venerdì 4 settembre 2015

pc 4 settembre - CARA di Mineo: campo di concentramento da 35 milioni all’anno - chi e quanti mangiano e bevono e delinquono sulla pelle dei migranti

Immagini della rivolta di qualche anno fa

Al Cara di Mineo i migranti dovrebbero rimanere al massimo per 35 giorni e invece rimangono per anni...


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In un territorio povero con la disoccupazione al 50 per cento la struttura è un’opportunità
Medici, infermieri, cuochi e traduttori il mondo che ruota attorno al Cara

In un territorio povero, con una disoccupazione che sfiora anche il 50 per cento soprattutto tra i giovani, il Cara di Mineo rappresenta un fiume di denaro e lavoro insperato. In un territorio dove gli investenti privati e delle amministrazioni pubbliche latitano, lo Stato spende circa 35 milioni di euro all’anno per tenere in vita questo centro di accoglienza per richiedenti asilo. E se è vero che molti di questi soldi, gli utili soprattutto, non finiscono certo al territorio visto che molte aziende non sono locali, è pur sempre vero che tra operatori sanitari, addetti alle pulizie, cuochi, traduttori almeno 400 persone tra diretti e indotto hanno un lavoro grazie al Cara. E attorno al Cara gravitano anche piccole aziende fornitrici, a partire dall’unico supermercato di Mineo convenzionato con il centro nel quale i migranti possono spendere il buono da 2,5 euro giornaliero [e chi controlla che questo “buono” venga davvero dato? chi controlla cosa mangiano? chi controlla come vivono?... ndr] per l’acquisto di cibo e vivande non fornite attraverso i pasti giornalieri. Questo solo per fermarsi all’economia ufficiale, senza contrare quella sommersa che vede tassisti abusivi o la presenza di un forte caporalato in agricoltura.

A gestire comunque questo fiume di denaro sono le aziende che dal 2011 vincono a mani basse le gare per l’affidamento dei servizi coperti dallo Stato con i 35 euro versati giornalmente per ogni migrante. Una parte di questi soldi va come affitto per il “villaggio della solidarietà” alla Pizzarotti, ditta di Parma che si occupa anche della manutenzione delle villette. In gran parte si rivolge a proprio personale e piccole ditte del luogo per interventi ordinari. Un’altra fetta importante di questi fondi va a La Cascina, azienda legata a Comunione e Liberazione nella quale lavorano circa 50 tra cuochi e addetti al servizio di ristorazione in media colazione, pranzo e cena costano circa 9 euro a migrante. Gli altri servizi sanitari e sociali sono forniti dalla “Casa della solidarietà”, cooperativa legata all’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento e di San Trifone di Roma, ma soprattutto da Sol Calatino, altro nome molto noto nei servizi sociali dell’isola che raggruppa una serie di coop del settore. Al Cara lavorano anche una ventina di operatori dalla Croce Rossa e altrettanti dalla Senis Hospes: quest’ultima è guidata da Camillo Aceto, ex dipendente della Cascina che gestisce diversi centri di accoglienza a Messina e in Puglia.

Gli addetti diretti al Cara sono 390 e la gran parte di questi è stata assunta per chiamata diretta. Proprio sulle assunzioni la procura di Caltagirone e ha aperto un fascicolo per una possibile “parentopoli”, visto che tra i lavoratori vi sono anche parenti di politici locali legati al Consorzio Calatino Terre di accoglienza, che fino allo scandalo Maia Capitale ha raggruppato i Comuni del comprensorio e gestito affidamento dei servizi. Anche qui dl nulla son nati quattro posti di lavoro: quello del direttore e di tre funzionari assunti nel Consorzio.
La Repubblica Palermo

3 settembre 2015

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