11 il TITOLO III ‘Rafforzamento della disciplina in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro’, con le modifiche all’art 14 del TU sulla sicurezza 81/08, che inasprisce l’azione verso il lavoro nero, con la sospensione dell’attività produttiva a partire dal 10% di lavoratori irregolari non più dal 20% e con maggiori sanzioni; istituisce una banca dati comune alle diverse amministrazioni che operano nel settore, prevede l’assunzione di 1024 nuovi tecnici, di 90 carabinieri del servizio di ispezione alle aziende (ma sono almeno 8000 tra le diverse competenze, i lavoratori del settore persi negli ultimi dieci anni tra prepensionamenti e crescita dei profili amministrativi ). L’articolo 14 per finire, prevede la sospensione dell’attività produttiva anche in caso di violazione di determinate misure di sicurezza, ora anche al primo accertamento. Casi che sono elencati nella tabella che segue e portano la novità del punto 12, la rimozione dei dispositivi di sicurezza.

Non possiamo certo pensare che i provvedimenti di un governo borghese possano essere risolutivi nei confronti degli interessi dei lavoratori. Ma la lotta va indirizzata anche in questa direzione. Non ci possiamo accontentare di un decreto che sfiora solo la produzione industriale, che intacca in piccola misura i grandi magazzini della logistica, mette in campo nuovi ispettori che restano subordinati al controllo dei direttori manager in capo ai partiti parlamentari.

Perché le operazioni base nelle piattaforme logistiche, sia quelle a terra del pesante prelievo manuale dei colli, sia quelle di stoccaggio e prelievo dei pallets dalle grandi scaffalature con i carrelli elevatori, sono eseguite in contemporanea da un gran numero di lavoratori che si spostano pericolosamente nelle stesse corsie generando un traffico intenso e a velocità insostenibili di mezzi e uomini, controllati dagli stessi scanner usati per la gestione della merce che sono connessi al sistema informatico del magazzino, che rileva con il flusso della merce, la produttività oraria di ogni lavoratore. Questo non avviene solo ad Amazon, e non rientra in ciò che gli ispettori del lavoro e della sicurezza ‘normalmente’ verificano. Al pari del numero delle ore lavorate in molti casi pericolosamente oltre le 10/12 ore giornaliere, anche per chi guida un mezzo.

Esattamente come nelle industrie, dove in genere esistono formali documenti di valutazione dei rischi anche se difficilmente ne viene letto e verificato il contenuto. Qui le condizioni di potenziale pericolo vengono determinate dalla carenza di manutenzione, dalla velocità e ripetitività di esecuzione delle mansioni e delle operazioni di produzione, dal numero degli operai in linea, dal livello della formazione, inversamente proporzionale alla precarietà.

Per una organizzazione del lavoro che spreme il massimo dagli operai, troppo spesso condivisa da sindacati complici, che barattano lucrosi incentivi all’esodo con riduzioni di personale; flessibilità estrema, saturazione dei tempi di produzione, aumento dei ritmi, con i cosiddetti premi incentivanti.

Più merci con meno operai e sempre più veloci: più profitti per i padroni e le fabbriche potenzialmente sempre più pericolose e terribilmente usuranti per gli operai.

La normalità della produzione capitalista, sfugge ai decreti, è mortale, consuma precocemente con le dure condizioni di lavoro, può cessare solo affossando questo modo di produzione.

A volte anche i decreti, lo stesso TU sulla sicurezza, gli organi ispettivi vanno valutati e usati al meglio.

Dal 2008 è scritto l’art 44 nel TU 81/08 che prevede la possibilità di fermare le macchine in caso di immediato pericolo. Quando ci sono le condizioni per usarlo? Quante volte è stato applicato? Quante volte sarebbe servito?

art 44 TU 81/08

il lavoratore che, in caso di pericolo grave, immediato e che non può essere evitato, si allontana dal posto di lavoro o da una zona pericolosa, non può subire pregiudizio alcuno e deve essere protetto da qualsiasi conseguenza dannosa.

A maggio nella normalità della produzione, si è verificato un incidente mortale alla Marcegaglia di Ravenna, ed un operaio, addetto alla movimentazione del coil è rimasto schiacciato da una pesante bobina di acciaio.

Un operaio, in un importante snodo della produzione della grande fabbrica siderurgica, ma in appalto ad una cooperativa. Costretto a lavorare da solo al carico/scarico dei pesanti rotoli di acciaio, secondo i veloci ritmi della fabbrica, con le bobine collocate sommariamente, tanto da travolgerlo. Ma chi può mettere in discussione queste condizioni di lavoro se non con la forza gli operai stessi che si autorganizzano nei reparti e lottano per imporre diverse condizioni di sicurezza?

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