domenica 17 settembre 2017

pc 17 settembre - Arrestati senza prove al G20 di Amburgo: l’odissea dei ragazzi italiani



Detenuti dal 7 luglio denunciano gli abusi e le pressioni psicologiche delle autorità tedesche
Sono passati più di due mesi da quando sono stati arrestati ad Amburgo e rinchiusi, tra un giro di trasferimenti da un penitenziario all’altro, nel carcere di Billwerder. Parliamo di Emiliano Puleo di Partinico, Alessandro Rapisarda e Orazio Sciuto del centro sociale “Liotru” di Catania e di altri due ragazzi italiani Fabio Vettorel e Riccardo Lupano, tratti in arresto durante le manifestazioni del G20 di Amburgo.
In particolare c’è Emiliano Puleo, abitante del paese siciliano di Partinico, che recentemente ha inviato anche una lettera ai familiari dove denuncia vessazioni e pressioni psicologiche da parte delle autorità tedesche. Emiliano è un ragazzo molto impegnato, un idealista, ed è un militante del circolo “Peppino Impastato” di Rifondazione Comunista. Era andato assieme a un suo amico reporter ad Amburgo, per partecipare alla manifestazione contro il G20. Parliamo del 7 luglio scorso. Mentre rientrava in ostello è stato però tratto in arresto perché un poliziotto ha dichiarato di averlo visto lanciare una bottiglia durante gli scontri. Emiliano si dichiara innocente, d’altronde oltre alla testimonianza del poliziotto tedesco non c’è nessuna prova video o fotografica. I famigliari stanno lottando, soprattutto la mamma, Fina Fontana. Dopo diverso tempo le è stato concesso di andare a visitarlo in carcere per due ore ogni 15 giorni. Se pur reattivo, Emiliano appare molto stanco e c’è preoccupazione. La Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato, su iniziativa di Giovanni Impastato, ha preso posizione mettendo uno striscione nel terrazzo della casa dedicata a Peppino e alla sua mamma.
Intanto per Emiliano Puleo il processo è stato fissato per il 4 ottobre. Alcuni ragazzi ( finora non quelli italiani) sono stati processati e nel caso peggiore a un olandese sono stati dati 2 anni e sette mesi da scontare in carcere, in altri casi un anno e mezzo in libertà vigilata. La detenzione risulta molto dura. Fino a pochi giorni fa la direzione del carcere aveva imposto una serie di restrizioni che avevano creato polemiche, tra le quali il divieto di poter ricevere libri. Emiliano, in una recen- te lettera, aveva raccontato quello che ha subito fin dall’arresto. «La prima perquisizione corporale in una caserma e poi il GeSa, prigione speciale costruita appositamente per il G20 e costata 5 milioni. Si trattava di un vecchio magazzino – scrive Emiliano – con all’esterno diversi container e all’interno di questi, unicamente illuminati con la luce artificiale dei neon, un innumerevole numero di celle prefabbricate. Entrato lì, sono stato prima denudato totalmente, hanno controllato anche le cuciture delle mutande e mi hanno tolto orologio e felpa, in nome della mia sicurezza; poi è arrivato il turno dell’alcool test; infine mi hanno fotografato e due poliziotti mi hanno condotto in cella, prendendomi a destra e a sinistra e piegandomi le braccia dietro la schiena ( modalità di accompagnamento che poi hanno utilizzato per ogni spostamento)».
Dopo la permanenza al GeSa hanno iniziato i trasferimenti in carcere. Prima sosta al carcere Billwerder. «Ci sono rimasto 2/ 3 ore prima di essere rimpac- chettato e trasferito ad un altro carcere – scrive sempre Emiliano -, un carcere minorile chiuso ed aperto solo per una decina di noi. Stanze singole, un’ora d’aria e socializzazione al giorno, il resto delle 23 ore chiusi dentro». Poi hanno riportato lui e gli altri ragazzi a Billwerder.
Come mai questi metodi duri per un presunto lancio di bottiglie? A rispondere è stato il deputato della Die Linke Martin Dolzer, portavoce Giustizia del gruppo della sinistra tedesca nel Parlamento di Amburgo durante un incontro con la delegazione di Rifondazione. In sintesi ha spiegato che, proprio a ridosso del vertice del G20, sono state inasprite le norme che regolano le manifestazioni di piazza. Ha inoltre sottolineato come il capo della polizia tedesca si sia contraddistinto per la sua linea dura e poco rispettosa dei diritti umani. Da parte dei giudici tedeschi ha rilevato un atteggiamento di accanimento, soprattutto nei confronti degli stranieri. In effetti qualcosa non torna. Oltre a Emiliano che viene accusato senza prove, c’è il caso di Fabio Vettorel. Si tratta di un giovanissimo operaio bellunese di 18 anni che aveva protestato ad Amburgo assieme a Maria Rocco ( liberata dopo un mese di detenzione). Viene accusato di aver agito contro l’ordine pubblico: il tribunale lo considera implicato in gravi atti di violenza durante le manifestazioni. In realtà lui ha raccontato che si era semplicemente fermato per soccorrere un’altra manifestante che si era fratturata una gamba. Le carte dei giudici tedeschi raccontano di violenze simili a quelle di una guerra civile, ma nel servizio dell’emittente tedesca Ndr fa notizia un video, girato dalla stessa polizia, in cui si vede la carica degli agenti partire rapidissima verso i manifestanti. In mezzo soltanto qualche oggetto, tra cui probabilmente un fumogeno, lanciato sulla strada.
Un video che in Germania ha alimentato nuove domande sul caso, tanto che altri giornalisti tedeschi sono andati in carcere a intervistare Fabio facendo emergere la sua innocenza. Se n’è occupato anche il quotidiano tedesco Süddetsche Zeitung che ha dedicato un lungo articolo alla vicenda del giovane bellunese, descrivendo Fabio Vettorel come proveniente da famiglia borghese, con la madre che lavora come consulente aziendale. Il ragazzo, prosegue il pezzo, è membro di un gruppo bellunese di sinistra chiamato «il Postaz». Il quotidiano ricorda anche come il gruppo, cinque settimane fa, si fosse accampato davanti al municipio di Belluno per protestare pacificamente contro il proliferare delle centraline idroelettriche. Il dubbio che resta, nei media tedeschi, è che Fabio si sia trovato nel momento sbagliato al posto sbagliato. Così come gli altri quattro ragazzi italiani. Si avverte la sensazione, almeno nei dibattiti tedeschi, che questi ragazzi siano stati probabilmente utilizzati per mostrare il pugno duro. Il governo italiano, però, tace nonostante diverse interrogazioni parlamentari.
Damiano Aliprandi da il dubbio

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G20 Amburgo: Fabio da più di due mesi in carcere senza accuse ben definite

Fabio  resta  in carcere. I dubbi restano, anzi aumentano.
Fabio Vettorel, giovane bellunese che da poco ha conosciuto la maggior età è stato arrestato a Amburgo durante le manifestazioni di contestazione al G20. Una detenzione che ha superato i due mesi in attesa del giudizio,  con molte versioni accusatorie che cozzano.
Secondo i giudici tedeschi Fabio è «predisposto alla violenza» e ha subito «carenze educative». Poco importa se non è stata commissionata una perizia psicologica o se del processo non c’è nemmeno l’ombra di una data. Tanto le illazioni fatte durante il secondo appello per la convalida del fermo non hanno peso, visto che sono «transitorie e di carattere generale». Non conta niente che la madre Jamila Baroni e le persone che lo conoscono lo credano «innocente e detenuto ingiustamente». Non ha valore la sua affermazione «sono incensurato e non mi ritengo aggressivo»
Ma perché dell’arresto di Fabio e degli altri 4 giovani italiani, tuttora detenuti, se ne parla così poco qui, da noi, in Italia, con un totale disinteresse della politica e del ministro degli esteri Alfano?
A parte la stampa locale e il Tgr Veneto, i quotidiani locali che hanno dato notizia degli sviluppi giudiziari, non sembra esserci la giusta risonanza, a livello nazionale, nonstante le forti  contraddizioni emerse nel caso dell’arresto e detenzione di Fabio.
In Germania invece, i dubbi crescono, tanto che non si esita a parlare di capro espiatorio.
L’interrogativo lo alza una tv tedesca, la Ndr. Fa un’inchiesta sugli scontri al summit dei potenti e ricorda come, a violenze calde, la politica chiedesse punizioni forti, col sindaco di Amburgo a metterci la faccia davanti alle telecamere. Inevitabile, guardando il reportage, chiedersi se le prese di posizione istituzionali abbiano in qualche modo influenzato la giustizia tedesca. Creando un clima da capro espiatorio.
Fabio è accusato di aver agito contro l’ordine pubblico, il tribunale lo considera implicato in gravi atti di violenza durante le manifestazioni. Secondo le ricostruzioni in sua difesa, si era semplicemente fermato per soccorrere un’altra manifestante che si era fratturata una gamba. Una forma di istintiva solidarietà dunque, come quella mostrata da Maria Rocco: bellunese come Fabio, anche lei finita dentro e poi rilasciata.
Fabio è ancora in carcere in attesa di giudizio.  Le carte dei giudici tedeschi raccontano di violenze simili a quelle di una guerra civile, ma nel servizio dell’emittente Ndr fa notizia un video, girato dalla stessa polizia, in cui si vede la carica degli agenti partire rapidissima verso i manifestanti. In mezzo soltanto qualche oggetto, tra cui probabilmente un fumogeno, lanciato sulla strada.
Un video che in Germania alimenta nuove domande sul caso. Tanto che altri giornalisti vanno in carcere a intervistare Vettorel. Facendo emergere altre contraddizioni. Si veda quella tra la descrizione del giovane come affetto da carenze educative, come predisposto alla violenza, parole usate nei documenti che stanno accompagnando la sua detenzione, e il volto del bellunese quando risponde a queste parole. Con quel “non capisco su quali prove si basino”. Ma la più lampante, tra le contraddizioni, è ancora nelle immagini. Altro video della polizia durante la manifestazione che ha portato all’arresto di Vettorel: lo si vede che raccoglie un oggetto, tranquillamente. Di violenza non c’è impressione.
In più parti del verbale si legge che Fabio «era consapevole», o che «avrebbe potuto fare». Allusioni non avallate da prove. E a fronte del rigetto dell’Alta Corte Federale contro il ricorso dell’avvocato per il suo rilascio, la speranza è che le ovvietà, almeno queste, vengano riconosciute.
«La dignità umana è la cosa più importante che esiste, per me», afferma Fabio  contro l’accusa dei giudici, «è per questo che ero ad Amburgo quel giorno».

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