sabato 25 luglio 2015

pc 25 luglio - "I popoli in rivolta scrivono la storia, No Tav fino alla vittoria"

No Tav, scontri nella notte al cantiere di Chiomonte: lancio di razzi contro la polizia che risponde con lacrimogeni

No Tav, tafferugli nella notte al cantiere di Chiomonte: razzi e lacrimogeni
La recinzione intorno al cantiere di Chiomonte

TORINO - Hanno raggiunto la zona del cantiere della Torino-Lione, a Chiomonte, i No Tav che da ieri sera manifestano in Val Susa contro la nuova linea ferroviaria ad Alta Velocità. I manifestanti, alcune centinaia, hanno lanciato fuochi d'artificio a cui le forze dell'ordine hanno risposto con alcuni lacrimogeni.

"I popoli in rivolta scrivono la storia, No Tav fino alla vittoria", lo slogan intonato dagli attivisti che si oppongono al 'supertreno' lungo i sentieri che da Giaglione, ieri sera luogo del loro ritrovamento, portano attraverso i boschi al cantiere della Tav. I manifestanti hanno realizzato alcune barricate artigianali per contrastare una eventuale avanzata delle forze dell'ordine, che presidiano la zona. La 'passeggiata notturna al cantiere', come viene definita la manifestazione dai No Tav, rientra tra le iniziative del movimento che da alcune settimane ha ripreso la protesta in Val Susa.
...nei giorni scorsi si sono susseguite le dimostrazioni rumorose e i tentativi di forzare o aggirare i cordoni delle forze dell'ordine. E sulla strada che porta al cantiere sono anche spuntati chiodi a tre punte, che hanno danneggiato le gomme delle auto di alcuni operai.

A tarda notte  la 'passeggiata notturna' dei No Tav in Val Susa. I manifestanti, sono riusciti ad avvicinarsi alle reti del cantiere della Torino-Lione. E, dopo un fitto lancio di petardi e fuochi d'artificio, si sono scontrati con le forze dell'ordine - che avevano risposto con alcuni lacrimogeni - uscite dal cantiere. I No Tav hanno poi fatto rientro verso Giaglione, da dove ieri sera erano partiti in corteo.


Il cantiere di Chiomonte (foto di repertorio)

pc 25 luglio - Saibaba libero – Intensificare ora la lotta per la libertà di Ajith e di tutti i prigionieri politici in India!!!


SAIBABA HA DETTO: “L'UNICO MODO DI FERMARMI ERA DI BUTTARMI IN GALERA”

Dopo una prigionia di 14 mesi alla prigione centrale di Nagpur, GN Saibaba, un professore di inglese, sulla sedia a rotelle, che insegna presso l'Università di Delhi e accusato di avere legami maoisti, sta tornando nella sua casa nel campus universitario. Venerdì scorso, l'Alta Corte di Mumbai gli ha concesso la libertà provvisoria per tre mesi, in modo che potesse rivolgersi a un medico per diversi disturbi.
La sentenza del tribunale, di sua iniziativa ha messo un contenzioso sulla base di una e-mail al presidente della Corte Suprema dall'attivista Purnima Upadhyay citando un articolo pubblicato su The Hindu ( un giornale scritto in lingua inglese e venduto ne sud dell'India ) che ha descritto come la salute del professor Saibaba si stava deteriorando in prigione.
Il Professore Saibaba è seduto in una piccola stanza di casa sua decorata con librerie e vecchi calendari.

I mesi di separazione dalla sua famiglia lo hanno lasciato un po 'disorientato. Si sente che manca qualcosa a casa. "Credo che la vivacità della famiglia non c'è più", ha detto al The Hindu. "E' stata un'esperienza traumatica per tutti noi. Non so quanto tempo ci vorrà per essere di nuovo felici.”
Anche lui è accusato di essere affiliato ai leader maoisti fuorilegge, si presenta come un uomo che ha una fede salda nella democrazia.
Nei primi anni 90, ha iniziato come  attivista pro-riservista, opponendosi alle forze che hanno tentato di abolire la politica della riserva militare per  svantaggiare le caste inferiori indiane. Da metà degli anni 90, partecipò ad  una campagna contro la polizia dell'Andhra Pradesh per quello che ha definito "incontri omicidi" di innocenti e naxaliti.

La maggior parte dei suoi colleghi, ha detto, che sono stati assassinati da ignoti, i quali, secondo lui, erano sicari sponsorizzati dallo stato. "Ho perso 10 amici attivisti in un arco di 10 anni", ha detto. "La loro colpa è stata che hanno criticato le uccisioni dei naxaliti e sostenuto i loro corpi in modo che possano dare loro un funerale. Questo non è andato giù bene al governo ".
Dopo essersi trasferito a Delhi, ha coordinato una campagna contro l'offensiva militare nelle zone tribali, che hanno fatto male agli investimenti. Ha detto che le autorità hanno deciso che "il modo migliore per fermarmi era di buttarmi in prigione."

'Green Hunt prova a sloggiare le popolazioni tribali'

Nei primi anni 2000, il dottor Saibaba si trasferì a Delhi per insegnare letteratura inglese presso Ramlal Anand College, Università di Delhi. Non era la paura per la vita, che lo ha costretto a lasciare Andhra Pradesh e migrare a Delhi. E 'cresciuto disilluso con i corsi, che ha insegnato come docente a contratto in un college locale per oltre un decennio. Nel settembre 2009, il Congresso del governo lanciò l'Operazione Green Hunt, un'offensiva militare volta a stanare i ribelli maoisti da tutta la cintura tribale dell'India.
A quel punto, l'attivismo del professor Saibaba lo aveva portato al centro della cintura tribale indiana. "Sono stato in quasi tutti i distretti Adivasi. Non è stato così difficile per una persona diversamente abile, come me. Gli Adivasi mi hanno portato sulle spalle e trasportato fino ai boschi collinari, "ha detto. "Ho raccolto prove sufficienti che la classe dirigente ha voluto accedere alle loro risorse, non importa cosa. Così l'operazione Green Hunt è stata lanciata per uccidere, mutilare e dislocare queste persone. "

Tra il 2009 e il 2012, quando l'operazione era al suo apice, ha mobilitato gli intellettuali pubblici sotto un gruppo denominato Forum contro la guerra al popolo. Ha coordinato una campagna nazionale contro l'offensiva militare, colpendo e svergognando la sua essenza. La sua campagna, ha detto, ha iniziato a mordere il governo con diversi investitori internazionali che ritirarono gli investimenti dalla cintura tribale.

Nel pomeriggio del 9 maggio 2014, si stava dirigendo a casa dall'università, nella speranza di raggiungere la moglie e la madre per il pranzo.
Un gruppo di poliziotti in borghese fermano la sua auto, trascinano il conducente fuori e lo portano fuori dal campus dell'università. Ll mattino seguente, dopo il suo arresto a Delhi, il professor Saibaba è stato trasportato a Nagpur, dove il magistrato distrettuale sentito il suo caso, lo mandò in carcere.
La motivazione: "La prova è che la polizia aveva trovato alcuni comunicati stampa [di leader maoisti] nel mio pen drive", ha detto. "Un altro elemento di prova è stato che avevo scritto una lettera ad alcuni  leader maoisti. Fino ad oggi, la polizia non mi ha mai mostrato quelle lettere.
"Nel più famoso carcere del paese , il carcere di Anda, che significa carcere a forma di uovo, al dottor Saibaba non è stato permesso di usare il bagno per le prime 72 ore.
Le molestie hanno contribuito pesantemente sulla sua salute.

pc 25 luglio - Il governo fascista turco di Erdogan contro il movimento curdo

La Turchia bombarda il PKK e i civili nel Nord dell’Iraq

La Turchia bombarda il PKK e i civili nel Nord dell’Iraq

25 luglio 2015


Cinque minuti dopo la mezzanotte, oltre 20 aerei da guerra turchi hanno bombardato le posizioni del PKK nella zona di Medya, colpendo i villaggi civili nella zona circostante.
Il bombardamento nelle zone controllate dal PKK è durato fino al mattino colpendo anche i vicini insediamenti civili. L’assalto è stato accompagnato da censure su una serie di siti di informazione.
I caccia F-16 decollati cinque minuti dopo la mezzanotte dalle città di Diyarbakir e Batman, hanno prima bombardato le regioni di Zap, Basyan, Gare, Avaşin e Metina. Gli aerei hanno poi colpito Xinere e Kandil.
ANHA News Agency riporta bombardamenti nelle regioni Gare, Zap, Cemco, Metina, Haftanin e Avaşin. Il bombardamento ha colpito anche insediamenti civili in Şemdinli e Kandil, secondo il canale televisivo Med Nuce. Secondo ANF, le bombe hanno colpito aree civili in Xakurke. Il bombardamento ha colpito anche il villaggio Enze di Kandil. Non vi è ancora nessuna informazione esatta sulla quantità di danni e di vittime. Alcune regioni sono state colpite più volte dai missili ; Gare è stata bombardata per tre volte, Metina due volte.
Il centro stampa delle forze guerrigliere HPG ha rilasciato una dichiarazione sui bombardamenti. “Come Centro di Comando di Difesa del del Popolo, vi annunciamo che il cessate il fuoco è stato rotto unilateralmente dallo Stato turco e dal suo esercito. Il 24 luglio, alle ore 23:00 circa , numerosi aerei da guerra appartenenti all’esercito turco hanno cominciato a bombardare pesantemente le zone di Medya e in particolare la regione Behdinan. I bombardamenti hanno colpito ininterrotamente le aree di Kandil e Xakurkê . Con questi attacchi aerei, si interrompe il cessate il fuoco . I risultati dei pesanti bombardamenti e i dettagli di questo attacco saranno condivisi con la nostra gente e il pubblico al più presto possibile “, si legge nella dichiarazione.
Duranta la tarda, con l’inizio dei bombardamenti, i siti web di alcuni organi di informazione sono stati bloccati in Turchia. I siti web di Dicle News Agency, Firat News Agency, Hawar News Agency, Rojews e il giornale Özgür Gündem sono stati tutti bloccati e rimangono così in Turchia.

pc 25 luglio - Il massacro di Soruc e la rivolta di Istanbul in video e foto dal blog maoistroad




pc 25 luglio - Uccisa dal regime di Erdogan una compagna del DHKC - dal blog del movimento femminista proletario rivoluzionario

Dopo la strage di Suruc, l'esecuzione di Gunay Özarslan, compagna del Fronte rivoluzionario di liberazione del popolo (Dhkp-C). Contro il fascismo e l'imperialismo ci vuole la giusta violenza rivoluzionaria!

La polizia turca uccide Gunay Özarslan, militante del Fronte Rivoluzionario di Liberazione del Popolo



(da Contropiano) - Si complica lo scenario in Turchia dopo la strage di Suruc di lunedì, quando un presunto esponente dello Stato Islamico ha fatto esplodere una bomba all’interno del centro culturale Amara facendo strage di giovani di sinistra in procinto di recarsi a Kobane, nel Rojava siriano, per partecipare a una missione di ricostruzione della città devastata dai jihadisti. 

Ieri un fronte di organizzazioni marxiste clandestine turche - Dhkp-C, Mlkp e Tikko – ha annunciato l’avvio di una campagna armata contro le forze di sicurezza turche accusate di collaborazione e connivenza con gli assassini dei 32 attivisti uccisi nell’attentato di Suruc. In poche ore militanti del Fronte Popolare (Dhkp-C) hanno mitragliato un commissariato nel quartiere di Gazi a Istanbul, mentre militanti del Partito Comunista Turco Marxista Leninista (l’organizzazione maoista ribattezzata “Tikko”) hanno assaltato una caserma dell’esercito. Azioni simili sono state annunciate anche dall’Mlkp, che fin dall’inizio ha combattuto a fianco delle milizie popolari curde per la difesa di Kobane e di altre località del Kurdistan siriano, e alcuni militanti del quale sono stati uccisi o feriti nell’esplosione di Suruc.

Nelle ultime ore le forze di sicurezza di Ankara hanno risposto con estrema durezza all’iniziativa dell’estrema sinistra turca con una vasta operazione definita ‘antiterrorismo’ – “contro cellule di sinistra, simpatizzanti della guerriglia curda e reti jihadiste” - che ha portato all’uccisione di una militante del Fronte Rivoluzionario di Liberazione del Popolo - Gunay Özarslan - crivellata da ben 15 pallottole dagli agenti che hanno fatto irruzione della sua casa nel quartiere Bagcilar di Istanbul. Circa 5000 agenti di polizia, dei quali 2000 delle Forze di Intervento Rapido e con il sostegno dei corpi speciali hanno realizzato all’alba di oggi una maxi retata contemporaneamente in 26 diversi quartieri di Istanbul e in altre 13 province del paese arrestando finora almeno 251 persone e perquisendo 140 abitazioni e locali solo nella metropoli sul Bosforo. Di fatto si tratta di una retata contro i movimenti curdi e quelli di sinistra, visto che solo poche decine di arrestati sono riconducibili alle reti jihadiste operanti in Turchia e quasi 200 dei circa 300 arresti realizzati in tutto il paese sarebbero militanti dei partiti Hdp e Bdp, e altre decine sarebbero invece riconducibili alle organizzazioni di estrema sinistra.

L’operazione è scattata, affermano le autorità, dopo che l’altro ieri due poliziotti turchi sono stati giustiziati da una cellula del Partito dei Lavoratori del Kurdistan nella città di Ceylanpinar, a poca distanza con la frontiera siriana nella provincia di Urfa, in segno di rappresaglia dopo la strage di Suruc. Non solo. Poche ore più tardi il fronte giovanile urbano del Pkk, l’Ydg-H, ha rivendicato l’assassinio del commerciante Mursel Gul, ucciso la sera del 21 luglio a Istanbul con quattro colpi di arma da fuoco perché accusato di essere in realtà un membro dello Stato Islamico. "Noi continueremo le nostre azioni contro le bande dello Stato Islamico, abbiamo identificato numerosi militanti che giustizieremo e puniremo" ha scritto l'organizzazione giovanile del Pkk.
"Gli assassini di Suruç pagheranno per i loro delitti".
Negli ultimi anni Gul avrebbe più volte fatto la spola tra Turchia e Siria – ha informato la stessa polizia turca – e dal suo account su Twitter lanciava messaggi di sostegno ai jihadisti. Ieri inoltre un altro poliziotto turco è stato ucciso a Diyarbakir, la più popolosa delle città dell'area a maggioranza curda, e un suo collega è rimasto ferito in un attacco.
Già lo scorso 19 luglio, inoltre, un soldato turco era morto nel corso degli scontri con manifestanti curdi nella provincia di Adiyaman.
E’ troppo presto per capire se il movimento guerrigliero curdo ha definitivamente abbandonato la strategia della trattativa con il regime turco – una trattativa in corso da anni che finora non ha portato a nulla di concreto mentre le forze armate di Ankara continuano la repressione e la militarizzazione dei territori a maggioranza curda – e quindi tornerà alla lotta armata con dimensioni di massa come in passato, oppure se le azioni degli ultimi giorni rappresentano un ‘gesto obbligato’ dopo la strage di Suruc. Certo è che pochi giorni fa il Pkk in un comunicato ha annunciato la fine del cessate il fuoco dichiarato unilateralmente:  “I nostri guerriglieri – si può leggere nel comunicato emesso la scorsa settimana – con senso di responsabilità si erano impegnati a onorare il cessare il fuoco fin dall’inizio del processo negoziale, ma il governo turco con azioni arbitrarie ha già ripreso la guerra contro il popolo kurdo. E noi non resteremo in silenzio”.
Fin dal suo insediamento al potere il leader del partito islamista Erdogan ha tentato di risolvere il conflitto con la guerriglia curda tentando di concedere il meno possibile ma comunque in controtendenza rispetto alla tradizionale intransigenza della classe politica nazionalista turca. Ma anni di negoziati e di trattative non hanno prodotto alcun risultato a causa dell’indisponibilità dello stesso partito di governo e delle crescenti pressioni da parte dei nazionalisti di destra dell’Mhp, oltre che di pezzi consistenti degli apparati statali di sicurezza, a concedere maggiori libertà politiche e culturali alla locale comunità curda, anche in conseguenza dell’autogoverno impiantato nel Rojava siriano da organizzazioni come il Pyd gemellate con il Pkk e che fanno temere ad Ankara che il contagio possa superare la frontiera.
La strage di Suruc potrebbe far precipitare gli eventi e portare entrambe le parti a riprendere uno scontro senza esclusione di colpi che però avrebbe immediate ripercussioni anche sul fronte politico. A farne le spese sarebbe l’Hdp, il Partito Democratico dei Popoli che a pochi mesi dalla sua costituzione – nato dalla confluenza tra i partiti della sinistra curda e alcuni gruppi della sinistra radicale turca – all’inizio di giugno ha fatto irruzione nel parlamento statale con un esplosivo 13%.
Le minime aperture concesse sul fronte politico dal regime turco negli ultimi anni potrebbero immediatamente sparire, e il muro contro muro potrebbe essere strumentalizzato da Erdogan che potrebbe legittimarsi di fronte all'opinione pubblica nazionalista del paese come imprescindibile difensore dal caos e dalla disgregazione della Turchia. In fondo per buona parte della popolazione turca la guerriglia curda non è meno pericolosa dello Stato Islamico, anzi...

pc 25 luglio - Tre giorni di solidarietà antirazzista e antimperialista a Ventimiglia: 24, 25 e 26 luglio


Ventimiglia: quel muro tra Italia e Francia, contro i migranti

  • laura buono -contropiano
Ventimiglia: quel muro tra Italia e Francia, contro i migranti
A circa un mese e mezzo dai primi casi di respingimento di un gruppo di migranti bloccati nel tentativo di passare la frontiera tra Italia e Francia, la situazione a Ventimiglia rimane pressoché identica. Lontani dal clamore mediatico dei primi giorni, i migranti restano tuttora intrappolati a pochi passi dalla frontiera con la Francia, abbandonati in una sorta di limbo, senza poter avanzare né retrocedere nel proprio viaggio. Dei tanti che si erano radunati inizialmente sugli scogli in segno di protesta all'inizio di giugno ormai non resta quasi più nessuno, molti sono andati via e hanno oltrepassato il confine trovando altri canali.
Nonostante ciò un flusso quasi ininterrotto di persone continua ad arrivare e a fermarsi almeno per

pc 25 luglio - Chiudere il Cara di Mineo - chiudere tutti i CIE - lotta all'imperialismo e al governo italiano - solidarietà e sostegno ai migranti e alle loro lotte


Chiudere il Cara di Mineo. Emigrare non è un reato

    Chiudere il Cara di Mineo. Emigrare non è un reato               

In questi giorni si stanno accendendo i riflettori dei media sulla vergognosa esistenza del Cara di Mineo; questo laboratorio europeo del “villaggio della solidarietà” è un’esperienza, iniziata male e proseguita peggio, che tanta sofferenza ha recato agli  oltre 18.000 richiedenti asilo, che, sopravvissuti ai sempre più frequenti tragici naufragi, si sarebbero aspettati di poter esercitare il diritto d’asilo ed invece sono caduti nell’incubo di venire parcheggiati a tempo indeterminato per favorire il mega-business della pseudo-accoglienza dei gestori.
Mulue Ghirmay era un ventunenne eritreo arrivato in Italia nel maggio 2013, che si è impiccato dentro il CARA il 14 dicembre 2013, stroncato dalla snervante attesa di una commissione, che in

pc 25 luglio - Napoli sbirri assassini sempre impuniti ? Verità e giustizia per Davide Bifolco


 Davide Bifolco, la chiamano giustizia

  • Mario Di Vito
Davide Bifolco, la chiamano giustizia
L'udienza di ieri è finita con la richiesta di condanna a tre anni e quattro mesi per Giovanni Macchiarolo, il carabiniere che sparò e uccise Davide Bifolco, in Corso Traiano, a Napoli, il 5 settembre dello scorso anni.
In aula bagarre e proteste, mentre la sentenza è attesa per il prossimo primo ottobre: all'interno del tribunale sono volate parole grosse contro la corte e la polizia, era palpabile la rabbia e lo smarrimento verso una giustizia che spesso stenta a farsi capire, per usare un eufemismo.
L'unico dato certo di tutta questa storia è che un ragazzo di 17 anni è morto sparato, con il colpo partito dalla pistola di un agente dei carabinieri. Il resto è un gomitolo di tesi, colpi, contraccolpi e, come sempre quando si ha a che fare con la malapolizia, una pesante campagna denigratoria nei confronti della vittima, dei suoi parenti e dei suoi amici. In questo caso, poi, ci si è messo di mezzo pure il diffusissimo sentimento antimeridionale che aleggia un po' ovunque, in quello che in maniera troppo affettuosa viene ancora chiamato Belpaese. E domande assurde: «perché tre ragazzi andavano in giro di notte, in un quartiere malfamato, senza casco e tutti sullo stesso motorino?», come se questi fossero buoni motivi per sparare e uccidere. E va bene la retorica del rispetto delle regole e del codice della strada, ma giustificare per questo la condanna a morte è un'atrocità: niente giustifica la morte di un ragazzino, da qualsiasi punto di vista. Per quello che riguarda i fatti, ecco la versione dei carabinieri su quella notte: il Nucleo Radiomobile aveva segnalato a tutte le unità la presenza di un latitante che si aggirava per le strade di Napoli a bordo di un motorino. La pattuglia di Macchiarolo intercetta così uno scooter con tre persone a bordo, che però non si ferma all'alt, urta un'aiuola e rovina a terra. Uno dei militari avrebbe così preso a inseguire il presunto latitante, che però sarebbe riuscito a dileguarsi nella notte. Un'altro carabiniere, intanto, con l'arma di ordinanza senza sicura nella sua mano destra, sarebbe invece sceso dall'auto di servizio per bloccare gli altri due passeggeri del motorino. Così, nel tentativo di fermarne uno - Salvatore Triunfo, 18 anni, piccoli precedenti -, l'agente sarebbe inciampato e dalla sua pistola sarebbe partito, per puro caso, un colpo che si è andato a conficcare proprio nel torace di Bifolco che in quel momento si stava alzando da terra.
La famiglia Bifolco, rappresentata dall'avvocato Fabio Anselmo, però ha un'altra versione della storia. Assai diversa da quella dei carabinieri e confermata da sei testimoni: l'auto dei carabinieri avrebbe speronato lo scooter, poi Macchiarolo avrebbe lasciato partire un colpo ad altezza d'uomo, colpendo Davide al cuore. Infine, il famoso 'terzo uomo' a bordo del motorino non era il latitante Arturo Equabile, ma Enzo Ambrosino, un ragazzo che qualche giorno dopo i fatti arrivò a dichiarare spontaneamente di trovarsi insieme a Bifolco e a Triunfo, quella notte.
La procura pensa che si sia trattato di omicidio colposo: il carabiniere non voleva uccidere, la morte di Davide Bifolco è stata praticamente un incidente, e non fa niente se l'agente girava a mano armata con la pistola senza sicura. Un ragazzo di diciassette anni è morto, ma chi l'ha ucciso non l'ha fatto apposta: e questa la chiamano giustizia.

pc 25 luglio - A TUTTI GLI OPERAI MORTI, A TUTTI GLI OPERAI VIVI: "GLI SPIRITI CANTANO SENZA SOSTA NEL VENTO..."

Requiem di un operaio

Il mio corpo è disteso
giace nel mezzo di un edificio spoglio
che della città esclude la vista, sigillato nel cemento
che seppellisce la mia storia

A ogni boccata di polvere tossica
si sublima il profitto 
seguendo la curva dei prezzi
ogni anno si scialano fuochi d'artificio
mentre il mio respiro brucia

Rannicchiato, twitto furtivamente
i computer rosicchiano la vita tutta
zaino pesante sulle spalle
muscoli e ossa stremati
nascondono la mia fatica

Il mio corpo porta un messaggio
tu rifiuta questa falsa prosperità
abbandona l'angolo oscuro
corpi e anime tese si abbracciano
io e te ancora non cediamo

A rivoli grondano le lacrime,
raccogliendo sedimenti di mesi e anni pesanti
certo, più volte i sogni finiscono in frantumi
ma gli spiriti cantano senza sosta nel vento
della storia di un operaio


Mininoise, gruppo popolare di Hong Kong

pc 25 luglio - La strage operaia di Modugno è responsabilità del sistema e dello Stato - la nostra solidale vicinanza ai familiari e alla popolazione di Modugno ORA - ma la necessità di andare a fondo contro ogni silenzio ipocrita


Una morte frutto diretto della produzione tirata al massimo e dei sistematici mancati controlli.

Modugno, esplosione nella fabbrica di fuochi d'artificio: sette morti 4 feriti, gravissimo uno dei titolari

MODUGNO - Prima uno scoppio in un furgone carico di fuochi d'artificio, poi altre esplosioni a catena in tutta la fabbrica che diventa un rogo mentre le fiamme si propagano anche ad un bosco vicino. E' arrivata così la morte per sei operai (e non sette, visto che uno dato per morto in realtà è ricoverato in gravi condizioni al Policlinico di Bari) che lavoravano nella fabbrica di fuochi di artificio Bruscella Fireworks alla periferia di Modugno, a ridosso di Bari.

Le vittime accertate sono Vincenzo Armenise, 39 anni, Giuseppe Pellegrino, 40 anni, Vincenzo De Chirico, gli indiani Banga Harbaajan, di 41 anni e Nigah Kumar di 29, l’albanese Merja Samir, di 28 anni. Deceduto in serata anche Michele Pellicani, uno dei feriti ricoverato in Rianimazione al Policlinico di Bari. Illesa la moglie di Vincenzo Armenise, Angela Bruscella (sorella di uno dei titolari) e lo zio Antonio Bruscella, che erano all’interno dell’azienda al momento dello scoppio.

Feriti Michele e Vincenzo Bruscella, soci dell’azienda, ricoverati rispettivamente a Brindisi (con ustioni sull'85%  del corpo) e Napoli, Riccardo Postiglione, 20 anni, di Napoli, e Antonio Pertino, 30 anni, ricoverati tutti al Policlinico.

La tragedia è avvenuta attorno a mezzogiorno, mentre in fabbrica si lavorava a pieno regime per preparare i fuochi destinati alle feste patronali che si susseguono in questo periodo in Puglia. L'esplosione è stata tremenda e ha provocato un boato che è stato sentito a chilometri di distanza, anche nei paesi vicini. Tanto che alcuni testimoni hanno pensato ad un terremoto o al crollo di un palazzo, una signora ha creduto fosse precipitato un elicottero. Le macerie, così come anche alcune delle vittime, sono state proiettate a decine di metri di distanza. La serie di esplosioni a catena ha causato il crollo della fabbrica che è andata completamente distrutta e ci sono volute ore perché fossero raggiungibili i corpi carbonizzati degli operai. Lo spostamento d'aria ha investito anche un vicino centro sportivo dove una settantina di bambini che partecipava ad un campo estivo.  Il campo è stata evacuato: sono caduti quadri e alcune suppellettili, ma a parte lo spavento, ai piccoli non è successo niente. Mentre si soccorrevano i superstiti e si faceva la conta dei morti, gli artificieri hanno provveduto a mettere in sicurezza la zona provocando esplosioni controllate del materiale depositato nella fabbrica.

Sul posto sono intervenuti vigili del fuoco, polizia e carabinieri, personale della protezione civile e del 118. Sono arrivati subito anche i sindaci di Modugno, Nicola Magrone e della città metropolitana, Antonio Decaro, seguiti poi dal presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano. Bisognerà attendere per capire la dinamica del'incidente. Il procuratore di Bari, Giuseppe Volpe, che ha coordinato i lavori sul posto, ha anticipato che bisognerà aspettare domani per poter accedere al luogo della esplosione e fare i rilievi. La tragedia ha suscitato cordoglio unanime nel mondo politico e sindacale. Tra tutti, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha espresso il "suo profondo dolore" per le vittime della grave esplosione e si è augurato che "si faccia al più presto piena luce sulla dinamica dell'incidente".

La Bruscella Fireworks, azienda a conduzione di famigliare, è attiva da generazioni ed è molto nota. Fornisce fuochi d'artificio per le feste di tutta Italia. 
Nel 1959 era stata completamente ricostruita dopo una esplosione analoga. 

pc 25 luglio - Udienza Eternit-Bis - il gioco delle tre carte di un processo che non deve finire con la giusta condanna dei padroni assassini - la presenza, la protesta e la proposta della Rete nazionale per la sicurezza e salute sui posti di lavoro e sul territorio

I giudici del tribunale di Torino, a porte chiuse, hanno rimandato alla Corte Costituzionale la decisione se questo processo ai padroni assassini dell’Eternit si potrà o meno fare. Quali le “motivazioni” della giudici torinesi: “non si possono processare due volte per lo stesso reato”. In termini tecnici si potrebbe non eccepire, ma nella sostanza i giudici, metà Ponzio Pilato e metà paladini di Schmidheini, sanciscono che anche per i morti di amianto dopo la sentenza della Cassazione del 2014, circa 94 casi, non vi è nessun colpevole. Di fatto sia per i tempi di pronunciamento della Corte Costituzionale, circa un anno, sia come precedente, si mette una pietra tombale non solo per i morti di Casale, ma anche su tutti i processi per amianto. Molto lo sconforto e la rabbia tra i parenti e le associazioni presenti fuori dall’aula. 

Come Rete Nazionale Sicurezza sul Lavoro e Territorio Nodo/MI-BG, riteniamo questa decisione come una sorta di dichiarazione di guerra alla Sete e al Diritto di Giustizia dei famigliari dei tanti morti di Casale Monferrato. A cui non ci si può né rassegnare né accettare. 

Per queste ragioni oggi, sia con striscioni sia discutendo con alcuni dei familiari, abbiamo lanciato la parola d’ordine che: “DALL’ETERNIT ALL’ILVA, LA LOTTA PER LA GIUSTIZIA E’ LA STESSA!”, dando appuntamento a Taranto per il 20 ottobre l’apertura del Processo Ilva.
Rete Nazionale Sicurezza sul Lavoro e Territori Nodo MI-BG

retesicurezzamilano@gmail.com

pc 25 luglio - La catena dei padroni assassini alla Tirreno power - centinaia di morti - coinvolge politici e istituzioni colluse e corrotte - il ministro Guidi e la lurida carogna uomo di Renzi De Vincenti se ne devono andare

Dalla Curia ai politici, la rete per far riaprire Tirreno Power

Dalla Curia ai politici, la rete per far riaprire Tirreno Power   di MARCO PREVELa centrale elettrica Tirreno Power

Savona, il pressing dei dirigenti per il dissequestro. “La Guidi ha chiesto un consiglio a Clini, che è con noi”
GENOVA - C'era chi si rivolgeva al viceministro, chi ai politici amici del Pd, e chi anche al clero. Il deposito degli atti relativi all'inchiesta sulla centrale a carbone Tirreno Power di Vado Ligure, racconta, secondo la procura di Savona, i tentativi dell'azienda di ottenere dal Ministero dell'Ambiente e dalla Regione procedure di favore per poter così scavalcare i provvedimenti di sequestro dei gruppi a carbone disposti dal gip su richiesta dei pm. Nell'inchiesta sono indagati a vario titolo per disastro ambientale, omicidio colposo ed abuso d'ufficio, 87 persone: politici, tecnici, funzionari ministeriali, sindaci ed altri amministratori, e una quarantina di manager di Tp che all'epoca delle contestazioni rivestivano cariche anche in Sorgenia (società da cui a marzo è uscita la Cir della famiglia De Benedetti), azionista di riferimento di Energia Italiana che, insieme a Gdf-Gaz de France controlla la centrale.

IL VICEMINISTRO
Claudio De Vincenti, oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio e fino a pochi mesi fa viceministro dello Sviluppo Economico ha frequenti contatti telefonici con Andrea Mangoni già ad di Sorgenia e consigliere di Tp.

Mangoni nel luglio 2014 al telefono alla sua segreteria annuncia una "mail di Claudio (De Vincenti, ndr) che è ... spunti per velocizzare...".

Pochi giorni dopo De Vincenti parla con Mangoni della centrale: "Come siamo messi con

pc 25 luglio - "We are not going back", iniziativa e musica solidale con la protesta dei migranti a Ventimiglia

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Alla scogliera dei Balzi Rossi diventa un inno alla libertà il testo scritto da uno dei migranti bloccati da 40 giorni in attesa di poter superare il confine
La “rivolta degli scogli”, l’hanno chiamata. E come ogni lotta, ha trovato il suo canto di protesta: un coro dal ritmo incalzante, che pare nato in fabbrica, con un titolo che è un manifesto. 
Anche i migranti di Ventimiglia, da oggi, avranno un loro inno in musica: si chiama“We are not going back” (“noi non torniamo indietro”), l’ha scritto nelle scorse settimane “uno di noi migranti africani” (“in inglese, lingua di tutto il mondo”), presto diventerà una ballata folk e ieri sera è stato musicato e suonato per la prima volta direttamente sui massi di Ponte San Ludovico, tra la scogliera dei Balzi Rossi e il confine con Mentone. Con la band romana dei Têtes de Bois ad accompagnare le voci e gli strumenti improvvisati (sassi, pentole, transenne, bastoni) dei 60 migranti che ancora – dopo un mese e mezzo –  resistono accampati in questo angolino di Europa diventato il simbolo dell’emergenza profughi.
Pensata “in un primo momento come una semplice suonata di voce e fisarmonica, da tenere sugli scogli per accompagnare la nuova spedizione di derrate alimentari della Comunità di San Benedetto al Porto qui al confine” – spiega Andrea Satta, voce del gruppo, promotore dell’iniziativa insieme al tastierista Angelo Pelini e Vauro – la prima volta in musica di questo cantico del migrante, ancora prima che concerto improvvisato al tramonto del Mar Ligure, è diventata “lo strumento migliore per riportare la luce dei riflettori sulla lotta di questi ragazzi”, e una nuova manifestazione spontanea dei “resistenti di Ventimiglia”. “Un presidio cui partecipano tutti i migranti che scelgono di passare o rimanere qui – spiegano gli attivisti di No Borders, il collettivo che assiste i profughi sul posto – solo e soltanto perché si continui a parlare del problema, e non perda di forza la loro lotta”.

E cioè un’azione di protesta cominciata in 50, lo scorso 9 giugno (per la maggior parte sudanesi ed eritrei, i primi a occupare la scogliera), proseguita in 200 (una volta che i massi sul mare dei Balzi Rossi sono diventati rifugio dove scappare dallo sgombero delle forze dell’ordine), “che continua con un grande ricambio e flusso di migranti: tanti ne arrivano, tanti se ne vanno – spiegano ancora i militanti di No Borders – e per cui diventa fondamentale organizzare iniziative come quella di oggi: eventi che rimarchino l’identità e il significato della lotta, e facciano capire al resto del mondo che l’emergenza potrà sembrare passata perché i media ne parlano meno, ma il problema rimane”.

L’orrore rimane: – attaccano in inglese gli ultimi arrivati tra i “resistenti”– siamo in Europa, il nostro cellulare dice che siamo già in Francia, ma siamo come prigionieri, e non ci è permesso di andare oltre”. A raggiungere famiglie, amici, lavori, sogni e futuro.
E allora ecco che per i ragazzi di Ventimiglia diventa importante continuare la lotta pacifica di questo mese e mezzo, al di là delle difficoltà delle giornate che scorrono lentissime e della “felicità per chi in qualche modo riesce a passare in Francia, e trova la possibilità di farsi un futuro”. “Tra i 60 che sono oggi accampati qui, forse solo 2 o 3 c’erano anche un mese fa – rivelano i volontari dei centri sociali del territorio, che stanno passando l’estate sugli scogli – e il fatto che lo slogan dei primi giorni sia diventato un simbolo della protesta anche per chi è arrivato dopo, è una cosa troppo importante. Aiuterà a dare identità e continuità al loro, nostro messaggio”.

Un messaggio diventato uno slogan, “We are not going back”, ideato da Ibrahim, somalo, 16 anni e poco più, che da qualche giorno è arrivato a Nizza, dove spera di trovare un lavoro regolare, e non essere ricacciato indietro. “Un messaggio di speranza e battaglia che abbiamo voluto riprendere – continuano i Têtes de Bois – perché come artisti abbiamo il dovere di farlo conoscere e portarlo in giro per il mondo”. “Oggi l’abbiamo musicata e cantata insieme a questi ragazzi arrivati da lontano: – è la promessa di Satta e Pelini – ora ne faremo una canzone, una storia da raccontare, una work song che quest’estate porterà Ventimiglia in tournée”.

pc 25 luglio - La Regione Liguria in mano a Toti-Lega-Forza Italia avamposto razzista

Migranti, la Regione vuole un Cie: mano libera per le espulsioni in Liguria

IL Cie di Roma

Genova - La Regione Liguria vuole un Centro di identificazione ed espulsione sul suo territorio. Lo annuncia la vice presidente della giunta, la leghista Sonia Viale. Il Cie è ritenuto necessario per “filtrare” i clandestini e chi non si fa identificare in Liguria. La struttura si aggiungerebbe alle cinque attive in Italia. La richiesta sarà avanzata oggi alla riunione di tutti i prefetti liguri con i sindaci, nella quale si parlerà della distribuzione di 753 nuovi migranti in arrivo in Liguria.
soluzione, più operativa: un centro di identificazione ed espulsione per “filtrare” i clandestini e chi non si fa identificare. In Liguria. Che si aggiunga ai cinque ancora attivi in Italia che continuano a lavorare con numeri molto ridotti: la disponibilità complessiva è di 753 posti.
delle persone che arrivano sulle nostre coste, secondo quanto comunicato dal capo della polizia, solo un terzo presenta la richiesta di asilo. Gli altri o non si fanno identificare o sono già schedati come clandestini. Questi non devono entrare nel sistema di secondo livello di protezione per i richiedenti asilo, che punta all’integrazione e occupa risorse, ma essere espulsi. Invece vanno ad occupare le strutture del terzo settore che andrebbero destinate al disagio sociale degli italiani».

pc 25 luglio - La lotta delle lavoratrici e lavoratori delle pulizie statali a Roma... ma ancora niente risultati

Ieri i lavoratori pulizie scuole statali sono rimasti al presidio sotto al MIUR a Roma, sotto il sole cocente per buona parte della giornata, per difendere il loro diritto al lavoro e a un salario dignitoso.
18.000 lavoratori a rischio in tutte le regioni, in Puglia 3200.

Ma  il risultato a Roma è stato un nulla di fatto. Le lavoratrici che sono la maggioranza si sono viste cacciare e minacciare dalla polizia in assetto antisommossa verso i bus.

QUESTA E' LA VERGOGNOSA RISPOSTA DEL GOVERNO RENZI ALLE PROBLEMATICHE OCCUPAZIONALI DELLE LAVORATRICI!

L'altra vergogna sono i sindacati confederali conniventi con il governo e i padroni. Hanno ottenuto solo un ennesimo rinvio del tavolo al 30 luglio.

MA NOI DELLO SLAI COBAS per il sindacato di classe NON CI STIAMO, LA LOTTA DEVE CONTINUARE SEMPRE PIU' DURA  CONTRO QUESTO GOVERNO DEI PADRONI CHE CI VORREBBE DEBOLI E RICATTABILI

Fiorella Masci Rsa Slai Cobas per il sindacato di classe

venerdì 24 luglio 2015

pc 24 Luglio - PROPAGANDA MURALE IN ITALIA PER LA NUOVA CAMPAGNA INTERNAZIONALE: DECINE DI SCRITTE A PALERMO










pc 24 luglio - MARX aveva ed ha ragione: “L’accumulazione della ricchezza per alcuni, provoca allo stesso modo accumulazione di miseria, agonia di fatica, schiavitù, ignoranza, brutalità per altri”

Con 8,5 miliardi di dollari, Gianfelice Rocca è il quinto uomo più ricco d'Italia nella lista dei paperoni mondiali stesa da Bloomberg. Un dettaglio: Rocca batte Silvio Berlusconi, il patron di Mediaset, Mondadori e del Milan. Lo scettro di più ricco d'Italia va al patron di Luxottica, Leonardo Del Vecchio che guida la pattuglia dei connazionali inclusi nella top 200 mondiale aggiornata da Bloomberg, con un patrimonio personale di 23,8 miliardi di dollari (21,6 in euro).

I sei più ricchi d'Italia?
Rocca di Tenaris batte l'ex premier Berlusconi

Un quinto posto che vale oro. Anche perché la lunga lista - che comprende 200 persone - è l'elenco dei 200 paperoni mondiali secondo Bloomberg. E tra il plotone dei 200 spiccano sei nomi di imprenditori italiani. Al quinto posto c'è Gianfelice Rocca, patron di Techint (che controlla la Tenaris Dalmine) un conglomerato industriale con sede in Argentina con attività nell’acciaio - produzione di prodotti , ingegneria e costruzioni, esplorazione di petrolio e gas e di assistenza sanitaria. Altri interessi commerciali includono Tenaris, il più grande produttore al mondo di tubi di acciaio senza saldatura per l’industria petrolifera , così come produzione di greggio e le infrastrutture. È 161esimo nella top 200 mondiale, con 8,5 miliardi di dollari. Ma la vera curiosità è che Rocca batte persino Silvio Berlusconi che con 8,2 miliardi di dollari è 167°al mondo, pur controllando Fininvest, Mediaset, Mondadori, Mediolanum e il Milan. Nell'elenco tra i sei uomini più ricchi d'Italia, che vede svettare Leonardo Del Vecchio che guida il gruppo Luxottica (con un patrimonio personale di 23,8 miliardi di dollari pari a 21,6 miliardi di euro). Seguono Del Vecchio (32° paperone a livello mondiale) in ordine: Giovanni Ferrero con 21,3 miliardi di dollari (37°nella lista mondiale); Stefano Pessina, 74 anni, è il maggiore azionista di Walgreens Boots Alliance l’operatore farmaceutico con sede in Illinois Deerfield, e quotato in Borsa, con un patrimonio di 15,2 miliardi di dollari. Al quarto posto c'è lo stilista Giorgio Armani, co-fondatore e unico proprietario della casa di moda milanese Giorgio Armani Spa che è al 152° posto a livello mondiale con 8,8 miliardi di dollari.
da un articolo dei giorni scorsi del sole24ore, giornale dei padroni…...

pc 24 luglio - Senza tregua l'estate NOTAV - massimo sostegno

passeggiatanotturna

Venerdì 24 luglio, all’interno del 7° giorno di campeggio è stata organizzata la passeggiata notturna verso il cantiere di Chiomonte.
L’appuntamento è alle 21.30 al campo sportivo di Giaglione.
Portare pile ed indossare gli scarponi!
Esserci è importante,
perché non molleremo mai,
perché questa terra ci appartiene!

pc 24 luglio - Napoli giusta e sacrosanta contestazione della trasmissione televisiva di Riotta - basta TV di regime sulla pelle delle condizioni di vita e le lotte delle masse!






Comitato di Lotta Cassintegrati e Licenziati Fiat

Nessun licenziamento politico fermerà la lotta dei lavoratori fiat per il ripristino della libertà. La trasmissione parallelo voleva imbavagliare la contestazione
IL NOSTRO CASO E’ NAZIONALE E LA TRASMISSIONE NE DOVEVA PARLARE.
Ieri c’eravamo soprattutto noi alla diretta parallelo i 5 licenziati politici della fiat di Pomigliano, quelli che per 6 giorni sono stati sospesi su una gru per 6 giorni, quelli che il 7 luglio in piazza Dante hanno promosso insieme ad oltre 40 artisti col maestro Daniele Sepe un concerto che ha visto la partecipazione di oltre 7000 persone, c’eravamo in forma del tutto pacifica e trasparente, con le nostre magliette che stanno facendo il giro d’italia in un tur di solidarietà e cassa di resistenza, nessuna aggressione e nessuna violenza da chi dedica la sua vita nel difendere a testa alta e viso scoperto le ragioni di migliaia di operai costretti a vivere sulla soglia di povertà in cassa integrazione ormai da circa una decina d’anni, c’eravamo per denunciare i suicidi veri quelli dei colleghi Maria Baratto e Peppe De Crescenzo e spesso mezzi di informazione e padroni coprono col silenzio. 
A Marika Aiane avevamo chiesto di non cantare in forma di solidarietà, ma l’arroganza del sig Riotta aveva superato tutti i limiti della democrazia, 
COME FARE IN LUOGO PUBBLICO A SNOBBARE LA MANIFESTAZIONE E A RIDERCI SOPRA? ALLORA CONVINTI CHE UN SERVIZIO PUBBLICO SIA PUBBLICO NOI C’ERAVAMO E’ COME!

pc 24 luglio - Lo stato del crimine assoluto - Messico, trovati i cadaveri di sette ragazzi rapiti dall’esercito e giustiziati

Messico, trovati i cadaveri di sette ragazzi rapiti dall’esercito e giustiziati

  • Redazione Contropiano


Alla fine, ieri, anche il Ministero della Difesa del Messico ha dovuto ammettere la “possibile responsabilità” di un gruppo di militari del paese nella sparizione di sette giovani i cui cadaveri sono stati rivenuti nei giorni scorsi – era il 18 luglio - a Calera, nello stato settentrionale di Zacatecas.
In un comunicato dell'ufficio del pubblico ministero militare si legge che “si sono indentificati indizi di una probabile partecipazione di personale militare” nella sparizione delle due ragazze e dei cinque ragazzi.


I pm tuttavia non hanno precisato se i sospettati abbiano avuto a che fare con la morte dei giovani, e neppure quanti soldati sono indagati, ma che “continuerà ad investigare”. I familiari hanno assicurato che i sette sono stati prelevati da una casa della località di Calera da alcuni militari dell'Esercito.
Undici giorni dopo, i cadaveri sono stati ritrovati nel vicino comune di Jeréz e, secondo le denunce dei parenti, presentavano segni di torture e di aver ricevuto il "colpo di grazia” con un'arma da fuoco alla nuca. Una vera e propria esecuzione realizzata circa 48 ore dopo il rapimento dei giovani.

Nonostante le prove e le testimonianze, però, la Procura Generale Militare ha aperto una inchiesta per ora limitata ad appurare se si sia in presenza di una qualche “infrazione alla disciplina militare” da parte di alcuni elementi delle forze armate, e comunque solo dopo che i familiari delle vittime avevano protestato e fatto appello alla stampa denunciando che erano state persone che indossavano divise dell’esercito a portarsi via i ragazzi e le ragazze dalle loro case lo scorso 7 luglio.
Altri sette elementi dell’esercito sono sotto inchiesta intanto perché accusati di aver giustiziato – naturalmente in maniera illegale – alcune persone il 30 giugno del 2014 all’interno della comunità di Tlatlaya. Quella notte furono ben 22 presunti sequestratori furono crivellati di colpi dai militari messicani. In seguito la versione ufficiale diffusa dall’esercito fu che tutte le vittime erano morte a causa di un conflitto a fuoco ma la testimonianza di una sopravvissuta fece scoprire che alcuni erano stati giustiziati sommariamente dopo che si erano arresi. Dei sette militari processati solo tre sono accusati dell’omicidio di otto persone, gli altri invece sono indagati per reati minori. Ma la Commissione Nazionale per i Diritti Umani ha accertato che i militari hanno giustiziato tra le 12 e le 15 persone su 22 morti totali.
Domenica scorsa un altro episodio di violenza ha coinvolto i militari messicani, che hanno assaltato la località di Aquila (Michoacan) nel tentativo di disarmare e arrestare i membri delle locali autodifese. Ad un certo punto i soldati hanno sparato sulla folla che aveva bloccato il loro convoglio all’ingresso di un centro abitato, uccidendo un ragazzino di soli 12 anni e ferendone un’altra di 6 anni colpiti dai proiettili mentre si trovavano lontano dalla manifestazione.

pc 24 luglio - Lo stragismo è di Stato - La stagione delle stragi. Quella base militare di Verona... di Sergio Cararo

Lo stragismo è di Stato

Lo stragismo è di Stato
Quarantuno anni sono sempre troppi, per avere una sentenza su una strage che ha fatto 8 morti e 102 feriti. Se poi questa arriva a sancire quel che già si sapeva, a carico di due persone già indagate, processate e incredibilmene assolte, è necessario concluderne che lo Stato – in prima persona e ai massimi livelli – ha fatto di tutto per far arrivare questa sentenza fuori tempo massimo, nella speranza che tutti gli imputati passassero a miglior vita.
Invece ne erano rimasti due. Maurizio Tramonte, all'epoca della strage di Brescia appena 21enne, ma già fascista militante e informatore dei servizi segreti, e Carlo Maria Maggi, 81 enne medico veneto, a suo tempo “ispettore politico” di Ordine Nuovo.
Scomparso invece il “pentito”, quel Mario Digilio che confezionò personalmente quasi tutte le bombe delle stragi di stato degli anni '70, da Piazza Fontana in poi, fascista e agente dei servizi segreti italiani e statunitensi (dipendeva dal comando Nato-Ftase di Verona), che vuotò il sacco solo quando scoprì d'essere ormai in punto di morte.
Morto anche Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo e poi segretario del Movimento Sociale Italiano, appena prima che Gianfranco Fini promuovesse la “svolta di Fiuggi”. Ma aveva fatto in tempo ad essere assolto, come Franco Freda e Giovanni Ventura, poi scomparso in Argentina. Morto il generale dei carabinieri Francesco Delfino, poi dirigente del Sismi, naturalmente assolto per aver lungamente depistato le indagini sulla strage (dov'era in servizio nel 1974). è invece ancora vivo anche Delfo Zorzi, autore materiale della strage di Piazza Fontana, ma assolto per quella come per Brescia, fatto rifugiare in Giappone, dove ha fatto successo come imprenditore, col nome di Hagen Roi, senza che ne sia mai stata chiesta l'estradizione.
Si potrebbe andare avanti a lungo, ma ci basta rinviare alla sterminata documentazione esistente in materia, quasi interamente ascrivibile alle controinchieste del movimento rivoluzionario di quegli anni, riprese e trasformate in indagini dal giudice Guido Salvini.
Dopo tanto tempo, non ci sono parole che non siano state dette.
Questo Stato, quello di allora in perfetta continuità con quello di oggi, ha ordinato stragi, le ha fatte eseguire a gruppetti di fascisti quasi sempre arruolati come “informatori”, infiltrati o semplici agenti dei servizi di intelligence. Questo Stato ha poi protetto - a volte goffamente, come avviene a chi si sente troppo potente per curarsi di non lasciare troppe tracce nei reati che commette – gli autori delle stragi depistando le non molte indagini che puntavano a scoprire gli assassini. Questo Stato ha protetto i depistatori, consentendo loro notevoli carriere, secondo il classico schema dell'esecutore che ha molto da dire sul proprio mandante.

  • Sergio Cararo
  • contropiano

La stagione delle stragi. Quella base militare di Verona...
La sentenza sulla strage di piazza della Loggia a Brescia, riapre un capitolo della storia recente del nostro paese che,