sabato 24 dicembre 2011

pc 24 dicembre - CHE SUCCEDERA' DEI DIRITTI SINDACALI NELLE AZIENDE FEDERMECCANICA (da Opuscolo 2 "speciale Fiat)

Riportiamo buona parte della nostra critica all’attacco, stravolgimento dei diritti e normative sindacali contenuto nell’accordo Mirafiori (che si trova integrale nell’opuscolo 2 dello “speciale Fiat). Essa mostra concretamente l’effetto che ha l’applicazione dell’accordo Pomigliano a tutta la Federmeccanica.

“… la parte dell'accordo sui “diritti sindacali”, è quella più coerente col fascismo padronale. Non introduce solo modifiche in peggio, generalmente illegali, ma riscrive materialmente lo Statuto dei Lavoratori nelle parti sulle ‘Libertà e attività sindacali’.
La Fiat anticipa e si sostituisce al governo, scrive e applica già quello ‘Statuto del Lavoro’, voluto da partiti ed esponenti di destra, di centro e di “sinistra”, che sostituisca i diritti dell’impresa ai diritti dei lavoratori…
L’accordo sui “diritti sindacali” (mai titolo fu più falso) nell'art. 1 usa pro domo Fiat, l’art. 19 dello Statuto dei Lavoratori. Si scrive che possono essere costituite rappresentanze sindacali aziendali “dalle Organizzazioni sindacali dei lavoratori firmatarie del presente accordo”.
Benché questo articolo 19 sia già fortemente limitativo della libertà dei lavoratori di costituire rappresentanze sindacali e finora è stato sempre e solo usato per non riconoscere i cobas, le organizzazioni sindacali di base anche lì dove sono formate e rappresentano la maggioranza dei lavoratori, è falso che l’accordo Fiat si limita ad applicare l’art. 19, sia perché esso prevede la costituzione di associazioni “aderenti alle confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale” (e la Fiom lo è), sia perché per “organizzazioni firmatarie” non si riferisce affatto al singolo accordo ma ai contratti collettivi.
La Fiom ora non potrà essere presente con propri rappresentanti in fabbrica, non potrà indire assemblee in fabbrica, avere diritto all’affissione, ai permessi sindacali, non potrà utilizzare locali interni allo stabilimento per l’attività sindacale, fino al fatto di non poter più richiedere la trattenuta dei contributi sindacali. La Fiom viene messa fuori…
… Coerentemente con questo azzeramento, l’accordo fa fuori anche le RSU, gli operai non hanno più diritto di eleggere loro delegati. Si ritorna di fatto alle vecchie ‘Commissioni interne’ quando le segreterie sindacali nominavano d’ufficio i loro rappresentanti in fabbrica…
Già negli anni le RSU sono state fortemente addomesticate… ma... Marchionne vuole impedire qualsiasi possibilità di essere dei “normali” delegati. La questione Melfi, dei due delegati Fiom avanguardie della lotta rappresentanti effettivi e riconosciuti dagli operai, è stata un campanello di allarme per la Fiat – tanto da licenziarli insieme all’altro operaio. Quali garanzia migliore che azzerare qualsiasi rapporto diretto tra volontà degli operai e rappresentanza sindacale? Quindi via anche le RSU, le segreterie nominino gente “fidata”.
Sui permessi sindacali l'accordo da un lato amplia il loro utilizzo, stabilendo che in aggiunta ai permessi di 8 ore al mese, altri retribuiti saranno definiti con “specifici accordi annuali per ciascuna delle suddette Organizzazioni”, quindi utilizzando tali permessi come premio/ricatto; dall'altro, scrivendo “i titolari di permessi sindacali, retribuiti e non, dovranno registrare su apposito cartellino individuale mensile, controfirmato dal capo responsabile, l'utilizzo dei permessi con indicazione della tipologia, durata, luogo e motivazione di ciascuno”, introduce un inaccettabile e illegale controllo, allo scopo di far diventare i “permessi” non un diritto ma una concessione dell'azienda: “Prima di concedere il permesso la Direzione aziendale – è scritto nell'accordo – verificherà la compatibilità dell'assenza con le ragioni tecniche organizzative e produttive del reparto di appartenenza”; e soprattutto allo scopo di decidere se le motivazioni di richiesta del permesso siano compatibili o meno con gli interessi aziendali. Quindi, sarà la Fiat che alla fine deciderà se un rappresentante potrà per es. andare in un reparto, perchè, cosa deve o non deve dire e fare, ecc…
Tutti gli operai i lavoratori sanno bene l’uso/abuso personale che fanno tanti delegati di tutte le OO.SS. confederali dei permessi sindacali, invece di utilizzarli per fare attività in fabbrica, ma è chiaro che ora con questo accordo Fiat si passa all’uso aziendale dei permessi, e i “dirigenti” dei sindacati padronali forse staranno un po’ di più in fabbrica ma come agenti dell’azienda.
Anche sul diritto di assemblea l’accordo si richiama all’art. 20 dello Statuto dei lavoratori ma lo riscrive quasi totalmente, introducendo soprattutto condizioni restrittive e di controllo: le assemblee potranno essere indette solo per la generalità dei lavoratori – quindi “gruppi di lavoratori”, come invece era previsto dalla legge 300, non hanno diritto a fare assemblee; dovranno essere indette solo “alla fine o all’inizio di ciascun turno di lavoro o collegate alla pausa refezione – così la Fiat si riprende anche la pausa mensa…
Chiaramente anche in tutti gli altri articoli che parlano de diritto di affissione, dei locali delle rappresentanze sindacali aziendali, degli strumenti informatici, del versamento dei contributi sindacali, la premessa è che riguardano solo le “Organizzazioni Sindacali firmatarie del presente accordo”.

Ora la Fiom giustamente attacca tutto questo come antidemocratico, ma doveva farlo anche prima - si ricordi Landini la poesia di B. Brecht “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari...”.
Perché la negazione della democrazia sindacale avviene ogni volta che si impedisce ai lavoratori di fare attività sindacale, di scegliere e organizzare associazioni sindacali, avviene ogni volta che i diritti sindacali passano dai legittimi titolari, i lavoratori, alle organizzazioni sindacali che via via, come ha fatto anche la Fiom in tutti questi anni e come continua a fare in tante altre fabbriche, non agiscono più come “rappresentanti dei lavoratori”, ma secondo linee, metodi, prassi decisi nelle separate segreterie e sulla testa e contro la volontà dei lavoratori. La Fiom finora si è unita al coro contro il riconoscimento di cobas, di organizzazioni sindacali autorganizzate dai lavoratori, alla Fiat ha fatto, insieme agli altri sindacati confederali, anche una “guerra” contro lo Slai cobas, come in tanti altri posti di lavoro continua a farla. Oggi che viene trattata da Marchionne come i cobas, denuncia l’attacco alla democrazia, ma la democrazia non è a senso unico, ed è prima di tutto diritti dei lavoratori.
Landini ha visto da questa estate come andava avanti da parte di Marchionne l’azzeramento di ogni residua democrazia sindacale; ha visto e non poteva non vedere come via via si è consolidato, rafforzato il progetto di attacco ai minimi diritti operai.. Ha visto Landini tutto questo, ha visto scorrere davanti agli occhi in questi mesi il fascismo padronale e governativo. Ma Landini ha continuato a chiedere a Marchionne e al governo: “democrazia”!... Una manifestazione di impotenza, di ottuso e pervicace riformismo che, come sempre succede, indebolisce la lotta di classe e rafforza la reazione...”.

pc 24 dicembre - LANDINI SI LAMENTA E INVOCA LA "DEMOCRAZIA" CONTRO IL FASCISMO PADRONALE

La Fiom sta alle “pezze”, viene trattata dalla Fiat e ora da tutta le aziende della Federmeccanica come e in qualche caso anche peggio, dei cobas, i diritti sindacali previsti per i sindacati firmatari di contratto nazionale applicato nel settore di fatto non le sono più riconosciuti, a partire dai delegati , passando per il diritto d’assemblea, permessi sindacali, fino alla trattenuta della delega in busta paga.
Ma, pur trattata come i cobas, la Fiom non si sogna di rispondere almeno come i cobas reali con un reale radicamento sui posti di lavoro generalmente rispondono a questi attacchi: prima di tutto con la lotta e lo scontro diretto.
Landini continua ad invocare la “democrazia” contro il fascismo padronale, chiede alla politica – cioè al parlamento, agli stessi partiti che, nessuno escluso, appoggiano il piano Marchionne – di ridefinire le regole della rappresentanza: “Si può ripartire insieme dalla democrazia, dalla certificazione della rappresentanza che presuppone, e mi rivolgo anche alla politica e al governo, un intervento sull’art.19”; oppone ai dikat padronali e ai servi dei sindacati di regime la richiesta di referendum – già svuotati e addirittura usati pro domo sua dalla Fiat; avvia una raccolta di firme per un “referendum abrogativo dell’estensione del contratto di Pomigliano a tutta la Fiat” (ma ora è a tutte le aziende dell’auto). E (finalmente) indice 4 ore di sciopero a gennaio e una manifestazione a Roma per l’11 febbraio, vale a dire di sabato e quindi innocua per i Palazzi del potere economico e politico.
E’, come dire, farsi cadere volontariamente una pietra sui piedi!

Quando il fascismo padronale di Marchionne ha cominciato ad imporre i suoi diktat a Pomigliano, la Fiom ha denunciato lo straccio delle regole, dei diritti dei lavoratori e sindacali, ha fatto delle iniziative di lotta, ma poi ha passato la parola ai ricorsi; lo stesso ha fatto con Mirafiori, nonostante qui il NO operaio è stato più netto; poi vi è stata la Fiat Sata con in 3 licenziamenti politici, come monito di Marchionne a tutti i lavoratori che osassero scioperare contro i suoi piani, ma anche qui una iniziale compatta risposta dei lavoratori (anche di molti iscritti alle altre OO.SS.) alla fine è stata resa innocua, scegliendo solo e soltanto le aule dei tribunali, che a favore dei lavoratori certo non sono senza che anche qui pesi la forza della classe.
In fabbrica, tra gli operai e le operaie, la Fiom dal chiamare all’opposizione al piano Marchionne è passata a registrare semplicemente la situazione - che chiaramente con il fascismo ricattatorio di azienda e sindacati suoi agenti attivi, non può che andare peggio anche rispetto alla tenuta di lotta degli operai – e quindi a convincersi e convincere sempre di più che la strada principale era quella degli strumenti legali, della democrazia – ormai seppellita.
Così via via anche il contrasto direzione Fiom/Camusso dell’inizio si è ricucito, fino a mettere un velo pietoso sull’accordo vergognoso del 28 giugno firmato dalla Cgil, sindacati e Marcegaglia, che è stato di fatto l’anticamera dell’art. 8 del governo.
Non opporsi con una linea di classe e strumenti di una Resistenza di classe al fascismo padronale quando vi erano migliori condizioni tra gli operai Fiat, quando stavano tutti ancora in fabbrica, è stato CRIMINALE! Ha di fatto lasciato aperta la porta alla sua estensione oggi nelle fabbriche della Federmeccanica e domani in tutte le aziende della Confindustria. E oggi Landini continua a consegnare gli operai come “agnelli sacrificali” in nome del simulacro della democrazia.
La Fiom parla di democrazia ma il capitalismo sta già oltre nella guerra di classe; quando si fa così, sono venti anni minimo di fascismo padronale e politico che i proletari potranno avere davanti.

Che cosa ancora occorre vedere? Gli operai, i delegati sinceri della Fiom non possono auto suicidarsi.

pc 24 dicembre - natale di lotta - i lavoratori della miroglio di ginosa taranto scrivono allo slai cobas per il sindacato di classe


dagli operai della miroglio

Carissimi slai-Cobas,i lavoratori e le lavoratrici della Miroglio vi vogliono informare che l'incontro tenutosi il 22 dicembre presso il MISE ha prodotto un verbale pieno di chiacchere, senza contenuti concreti, cioè si VEDRA', SI FARA', FORSE FAREMO.
Miroglio ha dato la sua disponibilità a concedere un brevissimo percorso di cassa finalizzato allo stato dell'arte dei progetti in essere per GINOSA e CASTELLANETA.
Progetti che hanno mostrato ancora una volta grosse difficoltà da un punto di vista FINANZIARIO a nostro parere non c'e' niente.
Inoltre la riunione di ieri ha accentuato maggiormente i conflitti con le OOSS che invece di innalzare "Miroglio" distruggono quello che di buono i lavoratori da soli hanno fatto. Abbiamo manifestato per ROMA senza che le OOSS fossero con noi e questi signori parlano di essere al nostro fianco niente di più FALSO.
Nel chiedervi di darci una mano soprattutto a livello nazionale sugli organi di stampa a incalzare la famiglia Miroglio (accettiamo suggerimenti), vogliamo rivolgervi i più sinceri auguri di BUON NATALE e UN ANNO NUOVO PIU' SERENO.

GINOSA 24 DICEMBRE


I LAVORATORI E LE LAVORATRICE DELLA MIROGLIO DI GINOSA


Lo slai cobas per il sindacato di classe condivide pienamente il giudizio dei lavoratori e lavoratrici Miroglio e si attiverà sin da ora a livello locale e
nazionale per dare forza alle vostre ragioni.
Saremo presenti a Taranto e a Ginosa nei giorni in cui a Roma pretendono di decidere e se le decisioni non saranno quelle dei lavoratori, dopo una pressione in provincia e regione e una assemblea a Taranto il 14 gennaio, a cui vi invitiamo sin da ora a partecipare, il 27 gennaio porteremo noi i lavoratori Miroglio a Roma con il sostegno dei cobas a livello nazionale
Ricambiamo gli auguri per le feste e in particolare vi auguriamo un anno migliore di questo.

Slai cobas per il sindacato di classe Taranto
coordinamento provinciale
cobasta@libero.it


La situazione di questi operai è per certi versi simile a quella delle operaie Omsa, degli operai Fiat di Termini Imerese, ecc.
Una grande azienda internazionale di Alba (Cuneo), di abbigliamento e tessuti, con un fatturato di mille milioni di euro, con 12mila dipendenti, presente in 36 paesi, tra i quali Grecia, Tunisia, Egitto, ma anche Turchia, Russia e recentemente Bulgaria, con 340 negozi in Italia e 160 all'estero, che produce marchi famosi come Elena Mirò, Krizia, Moschino, Motivi, ecc., che arriva nel sud, con le istituzioni che le stendono tappeti d'oro e danno finanziamenti, deroghe a leggi per la costruzione su terreni agricoli (diventati da un giorno all'altro edificabili con decreto regionale) e a contratti con l'accordo dei sindacati confederali, e che dopo aver sfruttato il possibile, pagando anche a sottosalari (soprattutto alle donne), chiude i due stabilimenti in provincia di Taranto, butta fuori gli operai e va all'estero dove può fare più profitti per i bassi costi del lavoro.
Un'azienda che dovrebbe essere come minimo sanzionata e a cui uno Stato minimamente legale dovrebbe chiedere la restituzione di tutti i finanziamenti, il suo padrone, leghista, riceve invece dal Presidente della Repubblica l'onorificenza di Cavaliere di Gran Croce, "un attestato concesso a coloro che nel corso della loro vita e della loro carriera professionale si sono distinti per i valori, per l'etica e per la rilevanza sociale delle operazioni condotte"; mentre nel 2007, in occasione della "Festa della donna", Elena Miroglio viene insignita del titolo di Cavaliere della Repubblica per il "contributo dato dal marchio Elena Mirò e dall'azienda al
fine di "emancipare le donne." (parole di Giorgio Napolitano) - questa azienda che quando venne a Taranto dichiarò che per le donne 800mila lire andavano più che bene visto che per loro il lavoro era un di più.

Ieri durante la manifestazione abbiamo intervistato alcuni operai della Miroglio che ci hanno detto:

"La situazione è precipitata nelle ultime settimane perché l'azienda ha aperto la mobilità per tutti e 225 lavoratori. Questo ci ha lasciato sorpresi visto che il 21 settembre in Regione vi è stata la discussione sulle due proposte in campo di riconversione degli stabilimenti di Miroglio, una del gruppo Barbera di Alba settore alimentare e l'altra dell'azienda tessile Marcolana di Prato, e attendevamo l'incontro con il Ministero dello Sviluppo Economico.
Invece dell'incontro, abbiamo avuto il 21 novembre l'apertura della procedura di mobilità. E' il terzo anno che stiamo in cassintegrazione e questa scade il 31 dicembre.
Nelle settimane scorse volevano prolungare la cassintegrazione in deroga di 3 mesi, ma noi abbiamo rifiutato. Per 3 giorni, da lunedì a mercoledì scorso, siamo stati sul tetto dei capannoni dello stabilimento di Ginosa, il 14 dicembre c'è stato un incontro in Prefettura - dove noi abbiamo calato un lungo striscione. Il risultato dell'incontro in Prefettura è un tavolo congiunto il 22 dicembre tra Ministero dello Sviluppo Economico e Ministero del lavoro, con la presenza di tutto il territorio, di Miroglio e dei 2 gruppi di interesse.
Miroglio ha chiuso lo stabilimento di Ginoisa, dopo quello di Castellaneta, perché ora ha cambiato strategia, ha stabilito rapporti con la Cina e ha aperto uno stabilimento in Bulgaria, benché qui sta avendo problemi sulla qualità del prodotto.
La Miroglio ha sfruttato fondi pubblici, la Legge 181, ha avuto un finanziamento di 160 miliardi a fondo perduto, ha fatto elevati guadagni; nonostante tutto questo non ha rispettato gli impegni ad assumere 500 operai e invece ha chiuso e buttato in mezzo ad una strada noi.
Se nell'incontro a Roma del 22 dicembre non vi sarà la riconversione dei due stabilimenti con l'assunzione di tutti i 225 operai e operaie, andremo a portare la protesta direttamente alla sede del Gruppo Miroglio ad Alba.
Sui sindacati confederali, quelli territoriali vanno meglio, ma vi sono grosse difficoltà con quelli nazionali".

Nell'intervento che lo Slai cobas ha fatto dal palco improvvisato della manifestazione di sabato, ha espresso la sua solidarietà agli operai e operaie di Miroglio e la sua disponibilità ad essere a loro fianco, se dopo l'incontro a Roma non vi sono risultati certi per il lavoro a tutti.

Slai cobas per il sindacato di classe - Taranto

pc 24 dicembre - governo, padroni, operai e comunisti

Il governo tecnico di Monti è all'interno della tendenza al moderno fascismo come sistema totalitario del capitale. Tutti i partiti in parlamento, tranne alcune eccezioni, sono all'interno di questo sistema moderno fascista del capitale.
Moderno perchè rispetto al vecchio cambia la forma ma non il contenuto, sotto la parvenza di democrazia borghese si afferma una dittatura aperta che cancella il parlamento democratico borghese, le elezioni come fonte dei governi, le istituzioni e la separazione dei poteri per unificarli sotto il comando dittariale del capitale. Il resto lo fanno il monopolio dei mass-media, le leggi liberticide, lo Stato di polizia che integra lo squadrismo poliziesco e fascista.
Tutte le forze dell'opposizione politica e sociale, le forze proletarie, quelle che si definiscono comuniste che non partono dall'analisi corretta del moderno fascismo, al di là di quello che dicono, sono 'socialdemocratiche' e ripetono la linea e la prassi della socialdemocrazia di fronte all'ascesa del fascismo e nazismo - per cui sono parte della destra del movimento operaio e comunista.
Contro il moderno fascismo occorre il fronte unito proletario e popolare, ma non può che essere dal basso e non un fronte delle attuali forze politiche parlamentari ed extraparlamentari.
Il cuore del moderno fascismo è il fascismo padronale guidato dalla Fiat e che ingloba il neocorporativismo sindacale, contro di esso la pratica giusta all'interno della Resistenza generale al moderno fascismo in formazione è la guerra di classe, le cui forme vanno sperimentate e innovate. Parte della guerra di classe è il sindacato di classe fuori e contro il neocorporativismo sindacale e alternativo al sindacalismo socialdemocratico Fiom. Chi appoggia in qualsiasi forma il vertice Fiom e considera il recinto Fiom come l'ambito del sindacalismo di classe è copertura a sinistra della socialdemocrazia sindacale, sia se si definisce sinistra sindacale, sia se si definisce autorganizzato o operaista.
Sindacato di classe e fronte unito domandano la direzione dell'avanguardia proletaria e comunista, che nel fuoco della lotta di classe e in stretto legame con le masse operaie e proletarie, costruisce il partito comunista di tipo nuovo, il partito comunista marxista-leninista-maoista, come reparto d'avanguardia organizzato della classe operaia e nucleo dirigente delle masse popolari in lotta attraverso la guerra proletaria e popolare di lunga durata, per il potere proletario, il socialismo e comunismo.
Il partito rivoluzionario di classe è ancora nella fase della sua costituzione-costruzione in funzione del nuovo inizio.
Questa fase domanda l'unità dei comunisti autentici, che innanzitutto sono quelli che si delimitano per unirsi.

proletari comunisti -PCm Italia
dicembre 2011

pc 24 dicembre - ACCORDO FEDERMECCANICA: IL FASCISMO PADRONALE TARGATO FIAT AVANZA

Il fascismo padronale targato Fiat, come era ipotizzabile, da ieri si è esteso a tutto il comparto auto, con l’accordo tra Federmeccanica e Fim, Uilm, Ugl, Fismic. Quindi il modello Pomigliano verrà applicato in tutte le aziende della Federmeccanica, che significa anche per questi operai: 18 turni settimanali, aumento delle ore del lavoro straordinario, con gestione unilaterale dell’azienda (anche se questo è irrilevante, visto che anche se fosse previo accordo sindacale, il SI sarebbe scontato), non pagamento dei primi due giorni di malattia, riduzione delle pause, clausole di responsabilità che vogliono dire di fatto divieto del diritto di sciopero, sanzioni per gli operai che si opponessero anche ad un solo punto del contratto; ecc.; a fronte di un misero ‘specchietto delle allodole’ di un piccolo aumento delle maggiorazioni per lo straordinario, che viene ampiamente rimangiato dall’abbassamento del salario visto che l’orario di lavoro aumenta, il carico di lavoro aumenta, la produttività aumenta, quindi lo sfruttamento aumenta, ma il salario resta uguale o si riduce.
Alla ex Fiat di Termini Imerese si può dire che gli operai sono stati due volte gabbati: Marchionne ha chiuso la fabbrica, ma ha lasciato il suo “marchio”, per cui anche la nuova azienda Dr Motor applicherà il ‘contratto Pomigliano’; come tutto l’indotto, la Lamborghini, ecc.
Ma la cosa non finisce qui. Ufficialmente dalla fine del 2012 (alla scadenza del contratto Fiat e di questo accordo Federmeccanica) vi sarà un unico contratto ‘modello pomigliano’ in tutte le fabbriche metal meccaniche; ma è prevedibile che anche il resto del padronato, per ora ancora con le “vecchie, obsolete regole”, non voglia spettare questo termine e, in nome della loro competitività, si affretteranno anche loro con i sindacati di regime a firmare accordi simili.

Marchionne mesi fa aveva fatto lo “strappo” con la Confindustria, rompendo l’unità padronale, ma ora questa unità si ricostruisce rapidamente e inevitabilmente sul fascismo padronale avviato dalla Fiat, e sul via libera del governo - prima Berlusconi ora confermato da Monti - con l’art. 8 su deroghe a contratti e leggi, anche norme costituzionali.
Come ha dichiarato il segretario nazionale della Uilm, Palombella, l’accordo Federmeccanica è propedeutico al ritorno della Fiat in Confindustria – con Marchionne doppio vincitore, e questa volta sarebbe qualche azienda che non fosse d’accordo col modello pomigliano ad andarsene via..
E’ chiaro che l’altro passaggio naturale, al di là degli opportuni retromarcia momentanei della Fornero (visto che è bene far prima ingoiare ai lavoratori la fase 1 della manovra e poi, dopo le feste come ha detto Bersani, passare alla fase 2 più politica e strategica della manovra) è quello di far fuori lo Statuto dei Lavoratori e l’art. 18 in particolare, insieme ad una riforma del mercato del lavoro – fatta da Monti ma scritta dal Pd Ichino – che prevede riduzione del salario, mobilità del rapporto lavorativo = precarizzazione come norma anche se si chiama contratto a tempo indeterminato, possibile eliminazione della tutela della cassintegrazione, ecc.

Quando nella primavera del 2010 era agli inizi nessuno ha chiamato per nome e cognome l’operazione Marchionne. Solo proletari comunista ha indicato il fascismo padronale che si andava affermando e la necessità di contrastarlo sul nascere con le “armi” adeguate.
Ora è più difficile, ma ora più di prima non c’è altra strada: contro questo moderno fascismo non si può invocare e usare le armi della democrazia borghese, occorre una Resistenza di classe con le “armi” della classe operaia.
Questo lo devono capire in primis gli operai più avanzati, combattivi, con una coscienza di classe; non basta lamentarsi, andare in televisione da ‘Santoro’, chiedere che le istituzioni facciano il loro dovere a difesa delle leggi, contratti, ecc., fare ricorsi.
Non ce la si fa in questo modo contro il fascismo padronale che se ne frega e fa carta straccia di leggi, ricorsi, ecc.
Occorre “prendere il bastone e tirare fuori i denti”!

venerdì 23 dicembre 2011

pc 23 dicembre - mobilitazione in solidarietà con la delegata mimma del policlinico



E FIOM KELLER PALERMO ...IN LOTTA ...CONDIVIDE...
operai Keller

Cc:
Sent: Friday, December 23, 2011 10:01 AM
Subject: R: Fw: Al fianco di Mimma e delle lavoratrici policlinico in lotta a Palermo

Anche nei giorni pre-festivi del natale, sempre più di crisi e sempre più "precario", si sta a fianco di chi lotta e subisce una repressione che va al di là di quello che si mette in conto preventivamente, quando si avviano percorsi di
autorganizzazione, di lotta, fuori dal solito coro di sindacati (e sindacalisti-e) complici o ex concertativi (che magari vorrebbero tornare ad esserlo...). La nostra
vicinanza e sostegno anche a distanza, a Mimma e alle sue colleghe, che come le combattive lavoratrici di coop sociali e della scuola, non intendono cedere a ricatti, pressioni, ingiustizie. Se i rapporti di forza sarannno favorevoli, oltre all'impegno, la resistenza un minuto più dei padroni, pubblici o privati e dei loro cani da guardia, le cose cambiano e non sempre in peggio...
Saluti a tutte-i
Trasmette Unione Sindacale Italiana - segreteria nazionale confederale

pc 23 dicembre - Siena per la chiusura di casapound

Contro il razzismo, solidarietà ai migranti, chiudiamo Casa Pound

Assemblea Pubblica "Contro il razzismo, solidarietà ai migranti, chiudiamo casa Pound ", mercoledì 21 dicembre, ore 19:00, Stanze della Memoria, via Malavolti 9 Siena- Assemblea

Siena Beni Comuni invita la cittadinanza e le forze sindacali, politiche e dell’associazionismo che si riconoscono nei valori democratici della nostra Costituzione a partecipare all’Assemblea Pubblica “Contro il razzismo, solidarietà ai migranti, chiudiamo Casa Pound".

Martedì 13 dicembre a Firenze vengono assassinati due cittadini senegalesi e altri vengono feriti dalla stessa arma. Arma impugnata da Gianluca Casseri, neonazista nonché assiduo frequentatore e collaboratore di diverse sedi di Casa Pound in Toscana. Questo fatto cruento non può certo essere interpretato come il sintomo della follia di un individuo, si tratta, piuttosto, della punta di un iceberg. L’odio razziale, propagandato per più di un decennio anche dalle destre parlamentari, è una caratteristica centrale del discorso neo-fascista diffuso da organizzazioni come Casa Pound e Forza Nuova. Nonostante la nostra Costituzione vieti espressamente l’apologia di fascismo e di razzismo, queste organizzazioni sono oggi largamente diffuse sul territorio Toscano e Nazionale. Non è più possibile ignorare questi gruppi dell’estrema destra, coltivando l’illusione che, in fondo, si tratti di pochi e ininfluenti personaggi. Gli ultimi anni hanno visto il coinvolgimento di militanti neo-fascisti in numerosi episodi di aggressione ai danni di attivisti di sinistra nel nostro territorio ed in quello Nazionale con l’appoggio, talvolta evidente, di certi settori istituzionali.Vogliamo ricordare, a titolo di esempio emblematico, il solo episodio dei così detti Fatti di Pistoia, che hanno visto il coinvolgimento diretto dell’assassino Casseri. In quell’occasione, 7 militanti anti-fascisti vennero arrestati con l’accusa di “devastazione e saccheggio” della sede di Casa Pound Pistoia. Nonostante il processo a 6 di loro non sia stato ancora concluso, vogliamo sottolineare l’assoluzione in ultimo grado dell’unico imputato che scelse il rito abbreviato, l’assoluta fragilità ed incoerenza dell’impianto accusatorio e la costante presenza in aula dell’assassino Casseri, scortato dalla Digos, come informatore di Casa Pound Pistoia. A queste aggressioni politiche si sommano le numerose azioni violente e omicide perpetrate ai danni delle comunità migranti e omosessuali, non da ultima quella di domenica 11 dicembre a Torino contro un campo nomadi. Questi fatti, nel loro insieme, dimostrano che ci troviamo di fronte ad un’emergenza civile e democratica. In questo contesto e con l’aggravarsi della crisi economica, è più che mai necessario rispondere con forza a queste organizzazioni e alla cultura dell’odio da esse propagandata. Raccogliamo l’appello delle comunità migranti toscane e lo facciamo nostro: le organizzazioni neo-fasciste devono essere dichiarate illegali immediatamente. Questo sarà solo il primo passo per poter rispondere al discorso razzista, dimostrarne l’incoerenza logica, le false premesse e, finalmente, costruire nel nostro Paese una cultura del rispetto delle differenze religiose, sessuali, culturali, etniche e di
genere.Quello che vi propone Siena Beni Comuni e’ di stendere un documento unitario da presentare alle istituzioni per chiedere di dichiarare illegale Casa Pound sulla base della Costituzione Italiana. L’Assemblea Siena Beni Comuni invita la cittadinanza e le forze sindacali, politiche e dell’associazionismo a farsi partecipi e protagonisti di questo processo politico e culturale, iniziando dal nostro territorio. Chiudiamo Casa Pound Siena per affermare che la cittadinanza senese, nelle sue molteplici e legittime differenze politiche e ideologiche, è oggi come ieri, anti-fascista e anti-razzista. Mai più diffusione dell’odio razziale, mai più omicidi xenofobi!

pc 23 dicembre - Al fianco di Mimma e delle lavoratrici policlinico in lotta a PA

Al fianco di Mimma e delle lavoratrici policlinico in lotta a Palermo

SE TOCCANO UNA TOCCANO TUTTE!!!

La repressione sul lavoro non spegne ma alimenta la nostra doppia ribellione, scendiamo questa mattina in protesta al fianco di Mimma, delegata dello Slai Cobas per il sindacato di classe, e di tutte le lavoratrici in lotta al Policlinico di Palermo.
La lotta che intreccia la questione di classe alla questione di genere non può
essere delegata ma deve essere combattuta in prima linea contro tutta l'arroganza e il maschilismo che dirigenti, istituzioni, padroni... cercano di mettere in campo ogni giorno contro noi donne.

precarie Coop Sociali e lavoratrici della scuola
organizzate nello Slai Cobas per il sindacato di classe

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Comunicato stampa Palermo,
22 dicembre 2011

Continua la campagna di denuncia e lotta contro il Policlinico e di difesa della nostra delegata cui è stata applicata la sanzione disciplinare sottraendole 1.500 euro dallo stipendio, nonostante ci sia in corso la vertenza legale.

Il Dirigente La Rocca dovrà pagare anche questo!

È stato già fatto un volantinaggio massiccio e sono state affisse le locandine, che sono stati accolti positivamente dalle lavoratrici e dai lavoratori

***

VENERDI’ 23 DICEMBRE, ORE 10.00SIT-IN e ASSEMBLEA ALL’APERTO Davanti la direzione generale

Giù le mani dall’indennità di amministrazione!
Basta al massacro dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori!
Basta a contratti spazzatura!
Basta l “comitato d’affari”, all’arroganza e strapotere di Azienda e sindacati, che decidono sulla nostra pelle!
Basta ai privilegi e al continuo arricchimento della KASTA!
Basta al clientelismo sindacale!
Basta alla violazione della legge sulla “salute e sicurezza”e alla lesione della salute dei lavoratori!
Basta allamortificazione della dignità professionale egli infermieri, spremuti e trattati come tappabuchi!
Basta all’indecente qualità dell’assistenza ai malati!
Basta alla grave carenza igienico-sanitaria!
Basta ai ricatti,alle ritorsioni, alle discriminazioni, ai trasferimenti punitivi, al mobbing!
Giù le mani dalla dirigente del COBAS, colpita perché difende i diritti dei lavoratori e dei malati!
Contro i diritti negati e la politica dei sacrifici, sempre e solo per i più deboli;
Contro ladittatura del manager e il moderno fascismo che avanza anche al Policlinico,grazie alla connivenza dei sindacati di regime, non basta lamentarsi, è necessariala RIBELLIONE,l’UNITA’ e la RESISTENZA di lavoratrici e lavoratori.
L’immobilismo e la rassegnazione portano solo alla sconfitta perenne e alla morte dei diritti e ella dignità!

COBAS Policlinico Pa,22.12.11

Slai Cobas per il sindacato di classe

pc 23 dicembre - Cina, vittoria della popolazione di Wukan




Pechino, 22.12.11

Secondo quanto riportato dalla stampa di Hong Kong, le autorità hanno accettato le richieste delle masse della città costiera di Wükân, dopo quattro mesi di proteste, che hanno raggiunto il punto più alto la scorsa settimana contro le autorità revisioniste.

L'accordo che porrebbe fine alle manifestazioni, vedrebbe il rilascio di tutti i detenuti, una commissione d'inchiesta sull'uccisione da parte della polizia di un leader della protesta, il compagno Xue Jimbo e il ritorno dei terreni agricoli espropriati in violazione di legge dalle autorità corrotte.

Il Renmin Ribao ha accusato le autorità deposte 'di mancanza sensibilità per soddisfare le esigenze dei contadini", nel tentativo di prendere le distanze dal despota corrotto, segretario locale del PCC revisionista, Xue Chang che ha governato per oltre 40 anni la località della provincia di Canton (Guangdong).

Uno degli attivisti, Yang Semao ha detto durante un incontro degli abitanti del villaggio che "dato ciò che è stato raggiunto", non continueranno le manifestazioni, "Hanno accettato le nostre richieste iniziali", ha detto Yang. "Se il governo non rispetta gli impegni, riprenderemo la protesta", ha aggiunto.

Ovviamente si tratta di una vittoria parziale e di un impegno, ma le autorità capitaliste hanno dovuto ritirare i loro piani di fronte alla lotta delle masse.

Le proteste locali sono eventi comuni nel paese, soprattutto contro la corruzione, l'inquinamento, i salari bassi o espropriazioni dei terreni, giustificati dalle "autorità locali revisioniste" in nome del progresso. Diversi esperti cinesi affermano con sicurezza che ci sono circa 90.000 di questi "incidenti di massa" all'anno.

Da correovermello-news

pc 23 dicembre - Disastro ferroviario di Rometta, nessuno paga per gli otto morti..La "giustizia" della borghesia produce migliaia di vittime all'anno


Il 20 luglio del 2002 un giunto malmesso della strada ferrata provocò il deragliamento di un treno che fece otto vittime. A quasi dieci anni di distanza il Tribunale condanna quattro dei presunti responsabili ma condona interamente la pena. Prescritti i reati di omicidio e lesioni

MESSINA - Nessuno pagherà per quegli otto morti della "Freccia della laguna". A quasi dieci anni dal disastro ferroviario di Rometta Marea, in provincia di Messina, la prima tardiva sentenza di un tribunale condanna quattro dei presunti responsabili del deragliamento del treno espresso Palermo-Venezia ma al tempo stesso dichiara interamente condonate le pene.

Cancellati con un colpo di spugna i tre anni per disastro colposo inflitti a Carmelo D'Arrigo, Oscar Esposito, Roberto Giannetto e Salvatore Scaffidi, i tecnici che il tribunale ha ritenuto colpevoli della mancata manutenzione dei binari della ferrovia. Prescrizione invece per i reati di omicidio colposo e lesioni colpose.

Il 20 luglio del 2002 un giunto malmesso della strada ferrata provocò il deragliamento del treno espresso che fece otto vittime, sette passeggeri e il macchinista e una sessantina di feriti. Il giunto che collegava provvisoriamente i due binari cedette e il convoglio andò a schiantarsi sul casello mentre la locomotiva si staccava finendo in una scarpata. Tra perizie e superperizie ci sono voluti quasi dieci anni e l'inevitabile intervenuta prescrizione di parte dei reati per arrivare al verdetto di primo grado.

I pubblici ministeri avevano chiesto pene per 27 anni di carcere ma il tribunale è stato ben più clemente. Le parti civili hanno annunciato l'intenzione di procedere contro gli imputati in sede civile per il risarcimento danni.

(22 dicembre 2011)
http://palermo.repubblica.it/cronaca/2011/12/22/news/disastro_ferroviario_di_rometta_pena_condonata_ai_responsabili-27067666/

pc 23 dicembre - India, la repressione alimenta la ribellione...


India: il PCI (Maoista) si espande nell'India Centrale

Nonostante la brutale repressione e gli assassini di Stato di alcuni massimi dirigenti del Partito Comunista dell'India (Maoista) come Kishenji e Azad, l'organizzazione è in crescita, anche nelle roccaforti tradizionali come l'Orissa.

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Settimana del PLGA [Esercito Guerrigliero di Liberazione Popolare]: i maoisti reclutano 5.000 giovani in Malkangiri

22 dicembre 2011

Durante la recente "settimana dell'Esercito Guerrigliero di Liberazione Popolare (PLGA)", circa 5.000 giovani sono stati reclutati dai maoisti in particolare nell distretto di Malkangiri, come riferiscono alcune fonti.

Sfidando l'operazione congiunta di rastrellamento della polizia, CRPF [Central Reserve Police Force], SOG [Special Operations Group] e altre forze paramilitari, sono stati in grado di tenere riunioni aperte per il tesseramento nelle zone remote del distretto. Hanno tenuto Prajamelis [Assemblee] in circa 10 villaggi, anche in diversi villaggi "haats" Alampaka, Similibanki, Kusuguda e nelle aree di Kurmanur lungo il confine Andra Pradesh-Odisha.

I maoisti hanno spiegato il significato della "Settimana del PLGA", le sue finalità e gli obiettivi, oltre alla denuncia della corruzione da parte delle agenzie governative che lavorano nei programmi integrati di sviluppo tribale. Circa otto organizzazioni maoiste, tra cui Korukonda, Kalimela, Podia e Chitrakonda Dallam sia dell'Andhra Pradesh che del Chatishgarh hanno partecipato alle Prajamelis, come hanno riferito fonti.

Hanno dichiarato le aree che comprendono il Bihar, Jharkhand e Dandakaranya zona liberate in modo che lo sviluppo tribale può essere possibile e le tribù aborigene non sono private dei loro diritti. Hanno fatto appello alle tribù di unirsi a loro per la rivoluzione, come hanno rivelato alcune fonti.

giovedì 22 dicembre 2011

pc 23 dicembre -Baghdad: quattordici ordigni piazzati ai quattro angoli della città hanno provocato questa mattina oltre 50 morti e quasi 200 feriti.

Dopo quasi nove anni di guerra, centomila vittime irachene, 4.484 morti americani e mille miliardi di dollari spesi, l'imperialismo USA sostituisce le proprie truppe in Iraq con 5 mila mercenari alle dipendenze del dipartimento di Stato statunitense che, assieme ai contractor privati, arriveranno ad un totale di 15/16 mila.




http://www.osservatorioiraq.it/

L'Iraq del 2012 è un paese estremamente pericoloso


L'Iraq del 2012 rimane un paese straordinariamente pericoloso. Dall'inizio dell'invasione americana – ben oltre otto anni fa - non c’è giorno in cui un iracheno non sia stato ucciso o ferito, sebbene non ci siano più i 3 mila morti al mese del 2006.


di Francesca Manfroni



Pericoloso perché continuano gli attentati, gli scontri confessionali, le violenze sulle minoranze, la malavita e la corruzione.

A novembre sono morte almeno 255 persone, alcune delle quali sono arse vive in una prigione di Baghdad. Accade sempre più spesso: per molti iracheni sono “incidenti” che servono a “sistemare i conti aperti” di un passato che è sempre presente.

Perché le ferite delle feroci battaglie tra sunniti e sciiti del 2006-07 sono ovunque. Persino l’edilizia popolare è già diventata lo specchio di quello che si appresta a diventare il paese, e anche nella Baghdad “mosaico di civiltà” è ormai difficile trovare delle ‘zone miste’. Non c’è più spazio per la diversità.

Pericoloso perché se lontano dai palazzi del potere ci si può permettere di ricorrere all’eliminazione fisica del ‘nemico’, a livello politico il premier Nuri al-Maliki non sembra affatto imbarazzato nell’attuare una vera e propria “epurazione” degli ex baatisti.

E tutto avviene alla luce del sole, con una comunità internazionale che guarda a questa strisciante guerra civile sbigottita, ma rassegnata. Tacciono le cancellerie, la diplomazia, ma anche i mass media (non tutti, quelli americani iniziano invece a rullare i tamburi).

Pericoloso perché gli iracheni, pur galleggiando sul petrolio (i cui proventi stanno evitando il collasso economico e sociale) ricevono elettricità per 5-7 ore al giorno, se il disagio è “contenuto”, e un’ora nei casi più gravi.

Pericoloso perché il paese è totalmente dipendente dai proventi dell'oro nero (che costituiscono il 95% delle entrate statali), grazie ai quali riesce a mantenere l’enorme macchina pubblica, a cui sono legate le sorti della maggior parte dei cittadini (solo le forze di sicurezza contano 900 mila uomini).

Pericoloso perché nel momento in cui il prezzo del greggio dovesse scendere sotto i 50 dollari al barile, allora il paese potrebbe rischiare davvero grosso.

Pericoloso perché i numeri della disoccupazione sono spaventosi e i servizi pubblici quasi inesistenti. Mancano le infrastrutture, e anche i soldi per finanziarle. Il che significa che c’è un esercito di giovani (e non solo) disperati, pronti a essere arruolati in milizie o bande criminali.

Pericoloso perché la decantata ricostruzione del paese procede a singhiozzo. Ci sono alcune gru, ma la corruzione è ai livelli dell’Afghanistan e della Somalia.

Di recente un ministro del governo Maliki è stato costretto a dimettersi per aver firmato un contratto del valore di un miliardo di dollari con una compagnia tedesca in bancarotta e una società di copertura canadese.

Pericoloso perché il processo decisionale è paralizzato da tempo, e lo scontro tra sunniti e sciiti continua a tenere banco dentro e fuori dal Parlamento.

E perché l’organo che dovrebbe rappresentare le istanze popolari esercita di fatto (e di diritto) un controllo molto limitato sull’azione politica del primo ministro e del suo gabinetto, con la conseguenza che l’Iraq sembra condannato a perpetrare un approccio personalistico e paternalistico nell’esercizio del potere, in linea con la sua tradizione storica che va dal periodo della monarchia hashemita fino al regime di Saddam Hussein.

Pericoloso perché in questi anni il potere giudiziario è stato asservito agli interessi politici, in contrapposizione con quel sistema di checks and balances che gli americani avrebbero voluto ‘esportare’ nel paese mediorientale.

Pericoloso perché le rivendicazioni della società civile continuano a essere ignorate, così come quelle sindacali ed economiche. Perché nell'Iraq del 2012 non sembra esserci spazio per la libertà d’informazione, e la maggior parte dei giornalisti che ancora sfidano la censura finiscono avvolti in un lenzuolo bianco, adagiato sull’asfalto.

Tutto questo non finisce sui giornali. Perché la piazza Tahrir di Baghdad non è andata a fuoco come quella egiziana, anche se ha avuto i suoi martiri.

Perché a differenza del Cairo, l’Iraq esce da vent’anni di embargo, stragi, invasioni, guerre intestine e gli iracheni non posso davvero permettersi di scommettere ancora sul proprio destino.

Perché qui la morte è diventata solo più silenziosa di prima. Ma si respira ogni giorno, partendo dagli ospedali di Falluja e dintorni, dove si continua a morire, solo che più lentamente e senza il fragore delle bombe.

Pericoloso perché se andare in giro per Baghdad è diventato un po’ più facile rispetto allo scorso anno, c’è ancora la green zone e le esplosioni che provocano vittime e feriti veri.

Pericoloso perché l’Iraq rischia la disgregazione. Gli attacchi su larga scala dell’agosto del 2011 dimostrano che l’esercito nazionale non ha ancora il controllo del territorio.

Perché molti dei numerosissimi organismi di intelligence (che rispondono rispettivamente alle varie fazioni politiche in competizione tra loro) sono in stretto contatto con i “terroristi", come denuncia il direttore di una delle più importanti agenzie di sicurezza del paese.

E perché da tempo l’Iran sta armando le milizie sciite del sud.

Pericoloso perché la lunga mano di Teheran agisce tramite Moqtada al-Sadr, leader di quella potente forza armata che prende il nome dell’Esercito del Mahdi e che ha lasciato sul campo centinaia di soldati americani. Capofila inoltre di 39 deputati che non hanno il potere di porre il veto sulle decisioni del governo, ma che potrebbero ipotecare il futuro del paese.

Perché l'Iran può contare anche sulla lealtà di alcuni fedelissimi di Nuri al-Maliki, con la conseguenza che per il premier è diventato davvero difficile mediare tra le richieste americane e i niet iraniani.

Pericoloso perché anche su questo fronte la situazione è tutt’altro che lineare. Pochi infatti parlano dello scontro in corso tra al-Sadr e gli Ayatollah, che potrebbe sfociare in una vera e propria faida. A rendere i rapporti tesi, la vicenda di Ismail al Lami, ex comandante dell’esercito del Mahdi, conosciuto soprattutto come Abu Dira’a, 'l’invincibile', il 'Zarqawi sciita', espulso dalle forze sadriste per via delle atrocità di cui si sarebbe macchiato durante i violenti scontri tra sunniti e sciiti del 2006-07, e fuggito proprio in Iran nel 2008.

Recentemente il leader sciita ha condannato nuovamente le autorità di Teheran per essersi rifiutate di consegnare l’ex comandante della sua milizia alla giustizia irachena.

Pericoloso perché nessuno ha interesse che l’Iraq torni a essere una grande potenza regionale. Non lo vogliono gli Usa, ma neanche l’Iran, l’Arabia Saudita e gli altri vicini di casa. Non lo vogliono i curdi, che ricordano bene le stragi compiute dall’esercito di Saddam Hussein.

Pericoloso perché – a proposito di curdi – resta irrisolta la questione di Kirkuk, che finora non è degenerata in guerra civile soprattutto grazie alla presenza di truppe americane d’interposizione in tutte le zone ancora contese.

Pericoloso perché nell'Iraq del 2012 la guerra è tutt’altro che finita.

pc 23 dicembre - FIAT: NON PASSA A MODENA L’ACCORDO CAPESTRO STILE POMIGLIANO

Notizia scritta il 22/12/11 alle 12:08. Ultimo aggiornamento: 22/12/11 alle: 12:17



da radio onda d'urto

Bocciato l’accordo capestro di Marchionne negli stabilimenti del gruppo Fiat di Modena: Ferrari, Maserati, Cnh. Al voto delle Rsu non hanno partecipato i delegati Fiom, ma vi hanno preso parte quelli di Fim e Uilm. Il voto è scaturito a seguito di una riunione dei 80 delegati degli stabilimenti modenesi, convocata dalle segreterie di Fim e Uilm che si aspettavano però un esito diverso. Gli operai hanno invece presentato alle rispettive commissioni elettorali un ordine del giorno in cui si esprime un giudizio contrario sull’accordo, si considera illegale il solo voto delle Rsu e s’invita a raccogliere le firme per abrogare l’intesa. Solo otto delegati hanno partecipato al voto finale, respingendo l’accordo con quattro no, tre si e una scheda bianca. Incassata la sconfitta la Uilm è tornata però alla carica con un colpo di mano riconvocando unilateralmente questa mattina le Rsu per una seconda votazione. Complessivamente gli operai del gruppo Fiat nei tre stabilimenti sono 5200.

pc 23 dicembre - Contratto coop sociali: ancora precarietà per i lavoratori e compressione dei salari

Basta con contratti a perdere, basta con il sistema che unisce vertici coop e cgil-cisl-uil nella gestione del privato sociale sulla pelle dei lavoratori
Autorganizzati nei cobas

Il 16 dicembre è stata siglata l’ipotesi d’intesa tra le centrali cooperative e cgil-cisl-uil per il rinnovo del Contratto Nazionale di Lavoro per i lavoratori delle Cooperative Sociali.
Invece che andare verso la parificazione normativa e salariale con i contratti del pubblico impiego, cgil-cisl-uil ci rifilano un "pacco" natalizio che peggiora le condizioni di lavoro e che penalizza i nostri salari mentre continua a negare il diritto all'elezione dei delegati (a Ravenna le uniche elezioni si sono tenute nel '92 e mai più svolte per ogni rinnovo contrattuale).
L'accordo prevede:
l'aumento in busta paga di 70€ in tre scaglioni, spalmati in 15 mesi per il livello C1 (ex 4° livello, è il livello di inquadramento per oss con qualifica), con ultima tranche ad aprile 2013;
introduzione massiccia dell'apprendistato, modificato secondo le direttive del ministro Sacconi del precedente governo, che, per l'apprendistato professionalizzante ad esempio, si tradurrà in sgravi contributivi per le aziende-coop e nessuna formazione per i lavoratori, cioè ancora lavoro gratis per i giovani;
Introduzione dell'assistenza sanitaria integrativa con un costo per la cooperativa di 5 euro mensili a socio;
Con la durata triennale del CCNL (2010/2012) e il mancato rinnovo (il contratto è scaduto da 2 anni!) continua la perdita del potere d'acquisto dei nostri salari.
Deroghe al contratto nazionale e rafforzamento del contratto di secondo livello che rafforza il potere di cgil-cisl-uil provinciali: quindi sempre più contratti precari atipici (a termine, a chiamata, a tirocinio, a collaborazione....) che questi sindacalisti non hanno mai contrastato, anzi, e che hanno portato enormi profitti nelle casse delle aziende-coop da cui nessun ritorno al salario dei lavoratori in forma di premio di produttività, rimborsi chilometrici, formazione o altro¸ così come questi burocrati sindacali non hanno mai detto e fatto nulla per quello che riguarda una sanatoria per i contributi pensionistici versati in maniera ridotta a causa dei regimi di salario medio convenzionale.

Gli interessi dei lavoratori si rappresentano solo passando in massa allo Slai cobas per il sindacato di classe
Diciamo NO a quest'accordo nelle assemblee e autorganizziamoci nel Cobas per riprenderci la forza e la dignità di lavoratori.
Con lo sciopero del 27 gennaio promosso dai sindacati di base e di classe diamo una risposta di massa bloccando i servizi e scendiamo in piazza!


Lotta, contatta, iscriviti allo
Slai cobas per il sindacato di classe-coop sociali-Ravenna
tel. 339/8911853
e mail: cobasravenna@libero.it

pc 22 dicembre - Alleanza militare aerea tra Italia e Israele

Alleanza militare aerea tra Italia e Israele

diAntonio Mazzeo

20/12/2011

Giochi di guerra nel deserto del Negev per i cacciabombardieri dell’
aeronautica militare italiana. Lo scorso 16 dicembre si è conclusa l’
esercitazione "Desert Dusk 2011" a cui hanno partecipato venticinque velivoli
da guerra delle forze aeree italiane ed israeliane. Due settimane di duelli,
inseguimenti e lanci di missili e bombe, protagonisti gli "Eurofighter" e i
"Tornado" dell’Ami e gli F-15 ed F-16 israeliani schierati per l’occasione
nello scalo meridionale di Uvda, utilizzato dai charter che trasportano i
turisti diretti a Eilat (mar Rosso). L’esercitazione rientra nel programma di
collaborazione e coordinamento tra le due aeronautiche finalizzato ad affinare
le procedure e le tecniche di azione in missioni di controllo delle crisi
(Crisis Response Operations). In Israele sono stati impegnati 150 militari
italiani, mentre i cacciabombardieri dell’Ami hanno svolto più di un centinaio
di missioni di volo. Alle operazioni hanno pure partecipato alcuni velivoli KC-
767A del 14° Stormo di Pratica di Mare (Roma) e C130J della 46ª Brigata Aerea
di Pisa.

A fine ottobre erano stati i cacciabombardieri israeliani a sorvolare i grandi
poligoni della Sardegna nell’ambito dell’esercitazione "Vega 2011", a cui hanno
partecipato pure le aeronautiche militari di Italia, Germania e Olanda. Per l’
occasione, due squadroni con F-15 ed F-16 ed un velivolo radar di nuova
produzione "Eitam" erano stati trasferiti dalle basi aeree di Nevatim e Tel Nof
allo scalo di Decimomannu (Cagliari), centro di comando e coordinamento dell’
intero ciclo addestrativo. "Gli obiettivi delle attività di Vega 2011 sono
stati il rafforzamento dell’interoperabilità dei reparti impegnati, il
miglioramento della capacità di cooperazione e lo svolgimento di attività
tattiche grazie ad operazioni in aree di media scala in un ambiente ad alta
minaccia", hanno riferito le autorità italiane. L’esercitazione in Sardegna è
stata seguita con particolare interesse dalla stampa di Tel Aviv: le
spericolate missioni di volo sarebbero state finalizzate infatti a simulare un
attacco agli impianti nucleari iraniani. Secondo quanto pubblicato dal sito
JewPI.com, "Vega 2011" avrebbe comportato una condanna a sette giorni di
carcere e un anno di sospensione dal volo per un pilota del 106° squadrone
della IAF (Israeli Air Force) reo di aver compiuto senza autorizzazione un’
evoluzione pericolosissima a bassa quota (una rotazione del velivolo di 360°).

Oltre alle recentissime esercitazioni, nel corso di quest’anno si sono
registrati importanti incontri tra i massimi responsabili delle forze aeree d’
Italia ed Israele. Il 7 e l’8 febbraio, il sottocapo di Stato maggiore della
IAF, generale Nimrod Sheffer, ha incontrato a Roma l’omologo italiano, generale
Maurizio Lodovisi, per "approfondire i processi di trasformazione in atto nelle
due aeronautiche, le esperienze maturate nei rispettivi teatri di operazione e
le future attività addestrative". Il successivo 14 giugno, è stato il
comandante delle forze israeliane, generale Ido Nehushtan, a giungere in Italia
in missione ufficiale. Dopo aver incontrato il capo di Stato maggiore dell’
Aeronautica, generale Giuseppe Bernardis, Nehushtan ha raggiunto gli aeroporti
di Pratica di Mare, Lecce e Grosseto per una "visita" ai reparti militari
ospitati.

Secondo quanto riportato dal sito specializzato Dedalo News, i colloqui al
vertice "hanno riguardato i principali programmi di cooperazione tra i due
paesi, con particolare riferimento all’uso degli UAV (velivoli a pilotaggio
remoto), alla gestione logistica integrata del velivolo Joint Strike Fighter
(JSF), di futura introduzione, e al velivolo d’addestramento M-346, nei
confronti del quale l’aeronautica israeliana ha manifestato un certo interesse
in previsione della sostituzione degli A-4 Skyhawk attualmente in linea". L’
interesse all’acquisto dei nuovi mezzi prodotti da Alenia Aermacchi è stato
confermato dai principali quotidiani di Tel Aviv. Haaretz, in particolare, ha
riferito che l’impresa del gruppo Finmeccanica avrebbe già firmato un accordo
preliminare, a cui dovrebbe seguire presto la fornitura all’Italia di velivoli
senza pilota e aerei radar di produzione israeliana.

pc 22 dicembre - Cina - repressione violenta contro le proteste popolari


circa 10.000 persone hanno partecipato alla manifestazione per bloccare l'autostrada a Haimen nel sud della Cina e denunciare i danni provocati da un a centrale al carbone e chiederne lo smantellamento.
la polizia in forza li ha immediatamente caricati non appena i manifestanti hanno fatto irruzione negli edifici governativi, la polizia ha fatto ampio uso dei lacrimogeni per disperdere i manifestanti e successivamente ha sparato sui manifestanti e un ragazzo di quindici anni è stato ucciso, molti altri sono stati feriti.

pc 22 dicembre - 100 perquisizioni, 62 arresti.. ondata repressiva in gran bretagna contro i ribelli di agosto


Grande-Bretagne : 100 perquisitions, 62 arrestations
La police londonienne continue à travailler dans le cadre de l’enquête autour des émeutes du mois d’août dernier. Quatre mois après les événements, plus de 3400 personnes ont été arrêtées et plus de 2/3 ont été inculpées ou citées au tribunal. Aujourd’hui, la police a perquisitionné environ cent habitations à travers la capitale britannique à la recherche d’émeutiers. Il s’agit de la plus vaste opération menée depuis le début de l’enquête qui vise à identifier et à traduire en justice toutes les personnes qui auraient pris part aux émeutes. 62 personnes ont été interpellées ce mercredis. Par ailleurs, les autorités continuent à publier les photos des présumés émeutiers. ’Nous avons une énorme équipe d’officiers qui travaillent sur cette enquête, et nous vous trouverons ! Nous sommes déterminés à traduire en justice tous ceux qui ont commis ces actes scandaleux et nous continuerons à effectuer des arrestations’ a déclaré un porte-parole de la police.

pc 22 dicembre - contro gli sbirri stupratori

Violenza sessuale: maresciallo a giudizio, 15 le vittime
Il processo iniziera' il prossimo 15 febbraio
21 dicembre, 12:32
(ANSA) - MILANO, 21 DIC - Salgono a 15 le donne che avrebbero subito abusi sessuali da parte dell'ex comandante dei carabinieri della stazione di Parabiago (Milano) Massimo Gatto, arrestato a giugno per violenza sessuale su 7 donne. E' quanto emerge dal decreto firmato dal gip Enrico Manzi che ha disposto il processo per il militare (iniziera' il 15 febbraio prossimo).

Nella lista dei testimoni compariranno anche altre 5 donne, che secondo le indagini condotte dal pm Cristiana Roveda avrebbero subito abusi, ma per cui i fatti si sono prescritti. (ANSA).


Violenza sessuale: maresciallo a giudizio, 15 le vittime 21 dicembre, 12:32
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pc 22 dicembre - MA COSA C’È, DIETRO AL RAZZISMO?

MA COSA C’È, DIETRO AL RAZZISMO?

Torino, 10 dicembre. Alle Vallette, la notizia di un falso stupro provoca un pogrom contro gli zingari, che si salvano solo grazie alla loro atavica sensibilità a schivar persecuzioni.
Firenze, 13 dicembre. Al mercato di Rifredi un italiano di cinquant’anni spara contro un gruppo di senegalesi, ne ammazza due; si reca poi al mercato di San Lorenzo, spara di nuovo e ferisce tre senegalesi. Poi si uccide.
Entrambi gli episodi hanno destato grande sconcerto.
Il primo, per la furia selvaggia del branco.
Il secondo, per la lucida determinazione dell’assassino.
Tutte le anime belle della democrazia si sono gettate in spiegazioni più o dotte; tutte politicamente corret-te, ma assolutamente inconsistenti. Nessuna ha centrato l’obiettivo, ovvero la causa degli attuali rigurgiti razzisti; anche se, inevitabilmente, ci hanno corso intorno. E non potevano fare diversamente. Perché la causa vera è la crisi. Ma parlare di crisi significa mettere in discussione il modo di produzione capitalistico, che genera le crisi, il razzismo e tante altre nefandezze.
È lo stesso «uovo di serpente» che, ieri, generò il nazismo, la guerra e la shoa. Da allora, nulla è mutato, se non in peggio.
Nel ricco Occidente, giorno dopo giorno, la crisi sbriciola certezze costruite in mezzo secolo di benessere. I più turbati sono i ceti che maggiormente hanno creduto nella crescita economica e nel progresso sociale, e ci hanno anche marciato. E sono soprattutto coloro che hanno legato i propri destini ai commerci e alla finanza; costoro si sono immersi in un mondo che via via si è staccato dalla realtà della produzione materia-le, vivendo l’illusione che il denaro producesse denaro. Non è un caso che l’assassino di Firenze fosse un ragioniere, un commercialista fallito, e che le vittime fossero dei «vu cumprà», che tanto fastidio danno ai bottegai, e anche agli immobiliaristi, che in quelle aliene presenze vedono pregiudicato il valore, in gran parte fittizio, delle loro merci, case, negozi e servizi.
A questo punto, stendiamo un velo pietoso sulle sinistre sirene, che cantavano la produzione «immateriale» (il «cognitariato»!), offrendo un’estrema illusoria dignità al mondo in sfacelo della piccola borghesia intellettuale, che fa da contraltare alla piccola borghesia dei traffici e degli intrallazzi.
Diversamente, gli operai e, in genere, i proletari da molti anni hanno dovuto fare i conti con situazioni sempre più disastrate. Che li hanno spinti a diretto scontro con la realtà – molto materiale – della produzione capitalistica: la realtà dei rapporti di lavoro salariato, la realtà dei rapporti tra operaio e padrone. E qui le furbe scappatoie si sono presto rivelate inconsistenti. Certo, anche gli operai italiani, soprattutto al Nord, hanno avuto qualche cedimento razzista. E hanno votato per la Lega. Ma anche quel tempo è finito. In vent’anni di governo – a Roma e negli enti locali –, la Lega ha sposato l’affarismo più smaccato. Ed era inevitabile.
Proprio quando sono apparsi i primi segni della crisi, la Lega ha trascurato i lavoratori dipendenti, ma an-che i piccoli industriali, come Giovanni Schiavon, che si è ucciso per colpa di quelle banche, verso cui la Le-ga manifesta un crescente interesse.
E privilegiando piccoli e grandi faccendieri, la Lega ha suonato sempre di più la gran cassa del razzismo. Un modo rumoroso, e fetente, per spostare l’attenzione dai problemi reali. E soprattutto dai reali nemici: pa-droni e padroncini, affaristi e speculatori.
Sono mille le occasioni in cui la Lega ha soffiato sul fuoco razzista, trovando sempre appoggi compiacen-ti (anche a «sinistra»): la legge Bossi-Fini ha aperto la caccia all’extra-comunitario, che si è scatenata poi nelle amministrazione locali con le più luride iniziative. A Milano, si è distinta la coppia Salvini-De Corato, con l’esercito e il coprifuoco nei quartieri popolari; nel ricco Nord-est si sono sbizzarriti i discepoli di Hitler: a Verona quel bel tomo di Flavio Tosi, a Treviso Gian Paolo Gobbo, e così via. E intorno a loro cresceva la protervia dei fascisti di Forza Nuova, di Casa Pound e di tante altre piccole e ottuse congreghe.
Ma tanto innocenti non sono neppure le amministrazioni «progressiste». Proprio a Firenze, dove in questi giorni i coccodrilli hanno pianto le vittime del razzismo, pochi anni fa (estate 2007), il sindaco PD Leonardo Domenici lanciò una schifosa campagna contro i lavavetri, e quindi contro i mendicanti. Trovando il consenso di molti compari «progressisti» della giunta. Poi si scoprì che costoro erano coinvolti in intrallazzi con l’immobiliarista Ligresti. Dietro al razzismo, c’è sempre qualche sordido interesse.
A Roma, sempre nel 2007, il sindaco PD Walter Veltroni mandò le ruspe a distruggere i campi rom di Tor Pagnotta, di Tor Vergata e via via di altre borgate. L’esempio dei due sindaci «progressisti» ebbe poi numerosi seguaci nelle città «rosse», da Bologna a Livorno ...
C’è poco da stupirsi, dal momento che la deriva razzista fu aperta proprio da un governo di «sinistra», il governo Prodi, con la presenza di Rifondazione comunista e frattaglie; fu questo sinistro governo a varare la legge Turco Napolitano (1998), che istituì i Centri di Permanenza Temporanea, i piccoli lager che hanno a-perto la via alla Bossi-Fini e ai Centri di Identificazione ed Espulsione, dando poi la stura alle ordinarie vio-lenze dell’emergenza securitaria, accompagnate dai respingimenti-affogamenti in mare di migliaia di profu-ghi.
Per negare questa evidenza, ci vuole tutta quell’ipocrisia, tipicamente italiana, per cui basta cambiare il nome alle cose per cambiarne anche la sostanza.
Intanto, in questo brodo di cultura bipartisan (fatto di tanto comune «buon senso»!), il razzismo è cresciuto, e ha offerto una comoda sponda ai piccoli pesci dei commerci, degli affari e dei malaffari, che vedono in pericolo il loro benessere. Lo sfogo razzista gli consente di rimuovere ed eludere la vera causa dei propri mali, il capitalismo, perché questo vorrebbe dire sputare nel piatto in cui finora hanno mangiato, e vogliono ancora mangiare. E sarebbe anche pericoloso. Molto più rassicurante è vedere la causa dei propri mali in ambienti e persone che, ai loro occhi, appaiono destabilizzanti: i nuovi e i diversi, in poche parole gli immigrati. Ancor meglio se sono una facile preda.
E’ dalle viscere di questa società di classe che prende forma e sostanza il nesso inscindibile crisi e razzi-smo, contro cui le battaglie sul fronte dell’etica e della cultura sono perse in partenza. Anzi, sono fuorvianti. Non fanno altro che eludere il vero e unico obiettivo contro cui ha senso combattere: l’abbattimento del modo di produzione capitalistico.

DINO ERBA, Milano, 21 dicembre 2011

pc 22 dicembre - Montalto di castro .. un paese vergogna ..

"Si è divertita pure lei"..."..E' colpa sua"
Così, in una trasmissione di canale 5, gli abitanti di Montalto di Castro si sono espressi sulla ragazza, allora quindicenne, che il 31 marzo 2007 è stata violentata da otto giovani di montalto dopo una festa di compleanno.
Un paese schierato, tranne alcune coraggiose donne, dalla parte dei violentatori e contro la giovane accusata di essersela cercata e, in questo, un ruolo attivo ha avuto il sindaco del paese, zio di uno degli stupratori, che, all'indomani dello stupro, mise a disposizione dei "bravi ragazzi" quarantamila euro per la loro difesa col risultato che il giudice decise, nonostante l'ammissione delle violenze, di sospendere il processo ed affidare i violentatori ai servizi sociali.

Una vicenda che fa tornare a 30 anni fa le donne, in cui le concezioni sessiste con la colpevolizzazione delle donne espressa pubblicamente sono inequivocabili, in cui si intrecciano maschilismo, humus reazionario, uso "privato" delle istituzioni e dei ruoli istituzionali a difesa della propria "famiglia" e dei suoi rampolli, quella famiglia in cui sempre più aumentano le violenze sulle donne fino all'uccisione.
Così scrivevamo all'indomani della trasmissione, nel 2009. Nella settimana simbolo della lotta contro la violenza sulle donne una manifestazione determinata e combattiva di femministe e lesbiche si tenne a Montalto di Castro che ebbe il merito di contrastare sul campo pratiche e idee fasciste, maschiliste, sessiste, in sostegno e solidarietà con le poche, coraggiose donne di Montalto che si erano espresse contro i violentatori, per essere al fianco di Marinella.
Il 22 dicembre, finalmente, dopo la decisione della Cassazione che ha respinto il ricorso degli imputati si tiene il processo contro gli otto "bravi ragazzi".
Anche oggi, in concomitanza con l'inizio del processo, siamo a fianco di marinella, perchè vinca fino in fondo la sua battaglia. Battaglia che è di tutte le giovani, le donne di questo paese, contro oppressione, contro violenza sessuale

GIOVEDì 22 DICEMBRE A MILANO
VOLANTINAGGIO ITINERANTE
per ogni donna stuprata e offesa siamo tutte parte lesa
sono bravi ragazzi e di famiglia buona, chi stupra le donna non si perdona

movimento femminista proletario rivoluzionario- Milano

mfprmi@gmail.com

mercoledì 21 dicembre 2011

pc 21 dicembre - No tav montagne di soldi per profitti e speculazioni

Tav, firmato l’accordo per la Torino-Lione
All’Italia costerà 2,7 miliardi di euro

L’intesa è stata raggiunta nel corso della Commissione intergovernativa italo-francese e arriva dopo tre anni di negoziati. All’inizio del 2012 partiranno gli scavi per la galleria geognostica della Maddalena, mentre i lavori principali partiranno nel 2013
La Torino-Lione era nei programmi del governo Monti, come aveva confermato il ministro Corrado Passera in commissione Trasporti alla Camera dopo gli scontri dello scorso 8 dicembre. Oggi, a Roma, è stato siglato il nuovo accordo fra Italia e Francia sulle condizioni di realizzazione ed esercizio della Tav, il cui valore è di 8,2 miliardi. L’intesa è stata raggiunta nel corso della Commissione intergovernativa italo-francese e arriva dopo tre anni di negoziati. La direzione strategica e operativa del progetto è affidata a una società italo-francese: il consiglio d’amministrazione avrà una composizione paritaria tra Italia e Francia. La sede della direzione operativa – riferisce l’Ufficio del Commissario Straordinario per la Tav Torino-Lione – sarà a Torino, e l’Italia potrà scegliere l’amministratore delegato e il direttore finanziario e amministrativo. La sede legale sarà invece in Francia, a Chambery. La Francia nominerà il presidente della Commissione dei contratti e il presidente del Servizio di controllo. Sul piano procedurale, il testo del nuovo accordo, dopo la firma delle autorità politiche, sarà inviato ai Parlamenti italiano e francese per la ratifica.

I lavori sono articolati in due fasi: nella prima saranno realizzati il tunnel di base, lungo 57 chilometri, e due stazioni internazionali a Susa e a S.J. De Maurienne. Poi si passerà alle nuove parti di accesso, con modalità e tempi da definirsi con un ulteriore accordo. Il costo dell’opera per l’Italia sarà di 2,7 mld di euro, al netto del cofinanziamento europeo e della quota francese. I lavori principali partiranno nel 2013, e dureranno circa 10 anni. All’inizio del 2012 partiranno gli scavi per la galleria geognostica della Maddalena, per la quale sono in corso le attività preparatorie di cantiere. La tratta Torino-Lione potrà essere percorsa in meno di due ore, mentre ora ne occorrono più di quattro. Parigi sarà raggiungibile da Milano in circa quattro ore, contro le sette attuali.

Nel consiglio di amministrazione e nella Commissione intergovernativa sarà presente un rappresentante della Commissione europea. ”Il massimo sostegno della Commissione europea per la Torino Lione” è stato assicurato dal coordinatore europeo del Progetto Prioritario Tent, Laurens Jan Brinkhorst, in un incontro che ha preceduto la riunione, nella Capitale, della Commissione italo-francese sulla Tav. Lo riferisce l’ufficio del Commissario straordinario per la Torino-Lione ricordando che l’opera, in quanto segmento del “Corridoio del Mediterraneo” che collega la Penisola Iberica a Kiev, è stata inserita tra le infrastrutture strategiche comunitarie e può quindi candidarsi a richiedere il cofinanziamento massimo, che corrisponde al 40%.

Intanto mentre a Roma si siglava questo accordo, a Torino il Movimento 5 Stelle, Lav (Lega anti-vivisezione) e No Tav hanno indetto una conferenza stampa davanti alla sede del consiglio regionale del Piemonte per parlare dei danni alla fauna della Valle di Susa, prodotti dai lavori per la ferrovia ad alta velocità. Secondo le stime dell’Ufficio del Commissario straordinario, la nuova linea ferroviaria consentirà di trasferire su rotaia circa 700mila camion ogni anno, ma sono molte le voci critiche sul trasferimento del trasporto delle merci dalla gomma ai treni.

La piovra rossa
«coop rosse», si sono aggiudicati l'appalto per la progettazione e costruzione della nuova base militare statunitense vicentina nell'area dell'ex aeroporto Dal Molin. Alla fine, dovrebbe essere una vera e propria cittadella autosufficiente, con alloggi, centri commerciali e una grande mensa. L'appalto è stato assegnato dal comando del genio della Marina degli Stati uniti, per un importo complessivo di 245 milioni circa di euro. I lavori inizieranno l'estate prossima - presumibilmente in agosto - per concludersi entro la metà del 2012.
«Nessuno si è sorpreso - è stato il commento a caldo dei No Dal Molin dal Presidio Permanente -Inutile ricordare i legami stretti tra queste cooperative 'rosse' e molti membri del governo Prodi oltre che con il commissario straordinario nominato dal governo, l'europarlamentare Paolo Costa. Il ministro Bersani ha molto a che fare con la Cmc di Ravenna, e l'inaugurazione della nuova sede della Ccc di Bologna venne fatta in pompa magna da Massimo D'Alema - hanno detto ancora dal Presidio - Altro che inderogabili impegni internazionali, altro che rispetto dei patti: hanno svenduto la nostra città per garantire un lucroso affare alle cooperative loro amiche. Sono per altro le stesse cooperative impegnate nella costruzione della Tav in Val di Susa, giusto per gradire».
Insomma la Cmc - la quinta impresa di costruzioni italiana, al 96esimo posto nella classifica dei principali 225 «contractor» internazionali che la rivista statunitense "Engineering News record" pubblica annualmente - è una vecchia conoscenza
Della Cmc è anche l'appalto per le forniture del «lotto 6» della metropolitana di Milano, dove realizzano anche gli edifici per la Fiera: i tentacoli di questa enorme e potente piovra arrivano dappertutto. Del resto, «i requisiti tecnico-organizzativi ed economico-finanziari posseduti e la vasta esperienza acquisita in ogni parte del mondo nella realizzazione di grandi opere in infrastrutture - scrive la stessa società sul suo sito, www.cmc.coop - collocano cmc fra i pochi generale contractor italiani abilitati a concorrere agli appalti di maggiori dimensioni.
Un altro maxi appalto, questa volta da 445 milioni di euro è quello per l'adeguamento ed ammodernamento del primo maxilotto [da 28,5 chilometri] dell'autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria. Si tratta dell'ampliamento dello spartitraffico centrale, dell'allargamento delle due corsie, dell'introduzione della corsia di emergenza e di sette nuovi via dotti. Sono presenti lungo il lotto 28 viadotti e numerose opere minori. La Cmc come «generai contractor» è anche incaricata quindi di effettuare gli espropri dei terreni.
La mega-cooperativa vanta già esperienze nel rapporto con i militari statunitensi. Nel 2006, con il centrosinistra al governo, la Cmc aveva ottenuto dalle forze armate degli Stati uniti un appalto per la base militare di Sigonella [Catania]: si doveva costruire il cosiddetto «Mega IV multiple buildings naval air station», progetto enorme per il quale la spesa complessiva ammonterà, a fine lavori, a 59,5 milioni di euro e che comprende la realizzazione di una scuola all'interno della base
aeronavale Nas i e di sette edifici di vario uso nella base operativa Nas2. Sempre all'interno della base militare di Sigonella la Cmc ha già realizzato varie infrastrutture, tra cui parcheggi, piazze ed edifici polifunzionali, ad esempio la centrale telefonica e degli uffici della sicurezza della Us Navy.
Per restare in Sicilia, a Catania Cmc ha ottenuto l'appalto per i lavori della realizzazione del centro agroalimentare: 340 mila metri quadrati in contrada Jungetto. Il centro, che sarà il più grande del sud, è stato al centro di denunce dei Verdi e di Rifondazione, ma anche di associazioni ambientaliste, per presunte infiltrazioni mafiose.
Ancora, la Cmc costruirà il nuovo porto commerciale di Molfetta - «il braccio proteso verso l'Oriente e verso la nuova Europa», lo ha definito il sindaco Antonio Azzollini - il cui contratto è stato firmato nell'aprile del 2007, per un valore di 55,5 milioni di euro. Nel piano, oltre alla costruzione del molo, sono compresi la costruzione di capannoni per lo stoccaggio delle merci; un ponte di collegamento fra il porto e la zona industriale; un sistema di viabilità interna con parcheggi e arredi urbani.
Nel medagliere della «cooperativa rossa» c'è poi la realizzazione dell'asse attrezzato su cui sorgono i tre ponti in vetro, acciaio e cemento armato [il più lungo arriva a 221 metri] progettati dall'architetto-ingegnere catalano Santiago Calatrava a Reggio Emilia, progettati per l'Alta velocità Milano-Bologna e inaugurati lo scorso ottobre.
Ci sono anche gli spiccioli. Alla fine del 2007, la Cmc vince, insieme alla sorella Ccc, un maxi appalto per la realizzazione della superstrada SS 640 di Porto Empedocle [la strada che da Agrigento arriva a Caltanissetta attraversando la Valle dei Templi, che dal 1998 è inserita nella lista dei luoghi Patrimonio mondiale dell'umanità dell'Unesco] per un valore di 363 milioni di euro. Si tratta di una strada lunga 31 chilometri, lungo i quali saranno costruiti cinque viadotti lunghi 6 chilometri.
Tirate le somme, la società ha reso noto lo scor so primo marzo il suo fatturato per l'anno 2007: si tratta di ben 626 milioni di euro, accumulati grazie all'acquisizione di nuovi lavori, la maggior parte dei quali in Italia ma anche all'estero.
La presenza della Cmc all'estero inizia dai primi anni settanta, in Iran, mentre negli anni ottanta si sposta in Africa dove, nel 1982, inizia a costruire la diga di Pequenos Libombos, in Mozambico. Ma i suoi tentacoli arrivano ovunque: nelle Filippine, dove ha costruito impianti idroelettrici, nel Canale di Suez, a Taiwan, dove ha realizzato tunnel e viadotti autostradali. E nell'elenco non poteva certo mancare la «nuova frontiera» cinese, dove il Consorzio ha chiuso un accordo per la costruzione di un tunnel lungo 18 chilometri che fa parte del progetto [chiamato «Vintao Water Supply Project»] di deviazione delle acque del fiume Tahoe, un immissario del Fiume Giallo, che comprende oltre 200 chilometri tra canali e gallerie. Un appalto d'oro, il cui valore è di 42,5 milioni di euro, aggiudicato alla J.V. Gansu Zhongyi, società composta dalla Cmc e da Sinohydro Engineering Bureau 4, impresa per la quale dal 1969 al 1974 ha lavorato come ingegnere l'attuale presidente cinese Hu Jintao

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CMC RAVENNA

Fatturati record:

630 milioni di euro. Questi i ricavi della Cmc
previsti per l'anno 2008, che, secondo il Con
sorzio, raggiungeranno i 675 milioni nel C ni.C. CO
mk
2009 e i 700 milioni circa nel 2010. Altre ope- — 7 71 cei
Tal
re attualmente in fase di realizzazione al
l'estero da parte della Cmc sono: un albergo
5 stelle di 21 piani e un centro commerciale a Khartoum in Sudan. Nell'isola di Luzon, nelle Filippine, il «Casecnan Multipurpose Project» che consiste nella deviazione dei fiumi Casecnan e Taan a scopo idroelettrico e irriguo. In Africa la Cmc sta costruendo il principale Centro congressi dell'Onu su un'area di 80 mila metri quadri. Ancora tunnel, viadotti, un cavalcavia e un ponte anche a Taiwan per il progetto autostradale Pengshan Tunnel: due gallerie di 7,6 chilometri. Infine in Malawi il Consorzio sta costruendo una enorme diga alta 48 metri per un volume totale di 312 mila metri cubi d'acqua. La società nel 2007 ha impiegato 5.087 dipendenti, nel 2006 erano 5.647 e nel 2005 5.058.
Per inviare segnalazioni di protesta questi sono i contatti: Cmc, via Trieste 76-48100 Ravenna;
sito: www.cmc.coop; emaii: cmc.cmc@cmcra.com

SUGLI AFFARI DELLE COOP RISSA SINISTRA

SUGLI AFFARI DELLE COOP RISSA SINISTRA “Coopsette è una grande cooperativa “rossa” di Reggio Emilia. E’ anche il capofila dei lavori del sottoattraversamento TAV di Firenze. Ora scopriamo che Coopsette ha sponsorizzato il “Giro della Padania”, evento politico sportivo fortemente voluto dalla Lega (quella Nord, non quella Coop) per pubblicizzare quella fantasiosa entità territoriale; la sponsorizzazione è stata fortemente contestata durante tutto il suo svolgimento da chi giustamente non gradiva la trovata smaccatamente propagandistica. Coopsette ha risposto alle critiche dicendo in sostanza che gli affari si fanno con tutti, “pecunia non olet”. Non siamo così ingenui, l’avevamo capito da tempo. Da quando con altre grandi Coop (che forse sarà bene smettere di chiamare “rosse”) si sono aggiudicati gli appalti ad esempio dei lavori di ampliamento della base Dal Molin a Vicenza, del tunnel TAV in Val di Susa, della costruzione di vari CIE sparsi nella penisola. Quello che proprio ci deve spiegare il PD è come può essere così pervicacemente deciso nella difesa dei rapporti con soggetti economici coinvolti negli scandali di Tangentopoli, a cominciare dalla metropolitana milanese. Si chiameranno anche "cooperative, ma altro che “spirito di cooperazione”!” Ornella De Zordo

pc 21 dicembre - Rho occupata militarmente in vista di Expo

COMUNICATO STAMPA

RHO OCCUPATA MILITARMENTE IN VISTA DI EXPO 2015

Rho, 21 dicembre 2011. Questa settimana un contingente dell'esercito
italiano ha iniziato a pattugliare il territorio della nostra città. La
notizia è arrivata come un fulmine a ciel sereno ed stata tenuta nascosta
perfino al sindaco e al consiglio comunale, in totale spregio dell’autogoverno
del territorio.
L'esercito non è stato di certo mandato per contrastare le infiltrazioni
della 'Ndrangheta presente sul nostro territorio vista la totale inutilità
dell'opzione militare per fronteggiare un problema che affonda i suoi
tentacoli nel tessuto economico, politico e sociale del nostro territorio.
La militarizzazione del territorio è dovuta ad Expo 2015 e
all'individuazione del sito dove sorgeranno i padiglioni come area di
"interesse strategico nazionale", così com'è avvenuto con il decreto per
la c.d. emergenza rifiuti in Campania, relativamente alle aree dove
stoccare la "monnezza" o, più recentemente, come è accaduto con i cantieri
della Tav, resi aree di interesse strategico nazionale dall'ultima legge
di stabilità dell'ex governo Berlusconi (art. 19). Lo stesso sta accadendo
a Rho. L'obiettivo malcelato è quello di militarizzare un territorio e
abituare la popolazione alla presenza dell'esercito, che verrà schierato a
difesa dei cantieri di Expo 2015 in modo da tenere alla larga ogni voce
critica e di dissenso.

Centro sociale Sos Fornace

pc 21 dicembre - G8 Genova: Cassazione conferma condanne per 4 agenti



La Corte di Cassazione ha confermato la pena a 4 anni di reclusione ciascuno inflitta dalla corte d’appello di Genova per quattro poliziotti accusati di aver arrestato illegalmente due studenti spagnoli durante le manifestazioni del G8 di Genova nel luglio 2001. In primo grado erano stati tutti assolti e in secondo grado, nel luglio 2010, la sentenza era stata ribaltata.
I poliziotti sono Antonio Cecere, Luciano Beretti, Marco Neri e Simone Volpini. Le accuse a loro carico erano quelle di falso ideologico in atti pubblici, calunnia e abuso d’ufficio ma su questi ultimi due reati era stata dichiarata la prescrizione
L’inchiesta che li ha portati sul banco degli imputati riguardava gli scontri avvenuti il 20 luglio 2001 in piazza Manin dove manifestavano diverse associazioni religiose e di pacifisti. I poliziotti, in forza al VII Reparto Mobile di Bologna, furono inviati in piazza dove alcuni black bloc si sarebbero infiltrati. Fra gli arrestati vi furono i due spagnoli che, secondo il pm, sarebbero stati accusati ingiustamente di aver lanciato una bottiglia incendiaria l’uno e di essersi scagliato contro gli agenti impugnando una sbarra di ferro il secondo. Ad appellarsi contro la sentenza di primo grado erano stati il pm Francesco Albini Cardona che aveva chiesto 4 anni e le parti civili, gli avvocati Emanuele Tambuscio e Laura Tartarini.

fonte: Secolo XIX

pc 21 dicembre - giovani in rivolta- una informazione


Pubblichiamo quest'ottimo articolo di Paola Caridi, curatrice del blog Invisible Arabs che conferma quanto abbiamo già avuto modo di conoscere dalle corrispondenze di Paolo Gerbaudo di questi giorni: il ruolo degli ultras del calcio nelle proteste di questi giorni e la loro capacità di tenere la piazza. Lo avevamo già raccontato a proposito delle rivolte del lo scorso gennaio. Mentre a casa nostra il ceto politico "di movimento" si scandalizza per la loro presenza in piazza, sulla sponda sud del Mediterraneo i ragazzi delle curve stanno in prima fila contro esercito e polizia.



GLI ULTRAS

C’è una storia nascosta (ma solo in Italia…) sulla rivoluzione egiziana, ed è quella degli ultras. Sì, proprio delle tifoserie delle squadre di calcio egiziane. Facciamo prima un passo indietro. Chi è stato al Cairo – non da turista – sa bene che c’è un appuntamento, sempre lo stesso, che si ripete da anni. Il derby locale, che in una megalopoli da 20 milioni di abitanti è ben diverso dalle nostre stracittadine. Zamalek contro Ahly, e il confronto è serio, perché le due squadre del Cairo sono le migliori in Egitto. Solo tallonate dagli ismaili, il team di Ismailiya. Zamalek, Ahly e Ismailiya hanno le loro tifoserie, e fin qui tutto sembra normale. Cioè terribilmente globalizzato.

L’anno scorso avevano fatto parlare di sé dopo una partita della nazionale egiziana, durante il periodo di fuoco della qualificazione ai campionati mondiali (usata, malamente, dai figli di Hosni Mubarak per guadagnare consensi). I tifosi diedero vita, per la prima volta, a una particolare guerriglia urbana al centro del Cairo. Compreso il quartiere bene di Zamalek. A noi piccola comunità che guarda l’Egitto da anni, quelle immagini fecero venire i brividi, perché c’era qualcosa di diverso. Non solo per la violenza, ma per la violenza contro la polizia, da sempre braccio armato e urbano del regime. Qualcosa bolliva in pentola, e a dircelo erano gli ultras…

Sono passati non molti mesi, e poi c’è stata la rivoluzione del 25 gennaio. Quando le gang al soldo della polizia hanno attaccato piazza Tahrir, tra fine gennaio e inizio febbraio, a difenderla non c’erano solamente i ragazzi attivisti, poco usi a lanciare pietre. C’era chi si era già scontrato con la polizia. Non solo i fratelli musulmani, con quello che appariva una sorta di servizio d’ordine. C’erano gli ultras. E hanno salvato la piazza.

E’ per questo che i ragazzi di Tahrir, a leggere i loro sms su twitter, sono stati molto contenti quando, in questi quattro giorni, di nuovo a difendere la piazza e i manifestanti sono arrivati loro. Gli ultras. Ahlawy, zamalky e ismaili. Organizzatissimi. In centinaia alla volta hanno lanciato attacchi contro la polizia. Famosi, ormai, i loro canti e le percussioni, che riecheggiavano – mi dicono i testimoni diretti – anche dentro la piazza. Sono stati loro, in questi giorni, a fermare la polizia su via Mohammed Mahmoud, il cuore della battaglia, e a impedire l’ingresso a piazza Tahrir.

Gli ultras, come dappertutto, pongono però anche la questione della violenza. Perché fino a che bisogna difendere la piazza gli ultras sono benvenuti. Il problema è quando la violenza continua, e diventa guerriglia urbana. Ed è la questione che si porrà oggi, a giudicare da quello che è successo stamattina, negli scontri alla biblioteca dell’American University. Cominciano le spaccature tra manifestanti pacifici e ultras? Sembra proprio di sì.

La questione è che gli ultras fanno parte a pieno titolo di quella città dimenticata, di questo Cairo palcoscenico della rivoluzione, che tra le pieghe nasconde molto. Comprese le classi subalterne che, in una megalopoli, sviluppano modelli di vita propri, paralleli, per riuscire a campare. La famosa società informale. Forse un po’ di attenzione a questa parte enorme di una città enorme come il Cairo bisognerà pur metterla, nelle analisi di questa rivoluzione.

Qualcosa c’è anche sul mio articolo per La Stampa, anche sul sito del quotidiano torinese.

La foto ritrae gli ultras ahlawy su via Mohammed Mahmoud, la strada al centro della battaglia, anche stamattina. E’ quella che costeggia l’American University e che collega Tahrir a downtown, e soprattutto al cuore di downtown, Bab el Louq.



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pc 21 dicembre - EGITTO 10.000 donne in corteo contro la violenza sulle donne sfidano i militari



10.000 donne egiziane marciano contro la violenza e il governo militare

di Salma Shukrallah, Jadaliyya

20 dicembre 2011- Le donne organizzano una manifestazione di massa contro la brutalità militare seguente all'ondata di atti di violenza contro le manifestanti donne che hanno sconvolto milioni di persone; i manifestanti chiedono la fine del governare dell'esercito.

Spinte dall'immagine di tre soldati che strappano i vestiti ad una manifestante lascandola nuda e aggredendola con violenza, migliaia di donne hanno marciato martedì da Piazza Tahrir del Cairo al vicino Sindacato della stampa gridando slogan: "Le donne egiziane sono una linea rossa" e "Abbasso il governo militare."

Donne di ogni età e provenienza si sono radunate sul complesso amministrativo Mogamma in piazza Tahrir dopo l'appello uscito su Facebook per la marcia di protesta delle donne per esprimere la condanna delle immagini - attualmente in circolazione nei media online e sui giornali - di giovani donne molestate, picchiate e denudate da personale militare.

Alcune manifestanti indossavano il velo, altre no, altre ancora indossavano il niqab, o velo islamico che copre tutto il viso. Alcune donne copto-cristiane che anche loro hanno partecipato al corteo hanno portato le immagini di Mina Danial, attivista copta uccisa durante un attacco sui manifestanti copti dai militari nel mese di ottobre. Altre manifestanti portavano bandiere egiziane con il simbolo della croce-e-mezzaluna.

Anche le donne anziane sono state anche tra le manifestanti, sfidando la lunga marcia da Tahrir al Sindacato della stampa, nonostante la salute debole e il disagio evidente per gli eventi recenti. Molte madri hanno preso partecipato con le loro figlie.

"Sono venuta perché mi oppongo alla violenza contro le donne, perché mi oppongo alla violenza contro ogni egiziano", ha detto la contestatrice Noha El-Khouly, che ha saputo della marcia da sua figlia.

"Le donne sono state prese di mira da quando ci sono stati gli scontri a Mahmoud Mohamed il mese scorso, quando gli uomini sono stati mandato per molestare sistematicamente le attiviste donne", ha detto la manifestante Somaia Ahmed, di 17 anni, membro della campagna 'No ai processi militari'. "Negli ultimi sit-in, le donne sono state l'obiettivo primario dei militari. Questi attacchi non sono una coincidenza. "

Anche se Ahmed crede che la marcia di martedì sia stata più di carattere umanitario che politico - con la maggior parte donne che sono venute semplicemente per mostrare la loro opposizione alla violenza - molti dei canti che si sono sentiti durante l'evento portavano profondamente connotazioni politiche. Molti condannavano il governo militare, mentre altre chiedevano un rapido passaggio dal potere esecutivo ad un'autorità civile eletta.

"Non abbiamo paura, lo diciamo ad alta voce, il consiglio se ne deve andare", hanno cantato, insieme all'altro: "Vogliamo uno stato civile, abbasso il governo militare."

Le manifestanti hanno inoltre richiamato parallelismi tra il consiglio militare al potere in Egitto e il passato regime del deposto presidente Hosni Mubarak. "Il consiglio ha trasformato l'esercito facendolo diventare come la polizia," alcuni hanno gridato.

Nel 2005, alcune manifestanti sono state allo stesso modo denudate e aggredite da assalitori /teppisti legati alla polizia, nel tentativo di terrorizzare le donne e tenerle lontane dalla partecipazione politica.

Le donne durante il corteo di martedì hanno portato cartelli raffiguranti un volto di donna e la mano di un soldato con la scritta: "La tua mano dovrebbe essere tagliata".

Mentre le donne sfilavano da piazza Tahrir a Talaat Harb Street nel centro del Cairo, decine di sostenitori hanno espresso solidarietà dai balconi circostanti. Le manifestanti hanno invitato coloro che guardavano dalle loro case e dagli uffici a scendere e unirsi alla marcia.
Anche numerosi passanti si fermavano per esprimere la loro simpatia per la causa delle manifestanti. Un certo numero di uomini, desiderosi di aiutare, hanno circondato le donne, come scudi umani contro qualsiasi potenziale attacco.

Il numero delle manifestanti è aumentato gradualmente fino a quando il corteo ha raggiunto il Sindacato della Stampa, dove era in corso un'altra manifestazione organizzata dai parlamentari per una simile protesta contro la violenza militare.

Nel momento in cui il corteo delle donne ha raggiunto il sindacato, il numero di manifestanti ha superato le 10.000 persone, dopo di che si è fatto ritorno a Tahrir Square.

http://revolutionaryfrontlines.wordpress.com/2011/12/20/10000-egyptian-women-march-against-military-violence-and-rule/