sabato 10 agosto 2013

pc 10 agosto. Ancora una strage di immigrati in mare in fuga da guerra e miseria: verso di loro l'ipocrita solidarietà dei rappresentanti di uno Stato imperialista che mantiene i lager CIE e le leggi razziste, che ammazza gli immigrati nelle caserme, che fa le guerre e sostiene regimi fascisti per opprimere i popoli che non si piegano e che fa di tutto per impedirne la partenza

Il cordoglio della Boldrini e del ministro Kyenge per i 6 immigrati siriani ed egiziani morti affogati nel tentativo di raggiungere la riva a Catania non cambia la sostanza delle cose sulla politica imperialista dello Stato italiano: il "governicchio" Letta, in continuità con tutti i governi di ogni colore politico, partecipa ai piani d'aggressione imperialista in Siria e stringe patti d'amicizia con gli aguzzini libici in funzione antiimmigrati


Libia, “trappola infernale” per migranti
di Cristina Amoroso
Non è cambiata la Libia del prima e dopo Gheddafi per i profughi costretti a transitare in un paese che non contempla un sistema d’asilo, né ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra sui diritti dell’Uomo, eppure sono stati stretti nuovi accordi tra la Libia e l’Europa, che vi ha riversato fiumi di finanziamenti, investimenti e contratti per gas e petrolio.
Per i migranti dal 2006 ad oggi nulla è cambiato: la Libia resta un luogo di detenzione brutale e disumana su cui l’Occidente continua a chiudere gli occhi, accrescendo anzi il ruolo di argine coatto, per impedire a chi scappa per salvare la propria vita di raggiungere le coste della Fortezza Europa.
E’ l’allarme lanciato dal dossier “0021, trappola libica” della onlus In Migrazione. 0021 come il prefisso internazionale libico: quello che i detenuti compongono sui cellulari che sono riusciti a nascondere per far sentire le loro voci sull’altra sponda del Mediterraneo. Il dossier riporta terribili testimonianze dei profughi.
“Ti tirano il cibo in faccia, ti picchiano senza alcun motivo, ti prendono a schiaffi, ti minacciano con i fucili e le pistole, qualsiasi libico ora ha fucili o pistole, te le puntano alle tempie”. Così John da Gandufa, uno dei carceri per potenziali “clandestini”, sintetizza la Libia vista dai migranti intrappolati a metà strada tra il deserto e il mare, tra il Corno d’Africa (Somalia, Etiopia, Eritrea) e l’Europa. “Siamo come animali legati un pò con la corda lunga…”, aggiunge Ahmed.
“Nella stessa stanza di quattro metri per quattro siamo in 17. Qui non c’è scelta, ci facciamo coraggio e cerchiamo di resistere”. Chi parla è un minorenne. Insieme a lui e ad altre 500 persone, nel campo della Mezzaluna rossa di Benghazi c’è Ali: “I nuovi arrivati si spaventano subito anche solo guardandoci per come siamo rimasti in otto mesi…”. Nelle carceri libiche, donne, uomini e anche bambini sono tenuti a pane e acqua, dormendo per terra senza materassi.  E ogni giorno sono sottoposti a umiliazioni e vessazioni da parte della polizia: percosse, botte, stupri e torture.
I carceri, i campi di detenzione e le strutture adattate a prigioni in questo paese sono diventate decine e decine: Ganfuda, Majer, Misurata, Abu Salim e al-Zawiya.
Secondo le stime di Amnesty International sono operativi 17 centri di trattenimento che ospitano circa 5.000 migranti forzati a cui si vanno ad aggiungere le altre diverse migliaia che affollano le carceri comuni e i campi di accoglienza gestiti dai miliziani, stimabili tra le 4.000 e le 6.000 persone. Il comitato internazionale della Croce Rossa ha visitato 60 strutture a vario titolo detentive in Libia. È noto soprattutto tra i migranti che i centri di detenzione più duri siano nel deserto. Su tutti per condizioni disperate di vita e vessazioni ai danni dei profughi, il campo di Kuhfra e quello Sabha. Quest’ultimo “ospita” al suo interno addirittura 1.300 persone. In questi luoghi e in maniera diffusa e sistematica sono incalcolabili le denunce di trattamenti crudeli e degradanti.
Non rimane che la via del mare, attraversare il mare rappresenta l’unica via per tentare la salvezza. Nonostante le voci corrano e la consapevolezza di rischiare la vita sia alta tra i migranti, non c’è un futuro al quale si possa aspirare e dunque niente da perdere. Prendere il mare può volere dire andare a ingrossare le fila delle quasi 20.000 vittime che giacciono sui fondali del Mediterraneo.
Per la precisione, dal 1988 al novembre 2012 ci sono stati almeno 18.673 morti nel tentativo di raggiungere la “fortezza Europa”. Nel solo Canale di Sicilia, dal 1994 all’aprile 2012, sono decedute almeno 6.226 persone e più della metà sono rimaste disperse. Se non si tiene conto dei naufraghi di cui non si ha notizia questi sono i numeri agghiaccianti di una guerra sommersa.
E l’Italia?
L’Italia – in un quadro più complesso e generale di politiche Ue in materia di immigrazione – ha scelto di delegare di fatto alla Libia il controllo delle frontiere.
Lo ha fatto con il patto d’amicizia nel 2008 tra Berlusconi e Gheddafi, rinnovato poi nel 2012 con la ratifica tra il ministro Cancellieri e il suo omologo libico Fawzi Al-Taher Abdulali, (resa pubblica tre mesi dopo). Lo ha confermato il 4 luglio scorso, quando l’attuale premier Enrico Letta ha incontrato a Roma il primo ministro libico, Ali Zeidan Mohammed rinnovando il ruolo della Libia a difesa d’Europa. Scelte che di fatto delegano un ruolo a un Paese dove non esiste il rispetto dei diritti umani e dei diritti d’asilo. In altri termini si continua quell’approccio all’immigrazione che fu premessa dei famigerati respingimenti collettivi in acque internazionali, che sono costati all’Italia una condanna da parte della Corte Europea dei diritti dell’Uomo.
Secondo Simone Andreotti, presidente di In Migrazione, “evitare queste morti non è impossibile. Sarebbe sufficiente permettere a queste persone di ottenere un lasciapassare nelle ambasciate e nei consolati europei nei Paesi di transito, per poter fare richiesta d’asilo in Europa. Una scelta che metterebbe fine alla sofferenza delle persone, che salverebbe tante vite e che spezzerebbe gli interessi del traffico di esseri umani. Un modo per smarcarsi definitivamente dai ricatti di paesi che trasformano l’apertura o la chiusura delle frontiere in un’arma di pressione internazionale”.

pc 10 agosto - La battaglia contro il Muos fa un passo avanti...

Ieri 9 agosto una delegazione del circolo Proletari Comunisti di Palermo, con bandiere e volantini, ha partecipato alla manifestazione a Niscemi contro il Muos.


Dal concentramento alla Sughereta, un lungo tragitto è stato coperto da più di duemila manifestanti tra popolazione dai più anziani ai più piccoli, militanti appartenenti ad aree diverse. Sin dall'inizio della manifestazione ed anche prima, insistenti elicotteri delle forze “dell'ordine” hanno seguito osservato e ripreso dall'alto i partecipanti.


Dopo una marcia di qualche ora, il lungo corteo ha raggiunto l'ingresso della base Muos, dove erano già schierati i poliziotti in assetto antisommossa. I manifestanti hanno più volte chiesto di lasciare libero il passaggio ma al diniego dei poliziotti hanno cominciato a stringersi ed avanzare verso il cordone dei poliziotti ed è anche stato sparato un bengala per “illuminare” meglio la zona.


Il faccia a faccia ripetuto con le forze del disordine ha portato la polizia a tentare un forte respingimento con accenno di cariche. Da qui è nato qualche tafferuglio che tenendo impegnati i poliziotti ha permesso ad una parte dei manifestanti di attaccare le reti lungo il perimetro della base.



Lungo questo altro “corteo” ci sono stati slogan contro le forze dell'“ordine” ben attrezzate fino ai denti, per ciò che realmente sono: servitori degli interessi americani e del governo italiano, macchine colpevoli delle malattie e della morte a causa delle radiazioni delle antenne già presenti da anni nel territorio, che illegalmente hanno ripreso tutti con le videocamere durante tutta la manifestazione.



Il numero e la ferma determinazione dei partecipanti ha fatto sì però che la polizia non potesse fermare la resistenza e l'avanzamento dei militanti.



Nel frattempo ancora un po' più avanti si era riusciti a fare cadere un altro pezzo di rete e da questo “nuovo ingresso” creato dalle masse in movimento sono passate centinaia di manifestanti e infine buona parte del corteo. Dall'alto della base era ben visibile lo spezzone del corteo, con le bandiere del cobas confederazione e di altri partiti riformisti, che ha temporeggiato fino alla fine prima di decidersi a salire, cosa che è stata fatta quando la “presa” della base è sembrata sicura.


Una volta nella base, un gruppo di militanti ha fronteggiato poliziotti e carabinieri che volevano impedire lo spostamento del corteo e con una manovra diversiva hanno permesso che tutto il resto del corteo passasse da un altro lato beffando la polizia che a quel punto con un gesto di impotenza non ha potuto che seguire a distanza i manifestanti fin sotto le antenne dove si erano arrampicati la sera prima i 7 attivisti del Nomuos.


Giunti sotto le antenne, il corteo con un lungo applauso di incoraggiamento e di solidarietà per l'azione in questione ma soprattutto per il corteo stesso che dopo anni è riuscito a introdursi nella zona off-limits americana, sbaragliando chiunque trovasse davanti, si è ripreso gli attivisti in protesta. Un bel corteo di persone provenienti da tutta Italia, che ha occupato la base, ha oltrepassato i divieti ed ha fronteggiato i servi più volte senza paura.




Importante da sottolineare l'assoluto sdegno dei cittadini niscemesi nei confronti di Crocetta: "che non si faccia vedere a Niscemi", "non merita il nostro voto", "Crocetta non sei il nostro presidente". Alla luce del comportamento assunto dal presidente della regione Sicilia, la popolazione niscemese, e non solo, ha provato sulla sua pelle per l'ennesima volta le prese in giro di chi si è fatto grande con le parole e nei fatti ha continuato, con la revoca alla revoca precedente, a permettere agli americani la costruzione del "MUOStro". E' chiaro che Crocetta (come tanti altri) non è più il benvenuto, neanche a Niscemi.

pc 10 agosto- Il PD dell'Emilia Romagna sempre attivo nella repressione contro i nomadi e contro gli immigrati.


Gli stessi, che a parole s'indignano contro la provocazione fascio-razzista impunita al ministro Kyenge, a Ravenna schedano i nomadi e a Rimini mettono in campo le ronde



Ravenna: Controlli speciali nei campi nomadi della Bassa Romagna

"D'ora in poi non sporadici ma regolari". Identificate un'ottantina di persone

Cinque pattuglie, per un totale di dieci unità, coordinate dal Comandante Roberto Faccani, ieri sera hanno effettuato una approfondita verifica nei 4 campi che ospitano i nomadi nel territorio dell'Unione (uno a Lugo, uno a S.Agata e due a Bagnacavallo).
Identificate un'ottantina di persone e controllati una cinquantina di veicoli.
Scopo dell'operazione è stata quella di censire con esattezza gli abitanti dei campi esistenti e di accertarne la regolare presenza, oltre che verificare le condizioni ambientali ed igienico-sanitarie.
"D'ora in poi i controlli - ha commentato il comandante Faccani - non saranno più sporadici ma verranno eseguiti con metodo e regolarità, nell'ottica di avere una conoscenza reale degli abitanti dei campi e di stabilire con loro rapporti di collaborazione finalizzati ad evitare situazioni di irregolarità e presenze illegali".



A Rimini arrivano le "ronde" anti-immigrati


Cinquanta guardie contro i venditori ambulanti, tutte in spiaggia. La novità arriva da Rimini, dove il sindaco, Andrea Gnassi, ammette come le forze dell'ordine non siano sufficienti a bloccare gli ambulanti immigrati.
A spiegare il piano, però, è il prefetto Claudio Palomba, colui che ha avuto l'idea di organizzare le "ronde" contro i soggetti che tentano di vendere prodotti a bagnanti. “Saranno le nostre sentinelle", ha infatti spiegato.

A Rimini c'è chi lo ha già ribattezzato il 'Vigilantes Day'. Da questa mattina fino al 24 sulla spiaggia della cittadina romagnola fanno la loro comparsa - accanto agli uomini delle forze dell'ordine - i vigilanti privati, chiamati, insieme ad alcune decine di volontari di diverse associazioni, a scoraggiare i tanti venditori abusivi che si muovono sull'arenile. Dal bagno 60 al 150 si muovono, complessivamente, una sessantina di uomini tra volontari, 15 vigilantes di 5 istituti di vigilanza (il cui costo dovrebbe aggirarsi sui 60.000 euro sostenuto dalla Camera di Commercio) e dieci bodyguard di Confsicurezza impegnati su tre turni: 7.30-11.30; 15-17 e 20-23. ''Finora - racconta un volontario dell'Associazione finanzieri, fermo davanti all'ingresso di un bagno - va tutto bene. Siamo qui per dissuadere l'ingresso in spiaggia ai venditori abusivi e non abbiamo avuto problemi. Qui non stanno arrivando: si fermano dall'altra parte della strada, ci guardano. Direi che ci stanno un po' studiando, dopotutto è il primo giorno''. Dal volontario vicino si ferma un gruppetto di cingalesi, tutti rigorosamente senza mercanzia. Si informano, chiedono lumi. A qualcuno scappa un ''dobbiamo pur lavorare anche noi...''. All'altezza del bagno 67 iniziano le zone controllate dai vigilantes e non solo dai volontari. ''Ancora problemi non ne ho avuti - spiega uno di loro -: alcuni venditori sono entrati in spiaggia ma senza mercanzia: non possiamo bloccare l'accesso alla gente. Certo qualche 'vaffa', da un paio di venditori in bici, me lo sono preso''.

Marcia protesta venditori sulla spiaggia  - Marcia di protesta - nel giorno in cui fanno la loro comparsa i vigilantes anti-abusivismo commerciale all'ingresso degli stabilimenti balneari di Rimini - da parte di 100-150 venditori ambulanti sul litorale riminese. I venditori, in massima parte senegalesi, si sono dati appuntamento all'altezza del bagno 121 per poi entrare in spiaggia, privi della loro mercanzia, e camminare sulla riva, tra i turisti, fino all'altezza del bagno 100. I partecipanti alla marcia hanno più volte scandito le parole 'lavoro' e 'sussidio di disoccupazione'. Prima di iniziare a camminare, davanti all'ingresso del bagno 121, e poi sulla battigia, qualche momento concitato, quando i venditori ambulanti hanno visto spuntare tra la gente gli obiettivi dei fotografi. Davanti all'ingresso del bagno 121, nel parchetto antistante - scelto come punto di incontro dai venditori ambulanti - stazionano alcuni carabinieri e un paio di militari, delle ronde miste esercito-forze dell'ordine, solitamente impiegate nei consueti controlli cittadini in tema di sicurezza.

Questore Rimini, salvare il volto della città  - ''Dobbiamo salvare il volto di Rimini e della città. La cosa peggiore è allontanare'' i venditori ambulanti ''violentemente: non farebbe onore ai principi di solidarietà e accoglienza che questo Paese ha sempre avuto''. Così il questore di Rimini, Alfonso Terribile, ha commentato l'avvio del progetto che vede in spiaggia i vigilantes, oltre a volontari di diverse associazioni, per contrastare il fenomeno dell'abusivismo commerciale sul litorale della città romagnola. ''Sta andando benino - osserva riferendosi all'avvio della giornata -: il dispositivo é una novità per Rimini ma non per altre città italiane. È un problema che non va visto, se non ci sono reati, in maniera violenta. È un discorso commerciale ed economico'' e, forse, si potrebbe anche affrontare con ''un'area'' individuata per dare vita a mercatini di ambulanti. ''Siamo in mezzo a migliaia di turisti - chiosa Terribile - dobbiamo salvare il volto di Rimini e della città''. Da oggi al 24 agosto, tra i bagni 60 e 150, si muoveranno una sessantina di persone tra vigilantes, bodyguard e volontari di diverse associazioni.

pc 10 agosto - COMUNICATO MFPR SU NORME SU FEMMINICIDIO E STALKING

NORME SU FEMMINICIDIO E STALKING O PACCHETTO SICUREZZA?

NON IN NOSTRO NOME!

FIDUCIA NELLO STATO NON ABBIAMO

NO ALLA DELEGA, SI ALLA LOTTA E ALL'AUTORGANIZZAZIONE DELLE DONNE.



Il governo Letta sta facendo un'operazione politica truffaldina (in continuità con operazioni simili fatti dal governo Monti e prima da Berlusconi): il provvedimento, presentato da Alfano e approvato dal consiglio dei ministri come decreto contro femminicidio e stalking, contiene tutta un'altra serie di provvedimenti che non hanno nulla a che vedere con il tema ma hanno invece molto a che vedere con l'ordine, la sicurezza e la repressione di altre manifestazioni.

La cosa più eclatante e grave è l'inserimento di misure di rafforzamento della repressione del movimento No Tav, tra cui vi sono tantissime donne, che prevedono una punizione più severa per “l'accesso abusivo” nei cantieri della Tav; tra l'altro anche una vera provocazione, visto che proprio recentemente le forze dell'ordine nel reprimere e arrestare giovani, donne, compagni/e del movimento No Tav, ha usato anche molestie e pesanti offese sessuali verso una donna arrestata, Marta.

Poi vi sono altre misure, sempre all'insegna di più repressione, più presenza delle forze dell'ordine, tra cui: estendere gli arresti differiti nelle manifestazioni sportive; rafforzare e dare maggiore flessibilità (= più compiti) all'impiego dei militari sui territori; ecc.

Quindi se vogliamo parlare delle norme su 'femminicidio e stalking' innanzitutto pretendiamo la cancellazione dal decreto di tutte le altre norme e non permettiamo che in nome delle donne si impone un pacchetto sicurezza da Stato di polizia e moderno fascismo.

In questi termini respingiamo nettamente questo decreto.



LA FILOSOFIA DI FONDO

Ma dobbiamo dire che anche nelle norme su femminicidio e stalking, la logica generale che le guida è all'insegna del potenziamento del ruolo di controllo dello Stato – d'altra parte come potrebbe essere diversamente con un Ministro degli Interni come Alfano, uomo di punta di Berlusconi accusato e condannato anche per sfruttamento della prostituzione e “utilizzatore finale”, e che ha recentemente chiamato come sua collaboratrice proprio in materia di donne Isabella Rauti, fascista, antiabortista? Questo decreto crea un clima e una politica non di difesa e aumento dei diritti da parte delle donne, non di rispetto per le scelte, la vita, l'autodeterminazione delle donne, non di più libertà, ma di messa sotto controllo e “tutela” delle donne, quindi di minore libertà. Questo rende questo decreto - al di là di singole misure che in parte già erano presenti ma inapplicate, in parte sono inevitabili di fronte a un'emergenza oggettiva – non accettabile anche dal movimento delle donne.

Nella mobilitazione nazionale del 6 luglio a Roma le donne hanno detto: “NO all'intensificazione della presenza/controllo di Forze dell'ordine: polizia, carabinieri, ecc. nelle città, nelle strade – non vogliamo che gli stessi che contro i movimenti sociali, nelle carceri, nei Cie, usano anche stupri e molestie, offese sessuali contro le donne, che ci manganellano nelle lotte, siano messi a “difenderci”; NO a Task force che alimentano un clima securitario, di controllo sociale nelle città che si traduce in minore libertà, meno diritti per le donne; NO alla trasformazione dei processi per stupro in atti d’accusa e indagine sulla “morale” delle donne; NO a consultori o centri confessionali trasformati in luoghi di controllo/repressione delle scelte delle donne...”.

“Uno Stato, che sempre più fa una giustizia sostanzialmente pro-stupratori e ha forze dell'ordine strutturalmente impregnate di maschilismo, fascismo e sessismo e in caso di immigrate anche razzismo, non può difendere le donne! Governi di centro destra come di centro sinistra che continuano ad attaccare le condizioni di vita e di lavoro della maggioranza delle donne, non possono difendere le donne da femminicidi e dagli stupri!”



E, sarà una mera coincidenza, ma proprio negli stessi giorni in cui il governo ha approvato queste norme contro femminicidi e stalking, il Tribunale de L'Aquila ha concesso la libertà di uscire per lavoro (dopo già la condanna vergognosa degli arresti domiciliari) all'ex militare Tuccia stupratore e quasi assassino di “Rosa”.



NEL MERITO

Pur considerando, e su questo sono le donne che lo hanno per prima e sempre denunciato, che le violenze, i femminicidi avvengono soprattutto in famiglia o nelle relazioni personali, questo decreto introduce, oltre l'aggravante se l'autore della violenza è il coniuge anche se separato o divorziato o il partner pure se non convivente, altre aggravanti - se alla violenza assiste un minore di 18 anni o se la donna è incinta – che guardano non alla gravità del reato nei confronti della donna ma di fatto al ruolo delle donne nella famiglia, derubricando oggettivamente le violenze sessuali in tutti gli altri ambiti (posti di lavoro, “strade”, carceri, ecc.) e per le altre donne non inquadrabili nel sistema famiglia – guarda caso, ma, per esempio, queste norme parlano poco di “stupri”.



Altre misure sono necessarie, come: le forze di polizia potranno buttare fuori di casa, con urgenza, il coniuge violento, impedendogli di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla donna; l'arresto obbligatorio in flagranza per maltrattamenti contro familiari e conviventi o per stalking; la corsia preferenziale; il gratuito patrocinio; la protezione dei testimoni; la procedibilità anche su denuncia di terzi; il permesso di soggiorno per motivi umanitari ai cittadini stranieri che subiscano violenze di questo tipo.

MA SU QUESTO LE DONNE NON POSSONO AVERE FIDUCIA E DELEGARE ALLO STATO.

Già ora alcune misure utili vi erano, ma gestite da questo Stato, dalle forze dell'ordine, da questa Magistratura, da centri antiviolenza istituzionali o non vengono applicate o diventano anch'esse strumenti di violenza della volontà delle donne – vedi l'andamento dei processi.

Le donne vengono considerate come “vittime” al massimo da “tutelare” e non come soggetti attivi, principali nella battaglia contro femminicidi e stupri; anzi quando lo sono, con le lotte, le si vuole riportare ad una condizione di “delega” alle istituzioni o le si reprime. Si vuole soffocare, impedire il protagonismo delle donne, la ribellione delle donne, e nascondere che “gli uomini che odiano le donne” sono una reazione oggi anche al fatto che le donne, in quanto donne, vogliano decidere della propria vita.



Quindi, anche là dove, si vogliono introdurre norme utili, SENZA LA LOTTA E L'AUTORGANIZZAZIONE DELLE DONNE, diventano inutili e anche controproducenti.

Per noi donne, anche alcune rivendicazioni necessarie che vogliamo strappare subito o sono gestite e interne alla necessaria “guerra delle donne” contro la “guerra di bassa intensità” che subiamo continuamente, o ci si ritorcono contro.

Solo la lotta delle donne contro “gli uomini, i governi, gli Stati che odiano le donne”, solo l'autorganizzazione delle donne, solo l'unità, la solidarietà delle donne, possono essere una diga contro femminicidi e stupri, possono essere una forza che “fa paura” e esercita, utilizzando anche un'azione diretta, una sorta di “contropotere”.



Tornando alle norme. In alcuni casi vogliono toccare solo alcuni aspetti, ma volutamente restano in superficie, vedi la questione dei processi, in cui si parla di “corsia preferenziale” ma nulla si dice su come vengono svolte le udienze, sulla doppia violenza che vi devono subire le donne, e soprattutto nulla si dice per impedire le scandalose condanne anche di questi ultimi mesi, non considerando esplicitamente le violenze sessuali contro le donne tra i reati più gravi.

In altri casi, la “tutela” diventa uno strumento di oppressione, vedi il divieto del ritiro della querela, che potrà avere come risultato la rinuncia delle donne a farla.

Nel decreto si parla, poi, di potenziare i centri antiviolenza e i servizi di assistenza, formare gli operatori.

Questo nel momento in cui si tagliano le risorse ai centri autogestiti direttamente da associazioni di donne, fa capire, lì dove dalla parole, per ora generiche, si passasse ai fatti, che verrebbero incrementati e finanziati solo i centri istituzionali.



Infine il governo, andando indietro anche alla stessa Convenzione di Istanbul, nulla dice contro le discriminazioni, oppressioni, contro le condizioni di vita che sono alla base delle violenze sessuali e femminicidi.

Il 6 luglio noi abbiamo parlato di: lavoro per tutte le donne; reddito minimo garantito a tutte le donne perchè la dipendenza economica non sia di ostacolo alla rottura di legami familiari; trasformazione a tempo indeterminato dei contratti precari; pari salario a pari lavoro; nessuna persecuzione delle prostitute, diritti di tutte ai servizi sociali e al reddito minimo garantito; divieto di indagine su condizione matrimoniale, di maternità, di orientamento sessuale, per assunzioni o licenziamenti; diritto di cittadinanza e uguali diritti lavorativi, salariali e normativi per le donne immigrate; riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario – abbassamento dell’età pensionabile delle donne, come riconoscimento del doppio lavoro; accesso gratuito per le donne ai servizi sanitari e sociali; socializzazione/gratuità dei servizi domestici essenziali: asili, sanità, servizi di assistenza per anziani; “case” delle donne autogestite, ecc.

Su questo non solo Letta come gli altri che lo hanno preceduto non dice niente, ma i governi sono direttamente responsabili della condizione di doppio sfruttamento e oppressione delle donne.



PER TUTTO QUESTO, QUESTO DECRETO NON SOLO NON DEVE FERMARE, MA DA PIU' RAGIONE A QUANTO ABBIAMO DETTO NELLA MOBILITAZIONE DEL 6 LUGLIO A ROMA:

NON VOGLIAMO DELEGARE, NON ABBIAMO FIDUCIA IN QUESTO STATO.

RIBELLIONE, LOTTA, AUTORGANIZZAZIONE DELLE DONNE.

PER UNA RIVOLUZIONE DI CLASSE E DI GENERE CHE SPAZZI VIA QUESTO SISTEMA SOCIALE CHE E' LA CAUSA NON LA SOLUZIONE DELLA CONDIZIONE DELLE DONNE.



CONTINUIAMO A LAVORARE SEMPRE PIÙ PER UNA GROSSA MANIFESTAZIONE A ROMA IN AUTUNNO E PER LO SCIOPERO DELLE DONNE CONTRO GLI UOMINI, I GOVERNI, I PADRONI, GLI STATI CHE ODIANO LE DONNE.



Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario

mfpr.naz@gmail.com

9.8.13




pc 10 agosto - liberato ed espulso dalla Filippine il giovane maoista internazionalista olandese arrestato

free thomas van beersum - philippines government expells him.


El gobierno reaccionario de Filipinas expulso al activista holandes Thomas Van Beersum que fue detenido el pasado martes depues de participar en una manifestación contra la politica gubernamental.
El camaradas, un conocido defensor de la causa del pueblo filipino, fue detenido por agentes de inmigración acusado de actuar contra la seguridad del Estado. Diversas organizaciones populares de Filipinas y del resto del mundo habian reclamado su puesta en libertad.
UPDATE FROM THOMAS
Am now in Hong Kong waiting for my flight back to Amsterdam. I was not allowed to board my plane and to go back to my country yesterday morning. I got detained for about 30 hours at the airport just so the immigration officials could deport me. This harassment is obviously done to distract the people from the actual problems that the country faces, such as the almost total domination of its econom...y by foreign capitalists and the complicity of comprador puppets such as Aquino. And let's not forget the human rights abuses under Aquino's administration either. So far there have been 142 documented cases of extrajudicial killing and 164 frustrated killing; 16 incidents of enforced disappearance; 76 cases of torture and 293 cases of illegal arrest and detention.

I want to thank the people and groups that have been supporting me and although I've been blacklisted, I will still firmly support the just struggle of the Filipino people for social and national liberation. Mabuhay

pc 10 agosto - ILVA TARANTO dal blog TARANTOCONTRO visitatelo !

Ci spiegate a che serve il sub commissario Ronchi? Abbiamo già troppi difensori dei profitti dell'Ilva

Abbiamo sempre pensato che la nomina dell'ex Min. Ronchi come sub commissario all'Ilva fosse, al di là della persona, una sorta di 'foglia di fico' alla scelta grave di affidare tutto a Bondi, amministratore delegato di fatto di Riva.
Si può dire che le prime iniziative di Ronchi confermano in pieno questo nostro giudizio. La prima iniziativa che ha preso è quella di proporre la formazione di un gruppo di ingegneri – cosa obiettivamente marginale in tutta questa vicenda. Ma nell'intervista odierna al Corriere del Mezzogiorno anche Ronchi parla come “uomo dell'azienda” in sostanza, compiacendosi del fatto che ordini, fatturato, spazi di mercato interni ed esteri dell'Ilva vadano bene. Questo ci aspettiamo che lo dica Riva-Bondi, ma da Ronchi ci aspettavamo che ci dica in materia di bonifica, messa a norma, salute e sicurezza, cosa va bene.
Su questo Ronchi ripete il cronoprogramma dell'Aia, ma non tanto come attività operativa ma di stesura di piani, istruttoria da avviare, ecc. ecc. Giustamente ascoltando questo, il giornalista che lo intervista gli chiede: “ma l'Aia non dovrebbe essere applicata in 36 mesi? Ce la farete?”. E qui Ronchi più che dire che capisce la preoccupazione, scarica le responsabilità sui ritardi accumulati prima.
Insomma, qualcuno ci può spiegare a che serve il sub commissario Ronchi? Sulla messa a norma dell'Ilva pensiamo che non ci si possa contare gran chè.
Riesce meglio quando si lancia sul problema dello smaltimento dei rifiuti, e questo è comprensibile dato che sappiamo come Ronchi abbia dato il nome a leggi e indicazioni riguardanti il ciclo di rifiuti e la raccolta differenziata. Effettivamente lo vedremmo meglio come “commissario dell'Amiu”, piuttosto che dell'Ilva.

Circa l'Ilva, invece, siamo alle promesse di un'Ilva alla “tedesca” con produzioni sostenibili, cioè alla vulgata ambientalista che, a Taranto in particolare, ha già dato prova di sé come “buone intenzioni” applicate ad una realtà dove salvare lavoro e salute è una partita difficile, risolvibile innanzitutto con la lotta operaia contro padron Riva, Stato, governo, insieme all'inchiesta che effettivamente riesca a mettere fine alle violazioni sistematiche e colpisca fino in fondo le responsabilità criminali di padron Riva e complici.  

Ilva: una partita da riaprire nel "nuovo campionato" che si avvicina

Il decreto Ilva bis è stato approvato con l'appoggio di quasi tutte le forze parlamentari e con il plauso delle istituzioni locali e dei sindacati confederali. Vendola, che pure aveva detto che avrebbe fatto “fuoco e fiamme” soprattutto dopo le incredibili e indecenti dichiarazioni del commissario Bondi sui “tumori provocati dalle sigarette”, in realtà in sede parlamentare il suo gruppo si è astenuto e non ha quindi votato contro. L'approvazione di questo decreto che dà i pieni poteri a Bondi, per conto di Riva e del governo, è sostanzialmente un via libera a un piano di ristrutturazione con tagli, che è la vera sostanza del piano industriale che tutti chiedono.
A questo si aggiunge che è confermato che i soldi per la messa a norma sono circa 2 miliardi di euro, che tutti sanno, e molti hanno dimostrato, essere assolutamente insufficienti allo scopo.
D'altra parte, Bondi ha sostanzialmente ottenuto, sussidiato da tecnici e ingegneri della sua parte, un generale spostamento dei tempi degli impegni contenuti nell'Aia che già di per sé è insufficiente e tardiva.
Quindi, ad agosto 2013 ci troviamo con i Riva in libertà, compreso il latitante Nicola, la fabbrica nelle loro mani per interposta persona, il governo dalla loro parte al servizio non solo di padron Riva ma di tutti i padroni, e i sindacati confederali ben felici di essere chiamati a collaborare, anzi a solidarizzare. I contratti di solidarietà in pieno corso, pur essendo meglio della cassintegrazione, non cambiano il percorso finale della vicenda che è: ristrutturazione con tagli, specialità di Bondi.
Fa parte della linea di “non disturbare il manovratore” il rinvio delle elezioni delle RSU di almeno 6 mesi, mentre intanto è stato fatto un accordo a livello nazionale per impedire la presenza reale e libera delle liste del sindacato di base e di classe, in questa fabbrica come in tutte le fabbriche italiane.
Che si voglia o no, ora la palla è in possesso dei padroni che se la passano in attesa che si aprono i varchi per fare nuovi goal nella porta degli operai e dei cittadini.
Gli operai dovrebbero riprendersi la palla, con un pressing aggressivo, cioè la ripresa delle lotta, facendo squadra, cioè organizzazione sindacale di classe alternativa ai sindacati confederali, difendendosi con una difesa reale, base per una controffensiva sui propri interessi e quelli delle masse popolari della città, per potere avere speranza di vincere la partita.
Un'arma di questa azione operaia può essere la richiesta, sostenuta con una lotta autonoma, seria, di un “decreto operaio” che ristabilisca un equilibrio tra padroni e operai in questa partita. Il “decreto operaio” dovrebbe contenere alcune questioni quali:

nessun  operaio deve andare a casa 
tutti gli operai devono essere impiegati nella messa a norma 
salari e diritti non si toccano
la prima messa a norma è garantire la sicurezza degli operai
in una fabbrica insalubre e nociva come l'Ilva non si può stare e lavorare per tanti anni ma che 20 anni bastano, con estensione, quindi, a tutti dei benefici pensionistici,
la salute è un diritto intoccabile per operai e cittadini, per cui servono visite mediche mirate, cure sanitarie gratuiti, ospedale e strutture d'emergenza, affidate ad Emergency, per fronteggiare la situazione.

Lo Slai cobas richiamerà a raccolta i lavoratori per la lotta su questo con un'iniziativa a metà settembre, a cui chiamiamo fin da ora gli operai a contribuire per realizzarla, sia facendo circolare la proposta – che è presente anche ai cancelli dell'Ilva, sia organizzandosi nei reparti con gli altri compagni di lavoro per partecipare.
Per info: slaicobasta@gmail.com - 3475301704 - T/F 0994792086 - via Rintone, 22 TA

pc 10 agosto - in uscita l'edizione inglese del bollettino del comitato internazionale di sostegno alla guerra popolare in india

1 July 2013
International
Bulletin


International Day of Support to
the People’s War in India

Edited by the International Committee to Support the People’s War in India


pc 10 agosto - si può lavorare a un autunno di lotta politica? Quale è la premessa?

La situazione politica attuale incancrenita dal governo delle larghe intese e dall'asse reazionario Napolitano-Berlusconi, con il PD di Epifani a fare da cerniera, e il movimento di Grillo - reazionario nella sua essenza - a fare da opposizione di sua maestà, non può essere sbloccata a favore del proletariato e delle masse popolari dalle inevitabili lotte sindacali locali e nazionali, ma dell'irruzione nello scenario, del movimento politico proletario e popolare, autonomo da partiti e sindacati confederali, ma con una linea di massa.
Linea di massa non significa alla coda delle masse e nè basato su quello che dicono e vogliono le masse, ma
organizzando e rappresentando gli interessi dei proletari e delle masse sul piano politico.
Bisogna innanzitutto respingere e liberarsi della linea elettorale e di aggregazioni di stampo elettorale,
costruire e delimitare il campo del Partito rivoluzionario del proletariato, sviluppare il fronte unito per e attraverso iniziative politiche di massa che assumano un carattere rivoluzionario e discriminante e che siano da punto di riferimento attivo e mobilitante della lotta su tutti i campi contro ogni governo dei padroni e lo Stato dei padroni, costruire ed esercitare - imparando a nuotare nuotando - la forza militante necessaria a indicare e praticare la via rivoluzionaria alla conquista del potere politico da parte del proletariato, non solo come programma e piano strategico e tattico, ma innanzitutto in materia di concezione base ed esperienza diretta.

proletari comunisti-PCm Italia
agosto 2013

venerdì 9 agosto 2013

pc 9 Agosto- SFONDATE LE RETI AL CORTEO NO MUOS


Aggiornamenti dalla delegazione del Circolo di Proletari Comunisti Palermo in prima linea negli eventi sotto riportati.

Seguiranno aggiornamenti

ore 20:20  Dopo l'ingresso nella base, il corteo si è ripreso i compagni sui tralicci. Vittoria del Movimento No Muos che si è introdotto nella base in forze soverchiando gli sbirri incapaci di fronteggiare la determinazione dei manifestanti!

ore 19:50 Repubblica Palermo dà notizia di un uomo della Guardia di Finanza ferito da un petardo e di un bengala lanciato contro un elicottero delle forze dell'ordine che staziona sopra i manifestanti.



ore 19:00 Respinte ulteriori cariche della polizia, i militanti No Muos raggiungono la base delle antenne dove da ieri notte dieci compagni sono riusciti ad arrampicarsi

ore 18:50 Carica della polizia respinta, militanti No Muos entrano nella base USA

ore 18:40 Tentativo di
sfondamento delle reti della base USA dove è in progetto la costruzione del Muos

pc 9 agosto - ORA E SEMPRE NO MUOS!

Il circolo di Proletari comunisti in delegazione partecipa alla manifestazione di oggi

__________________

Anche in estate la lotta contro il MUOStro non si ferma, nei giorni scorsi i il movimento ha occupato diversi consigli comunali a partire da quello di Niscemi seguito a ruota da Piazza Armerina, Modica e Vittoria.
L’opposizione all’installazione di questa antenna di morte e allo smantellamento delle antenne già presenti da anni è fondamentale per rivendicare non solo il diritto alla salute di chiunque abiti la Sicilia ma anche per ribadire che i popoli non sono complici degli strumenti di guerra imperialisti. Proprio in questi giorni il governo USA e la sua controparte italiana e siciliana rappresentata dal “rivoluzionario” Crocetta hanno in mente tutto l’opposto.
Infatti c’è il progetto che Sigonella diventi oggettivamente la principale base NATO mediterranea da cui partano i droni (gli aerei militari senza pilota) che già fanno innumerevoli stragi di civili in Afghanistan e Pakistan quotidianamente, inoltre si pensa di installare circa 10mila marines USA pronti ad intervenire negli scenari di guerra mediorientali.
In questo contesto il “venduto” Crocetta che durante la campagna elettorale illudeva i cittadini di Niscemi e dintorni adesso ha gettato la maschera e dopo aver confuso le acque con la famosa revoca dei lavori alla costruzione del MUOS all’interno della base USA (cosa che noi abbiamo denunciato fin dall’inizio come una farsa) adesso assistiamo alla revoca della revoca, alla faccia del cambiamento! Stessa operazione di confusione e spargimento di illusioni fa Ferrandelli che cadendo dalle nuvole chiede a Crocetta “da che parte voglia stare” come se non fosse già chiaro: dalla sua stessa parte: quella delle poltrone, dei privilegi e dei soldi a spese della nostra salute e nostro futuro!
Stesso discorso vale per il M5S parte integrante del cosiddetto “modello Sicilia”.
Ribadiamo ancora una volta che non servono le illusioni elettorali ma 10-10-100 manifestazioni come queste di assedio alla base, tagli delle reti, cacciata dei politici illusionisti e traditori in una parola la lotta!
Anche a Niscemi come in Val Susa e ovunque dove si lotti lo stato risponde con la repressione nel tentativo di intimidire militanti e popolazione a esprimere legittimamente il proprio dissenso circa atti lesivi del proprio futuro.

Per lo smantellamento del MUOS e di tutte le basi USA/NATO!

Cacciamo Crocetta e il governo regionale complice e traditore!

Contro la repressione di stato!

Ribellarsi è giusto!

Circolo proletari comunisti Palermo

prolcompa@libero.it

pc 9 agosto - Napolitano e governo Letta al traino del disegno reazionario di Berlusconi

Il gioco sembra scoperto, Berlusconi, il pdl e il coacerto di interessi che ci sono indietro, fanno ostruzionismo parlamentare e giudiziario contro la sentenza che ha condannato Berlusconi per vanificarne gli effetti costringere Napolitano e Parlamento  a tagliare le mani a giudici e sentenze.
Napolitano,governo e parlamento pur di mantenersi in piedi lo assecondano con qualche mal di pancia.
Noi pensiamo che Berlusconi sia ora l'anello che tira tutta la catena di questo governo, di Napolitano  e vogliamo che questa catena lo tiri giù.. 

proletari comunisti


pc 9 agosto - Egitto: non fatevi imbrogliare dall’esercito!

Egitto: non fatevi imbrogliare dall’esercito!

CONDIVIDI !!Dichiarazione di Fatma Ramadan dirigente sindacale indipendente egiziana mette in guardia membro del Comitato Esecutivo della Federazione egiziana dei sindacati indipendenti   La “fiducia” ad Al-Sisi è un veleno […]

Dichiarazione di Fatma Ramadan
dirigente sindacale indipendente egiziana mette in guardia
membro del Comitato Esecutivo della Federazione egiziana dei sindacati indipendenti

La “fiducia” ad Al-Sisi è un veleno mortale
I miei compagni, i lavoratori egiziani, stanno lottando per i loro diritti e per un Egitto migliore. I lavoratori egiziani sognano libertà e giustizia sociale, sognano il lavoro in un momento in cui ladri che vengono chiamati imprenditori chiudono le fabbriche per intascare miliardi. I lavoratori egiziani sognano salari equi mentre sono sottoposti al dominio di governi che pensano solo a fare investimenti a scapito dei lavoratori, dei loro diritti, e persino contro la loro vita. I lavoratori egiziani sognano una vita migliore per i loro figli. Sognano cure mediche quando sono malati, ma non le trovano. Sognano quattro mura in cui si potersi rifugiare.
Già prima del 25 gennaio [2011] i lavoratori egiziani rivendicavano i loro diritti con scioperi e manifestazioni, sono le medesime richieste rimaste senza risposta anche dopo il rovesciamento di Mubarak. Sia i Fratelli Musulmani che l’esercito hanno negoziato con la sinistra, la destra e il centro, senza mai prendere in considerazione le esigenze dei lavoratori e i loro diritti. L’unico loro obiettivo è spegnere le scintille che i lavoratori hanno acceso con la loro lotta e far sì che, in questi tempi oscuri, restino scintille che ardono isolate l’una dall’altra.
È stato proprio l’esercito a stroncare con la forza gli scioperi a Suez, al Cairo, a Fayyoum e in tutto l’Egitto! È stato proprio l’esercito ad arrestare tanti lavoratori sottoponendoli a processi militari, solo perché avevano messo in pratica il loro diritto di organizzarvi, scioperare e protestare pacificamente! I militari hanno sistematicamente operato per criminalizzare il diritto di sciopero con una legislazione che vieta a tutti gli egiziani di organizzare proteste pacifiche, scioperi e sit-in!
Poi sono arrivati Mursi e i Fratelli Musulmani, che hanno proseguito sulle orme di Mubarak con licenziamenti, arresti, blocco violento degli scioperi. È stato Mursi a scatenare i cani della polizia contro i lavoratori della Titan Cement di Alessandria, coprendosi le spalle con il Ministro degli Interni e i suoi scagnozzi. E quei poliziotti e ufficiali dell’esercito che oggi vengono osannati sono assassini! Sono gli assassini di onesti, giovani egiziani. Sono l’arma delle autorità contro tutti noi, e rimarranno sempre tali, a meno che quelle istituzioni non vengano ripulite.
Mentre i capi dei Fratelli Musulmani progettano quotidianamente contro popolo egiziano quei crimini, che hanno causato la morte di persone innocenti, da parte loro esercito e polizia li fronteggiano con altrettanta brutale violenza e con l’assassinio. Tutti noi sappiamo bene quando intervengono l’esercito e la polizia! Intervengono molto tempo dopo l’inizio degli scontri, quando stanno per finire, dopo che il sangue è stato versato. Perché non intervengono per prevenire i crimini dei Fratelli Musulmani contro il popolo egiziano? Chi ha interesse che questa lotta e questo spargimento di sangue continui? È nell’interesse sia dei capi dei Fratelli Musulmani sia dei militari. Così come i poveri sono carne da cannone per le guerre tra stati, i poveri, gli operai e i contadini egiziani sono carburante per i conflitti interni. A Mokattam e a Giza, sono stati uccisi i figli innocenti idi facchini!
Oggi, ci è stato chiesto di manifestare per autorizzare l’orgia assassina di Al-Sisi, e vediamo che tutte e tre le federazioni sindacali sono d’accordo: la Federazione sindacale del governo egiziano (FSE), il Democratic Labour Congress egiziano (EDLC), e la Federazione Egiziana dei Sindacati Indipendenti (EFITU) (di cui io sono un membro del Comitato Esecutivo). Ho discusso con i membri del comitato esecutivo del’EFITU allo scopo di convincerli a non invitare i membri del nostro sindacato e il popolo egiziano a scendere in piazza il Venerdì, confermando con questo invito che l’esercito, la polizia, e il popolo sono mano nella mano, com’è detto nell’appello [di Al-Sisi].
Io sono stata messa in minoranza, con quattro voti contro nove voti, e quindi tutte le tre federazioni sindacali hanno chiesto ai lavoratori di unirsi alle manifestazioni con il pretesto della lotta al terrorismo.
Siamo quindi sul punto di cadere dalla padella nella brace. I Fratelli Musulmani hanno commesso crimini e devono essere ritenuti responsabili e perseguibili per questi crimini, proprio come gli ufficiali e gli uomini del regime di Mubarak, della polizia e dell’esercito devono essere ritenuti responsabili e perseguibili per i loro crimini. Non cadere nell’inganno di sostituire una dittatura religiosa con una dittatura militare.
I lavoratori egiziani sono consapevoli, perché le loro esigenze sono sacrosante! Vogliono un lavoro per loro e per i loro figli, vogliono un salario dignitoso, leggi che tutelano i loro diritti contro le leggi che gli affaristi di Mubarak hanno fatto per proteggere i loro interessi contro i diritti dei lavoratori.
I lavoratori vogliono uno stato che abbia un vero piano di sviluppo, l’apertura di nuovi stabilimenti che possano assorbire la crescente forza lavoro. I lavoratori vogliono la libertà, tutte le libertà, la libertà di organizzarsi, la libertà di sciopero. Vogliono un paese dove si possa vivere come liberi cittadini senza tortura o assassinii. È necessario capire che cosa si mette di mezzo  tra i lavoratori e le loro richieste.
Lavoratori, non lasciatevi ingannare da chi vi vuole far combattere battaglie che non sono le vostre. Non date ascolto a chi oggi chiede il vostro aiuto e domani vi chiede di smettere di manifestare per le vostre esigenze e i vostri diritti, con il pretesto della lotta al terrorismo.
Fatma Ramadan
Membro del Comitato Esecutivo della Federazione Egiziana dei Sindacati Indipendenti
Venerdì, 26 luglio 2013
Vedi sito:
MENA Solidarity Network – Solidarity with Workers in the Middle East
http://menasolidaritynetwork.com/2013/07/26/egypt-do-not-let-the-army-fool-you-independent-union-leader-speaks-out/

Egypt: “Do not let the army fool you” – independent union leader speaks out
Posted on July 26, 2013
Statement from Fatma Ramadan, member of the Executive Committee of the Egyptian Federation of Independent Trade Unions  – original Arabic  – Thanks to Sara Ajlyakin for the translation, edited by Anne Alexander
Al-Sisi’s “Permission” is a Deadly Poison
My comrades, the workers of Egypt are struggling for their rights and for a better Egypt. Egypt’s workers dream of freedom and social justice, they dream of work at a time when thieves who are called businessmen close down factories to pocket billions. Egypt’s workers dream of fair wages under the rule of a governments that are only interested in promoting investment at the expense of workers and their rights, and even their lives. Egypt’s workers dream of a better life for their children. They dream of medicine when they are sick, but they do not find it. They dream of four walls in which they can take shelter.
Since before the 25th of January and you have been demanding your rights, and your strikes and demonstrations for the same unanswered demands continued after Mubarak’s overthrow. Both the Muslim Brotherhood and the military have negotiated left, right and centre, not once having in mind your demands and rights. All they have in mind is how to put out the sparks you have lit with your struggle in times of darkness, even these sparks all burned in isolation from each other.
Did not the military forcibly end your strikes in Suez, Cairo, Fayyoum, and all over Egypt ? Did not the military arrest many of you and subject you to military trials just for practising your right to organize, strike, and protest peacefully? Have they not adamantly worked to criminalize this right through legislation banning all Egyptians from organizing peaceful protests, strikes, and sit-ins?
Then came Mursi and the Muslim Brotherhood, who followed in Mubarak’s footsteps with dismissals, arrests, and smashing strikes by force. It was Mursi who sent police dogs against workers at Titan Cement in Alexandria, acting through the Minister of the Interior and his men. The same police and army officers who are right now being carried shoulder-high are killers, the killers of honest, young Egyptians. They are the authorities’ weapon against us all – and always will remain so unless these institutions are cleansed.
The leaders of the Muslim Brotherhood are planning crimes against Egyptian people on a daily basis, which have caused the killing of innocent people, while the army and the police are facing these with brutal violence and murder. But let each of us remember, when do the army and police intervene? They intervene long after clashes have begun and are almost coming to an end, after blood has been spilled. Ask yourselves, why don’t they prevent these crimes committed by the Muslim Brotherhood against the Egyptian people before they start? Ask yourselves, in whose interest is this continuation of fighting and blood-letting? It is in the interest of both the leadership of the Muslim Brotherhood and the military together. Just as the poor are cannon-fodder for wars between states, Egypt’s poor, workers and peasants, are fuel for internal war and conflict. Has not the doorman’s innocent son been killed in Mokattam, and in Giza as well?
Today, we have been asked to go out and authorize Al-Sisi’s killing spree, and we find all three trade union federations in agreement: the government’ Egyptian Trade Union Federation (ETUF), the Egyptian Democratic Labour Congress (EDLC), and the Egyptian Federation of Independent Trade Unions (EFITU) (of which I am a member of the Executive Committee). I debated with members of the EFITU executive committee in order to convince them not to issue a statement calling on its members and the Egyptian people to go down on Friday, confirming that the army, the police, and the people are one hand as stated in the statement. I was in the minority, winning four other votes versus nine votes, and thus all three trade union federations called for workers to join the protests on the pretext of fighting terrorism.
We are thus faced with jumping out of the frying pan into the fire. The Muslim Brotherhood committed crimes and it must be held accountable and prosecuted for them, just like police and army officers and men of the Mubarak regime must be held accountable and prosecuted for their crimes. Do not be fooled into replacing a religious dictatorship with a military dictatorship.
Workers of Egypt, be aware, for your demands are crystal clear. You want work for you and your children, you want fair pay, laws that protect your rights against the laws that the businessmen of Mubarak have designed to protect their interests against your rights. You want a state which has a real plan for development, opening new factories in order to absorb a growing labour force. You want freedom, freedom of all kinds, freedom to organize, freedom to strike. You want a country where you can live as free citizens without torture or murder. You have to specify what stands between you and these demands. Do not be fooled and let them take you to battles not your own. Do not listen to those who ask of you today and tomorrow to stop pressing for these demands and rights on the pretext of fighting terrorism.
Fatma Ramadan
Member of the Executive Bureau of the Egyptian Federation of Independent Trade Unions Friday, July 26, 2013

da operai contro



pc 9 agosto - NO MUOS - domani corteo a Niscemi


muos 95Domani è prevista a Niscemi una grande manifestazione popolare che finirà alle porte della base della U.S.Navy in contrada Ulmo; sarà la prima larghissima iniziativa dopo la scelta della Regione guidata da Rosario Crocetta di "revocare le revoche" e quindi permettere il compimento dei lavori di costruzione del Muos. Ma il Movimento non si è mostrato inerme davanti i trabocchetti politici e rilancia la lotta a partire, appunto, da questi intensi giorni di agosto. Anche questa volta risponderanno/ risponderemo in tanti, dalla Sicilia e non solo: ecco i nostri perchè.

Fase.
A volte, quando lo squilibrio di forze sembra insuperabile, succede che a diventare fondamentale sia la determinazione. Succede cosi che anche partite che sembrano più difficili di altre regalino sorprese: gli avversari sono forti, anzi, si moltiplicano ma la reazione c'è, si vede, colpisce nel segno. La determinazione è un'arma in più per chi non accetta di subire la prepotenza!
Con questo spirito si apre la settimana NoMuos di lotta contro avversari di non poco conto: Usa, Governo italiano, lobbies della guerra e, infine, governo regionale siciliano. Con questo spirito incombe quella che si preannuncia come una grande manifestazione, quella di domani, 9 agosto, a Niscemi, fuori dalla base della marina militare statunitense.
C'è una nuova fase, politico-sociale; c'è il voltafaccia di Crocetta che da presunto paladino della lotta contro il Muos svela, se ancora servisse, il volto sporco della politica; ma ci sono anche i Comuni occupati (Niscemi, Caltagirone, Ragusa, Piazza Armerina, Modica) e un Campeggio di lotta che fa da cornice a questa fase di rilancio della mobilitazione.
In migliaia stanno giungendo in queste ore a Niscemi, sintomo della diffusione di una battaglia che sta facendo parlare di sè.
Gli ultimi mesi di mobilitazione permanente ci danno infatti il segno di una costante crescita del Movimento NoMuos che, come sostenevamo lo scorso inverno, aveva saputo cambiare pelle: da movimento d'opinione a movimento reale di lotta. Così, nonostante sia proporzionalmente cresciuta la repressione, si siano moltiplicate le pressioni, la mobilitazione si è fatta quotidiana e trasversale: le mamme NoMuos, i presidi, i picchetti, i tagli delle reti. Questo nonostante le trappole di una politica marpiona, intenzionata a prendere tempo mostrando un volto buono. Assessorati, giudici e tribunali, relazioni scientifiche e pareri potevano essere il grimaldello attraverso cui soffocare la protesta. Almeno nei piani delle controparti. Ma gli anticorpi hanno funzionato, il Movimento NoMuos non ci è cascato e, se dall'alto si provava a depotenziare, in basso si sedimentavano pratiche, soggettività.
Oggi si apre una nuova fase, quella in cui il fronte avversario si compatta; quella in cui gli interessi economici, di potere e sfruttamento, devono (o provano a) dettar legge.
Ora più che mai è quindi il tempo di una resistenza autonoma, popolare, di massa. É il tempo di riaffermare diritti ed alzare la voce. É il tempo di fermare il Muos!
Per queste ragioni torniamo tutti a Niscemi, perché la giornata di domani può davvero dare un segnale chiaro di quanto forte sia la volontà dal basso di fermare quest’opera distruttiva; perché domani potrebbe essere una tappa decisiva che sappia mettere in discussione quei rapporti di forza tra chi sui territori ci specula devastandoli per gli interessi di pochi, e chi si sente - giustamente - vivendoli i territori, in diritto e in dovere di autodeterminarli. Queste sono le giornate in cui l’arroganza, la brutalità e la forza di manganelli e divise può non bastare difronte alla consapevolezza che solo l’iniziativa collettiva, trasversale ed eterogenea, ma unita e decisa a puntare all’obiettivo senza se e senza ma, può bloccare il muos!

pc 9 agosto - USA - lo stato guida di tutti gli sbirri assassini

USA: ammazzato con il taser a 18 anni, per un graffito

USA: ammazzato con il taser a 18 anni, per un graffito
Morire per un graffito, a soli 18 anni: è accaduto a Israel Hernandez-Llach, teenager di origini colombiane, trasferitosi da qualche anno in Florida, e nonostante la sua giovane età già diventato un noto muralista. Conosciuto come Reefa, martedì all’alba il giovane stava facendo dei graffiti sul muro di un Mc Donald’s abbandonato a Miami Beach. Quando é stato intervettato da una pattuglia dalla polizia, intorno alle cinque del mattino, ha cercato di scappare, ma i solerti agenti lo hanno inseguito. E per bloccarlo, forse stanchi di correre, i poliziotti lo hanno colpito al torace con il taser, la pistola elettrica definita ‘arma non letale’ e da tempo in dotazione alle forze di polizia degli Stati Uniti e di altri paesi. Reefa é caduto a terra ed é morto poco dopo in ospedale, al Mount Sinai Hospital, forse per un arresto cardiaco dicono i medici. 
''Gli agenti sono stati costretti a usare il taser per evitare uno scontro fisico'' si è giustificato il locale capo della polizia Ray Martinez al quotidiano Miami Herald. Ma secondo due degli amici di Reefa, testimoni di quanto accaduto, i poliziotti si sono congratulati uno con l'altro dopo averlo colpito con il taser. ''Era per terra e loro si divertivano'' afferma uno dei ragazzi, Thiago Souza. L'altro, Felix Hernandez, riferisce di aver visto cinque poliziottti inseguire Reefa. La sorella del ragazzo, Offir Hernandez, ha spiegato che il fratello ''voleva cambiare il mondo attraverso l'arte''. ''Vogliamo delle risposte, voliamo sapere cosa è successo'' denuncia ora. Reefa era uno scultore, pittore e fotografo, oltre a dilettarsi nell'eseguire graffiti sui muri degli edifici abbandonati, una passione che gli è stata fatale. L'avvocato della famiglia, Todd McPharlin, ha ricordato ai media locali che chiederà l'apertura di un'indagine indipendente sulla vicenda. "La polizia lo aveva già avvertito che se lo avesse trovato ancora una volta lo avrebbe riempito di botte", ha detto al Miami Herald Tracy West, una parente del ragazzo.
Secondo un rapporto di Amnesty International tra il 2008 e il 2011 negli Stati Uniti - dove i taser sono molto usati dalla polizia - sono morte 334 persone, dopo essere state colpite dalla micidiale arma. Le vittime salgono a 500 negli Stati Uniti dal momento della sua introduzione nelle dotazioni delle pattuglie, nel 2001. E nel 90% dei casi letali coloro che sono stati colpiti da un "uso eccessivo della forza" erano disarmati.
L'Onu nel 2007 aveva sostenuto che l'uso di queste armi "causa dolori acuti, costituendo una forma di tortura".
 
marcosantopadre contropiano

giovedì 8 agosto 2013

pc 8 agosto - verso le Tesi e la Scuola Quadri del Partito Comunista maoista

Proletari Comunisti lavora in questi giorni alla riproposizione aggiornata delle Tesi del Partito Comunista maoista: Le riprende in mano per una nuova assimilazione a distanza di alcuni anni dalla loro uscita
facendo anche tesoro di tutto quello che è stata la nostra ulteriore elaborazione e lotta sul piano nazionale e internazionale.
Sul piano internazionale la nostra attività, scelta e organizzazione si sono affermate in maniera nitida e e avanzata. Questo è un punto di forza che ci permette di portare avanti in maniera più decisiva il processo di costituzione/costruzione del Partito Comunista maoista in Italia avviato nel 2000.
Il fronte principale della nostra battaglia è divenrrà sempre più quello teorico per costruire un gruppo dirigente compatto ideologicamente e operoso.
Dobbiamo affermare nel nostro paese il primato del Partito, il primato della teoria marxista-leninista-maoista, con lo strumento delle Tesi.
La scuola quadri di questanno ha lo scopo di dare ai compagni vecchi e nuovi, giovani e meno giovani, impegnati principalmente nelle lotte e/o già con un buon livello di impegno politico generale, nazionale e internazionale, una formazione di base più alta e completa, netta e chiara, che faccia da carattere distintivo tra le avanguardie operaie, studentesche , rispetto al panorama delle forze e dei gruppi revisionisti e opportunisti operanti in Italia.
Costruiamo il Partito Comunista mlm non come “piccolo gruppo” ma come impresa storica necessaria agli operai, ai giovani, alle masse popolari oggi per fare la rivoluzione e spazzare via tutto questo sistema nel nostro paese e, insieme ai proletari e ai popoli oppressi, in tutto il mondo.
Noi dirigiamo e organizziamo il sindacato di classe, il movimento delle donne, la gioventù proletaria, studentesca e ribelle, così come tutti gli altri campi della lotta di classe, perchè servano alla rivoluzione per il potere proletario e socialista in marcia verso il comunismo.


Proletari Comunisti -PCm Italia

agosto 2013

pc 8 agosto- La memoria di Valerio Verbano fa ancora paura ai fascisti e allo Stato che li protegge!

I topi di fogna, fascisti di merda, si accaniscono ancora con la memoria di Valerio Verbano.
Hanno distrutto la lapide ma Valerio vive nelle lotte di oggi, l'antifascismo vive e noi vi ricacceremo ancora nelle fogne. 

Ora e sempre Resistenza!





Valerio Verbano, militante antifascista dell'Autonomia Operaia, è stato ucciso il 22 febbraio del 1980 dai fascisti dei Nar perché stava indagando sulla trama nera che univa fascisti, forze dell'ordine e istituzioni

pc 8 agosto - Forte dei Marmi: reti, lusso, razzismo, neofascismo e…PD


altRiceviamo e publichiamo il comunicato del Coordinamento Anticapitalista Versiliese in merito al tentativo di tagliare la rete installata dal PD sotto il pontile per negare l’ombra ai venditori ambulanti
L’azione antifascista di Sabato contro la rete anti-immigrati, sotto il pontile di Forte dei Marmi, ha svelato realtà culturali e politiche ben più gravi e oltraggiose, rispetto alla decisione di togliere l’ombra, unica fonte di riparo dal torrido caldo estivo, agli ambulanti che cercano di sopravvivere alla povertà creatali dagli stessi stati sovrani di potere in cui si trovano attualmente. La simbologia del taglio della rete, come a Chiomonte per i cantieri della TAV, stava a denunciare l’atto razzista di una amministrazione, ma largamente approvato dalla cittadinanza, di ricorrere a sistemi xenofobi e di chiaro stampo nazi-fascista, per un problema che non si risolverà mai con la tolleranza zero.
La vicenda che crediamo esser ancor più grave, è ciò che è avvenuto sopra il pontile, dove il gruppo antifascista, è stato accolto da bagnini, bagnanti e giovani provocatori di dichiarata matrice fascista. Ciò che ci siamo trovati davanti sono stati saluti romani, inni al Duce, totale disprezzo per il diverso e addirittura frasi che millantavano approvazione per il narco-traffico russo rispetto alla presenza di ambulanti sulla spieggia.
Ormai Forte dei Marmi si è svelata nella sua realtà fascista, da sempre storicamente la destra ha governato uno dei posti più in e di lusso della Versilia, da sempre il lusso il disprezzo per la povertà, il menefreghismo culturale dei frequentatori e gli abitanti di quella città ha caratterizzato le scene politiche del comune fortemarmino, ma con ieri si ha la riprova che al Forte come nel resto d’Italia il fascismo e l’ignoranza culturale dilaga a macchia d’olio di pari passo con la crisi, che il sacrificio dei nostri antenati, che son morti per la libertà e per un mondo antifascista, sul quale poi si è creata la nostra costituzione, è offeso e disprezzato dall’indecenza fascista che non merita il minimo rispetto.
Questo non farà che rafforzare la militanza antifascista, questo sarà sinonimo di lotta persistente contro la xenofobia e il nazismo culturale, questi loro gesti queste loro parole saranno il pane per le nostre battaglie. Come Antifascisti versiliesi chiediamo che i diretti interessati nella foto, i partecipanti allo schifoso teatrino da camerati e l’amministrazione comunale, si scusino con la comunità locale e con l’intera Nazione, per aver commesso reato di apologia di fasciamo, per aver ridicolizzato la Versilia marchiandola come nera e fascista e per aver dichiaratamente espresso l’appartenenza all’ideologia razzista che va contro ogni trattato per i diritti umani.
C.A.V (Coordinamento Anticapitalista Versiliese)
CARACOL Viareggio (Circolo R@P)
Brigata Sociale Anti Sfratto Unione Inquilini Viareggio

pc 8 agosto - NO TAV una battaglia quotidiana

No Tav. Aggiornamenti e attacco alla Comunità Montana 

altDopo la mobilitazione della giornata di ieri e il blocco dell’autostrada fino a quando i no tav trattenuti trattenuti in Via Veglia sono stati rilasciati, continua il presidio al Vernetto. Chi puo’ e’ invitato a raggiungerlo per dare il cambio.
Stamane si sono svolti gli interrogatori ai 3 arrestati ai quali e’ stato convalidato l’arresto, assistiti dagli avvocati del Legal Team, si trovano ora in carcere.
Nella mattinata di oggi la Questura di Torino ha emesso un comunicato in cui elenca i 7 foglia di via (della durata di tre o due anni) e la posizione di un ragazzo spagnolo che sara’ espulso dall’Italia. Nel comunicato, immancabile il tentativo di dipingere i No Tav come mostri a tre teste che avrebbero potuto causare gravi incidenti con il blocco dell’autostrada…anche questa volta, pero’, tale eventualita’ non si e’ verificata, ma tutto fa brodo quando si ha l’obiettivo di dipingere  il movimento come il nemico pubblico numero uno!
La stampa come sempre parziale, se non addirittura tifosa, omette di dire che nella notte tra il 2 e il 3 agosto è avvenuta un’intrusione nella sede di Bussoleno (TO) della Comunità Montana Valle Susa e Val Sangone che ha provocato la forzatura del cancello principale e di alcuni infissi, il furto di un personal computer, il danneggiamento di 3 autovetture  dell’ente, con taglio di pneumatici e rottura di parti nell’abitacolo. Evidentemente questa e’ una notizia che la nostra stampa locale non vuole dare, ma noi crediamo che sia un fatto molto grave, che va ad aggiungersi a diversi attacchi, alcuni anche pericolosi, che ci sono stati a danni di attivisti nel movimento nei giorni scorsi. Evidentemente fa piu’ notizia, o raccoglie piu’ consensi tra i potenti di turno, sbattere in prima pagine le lettere farlocche che Esposito denuncia, piuttosto che riportare cio’ che la lobby del Tav commette quotidianamente in Val di Susa (vi dicono qualcosa i presidi bruciati?)
Vicini ai ragazzi che si trovano ora agli arresti, convinti di percorrere la strada giusta e desiderosi di rilanciare la mobilitazione, ci diamo appuntamento stasera per l’assemblea alle ore 21 al presidio del Vernetto!
È il tempo della lotta, forza No Tav!

per scrivere agli arrestati:
Gaia Taino, Gabriele Gatto, Domenico Piscella
Casa Circondariale “Lorusso e Cotugno”
Via Maria Adelaide Aglietta n. 35
10151 Torino

pc 8 agosto - LE DONNE CHE FANNO I NOSTRI JEANS

Intervista a Kalpona Akter di Sarah J. Robbins per The Daily Beast, 28.7.2013. Traduzione, adattamento e note Maria G. Di Rienzo.

Kalpona Akter è la fondatrice del “Centro per la solidarietà fra i lavoratori del Bangladesh”. Per aver organizzato le operaie della fabbrica in cui lavorava, una produzione delocalizzata dell'americana Wal-Mart, Kalpona è stata minacciata, bastonata, licenziata e infine incarcerata per aver “fomentato disordini fra i lavoratori del ramo tessile” dietro denuncia della Wal-Mart stessa. Sarà utile sapere che se riconosciuta colpevole Kalpona può persino essere condannata alla pena capitale.) 
A tre mesi dal collasso di una fabbrica di indumenti a Rana Plaza, nella periferia di Dhaka in Bangladesh, che ha ucciso più di 1.100 lavoratori - il disastro più mortale nella storia dell'industria tessile - politici e investitori internazionali hanno cominciato a rispondere alla domanda pubblica di migliori condizioni di lavoro. Il 15 luglio scorso, il Parlamento del Bangladesh ha approvato una legge sul lavoro che rafforza i diritti dei lavoratori; la settimana precedente, 17 compagnie nordamericane - fra cui Wal-Mart, Gap e Target - hanno annunciato un piano per migliorare gli standard sulla sicurezza. Ma le iniziative che emergono dalle macerie sono solo un punto d'inizio, dice una delle più conosciute attiviste per i diritti dei lavoratori del suo paese, Kalpona Akter. 
Fondatrice e direttrice del “Centro per la solidarietà fra i lavoratori del Bangladesh”, Kalpona Akter rappresenta i tre milioni e mezzo di donne che sono i motori dietro l'affare più grande del paese. La missione, per lei, è anche profondamente personale: dopo che suo padre si ammalò e non fu più in grado di sostenere la famiglia, la 12enne Kalpona cominciò a guadagnare 6 dollari al mese per 400 ore di duro lavoro in fabbrica. Ha combattuto questa lotta e tenuto duro per anni, sino a che è stata licenziata per aver tentato di costituire un sindacato. 
Parlaci della tua esperienza come lavoratrice nelle fabbriche di indumenti a Dhaka. Le condizioni sono cambiate da quando tu hai cominciato a lavorare e se sì, come?
Kalpona Akter (KA):
Poichèho lavorato in fabbrica da quando avevo 12 anni, conosco bene le lunghe ore, i giorni persino, di lavoro senza pause; le difficoltà dovute alle paghe basse e le condizioni insicure in cui si lavora nel settore, e la tremenda pressione e gli abusi diretti a non farti parlare contro tutto ciò. Sebbene le condizioni in cui ho lavorato da bambina - incluse le scale inagibili e la sporcizia e la grande presenza di minori - non siano sempre prevalenti, restano le questioni meno visibili come l'impossibilità di organizzarsi collettivamente e di agire per il cambiamento all'interno delle fabbriche.
Perchè i diritti dei lavoratori sono una “faccenda di donne” in Bangladesh?
KA: Nel settore degli indumenti chi lavora in modo predominante sono le donne; perciò, oltre ai mestieri domestici che fanno di prima mattina e la sera, le donne lavorano dalle 10 alle 12 ore al giorno in fabbrica. Il prezzo che l'orario lungo e le condizioni di lavoro fanno pagare alle famiglie in tutto il paese èun altro esempio del persistere degli effetti negativi.
La tragedia di aprile ha cambiato il dialogo internazionale sulle condizioni di lavoro e i diritti dei lavoratori?
KA: Rana Plaza è il più grande disastro delle centinaia di disastri già accaduti nelle fabbriche ovunque in Bangladesh e che hanno fatto molti più morti. Forse ha alzato il profilo ma certamente non è stato l'inizio del dialogo internazionale. Ciò che il collasso di Rana Plaza ha fatto (così come nei casi di Smart e Tazreen) è stato collegare specifici marchi/imprenditori a questi disastri, concentrando l'attenzione sulle loro responsabilità. Inoltre, ha fatto sì che oltre 60 marchi in tutto il mondo si sentissero costretti a firmare l'Accordo per la sicurezza in materia di fuochi e costruzioni in Bangladesh. E in generale, Rana Plaza fa luce sulle più profonde istanze infrastrutturali che fronteggiamo, qualcosa che va ben oltre l'industria tessile del paese.
Che ne pensi del piano nordamericano che è stato proposto per migliorare la vita delle lavoratrici del Bangladesh?
KA: In teoria, un documento firmato potrebbe incentivare relazioni buone e durevoli dei marchi con le fabbriche, il che fornirebbe il tempo e le capacità di migliorare le condizioni di lavoro. Tuttavia, il documento che è stato siglato questo mese con molte ditte nordamericane, incluse Wal-Mart e Gap, è peculiarmente differente dall'Accordo sulla sicurezza: quest'ultimo è un documento vincolante, l'altro permette alle ditte di non assumersi effettive responsabilità.
Cosa mi dici delle minacce alla tua libertà e alla tua sicurezza?
KA: Sono stata arrestata assieme a numerose mie colleghe nel 2010, dopo la nostra lotta per avere migliori stipendi. Di conseguenza, al “Centro per la solidarietà fra i lavoratori del Bangladesh” è stata revocata la registrazione legale. Nel 2012, mentre eravamo ancora illegali, il nostro organizzatore Aminul Islam (1) è stato assassinato. Dopo di ciò, molti membri del nostro staff hanno dato le dimissioni, temendo rappresaglie.
Come pensi i lettori dovrebbero agire riguardo le compagnie che fanno affari in Bangladesh? Cosa suggeriresti a loro?
KA: L'industria degli abiti è incredibilmente importante nel nostro paese e quindi lo è per le vite di milioni di lavoratrici e delle loro famiglie: perciò, il nostro messaggio non è quello del boicottaggio. Piuttosto, i consumatori possono far pressione sulle ditte e sui loro governi affinchè chi usa le fabbriche in Bangladesh lo faccia stabilendo con esse relazioni giuste e durevoli.
(1) Nato nel 1973, era sposato e padre di due figli e una figlia. Arrestato con Kalpona nel 2010 era stato torturato durante la detenzione. Prima dell'assassinio stava organizzando i lavoratori dello Shanta Group, che produce indumenti per diverse compagnie statunitensi fra cui Nike e Ralph Lauren. Il suo corpo, che di nuovo recava segni di tortura, fu trovato privo di vita il 6 aprile 2012 su una strada di Ghatail, a nord di Dhaka.