sabato 8 febbraio 2014

pc 8 febbraio - Ravenna, infame attentato incendiario allo spazio studentesco Selva - la solidarietà militante del circolo di proletari comunisti


altQuesta notte mani vigliacche hanno appiccato il fuoco allo spazio studentesco selva, sede del Collettivo Autonomo Studentesco Ravenna e da tempo luogo di socialità e organizzazione delle lotte all’interno delle scuole della città, attraversato quotidianamente da decine di giovani e studenti.
Ancora non sappiamo chi sia stato, ma di una cosa siamo certi: chi stanotte ha bruciato lo spazio studentesco selva voleva colpire ciò che si costruiva li dentro. Voleva colpire la forza delle lotte studentesche che, mai come quest’anno, sono state protagoniste nelle piazze e nelle scuole della nostra città, lo sportello antisfratto che lì aveva trovato sede, la socialità alternativa alle logiche di profitto che giorno dopo giorno si creava tra quelle mura.
Noi, però, non ci facciamo intimorire, anzi, ciò che è successo ieri notte ci spinge a rilanciare con ancora più forza e determinazione i nostri percorsi di lotta, in una città che a partire da ieri notte è stata ferita e privata di un ulteriore spazio sociale.

Non sarà questo a fermarci! Lo studente paura non ne ha!

pc 8 febbraio - Bosnia in rivolta! La Bosnia è vicina! altro che ..lista Tsipras..

bisogno di rivoluzione!

Rivolta in Bosnia e Erzegovina. A Sarajevo edificio governativo in fiamme


altSi estende a tutto il paese e si generalizza la protesta dei lavoratori di Tuzla, in Bosnia. Il 5 febbraio circa tremila manifestanti, per la maggior parte lavoratori e studenti, erano scesi in piazza per  chiedere il pagamento dei contributi previdenziali e pensionistici protestare contro la privatizzazione delle industrie del territorio: Konjuh, Polihem, Dita e Resod-Gumig, principali fonti di reddito per la città e per la sua popolazione. In alcuni casi, come in quello della fabbrica di detersivi Dita, il processo di privatizzazione avviato nel 2005, avrebbe condotto a un fallimento sistematicamente perseguito dai nuovi vertici aziendali in risposta al quale i lavoratori hanno iniziato a lottare autogestendo gli impianti di produzione. Agli operai della Dita sono dovute oltre 50 mensilità arretrare.
....La drammatica situazione sociale bosniaca: il tasso disoccupazione è al 28%, e tra i giovani tra i 15 e 24 anni supera il 60%. La lotta dei lavoratori ha dunque raccolto un malcontento generalizzato e si è presto allargata ad altri segmenti sociali. A Tuzla i blocchi dei manifestanti  sono stati attaccati dalla polizia scatenando violenti scontri che hanno portato all'arresto di 27 persone. Tramite la pagina facebook 50 000 ljudi na ulice za bolje sutra. Pridružite nam se (“50.000 persone per un domani migliore”) la lotta di Tuzla si è viralizzata chiamando manifestazioni in altre decine di città del paese. Tuzla rimane l'epicentro della lotta. In seimila hanno manifestato venerdì. Altri scontri si sono verificati.Intonando slogan come “vogliamo cambiamento” migliaia di manifestanti nella capitale hanno assalito e dato alle fiamme una sede del governo a Sarajevo. La polizia ha risposto con lancio di lacrimogeni e sparando proiettili di gomma. Almeno trenta i feriti tra i manifestanti. Si registrano manifestazioni anche a Zenica, Banja Luka, Mostar e Bihac.. “Ognuno di voi ha un suo problema con queste autorità” urlano al megafono i manifestanti; altri dichiarano che: «la gente ha fame e non ha da mangiare, i giovani non hanno lavoro, non c’è assistenza sanitaria, siamo senza i più elementari diritti. Peggio di così non può andare». .. poi la corruzione della classe politica chi scende in piazza  grida “Ladri! Ladri”.

Dal canto suo il governo presieduto da Nermin Nikšić, giovedì sera, presso la sede del Governo federale ha avuto una sessione straordinaria con i funzionari del Governo della Federazione della Bosnia e Erzegovina e dei Governi dei tre cantoni federali per l'adozione di alcune misure straordinarie di pubblica sicurezza al fine di ristabilire l'ordine.
 stralci da infoaut

pc 8 febbraio - CAMUSSO: "FORSE" SANZIONI PER LANDINI (CHE INTANTO VA DA RENZI), MA PER GLI RSU CHE NON PIEGASSERO LA TESTA SONO SICURE PER LEGGE LE PUNIZIONI

Il testo della lettera con cui la Camusso chiede la scomunica di Landini: 

“Io sottoscritta Susanna Camusso, tessera numero 718519 del 2013 (non essendomi ancora stata consegnata la tessera 2014), chiedo al Collegio Statutario di appurare se è coerente o consentito che il Segretario Generale di una Categoria, nel caso Fiom-Cgil, affermi che le decisioni del Comitato Direttivo non sono per lui e per la sua categoria un vincolo, e che non essendo vincolato discuterà con la Fiom-Cgil e i delegati quello che c’è da fare. Dichiarazioni (che allega a parte, ndr) rese nell’intervento al Comitato Direttivo e reiterate ripetutamente alla stampa. Chiedo, inoltre, al Collegio Statutario se si è in violazione della norma, come si possa determinare il rimedio o la sanzionabilità del comportamento stesso“.


Dal punto di vista della democrazia sindacale lo scontro in atto Camusso/Cgil e Landini è certamente un fatto grave. Se volessimo - e qui la coincidenza temporale degli avvenimenti ci darebbe anche ragione - si potrebbe fare un parallelismo tra quanto è successo in parlamento nei giorni scorsi in cui la Bondrini ha impedito d'autorità il dibattito sul decreto Imu-bankitalia, e chiede sanzioni per i deputati M5S, e quanto sta accadendo in Cgil, in cui la Camusso chiede la sanzionabilità del comportamento di Landini.
Ma Landini si sa tutelare, dicendo che comunque lui ha altre questioni, vertenze cui pensare (Electrolux, ecc.), va ad incontrare Renzi per discutere, tranquillamente, del job act - un'altra mazzata per le condizioni di lavoro, i diritti dei lavoratori; o per discutere anche di altro...

Ma queste eventuali sanzioni per Landini sono poca cosa rispetto a quanto toccherebbe a delegati Rsu se volessero mettere in discussione, non accettare accordi, contratti che sono contro i lavoratori.  

Dal Testo Unico sulla Rappresentanza - Confindustria – Cgil, Cisl e Uil - Roma, 10 gennaio 2014

Parte quarta: disposizioni relative alle clausole e alle procedure di raffreddamento e alle clausole sulle conseguenze dell’inadempimento:
"Le parti firmatarie dell’Accordo Interconfederale del 28 giugno 2011, del Protocollo d’intesa del 31 maggio 2013 ovvero del presente Accordo convengono sulla necessità di definire disposizioni volte a prevenire e a sanzionare eventuali azioni di contrasto di ogni natura, finalizzate a compromettere il regolare svolgimento dei processi negoziali come disciplinati dagli accordi interconfederali vigenti nonché l’esigibilità e l’efficacia dei contratti collettivi stipulati...
Pertanto i contratti collettivi nazionali di categoria, sottoscritti alle condizioni di cui al Protocollo d’intesa 31 maggio 2013 e del presente accordo, dovranno definire clausole e/o procedure di raffreddamento finalizzate a garantire, per tutte le parti, l’esigibilità degli impegni assunti con il contratto collettivo nazionale di categoria e a prevenire il conflitto...
I medesimi contratti collettivi nazionali di lavoro dovranno, altresì, determinare le conseguenze sanzionatorie per gli eventuali comportamenti attivi od omissivi che impediscano l'esigibilità dei contratti collettivi nazionali di categoria stipulati ai sensi della presente intesa... 
Le disposizioni definite da i contratti collettivi nazionali di lavoro, al solo scopo di salvaguardare il rispetto delle regole concordate nell'accordo del 28 giugno 2011, del Protocollo del 31 maggio 2013 e nel presente accordo, dovranno riguardare i comportamenti di tutte le parti contraenti e prevedere sanzioni, anche con effetti pecuniari, ovvero che comportino la temporanea sospensione di diritti sindacali di fonte contrattuale e di ogni altra agibilità derivante dalla presente intesa.
I contratti collettivi aziendali... hanno effetto vincolante... per tutte le rappresentanze sindacali dei lavoratori nonché per le associazioni sindacali espressioni delle confederazioni sindacali firmatarie del presente accordo....
le parti contraenti concordano che eventuali comportamenti non conformi agli accordi siano oggetto di una procedura arbitrale da svolgersi a livello confederale...
A tal fine, le organizzazioni di categoria... sono obbligate a richiedere alle rispettive Confederazioni la costituzione di un collegio di conciliazione e arbitrato composto, pariteticamente, da un rappresentante delle organizzazioni sindacali confederali interessate e da altrettanti rappresentanti della Confindustria...".

pc 8 febbraio - Brasile Coppa del mondo di calcio, mattanza degli operai che costruiscono gli stadi - MAS NÃO VAI TER COPA! Gridano gli operai, i giovani, le masse che protestano

in via di traduzione

testo dalla LIGA OPERAIA del Brasile - organizzazione di massa dentro il fronte del popolo che gioca un ruolo importante nelle grandi lotte del brasile di queste settimane
 

Fifa e governo perpetram matança de operários em obra do estádio de Manaus

Operário Antônio José Pita Martins

Morte operário Arena Manaus
Na manhã desta sexta-feira, 07 de fevereiro/2014, a Arena da Amazônia, palco para a Copa da Fifa, foi protagonista do quarto assassinato de operário em menos de um ano de obra. O companheiro operário ANTÔNIO JOSÉ PITA MARTINS, de 55 anos, submetido ao regime de correria para o término da obra, estava desmontando as peças de uma grua, na manhã desta sexta-feira, quando uma delas caiu em sua cabeça. Ele sofreu um ferimento grave na cabeça e chegou a ser submetido a uma cirurgia para aliviar a pressão no cérebro. Ele também teve lesões múltiplas na região do tórax. A morte dele foi divulgada na tarde desta sexta-feira pela assessoria de imprensa do governo do Amazonas.
Trata-se da quarta morte envolvendo operários nessa obra da Arena Amazônia. Essas mortes causadas pelas degradantes condições de trabalho e regime de pressão para conluir a obra, são crimes premeditados cometidos pelas empreiteiras gananciosas, Fifa e governo. Não se tratam de “acidentes de trabalho” como dizem e sim verdadeiros assassinatos de operários.
O companheiro MARCLEUDO DE MELO FERREIRA, 22, caiu de uma altura de 35 metros nas obras do estádio e morreu no dia 14 de dezembro. Em 29 de março de 2013, o companheiro RAIMUNDO NONATO LIMA DA COSTA, de 49 anos, também morreu após despencar de uma altura de cinco metros. Os dois trabalhavam no horário noturno, submetidos também a estafante regime de trabalho e Raimundo trabalhava no feriado de sexta-feira da “semana santa”.  A terceira morte, também no dia 14/12/2013, foi do companheiro operário José Antônio da Silva Nascimento, de 49 anos, vítima de um infarto; devido ao desgaste e ritmo alucinante de trabalho.
Segundo a secretaria amazonense, foi cancelada a visita dos ordinários governador Omar Aziz, deputados e outros políticos às obras, nesta sexta-feira, mas mesmo com as precaríssimas condições de trabalho e mortes está mantido o plano de finalizar as obras do estádio para entregá-lo na semana que vem.
Os operários denunciam que estão sob pressão para finalizar as obras o mais rápido possível. Trabalhadores terceirizados também denunciaram estar com os salários atrasados.
Em dezembro do ano passado, logo após o terceiro assassinato, o secretário da Copa em Manaus, Senhor Miguel Capobiango, vomitou o seguinte absurdo: “há uma coincidência que justifica as duas quedas fatais: o “relaxo” dos operários na utilização dos equipamentos de segurança.” O canalha e cumplice dos assassinatos de operários teve o descaramento de jogar a culpa para cima dos trabalhadores para esconder a responsabilidade dele, da construtora Andrade Gutierrez e terceirizadas, do governo estadual e federal e da Fifa.
Uma fiscalização feita pelo Ministério Público do Trabalho do Amazonas (MPT-AM), no inicio de 2013, no canteiro de obras da Arena da Amazônia, apontava a ocorrência de uma série de irregularidades. Cerca de trinta irregularidades foram constatadas. “Imposição do trabalho de operários em local com risco de queda sem equipamentos de segurança coletivo, aberturas no piso sem isolamento ou identificação com o risco de queda e pessoas circulando em área de circulação de cargas sem que a mesma esteja devidamente sinalizada e/ou isolada; foram algumas das irregularidades mais graves constatadas então pelos procuradores Afonso de Paula Pinheiro Rocha e Ilan Fonseca de Souza.
Essas mesmas irregularidades já haviam causado autuação anterior da empresa e motivado a assinatura de um Termo de Ajustamento de Conduta (TAC), firmado em janeiro de 2012, mas que não foi cumprido pela construtora Andrade Gutierrez. Dentre as 23 cláusulas desse TAC, 13 fazem referência ao cumprimento de itens da Norma Regulamentadora n.º 18 (NR 18) que trata das condições e meio ambiente de trabalho na indústria da construção civil e que vigora desde 1978, mas até hoje é desrespeitada pela empresa.
Mesmo com todas essas irregularidades constatadas, , a Andrade Gutierrez e terceirizadas continuaram a tocar a obra com o conluio do governo e da Fifa; operários continuaram a ser assassinados e mutilados e o canalha do secretário da Copa em Manaus, Miguel Capobianco ainda teve o desplante e a covardia de por a culpa nas vítimas.
A assassina construtora Andrade Gutierrez também matou operários nas obras do Estádio Nacional de Brasília, da usina hidrelétrica de Santo Antônio, de Belo Monte, do porto de Pecém, e em outras diversas obras. Na pressa de concluir as obras, a empresa Andrade Gutierrez submete os operários a intensas jornadas e precaríssimas condições de trabalho, causando mortes, mutilações e ferimentos.
Correria para terminar a obra, superexploração, assassinato e superfaturamento são o jogo da Andrade Gutierrez
Passando por cima da vida dos operários, causando mortes, mutilações e doenças nos trabalhadores, a preocupação da empreiteira e do governo é a conclusão da obra.
O próprio Tribunal de Contas da União (TCU) havia apontado sobrepreço de R$ 86,5 milhões na obra da Arena da Amazônia, um acréscimo de 15,7% em menos de um ano. De acordo com o TCU, o valor do estádio, que vem sendo alvo constante dos órgãos de controle desde 2010, subiu de R$ 530 milhões para R$ 616 milhões de 2011 até abril de 2012, conforme informações do Portal Copa 2014.
Outro problema identificado pelo Tribunal, que também não toma nenhuma medida concreta para acabar com esses abusos, tanto no estádio de Manaus como no de outras três cidades-sedes, foi a não aplicação de medidas para compensar ou evitar que os estádios se transformem em “elefantes brancos”, ficando inutilizados ou de pouco uso após o evento. O receio da entidade é que a rentabilidade dos estádios pós-Copa não compense os gastos com as obras, gerando prejuízos aos cofres públicos. Completam a lista Natal, Cuiabá, e Brasília. O gasto com estádios da Copa ultrapassa R$ 7 bilhões e cresceu 163% em relação a previsão inicial da CBF.
Já os grupos econômicos que faturam com as obras seguem matando operários e com expectativas de mais altos lucros com a farra da Fifa, MAS NÃO VAI TER COPA!  

pc 8 febbraio - Il Partito Comunista dell'India maoista chiama allo sciopero generale nello Jharkhand per il rilascio immediato dei prigionieri Maoisti che hanno già scontato la pena

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pc 8 febbraio - Foibe? Piuttosto parliamo del fascismo italiano nei Balcani - articoli, libri, documenti

Foibe? Piuttosto parliamo del fascismo italiano nei Balcani

  • E' disponibile da pochi giorni nelle librerie, il volume "Italiani in Jugoslavia: occupazione dei Balcani e razzismo "antislavo"" che raccoglie i saggi presentati al seminario di storia contemporanea svoltosi il 26 febbraio 2011 a Brescia.
Con gli strumenti della storiografia  si è voluto analizzare le vicende che hanno riguardato il confine orientale a partire dall’occupazione fascista, cercando di reagire al revisionismo storico e alla riabilitazione del fascismo.
Nel saggio di Stefano Bartolini viene analizzata, in particolar modo, l’immagine dello Slavo nell’Italia fascista.
Il saggio di Davide Conti, invece, ci presenta un  excursus sui crimini di guerra italiani commessi nei Balcani dal fascismo e sul peso che la loro mancata sanzione ha avuto nella vicenda repubblicana dell'Italia.
L’ultimo saggio, quello di Costantino Di Sante, descrive le complesse vicende che videro protagonisti i soldati italiani dall'aprile 1941 ai primi anni Cinquanta nell’Occupazione dei Balcani.
Negli  interventi contenuti in questo volume vengono analizzati e individuati i miti e gli esempi del passato riletti ed utilizzati, in particolar modo, dalla propaganda fascista: sono i cosiddetti luoghi comuni, ancora profondamente radicati nella nostra società, nel comune sentire, nei messaggi veicolati dai fascisti nell’educazione di massa. Troviamo,  inoltre, l'analisi delle peculiarità del fascismo di frontiera, l'approfondimento relativo ai criminali di guerra italiani e la continuità nell’Italia repubblicana e l'analisi dei rapporti diplomatici, all'interno del quadro internazionale, seguendo la vicenda dei soldati italiani presenti sui territori in questione.
Grazie al contributo di Bartolini, Di Sante e Conti, si è cercato di arginare le derive revisioniste, nella loro accezione peggiore e proporre un'analisi documentata ed articolata che possa permettere una riflessione onesta e  scientifica, a partire da una solida base documentaria: forse i tempi sono maturi perché ci si confronti anche con le memorie e le storie degli altri, e si inizi a fare i conti con il nostro passato di invasori.
Qui la scheda editoriale
www.editorialesrl.it/ATI%20Italiani.pdf

Sulle Foibe un giorno per tutti i ricordi

  • Giacomo Scotti
Sulle Foibe un giorno per tutti i ricordi
10 febbraio, Giorno del Ricordo. Ecco il racconto del contesto che gli italiani non conoscono: dal «fascismo di frontiera» degli anni ’20, dai crimini dell’Italia in Jugoslavia, dai 100.000 jugoslavi deportati e internati, alle violenze jugoslave del settembre ’43 e maggio ’45, fino all’esodo italiano
Ini­zio con tre brani di un discorso pro­nun­ciato al Tea­tro Ciscutti di Pola da Benito Mus­so­lini il 20 set­tem­bre 1920, dando ini­zio alle bru­tali vio­lenze con­tro le popo­la­zioni della Vene­zia Giu­lia: «Qual è la sto­ria dei Fasci? Essa è bril­lante! Abbiamo incen­diato l’Avanti! di Milano, lo abbiamo distrutto a Roma. Abbiamo revol­ve­rato i nostri avver­sari nelle lotte elet­to­rali. Abbiamo incen­diato la casa croata di Trie­ste, l’abbiamo incen­diata a Pola…»…«Di fronte a una razza come la slava, infe­riore e bar­bara, non si deve seguire la poli­tica che dà lo zuc­che­rino, ma quella del bastone. I con­fini ita­liani devono essere il Bren­nero, il Nevoso e le (Alpi) Dina­ri­che. Dina­ri­che, sì, le Dina­ri­che della Dal­ma­zia dimen­ti­cata!… Il nostro impe­ria­li­smo vuole rag­giun­gere i giu­sti con­fini segnati da Dio e dalla natura, e vuole espan­dersi nel Medi­ter­ra­neo. Basta con le poe­sie. Basta con le min­chio­ne­rie evangeliche».
Dopo quel discorso, l’Istria fu messa a ferro e fuoco. Venti anni dopo quel discorso le truppe di Mus­so­lini inva­sero Dal­ma­zia, Slo­ve­nia e Mon­te­ne­gro, dando ini­zio a nuove stragi in nome della civiltà ita­liana. Dalle terre annesse all’Italia dopo la prima guerra mon­diale – cioè all’ampliamento ad est dei ter­ri­tori di Trie­ste e di Gori­zia, all’Istria intera, alla pro­vin­cia di Fiume detta del Quar­naro ed all’enclave dal­mata di Zara – le vio­lenze fasci­ste e la sna­zio­na­liz­za­zione for­zata costrin­sero ad andar­sene più di 80.000 slo­veni, croati, tede­schi e unghe­resi, ma anche alcune migliaia di ita­liani antifascisti

Nel 1939, un anno prima che l’Italia fosse get­tata nella seconda guerra mon­diale, le auto­rità fasci­ste della Vene­zia Giu­lia attua­rono in segreto un cen­si­mento della popo­la­zione di quelle terre annesse venti anni prima, accer­tando che in esse vive­vano 607.000 per­sone, delle quali 265.000 ita­liani e cioè il 44%, e 342.000 slavi detti allo­geni, ovvero il 56%. Una cifra note­vole nono­stante l’esodo degli ottan­ta­mila, nono­stante che agli slavi fos­sero stati ita­lia­niz­zati i cognomi, fosse stato vie­tato di par­lare la loro lin­gua, fos­sero state tolte le scuole e qual­siasi diritto nazio­nale. Nono­stante le per­se­cu­zioni subite, nono­stante che migliaia di loro fos­sero finiti nelle car­ceri o al con­fino, e che alcuni dei loro espo­nenti – Vla­di­mir Gor­tan, Pino Toma­zic ed altri – fos­sero stati fuci­lati in seguito a con­danne del Tri­bu­nale spe­ciale fasci­sta oppure uccisi dalle squa­dre d’azione fasci­ste a Pola (Luigi Sca­lier), a Dignano (Pie­tro Benussi), a Buie (Papo), a Rovi­gno (Ive) e in altre loca­lità istriane.
Emble­ma­tici di que­ste per­se­cu­zioni con­tro slavi e anti­fa­sci­sti ita­liani in Istria e Vene­zia Giu­lia sono i sistemi coer­ci­tivi per inviare i con­ta­dini al lavoro nelle miniere di car­bone di Arsia-Albona dove, per dupli­care la pro­du­zione senza però ade­guate pro­te­zioni dei mina­tori sui posti di lavoro, nel 1938 ci fu una tra­ge­dia (allora taciuta dalla stampa) in cui per­sero la vita 180 mina­tori, lasciando oltre mille vedove ed orfani. Emble­ma­tica di quel periodo in Istria è anche una can­zon­cina can­tata dei gerar­chi che diceva:
A Pola xe l’Arena/ la Foiba xe aPi­sin: buta­remo zo in quel fondo/ chi ga certo morbin.
E allu­dendo alle foibe, un’altra poe­siola minac­ciava chi si oppo­neva al regime:
… la pagherà/ in fondo alla Foiba finir el dovarà.

Aprile 1941, l’aggressione

Nell’aprile del Qua­ran­tuno, infine, si arrivò all’aggressione alla Jugo­sla­via senza dichia­ra­zione di guerra, seguita dall’occupazione di lar­ghe regioni della Slo­ve­nia e della Croa­zia, dall’intero Mon­te­ne­gro e del Kosovo, infine dall’annessione al Regno d’Italia di una grossa fetta della Slo­ve­nia ribat­tez­zata Pro­vin­cia di Lubiana, di una lunga fascia della costa croata che formò il Gover­na­to­rato della Dal­ma­zia con tre pro­vin­cie da Zara fino alle Boc­che di Cat­taro, e la crea­zione della nuova pro­vin­cia allar­gata di Fiume detta “Pro­vin­cia del Quar­naro e dei Ter­ri­tori annessi della Kupa” com­pren­dente tutta la parte mon­tana della Croa­zia alle spalle del Quar­nero più le isole di Veglia ed Arbe che si uni­vano a quelle di Cherso e Lus­sino. Così l’Italia incor­porò nel pro­prio ter­ri­to­rio nazio­nale regioni abi­tate al 99% da slo­veni e croati con una popo­la­zione di oltre mezzo milione di per­sone che si aggiun­ge­vano al 342.000 “allo­geni” già assog­get­tati all’Italia ed al fasci­smo ita­liano da due decenni. Il Mon­te­ne­gro intero fu tra­sfor­mato a sua volta in un Gover­na­to­rato ita­liano. Il Kosovo, ter­ri­to­rio della Mace­do­nia, fu annesso invece alla cosid­detta Grande Alba­nia che già dal ’39 era una colo­nia dell’Italia.
Le vio­lenze con­tro i civili dei ter­ri­tori annessi o occu­pati furono com­piuti in base a “una ben pon­de­rata poli­tica repres­siva” come ci rivela una ben nota cir­co­lare del gene­rale Roatta del marzo 1942 nella quale si legge: “il trat­ta­mento da fare ai ribelli non deve essere sin­te­tiz­zato nella for­mula dente per dente, ma bensì da quella testa per dente”. A sua volta il gene­rale Robotti, ordi­nando rastrel­la­menti a tap­peto nel giu­gno e ago­sto 1942, indi­cava que­ste solu­zioni alle truppe dell’XI Corpo d’Armata:“inter­na­mento di tutti gli slo­veni per rim­piaz­zarli con gli ita­liani” e per “far coin­ci­dere le fron­tiere raz­ziali e poli­ti­che”: “ese­cu­zione di tutte le per­sone respon­sa­bili di atti­vità comu­ni­sta o sospet­tate tali”. Infine, “Si ammazza troppo poco!”.
Mi limi­terò a un pic­colo ter­ri­to­rio alle spalle di Fiume e ad un solo mese, luglio del 1942. Nelle bor­gate di Castua, Mar­ce­gli, Rubessi, Viskovo e Spin­cici furono incen­diate cen­ti­naia di case e fuci­late decine di per­sone come «avver­ti­mento». Nel Comune di Grob­nik, il vil­lag­gio di Pod­hum fu com­ple­ta­mente raso al suolo per ordine del pre­fetto Temi­sto­cle Testa. All’alba del 13 luglio, per “ven­di­care” due fasci­sti scom­parsi il giorno prima da quel vil­lag­gio, furono dap­prima sac­cheg­giate e poi incen­diate 484 case, por­tati via mille capi di bestiame grosso e 1300 pecore, depor­tati nei campi di con­cen­tra­mento in Ita­lia 889 per­sone (412 bam­bini, 269 donne e 208 uomini anziani) e fuci­late altre 108 per­sone. Uno sterminio.

I fasci­sti ita­liani, pas­sati al ser­vi­zio del tede­schi dopo il set­tem­bre 1943, con­ti­nua­rono a bat­tersi “per l’italianità” dei ter­ri­tori ceduti al Terzo Reich. Fra tanti sia ricor­dato l’episodio di Lipa (30 aprile 1944) dove 269 vec­chi, donne e bam­bini sor­presi quel giorno in paese, furono ster­mi­nati: parte fuci­lati, parte rin­chiusi in un edi­fi­cio e dati alle fiamme. Di tali eccidi ce ne furono a cen­ti­naia in Istria, nel ter­ri­to­rio quar­ne­rino, in Slo­ve­nia, in Dal­ma­zia, in Mon­te­ne­gro, ovun­que arri­va­rono i mili­tari fasci­sti e le altre for­ma­zioni inviate da Mussolini.
Nei miei scritti ho docu­men­tato lo ster­mi­nio di 340.000 civili slavi fuci­lati e mas­sa­crati dall’aprile 1941 all’inizio di set­tem­bre 1943 nel corso dei cosid­detti “rastrel­la­menti” ed ope­ra­zioni di rap­pre­sa­glia con­tro le forze par­ti­giane insorte. Ho anche scritto, ma non sono stato il solo in Ita­lia, di altri 100.000 civili mon­te­ne­grini, croati e slo­veni depor­tati nei capi di con­cen­tra­mento appron­tati dalla pri­ma­vera all’estate del 1942 dall’esercito ita­liano per rin­chiu­dervi vec­chi, donne e bam­bini col­pe­voli uni­ca­mente di essere con­giunti e parenti dei “ribelli”. In quei campi dis­se­mi­nati dalle isole di Molat e Rab/Arbe in Dal­ma­zia fino a Gonars nel Friuli ed altri in tutto lo Sti­vale, mori­rono di fame, di stenti e di epi­de­mie circa 16.000 per­sone nel giro di poco più di un anno di depor­ta­zione. Tutto que­sto viene taciuto nella Gior­nata del Ricordo che si cele­bra in Ita­lia da una decina d’anni. Si ricor­dano sol­tanto le nostre per­dite: il dolore dei nostri con­na­zio­nali costretti a lasciare le terre con­cesse all’Italia dopo la prima guerra mon­diale, il dolore delle fami­glie degli infoi­bati nel set­tem­bre 1943 in Istria e nel mag­gio 1945 a Trie­ste, Gori­zia e Fiume subito dopo l’ingresso delle truppe di Tito. È giu­sto, è dove­roso ricor­dare foibe ed esodo, le nostre vit­time, i nostri dolori, ma non si dovreb­bero tacere il con­te­sto sto­rico, le colpe del fasci­smo che por­ta­rono alla scon­fitta ed alla per­dita di quelle regioni. Non si dovreb­bero tacere o volu­ta­mente igno­rare le vit­time delle popo­la­zioni slave oppresse, mar­to­riate e deci­mate dap­prima nel ven­ten­nio fasci­sta in Istria ed a Zara, ma soprat­tutto nella seconda guerra mon­diale. Sulla bilan­cia e nel con­te­sto sto­rico vanno messi, dun­que, anche i dolori che noi abbiamo arre­cato agli altri.

La reto­rica e la canea mediatica

In un sag­gio sul Giorno del Ricordo pub­bli­cato nel 2007, l’autorevole sto­rico ita­liano Enzo Col­lotti scrisse sull’argomento parole da non dimen­ti­care, denun­ciando l’enfatizzazione di «una reto­rica che non con­tri­bui­sce ad alcuna let­tura cri­tica del nostro pas­sato, né ad ele­vare il nostro senso civile, ma – cito – ali­menta ulte­rior­mente il vit­ti­mi­smo nazio­nale», dando «ai fasci­sti e post­fa­sci­sti la pos­si­bi­lità di urlare la loro menzogna-verità per oscu­rare la riso­nanza dei cri­mini nazi­sti e fasci­sti ed omo­lo­gare in una inde­cente e impu­dica par con­di­cio della sto­ria tra­ge­die incom­pa­ra­bili». Col­lotti con­danna in par­ti­co­lare la «canea, soprat­tutto media­tica, susci­tata intorno alla tra­ge­dia delle foibe dagli eredi di coloro che ne sono i mas­simi respon­sa­bili», che non per­mette di «fare chia­rezza intorno a un modo reale della nostra sto­ria che viene bran­dito come man­ga­nello per rela­ti­viz­zare altri e più radi­cali cri­mini» com­piuti dai fascisti.
Per Colottti, le vicende delle foibe e dell’esodo ci ripor­tano «alle ori­gini del fasci­smo nella Vene­zia Giu­lia», una regione defi­nita ita­lia­nis­sima da chi non vuole accet­tare la realtà di un ter­ri­to­rio mul­tiet­nico e «tra­sfor­mato in un’area di con­flitto inte­ret­nico dai vin­ci­tori» della prima guerra mon­diale, «inca­paci di affron­tare i pro­blemi posti dalla com­pre­senza di gruppi nazio­nali diversi», anzi decisi ad estir­pare anche con lo spar­gi­mento di san­gue qual­siasi pre­senza non ita­liana. Cal­pe­stando le tra­di­zioni della cul­tura ita­liana, il fasci­smo impose alle nuove terre — così come tentò di fare nei ter­ri­tori bal­ca­nici occu­pati nella seconda guerra mon­diale – «una ita­lia­nità sopraf­fat­trice», rive­lando il suo volto cri­mi­nale, susci­tando la legit­tima rivolta di quei popoli e tra­sci­nando l’Italia nel dramma della scon­fitta. Un dramma di cui non fu vit­tima, ma pro­ta­go­ni­sta. «I pala­dini del nuovo patriot­ti­smo d’oggi, fon­dato sul vit­ti­mi­smo delle foibe – cito sem­pre Col­lotti – fareb­bero bene a rileg­gersi i fieri pro­po­siti dei loro padri tute­lari, quelli che par­la­vano della supe­rio­rità della civiltà e della supe­riore razza ita­lica». «Che cosa tut­tora sa la mag­gio­ranza degli ita­liani sulla poli­tica di sopraf­fa­zione del fasci­smo con­tro le mino­ranze slo­vena e croata… addi­rit­tura da prima dell’avvento al potere: della bru­tale sua gene­ra­liz­za­zione (…) come parte di un pro­getto di distru­zione dell’identità nazio­nale e cul­tu­rale delle mino­ranze?». E della scia­gu­rata annes­sione al regno d’Italia di una parte della Slo­ve­nia e della Dal­ma­zia, con il seguito di rap­pre­sa­glie e repres­sioni che poco hanno da invi­diare ai cri­mini nazi­sti? Che cosa sanno degli ultra­na­zio­na­li­sti ita­liani che nel loro odio anti­slavo fecero causa comune con i nazi­sti inse­dia­tisi nel cosid­detto Lito­rale adria­tico, sullo sfondo dei forni cre­ma­tori della Risiera di Trie­ste e degli impic­cati di via Ghega sem­pre a Trie­ste, delle stragi in Istria, nel Quar­nero, a Pisino e altrove?

I «lembi della Patria»

Poco sanno gli ita­liani per­ché da dieci anni, nelle scuole e fuori si parla sol­tanto di foibe e di esodi, di cri­mini com­piuti dagli «slavi», e nulla dei cri­mini com­piuti dai fasci­sti ita­liani la cui docu­men­ta­zione è tut­tora chiusa negli «armadi della ver­go­gna», insieme ai docu­menti delle con­se­guenze pesanti di una guerra scel­le­rata, di una guerra per­duta. Lo scotto fu pagato dalle popo­la­zioni delle pro­vin­cie del con­fine orien­tale, le più espo­ste sui cosid­detti «lembi della Patria».
La verità non chiede nulla, sol­tanto il corag­gio di tro­varla e dirla. Ma ora per impe­dirla si chiede una legge che con­danni al car­cere gli sto­rici indi­cati da essi come ridu­zio­ni­sti e nega­zio­ni­sti, defi­niti tali solo per­ché si bat­tono per far cono­scere tutta la verità, insor­gendo anche con­tro chi – con le men­zo­gne – getta il fango sulle stesse vit­time ita­liane – e mi rife­ri­sco agli infoi­bati ed eso­dati dalle terre per­dute per colpa di Mus­so­lini. biso­gne­rebbe smet­terla di gon­fiare all’infinito, col vol­gari fal­sità, il numero di que­ste nostre vit­time e di spe­cu­lare poli­ti­ca­mente oggi sulle tra­ge­die vis­sute dai nostri fra­telli dell’Istria, di Fiume e di Zara. Sì, dico Zara per­ché in Dal­ma­zia di terra con­cessa all’Italia nel 1920, c’era sol­tanto l’enclave di Zara e non tutta la Dal­ma­zia. Per­ché par­lare oggi di Dal­ma­zia ita­liana? Va bene se si ricorda la cul­tura ita­liana semi­nata da Vene­zia dal Quat­tro al Set­te­cento, ma se si vuole allu­dere alla Dal­ma­zia occu­pata e annessa da Mus­so­lini dall’aprile 1941 al set­tem­bre 1943, allora no, quella non era terra ita­liana, altri­menti non sarebbe stata messa a ferro e fuoco per spez­zarne la resi­stenza. Basta con l’esaltazione del colo­nia­li­smo fasci­sta! Basta con le men­zo­gne e le spe­cu­la­zioni sulle tra­ge­die dei nostri fra­telli di Zara, di Fiume, del Quar­nero ed Istria, senza nascon­dere le vit­time croate, slo­vene, mon­te­ne­grine, cioè di quei popoli che, da sem­pre nostri vicini di casa, vogliono essere nostri amici nell’Unione Euro­pea, con i quali dob­biamo com­mer­ciare, costruire ponti comuni, un mondo senza guerre e senza ran­cori. Basta con le omis­sioni, con le rico­stru­zione disin­volte dei fatti let­te­ral­mente inven­tati dalla destra neo­fa­sci­sta che sta costruendo una spe­cie di con­tro­sto­ria da tra­man­dare per coprire la ver­go­gna del fasci­smo, e per rin­fo­co­lare le pre­tese ter­ri­to­riali sulla costa orien­tale dell’Adriatico.

L’«era» Mus­so­lini

Il mio sogno, che non è sol­tanto il mio, è l’istituzione di una Gior­nata dei Ricordi, al plu­rale, nella quale poter unire nei loro dolori ita­liani e slavi, indi­cando nel fasci­smo e nel nazio­na­li­smo di ambe­due le parti i veri col­pe­voli delle guerre, delle distru­zioni, degli eccidi, delle ven­dette, e degli esodi del pas­sato, addi­tando in essi i peri­coli che incom­bono sul comune futuro di ami­ci­zia e cooperazione.
Oggi, quando l’Italia, Slo­ve­nia e Croa­zia stanno insieme nell’Unione euro­pea, quando i con­fini sono caduti. Ricor­diamo che in Slo­ve­nia e Croa­zia vivono ancora tren­ta­mila ita­liani sui quali non devono cadere l’ombra e il peso degli odi del pas­sato. Per­ché essi, in gran parte discen­denti da matri­moni misti e adusi ormai da settant’anni alla con­vi­venza, al plu­ri­lin­gui­smo e al mul­ti­cul­tu­ra­li­smo, vanno con­si­de­rati l’anello che uni­sce le due sponde dell’Adriatico; essi svol­gono e ancor più in futuro sono chia­mati a svol­gere il dop­pio ruolo di con­ser­vare la cul­tura e la lin­gua ita­liana nella regione istro-quarnerina e di eser­ci­tare la fun­zione di cor­done ombe­li­cale fra i paesi con­fi­nanti o dirim­pet­tai. Ripo­sta ogni riven­di­ca­zione ter­ri­to­riale da parte ita­liana su Capo­di­stria, Pola, Fiume, Zara ecce­tera, con­dan­nate le colpe dell’imperialismo fasci­sta e le vel­leità revan­sci­ste, ma anche le colpe di coloro che nei giorni bur­ra­scosi del set­tem­bre 1943 e dell’immediato dopo­guerra degli anni Qua­ranta del secolo scorso scris­sero le ver­go­gnose pagine delle foibe; ricor­dando sem­pre che l’esodo degli ita­liani dalle terre per­dute fu con­se­guenza di una guerra voluta e per­duta dal fasci­smo, oggi i figli degli esuli e dei rima­sti si ritro­vano per quello che sem­pre furono: fra­telli. Ma non basta. Gli ita­liani rima­sti sulla sponda orien­tale dell’Adriatico, per lun­ghi anni accu­sati dall’estrema destra ita­liana di tra­di­mento, indi­cati come titoi­sti, potranno restare nel cuore di tutti gli ita­liani dello Sti­vale sol­tanto se si col­ti­verà l’amicizia con i popoli in mezzo ai quali essi vivono e se saranno rispet­tati e rico­no­sciuti il loro ruolo e il loro merito di aver man­te­nuto vive le radici in quelle terre quali cit­ta­dini della Slo­ve­nia e della Croa­zia, per­pe­tuando la lin­gua materna e col­ti­vando l’amore per la madrepatria.
Dai mas­simi ver­tici negli ultimi tre anni, è stato dato l’esempio da seguire, a comin­ciare dal ver­tice dei pre­si­denti slo­veno, croato e ita­liano avve­nuto a Trie­ste nel 2010. Con l’incontro dei pre­si­denti ita­liano e croato, Napo­li­tano e Josi­po­vic, all’Arena di Pola, nel 2011. Ci sono stati nel 2013 altri due ver­tici: gli incon­tri fra Josi­po­vic e Napo­li­tano alla fine di giu­gno a Zaga­bria e all’inizio di dicem­bre a Roma. Napo­li­tano ha auspi­cato il «supe­ra­mento di un pas­sato che ha por­tato pur­troppo ingiu­sti­zie e sof­fe­renze alle popo­la­zioni dei nostri due Paesi»; Josi­po­vic ha ricor­dato a sua volta la frat­tura aper­tasi nel periodo suc­ces­sivo alla seconda guerra mon­diale, che, coin­vol­gendo ita­liani esuli e rima­sti insieme ai croati (e slo­veni), si può con­si­de­rare ormai rimar­gi­nata: «Con il pre­si­dente Napo­li­tano – ha detto ancora – abbiamo rico­no­sciuto le sof­fe­renze di entrambi. Ora i nostri rap­porti sono diversi». Hanno sem­pre par­te­ci­pato i mas­simi espo­nenti dell’Unione Ita­liana, e cioè degli ita­liani d’oltre con­fine, i «rima­sti» appunto.
Per con­clu­dere: i cir­coli della destra filo­fa­sci­sta in Ita­lia devono smet­tere di mani­po­lare la sto­ria per rin­fo­co­lare odi e ran­cori. Basta con le accuse degli estre­mi­sti al cosid­detto «san­gui­na­rio con­qui­sta­tore» croato, slo­veno e slavo in genere, per­ché non furono quei popoli ad aggre­dire e inva­dere l’Italia nel Qua­ran­tuno, né ad occu­pare lar­ghe fette dell’Italia come fecero le truppe di Mus­so­lini in Jugo­sla­via fino al set­tem­bre 1943. Basta con il fasci­smo di fron­tiera, anti­slavo da sem­pre, ieri come oggi. Basta con il nega­zio­ni­smo aggres­sivo del neo­fa­sci­smo che cerca di nascon­dere i cri­mini della cosid­detta «era» di Mus­so­lini, il periodo peg­giore subito dagli istriani, dai fiu­mani e dai dal­mati. Vogliamo rispetto per quelle terre e per le loro popo­la­zioni che ci inse­gnano la con­vi­venza basata sul reci­proco rispetto delle sof­fe­renze pas­sate e sulla reci­proca volontà di costruire un migliore futuro comune. Non pos­siamo accet­tare atteg­gia­menti ran­co­rosi di chiu­sure al futuro, né cedere a un camuf­fato neoim­pe­ria­li­smo — anche cul­tu­rale — di ritorno che cerca di essere amni­stiato con il Giorno del Ricordo delle foibe e dell’esodo delle terre per­dute. Auspico che in avve­nire, in una plu­rale Gior­nata dei Ricordi non si insi­sta sulla con­ta­bi­lità fal­sata di eso­dati e vit­time, ma si con­si­deri tutto il male del pas­sato, e si agi­sca per­ché non si ripeta in futuro in que­ste terre e nella stessa Ita­lia quella bar­ba­rie che ha fatto parte del lungo «secolo breve» qual è stato il Novecento.
* Storico, da Il manifesto del 5 febbraio 2014

pc 8 febbraio - Foibe - oscena campagna su tv, giornali, teatro di revisionismo storico sulle foibe... mentre tolgono la parola all'unica studiosa seria


L’Italia "democratica": Alessandra Kersevan non ha più diritto di parola

  • Giuseppe Aragno*
L’Italia "democratica": Alessandra Kersevan non ha più diritto di parola
Da giorni ad Alessandra Kersevan, studiosa seria e preparata, che documenta ogni sua ricerca con grande scrupolo e notevole capacità professionale, si sta impedendo di parlare. Avrebbe diritto di farlo, anche se dicesse sciocchezze, ma non è così. In sua difesa, si dovrebbero sollevare tutti, anche gli avversari. Non parla nessuno. La Boldrini, Grasso, Napolitano recitano, predicano, ma assieme pensano a come far passare una legge liberticida contro quello che chiamano «negazionismo», e punta invece a cancellare la libertà di ricerca, di pensiero e di opinione. Ci mancano solo le manette. Verranno anche quelle, temo. Chissà se qualcuno si sveglierà dal sonno e finalmente proverà a dire basta.
So quanto vale Alessandra. Con lei ho scritto un libro e mi permetto di dire che tutti dovrebbero leggerlo, perché è raro trovare tanta chiarezza, una così indiscutibile documentazione su argomenti che si avviano a diventare una sorta di religione di Stato sulla quale è proibito discutere. Purtroppo non è più facile da reperire, ma non escludo che si possa ristampare.
Sono solidale con Alessandra Kersevan e non ho dubbi: chi vuole che stia zitta è semplicemente fascista. Qui, su questo blog, ha ed avrà diritto di parola. E chi vuole può ascoltarla. E’ solo un’intervista e si vede che è scossa, ma la sua accusa è chiarissima e la faccio mia: in Italia c’è ormai un regime, una vergognosa, vile e intollerabile dittatura.
vedi  breve intervista ad Alessandra Kersevan su www.liberatv.it
* Storico, Napoli

pc 8 febbraio - Diego Fusaro .un filosofo da strapazzo al carro dei fasci ..non vorremmo dargli pubblicità.. ma a questo punto rendiamogli la vita difficile dove 'insegna' e 'lavora'


Diego Fusaro, un bluff come filosofo, una realtà come rossobruno...

Diego Fusaro, un bluff come filosofo, una realtà come rossobruno...
casapound
Il mondo è pieno di imbecilli, è vero. Ma non è proprio necessario diventarlo anche noi. Ci sono molte cose - fatti, non parole - che permettono di capire cos'è giusto e cosa sbagliato, cos'è rivoluzionario e cosa il contrario.
Diciamo che i rapporti con i fascisti sono una discriminante senza ritorno. Come dicevano i partigiani, "con i fascisti non si parla, li si combatte". Poi ci sono le considerazioni di opportunità, per cui il "combattimento" è più sul piano ideale che non militare (anche se qualche cazzotto, ogni tanto, può far bene alla salute). Ma, appunto, sul piano culturale non ci possono essere mai mediazioni, perché "è gratis".
La notizia del giorno è la solita banalità: un convegno organizzato da Casapound per discutere di "ciò che è vivo e ciò che è morto in Marx". Merda secca, per definizione. Come se un circolo comunista chiamasse la gente a discutere si "ciò che è vivo e ciò che è morto in Musolini e dintorni".
Lasciamo stare Marx (chi ne vuol discutere seriamente sa come trovarci, è noto). Parliamo dell'"ospite illustre" di questa serata che s'annuncia come apoteosi dell'inciucio rosso-bruno. Chi è che stavolta ha accettato di "parlare con i fascisti" nientepopodimeno che di Marx? Morto Costanzo Preve, l'unico nome dotato di risonanza mediatica era quello di Diego Fusaro...
Tana! Proprio lui... 'Un ci si crede, direbbero in Toscana...
Diciamo che tracciamo a questo punto un fossato invalicabile, a futura memoria e per tutti gli anni che ci capiterà di vivere: chi accetta d'ora in poi di "parlare" con Diego Fusaro non parlerà mai più con noi, né nel movimento di classe, né col sindacalismo conflittuale.
Non è più tempo di giocare à la Bertinotti o à la Vendola....

pc 8 febbraio - India - Nelle carceri del Maharashtra, Jharkhand e Odisha un'ondata di scioperi della fame - verso due iniziative di sostegno a Milano e Roma in febbraio!

Aarefa Johari

Dal 26 gennaio, circa 500 prigionieri nelle carceri di Jharkhand, Nagpur e Odisha sono in sciopero della fame per denunciare le lacune del sistema di giustizia penale indiano.
Lunedì, 169 detenuti nel carcere centrale di Nagpur nel Maharashtra in attesa di giudizio hanno portato a termine il quinto giorno del loro sciopero della fame a tempo indeterminato. Oltre 200 compagni detenuti si sono uniti a loro a rotazione in uno sciopero a catena. Stanno reclamando il loro diritto alla libertà provvisoria, a processi rapidi e ad essere presenti fisicamente in tribunale nei loro processi.
Nel carcere di Hazaribagh nello Jharkhand, uno sciopero della fame che coinvolge più di 100 prigionieri è arrivato anch'esso al suo quinto giorno. Da quando è iniziata, il gennaio 30, questa protesta ha scatenato un'ondata di proteste analoghe in 26 carceri nello stato. I detenuti vogliono che le autorità statali rivedano le sentenze di tutti i detenuti che hanno scontato 14 anni di carcere a vita e potrebbero ottenere il rilascio.
Queste proteste di massa sono nate sulla scia di uno sciopero della fame in Odisha nel carcere di Berhampur, avviato da dieci prigionieri politici il 26 gennaio. È stato interrotto il 30 gennaio dopo che i prigionieri sono stati assicurati che le loro richieste di un presenza fisica al processo in tribunale sarebbero state accolte entro un mese.
Questi scioperi, anche se apparentemente non correlati, fanno riferimento a diverse lacune nel sistema di giustizia penale indiano. La più eclatante, forse, è che un numero crescente di persone in attesa di giudizio - prigionieri politici in particolare - non vengono portate in tribunale per partecipare in prima persona al proprio processo. Dopo essere stati accusati di crimini e tenuti in custodia, i prigionieri a volte possono aspettare anni prima che vengano effettivamente giudicati.
Alla fine di tutto ciò, potrebbero essere dichiarati innocenti, proprio come l'attivista Arun Ferreira di Mumbai la settimana scorsa, anche se ha sprecato quasi cinque anni della sua vita dietro le sbarre.
Egli sta provando ora a richiedere i danni allo Stato del Maharashtra.
"I funzionari della prigione citano problemi di sicurezza che impedirebbero di portare i prigionieri politici in tribunale", ha detto Narendra Mohanty, membro dell'associazione non- profit "Campagna contro i processi falsi in Odisha. "Questi processi vanno spesso avanti per anni, e alle udienze in tribunale si presentano solo gli avvocati."
Quasi tutti i detenuti che sono entrati in sciopero della fame a Berhampur, dice Mohanty, sono stati accusati secondo la Unlawful Activities Prevention Act [Legge per la prevenzione di attività illegali], applicata a coloro che lo stato considera terroristi, sospettati di avere legami con i maoisti.
I 169 sotto processo del carcere di Nagpur, arrestati anch'essi per presunti legami con i maoisti, si lamentano del fatto che è stato concesso loro di essere presenti al processo solo attraverso videoconferenza, ma non fisicamente. In una lettera aperta che fa appello al sostegno di coloro che sono fuori dal carcere, i prigionieri hanno scritto: "I processi che si tengono attraverso il video allontana questi prigionieri dai loro avvocati, dai giudici, dalla possibilità di gestire il proprio caso.
Ciò rappresenta solo un modo per continuare il loro sequestro nelle carceri."
Le videoconferenze diventano spesso solo un trucco per segnare la presenza del prigioniero in una seduta del processo. "Il collegamento internet in molti tribunali distrettuali è molto scadente, quindi la telecamera spesso non funziona, e il prigioniero viene lasciato fuori dal processo", ha detto l'avvocato Jagdish Meshram, che rappresenta 18 prigionieri politici in carcere a Nagpur.
La negazione della cauzione è un altro problema crescente per chi è sotto processo in questa prigione. "La Corte Suprema ha dato indicazione diverse volte che la cauzione dovrebbe essere la regola, e la prigione l'eccezione, per coloro che sono indagati", ha detto Surender Gadling, un altro avvocato dei prigionieri politici del carcere di Nagpur. Ma, la cauzione viene sempre più negata ai prigionieri, che restano in prigione per anni, mentre i loro processi vanno avanti a ritmo da era glaciale.
Sembra che sia così in tutta l'India. Un rapporto pubblicato dall'organizzazione non-profit National Social Watch nel dicembre 2013 ha dimostrato che vi sono più di 300.000 prigionieri in attesa di giudizio nelle carceri indiane. Essi costituiscono quasi i tre quarti della popolazione carceraria totale del paese.
"In genere dopo che un caso è stato calendarizzato, una persona può chiedere al giudice di pagare la cauzione", ha detto Susan Abraham, avvocato e membro del Comitato per la salvaguardia dei diritti democratici. "I tribunali oggi ammettono che hanno un enorme arretrato di casi e che le carceri sono sovraffollate. Allora perché dovrebbero quelli che sono in attesa di giudizio essere tenuti dietro le sbarre per anni prima di essere giudicati colpevoli?"
Nello Jharkhand, non sono solo quelli che sono in attesa di giudizio che vengono tenuti in custodia
più a lungo del necessario. Lo Stato detiene circa 135 detenuti che hanno già completato i 14 anni della loro condanna a vita. A questo punto, le loro sentenze possono giuridicamente essere ammissibili per la revisione da parte dell'Ufficio Statale per la Revisione delle Sentenze, che ha  il compito di considerare la condotta del condannato e altri fattori per determinare se il prigioniero può essere rilasciato.
Lo Stato di Jharkhand, che è stato sotto la reggenza del Presidente in maniera intermittente dal 2009, non ha costituito un comitato di revisione negli ultimi due anni, e molti detenuti hanno trascorso quasi 20 anni di carcere senza che i loro ergastoli venissero rivisti. "Abbiamo inviato una proposta al primo ministro per convocare un comitato di revisione, ma ancora non abbiamo avuto nessuna risposta", ha detto Shailendra Bhushan, ispettore generale (delle carceri) dello Jharkhand.
"Ma l'Ufficio rischia di essere convocato in una decina di giorni. Nel frattempo, stiamo cercando di convincere i prigionieri in sciopero a mangiare."

2014-02-07 Comitato Sostegno GP India <csgpindia@gmail.com>:

pc 8 febbraio - Fiat dall'accordo pomigliano ai giorni nostri - nuova edizione dell'importante libro opuscolo di proletari comunisti - richiedere a pcro.red@gmail.com


pc 8 febbraio - il decreto 'terra dei fuochi' per l'Ilva di Taranto è una sanatoria per il padrone; mentre le condizioni del giovane operaio dell'appalto infortunato restano gravi e lo sciopero di facciata - ultime 4 ore riesce - così,così. Serve un'altra strada dice lo Slai cobas per il sindacato di classe ilva.

La denuncia di Peacelink

l’approvazione del Decreto-Legge 10 dicembre 2013, n.136, comunemente detto “Decreto Ilva-Terra dei Fuochi”, è una sanatoria...
Il punto che desta particolare preoccupazione riguarda  la mancata messa a norma dello stabilimento ILVA di Taranto.Siamo di fronte ad una sanatoria e ad una chiara violazione della direttiva europea IPPC sulla prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento ambientale.
La direttiva IPPC obbliga il Governo e lo stabilimento ILVA alla messa norma degli impianti attraverso l’AIA (autorizzazione intergrataambientale). E’ invece avvenuto un fatto stupefacente: con questa leggel’ILVA è autorizzata a non attuare il 20% delle prescrizioni dell’AIA.
E’ un pauroso pasticcio all’italiana.
Con la nuova legge l’ILVA potrà continuare a produrre anche solo avendo avviato l’adozione dell’80% del numero complessivo delle prescrizioni AIA.Questa norma mostruosa è contenuta nell’art. 7, comma d) della nuova legge.In quel 20% di prescrizioni non ottemperate, l’ILVA potrà includere le prescrizioni più importanti, come ad esempio la copertura dei parchi minerali o la riduzione delle emissioni diffuse e fuggitive della cokeria.
Gli effetti sulla salute di una simile logica perversa sono potenzialmente devastanti. L’AIA - peraltro insufficiente ndr- è stata scritta per essere rispettata al 100% e non all’80%....
Il decreto contiene anche una norma “salva-proprietà” che prevede che, al fine di stanziare gli investimenti necessario alla realizzazione del piano industriale (che non c’è), vengano ampliati i poteri del Commissariostraordinario Enrico Bondi al fine di poter disporre delle somme necessarie per un aumento di capitale  attraverso l’emissione di nuove azioni ILVA. Qualora però al Commissario straordinario non bastino i fondi di cui sopra, allora egli può disporre delle somme poste sotto sequestro dalla magistratura, anche in relazione a procedimenti penali diversi a carico della proprietà (come le somme poste sotto sequestro dal Tribunale di Milano per frode presunta fiscale).
Il piano economico, che dovrebbe veder la luce entro febbraio 2014 (quindi 16 mesi dopo l’AIA Clini),dipende appunto dal reperimento delle risorse necessarie. In questa situazione di incertezza il Commissario potrebbe dover attendere molto tempo senza realizzare alcun intervento reale e sostanziale, in attesa di sapere se i fondi della proprietà sotto sequestro possano essere “riaccorpati” alla proprietà: la questione di costituzionalità di una tale norma potrebbe quindi porsi e portare ritardi nella applicazione dell’AIA e nella realizzazione di quelle misure urgenti che avrebbero dovuto essere poste in essere con effetto immediato secondo la sentenza della Corte Costituzionale.
Il commissariamento dell’ILVA dura fino al 4 giugno 2016, dopodiché l’ILVA ritorna nelle mani della proprietà e con essa anche i fondi posti sotto sequestro.
In barba alla procedura di infrazione realizzata dalla Commissione Europea sulla base della denuncia di PeaceLink e del Fondo Antidiossina Taranto, l’Italia continua a violare il diritto di Taranto alla salute e al futuro.Inoltre va sottolineato che con la nuova legge approvata oggi dal Parlamento italiano, l’Ilva e gli altri impianti strategici possono essere autorizzati a produrre anche se non rispettano sostanzialmente le prescrizioni AIA in quanto basta che i lavori relativi ad una prescrizione siano “avviati” (ma non “completati“) per considerare attuata la prescrizione.
Così slitta tutto il crono programma dell‘AIA. Il rispetto del rigoroso cronoprogramma era stato considerato dalla Corte Costituzionale quale condizione sine qua non della produzione ILVA. Ora anche questo punto è stato aggirato.
Siamo di fronte ad una legge anti-cittadini, anti-esseri umani, anti-Taranto, in nome della produzione a tutti i costi dell’acciaio e della garanzia assoluta dei profitti.

Per PeaceLink
Antonia Battaglia - Luciano Manna - Alessandro Marescotti

Forza Andrea!

L'ennesimo incidente di una lunga serie di cui abbiamo oramai perso il conto. Testimonianza pratica di come il più grande siderurgico d'Europa continui ad essere in balia degli eventi dove, di fatto, il controllo di ciò che avviene all'interno della fabbrica è affidato ad un demiurgo invisibile più che distratto.

pc 8 febbraio - il processo ai padroni assassini per l'amianto al petrolchimico di ravenna

corrispondenza da un compagno operaio dell'Enichem presente

NUOVA UDIENZA PRELIMINARE AL PROCESSO AMIANTO AL PETROLCHIMICO ENI DI RAVENNA

Ieri, 6 febbraio, si è tenuto nell’aula di corte d’assise del tribunale di Ravenna, la terza udienza preliminare del processo amianto al petrolchimico di Ravenna. Tale processo vede per la prima volta l’ENI citata in giudizio per disastro colposo, dovuto all’utilizzo di amianto nei propri impianti.
L’apertura del processo è cominciata con mezz’ora di ritardo, ma dopo alcuni minuti il GUP Farinella ha dovuto sospendere l’udienza per più di un’ora e mezza, poiché gli avvocati di difesa degli imputati ENI, hanno presentato nuove produzioni documentali in merito alle quali il PM Ceroni ha chiesto tempo per prenderne visione e poter proseguire il dibattimento, evitando il rinvio dell’udienza. Il continuo allungarsi delle udienze preliminari coi successivi rinvii, altro non è che prendere tempo da parte delle difese in modo che si avvicinino sempre più i tempi di prescrizione, e ciò che non si ottiene con la prescrizione lo si ottiene col decesso degli imputati, che è bene ricordare hanno dai 72 ai 94 anni. Infatti dalla penultima udienza del 21 dicembre a quella di ieri è deceduto un altro degli imputati e dall’inizio delle indagini sono ben 4 gli imputati deceduti su 25. Tra le parti lese erano presenti in aula una trentina di persone (su 75 ammesse dal GUP nell’udienze precedenti)composte da ex-operai ed eredi delle vittime d’amianto del petrolchimico.
I legali scelti per la difesa dell’ENI e le varie aziende imputate(che sono esse stesse emanazione dell’ENI nei vari anni) sono tutti avvocati di grido, si va da Grosso del foro di Torino, a Maspero, Lucibello e Simoni  del foro milanese, oltre a Bolognesi di Ferrara e Visani per il foro di Ravenna.
Nel dibattimento le difese hanno cercato di derubricare l’accusa di disastro colposo e doloso, al solo disastro colposo, ed in più la carta della prescrizione dei fatti poiché collocabili fino al 1991, in quanto dal 1992 con la messa al bando per legge dell’utilizzo dell’amianto, tali fatti non sarebbero più imputabili perchè sono cominciate le bonifiche e sono state utilizzate precauzioni nel maneggiare l’amianto per le bonifiche.
Le parti civili ed il PM si sono opposte alla derubricazione dell’imputazione al solo disastro colposo ed anche alla prescrizione tenendo presente l’interpretazione della sentenza Eternit al processo di Torino, dove è stato stabilito che il fenomeno dell’incubazione dell’amianto (il quale provoca danni anche dopo 40anni dall’inalazione) ed il fenomeno epidemico è ancora in corso, e che a detta di esperti raggiungerà il suo picco tra il 2018 ed il 2024, non sia applicabile la prescrizione per l’epidemia in corso e quella a venire.
Riassumendo brevemente con le parole dell’avvocato di parte civile, Scudellari, il termine da cui dovrebbe percorrere la prescrizione non è ancora maturato poiché l’insorgenza  e l’aggravamento clinico delle malattie è ancora in atto, quindi è insensato parlare di reato prescritto.
Il GUP Farinella preso atto della mancanza di tempo per tutte le arringhe difensive, ha rinviato le sue decisioni in merito al procedimento, per la prossima udienza del 27 febbraio.
La cosa che preme ricordare è che l’INAIL ha riconosciuto, e continua a farlo tutt’oggi, i benefici previdenziali ai lavoratori del petrolchimico esposti all’amianto fino all’anno 2002, poiché è vero che è cambiata  la legislazione nel 1992, ma l’esposizione all’amianto c’è ancora tutt’oggi negli stabilimenti poiché le bonifiche sono ancora in corso. Quindi ci sarà pure un approccio diverso nel maneggiare l’amianto, ma è purtroppo ancora presente e bastano davvero poche fibre per l’incubazione polmonare.

venerdì 7 febbraio 2014

pc 7 febbraio - e a Termini Imerese gli operai non ci stanno ad andare a casa. Il presidio permanente continua

http://lafiatditermininondevechiudere.blogspot.it/

pc 7 febbraio - da Pomigliano: Marchionne assassino!! Ma quanta ipocrisia della FIOM sullo stabilimento di Nola!


Pomigliano.

I cassintegrati contestano la convention della Fiat, e ricordano Pino

I lavoratori in cassa integrazione della Fiat di Pomigliano D'Arco (Napoli) e del reparto logistico di Nola, aderenti allo Slai Cobas, hanno manifestato questa mattina sul viadotto che porta agli ingressi della fabbrica, dove era stata convocata una convention con 700 concessionari italiani e stranieri.
I lavoratori chiedono il ritorno al lavoro di tutti i cassintegrati.

''Mentre i lavoratori si ammazzano per la disperazione - denuncia Luigi Aprea, ex Rsu in fabbrica - la Fiat organizza mega eventi, quasi a dire 'vogliamo stupirvi con effetti speciali'.
Lo ha fatto in passato, annunciando rilanci industriali per questa fabbrica, mai avvenuto, e lo fa oggi.

Ma noi siamo qui, con il rammarico nel cuore per aver salutato il nostro compagno Giuseppe,
che si è ammazzato solo pochi giorni fa.
Questo dramma rispecchia tutta la disperazione dei cassaintegrati: loro festeggiano tra scenografie colossali mentre sterminano i cassaintegrati. 
Non ci stiamo''.


Dichiarazione stampa della Fiom–Cgil di Napoli, in merito alla morte del lavoratore Fiat Giuseppe De Crescenzo.

“La Fiom-Cgil di Napoli esprime profondo cordoglio alla famiglia del dipendente Fiat di Pomigliano d’Arco Giuseppe De Crescenzo”

La notizia del suicidio del lavoratore ci lascia sgomenti.
E’ insopportabile che una persona decida di farla finita per la disperazione di vivere un forte
disagio sociale, aggravato anche da una lunga condizione di cassaintegrato.”
“Questa tragica morte non può passare inosservata nel silenzio assoluto, cosi come avvenuto per altri tentativi di suicidio tra i lavoratori che solo per pura fatalità non hanno avuto lo
stesso drammatico epilogo.”
“E’ necessario invece interrogarsi seriamente su cosa sta succedendo tra i lavoratori che, dopo anni di cassa integrazione si sentono esclusi ed emarginati, e impegnarsi ognuno per le proprie responsabilità per favorire soluzioni che permettano un rientro immediato nel ciclo produttivo dello stabilimento.”
Fiom-Cgil Napoli
Napoli, 5 febbraio

pc 7 febbraio - lo stato borghese, l'infame governo Letta, Renzi-Berlusconi, gli sbirri si preparano a intensificare la repressione contro le lotte proletarie, i movimenti... prepariamoci a rispondere alla loro guerra

a partire da lunedì

Spray al peperoncino per le forze di polizia
Sperimentazione a Napoli, Roma e Milano

Il via libera agli «strumenti di dissuasione e autodifesa»

NAPOLI - Partirà lunedì prossimo la sperimentazione dello spray urticante al peperoncino per polizia a carabinieri. Il via libera agli «strumenti di dissuasione e autodifesa all'Oleroresin capsicum» è stato disposto da un decreto del capo della Polizia, Alessandro Pansa. La sperimentazione - che riguarderà Roma, Milano e Napoli - durerà sei mesi, fino al 10 agosto 2014.
QUANDO SI POTRA' USARE - Il via libera è stato dato dal Dipartimento della pubblica sicurezza al termine di una serie di verifiche fatte da un apposito gruppo di lavoro. Da lunedì gli spray urticanti saranno consegnati a poliziotti e carabinieri che sono stati addestrati all’uso. Se la sperimentazione di Napoli, Roma e Milano darà risultati positivi l’uso sarà allargato. C’è un preciso disciplinare che regola l’impiego dello «strumento di dissuasione», che potrà scattare, si precisa, «a fronte di un’azione violenta, di resistenza attiva rivolta contro l’operatore di polizia o altre persone coinvolte negli scenari operativi quando ogni tentativo di mediazione, dialogo o negoziazione sia fallito».

l'infame sostegno della CGIL_POLIZIA

IL SINDACATO: PRIMA RISPOSTA - Il decreto con cui il capo della polizia ha autorizzato, in via sperimentale, l'utilizzo dello spray al peperoncino per le forze dell'ordine costituisce una prima risposta alle esigenze degli operatori». Lo afferma il Daniele Tissone, segretario generale del sindacato di polizia Silp«-Cgil. Questi strumenti, secondo Tissone, «possono giovare in termini di una attiva prevenzione al fine di assicurare la giusta proporzione tra la situazione di pericolo e l'azione delle forze dell'ordine. Ciò - aggiunge - potrebbe costituire un vantaggio importante per la collettività. Che gli operatori della sicurezza possano disporre di uno strumento di azione efficace e al contempo adeguato al contesto renderà sempre più remoto l'utilizzo di strumenti di coazione fisica più dannosi esponendo, in tal modo, le persone coinvolte a sempre minori rischi».

pc 7 febbraio - E' USCITO IL DOSSIER "SCIOPERO DELLE DONNE"!


E' uscito l'importante Dossier di 63 pagine: "25 novembre - LA SCINTILLA DELLO SCIOPERO DELLE DONNE" a cura delle compagne del Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario.

E' un dossier molto ricco, anche con foto, che dà un ampio quadro, completo e vivo dello "sciopero delle donne" tenutosi per la prima volta in Italia, dal nord, al centro al sud. 

Il Dossier riporta tutti gli avvenimenti, materiali, testi approfonditi, articoli, dibattiti, dati sullo sciopero, e altro, coprendo tutto il periodo dal 18 ottobre al dopo 25 novembre.

E' organizzato fondamentalmente in quattro sezioni:

-Una prima sezione su tutta la grande, articolata campagna che ha preparato lo sciopero delle donne - con decine e decine di iniziative, interventi, un lavoro di rete nazionale, di dibattiti; una campagna che via via che si sviluppava sgomberava anche dubbi e perplessità;
- una seconda ampia sezione di dibattito, polemica teorica, lotta di posizioni - che è stata necessaria per la stessa riuscita dello "sciopero delle donne" - sia verso posizioni politiche e pratiche che contrastavano attivamente lo "sciopero delle donne", sia verso altre che ne sottovalutavano e oscuravano l'importanza attuale e strategica per il movimento delle donne, nella battaglia di classe/di genere, rivoluzionaria;
- una terza sezione sulla entusiasmante realizzazione dello "sciopero delle donne", con al centro le operaie, lavoratrici che dal nord al sud, in ogni città hanno preso loro in mano lo sciopero, e le tante manifestazioni che hanno accompagnato la giornata del 25 novembre, con la presenza viva delle studentesse in tante città;   alcuni dati eccezionali sull'adesione allo sciopero; l'esplosione anche internazionale della novità di rottura dello sciopero delle donne; ecc.   
- infine, una quarta sezione che potremmo chiamare: della scintilla che deve rimanere accesa, estendersi e accendere un grande fuoco.

Il Dossier si può richiedere con un contributo di 5 euro, a:
mfprpa@libero.it - 3408429376

pc 7 febbraio - le donne in rosso di amburgo a sostegno dei prigionieri politici indiani e della guerra popolare in occasione della giornata internazionale del 25 gennaio!

Discorso del Rotes Frauenkomitee Hamburg (Comitato delle Donne Rosso Amburgo)

Care compagne e compagni, care amiche e amici,
Noi del Rotes Frauenkomitee Hamburg vogliamo parlare qui del ruolo particolare delle donne impegnate nella guerra popolare in India. La donna in India è, come in tutto il mondo, doppiamente oppressa e sfruttata. Il patriarcato in India assume le più diverse forme ed si impone fortemente. Le condizioni delle donne indiane sono complicate dalla società semi-feudale e società semi-coloniale che si esprime nel capitalismo burocratico.
Abbiamo sentito la notizia che una donna di 20 anni è stata violentata da 12 uomini. Il capo villaggio aveva organizzato questo come misura di punizione, per un presunto contatto avuto con un ragazzo di un altro villaggio. Ciò nei villaggi indiani non fa eccezione, questa è la realtà quotidiana in cui le donne vivono nei paesi oppressi! L'espressione concreta della semifeudalità e del semicolonialismo e del capitalismo burocratico. L'eccezione è che ciò succede ancora oggi.
Le donne in India hanno perciò innumerevoli ragioni per combattere. E questo lo fanno anche specificamente nella guerra popolare, il modo più coerente per distruggere il vecchio sistema con tutti i suoi mali.
Nel 1986, è stata fondata l'organizzazione AMS che è entrata nel KAMS (Krantikari Adivasi Mahila Sangathan) e ora ha 90.000 aderenti. Si tratta della più grande Organizzazione delle donne in India. Tutti le 90.000 aderenti sono comuniste. Il KAMS fa propaganda contro le tradizioni adivasi del matrimonio forzato e del rapimento. Contro l'usanza dell'isolamento delle donne mestruate fuori dal centro urbano in una capanna nella foresta. Contro la bigamia e la violenza domestica. Nello Stato del Dandakaranya, è ancora vietato alle donne oggi seminare i campi.
Il Partito Comunista dell'India (Maoista) ha deciso, quindi, che le donne possano seminare nei campi di proprietà collettiva. Su questa terra seminano, coltivare ortaggi e costruiscono dighe e canali di irrigazione.
Per molte giovani donne entrare nel Partito comunista e in particolare nell'Esercito Guerrigliero di Liberazione Popolare(PLGA) significa avere la possibilità di sfuggire al soffocamento sociale. Questo è spesso l'unico modo per proteggersi contro il matrimonio forzato, lo stupro, e cose di questo tipo.
Se una donna delle basi di appoggio viene violentata o picchiata, le compagne rispondono con i mezzi della guerra popolare. Cioè, l'uomo viene messo sotto accusa dalle compagne e punito. Se ripete il delitto, egli deve essere punito una seconda volta e punito in maniera ancora più pesante… fino a quando non farà una cosa del genere mai più.
Con la guerra popolare in India che viene portata avanti da oltre 40 anni da parte del PCI (Maoista), unitamente ai contadini e agli oppressi, le donne hanno la possibilità attivamente e concretamente di combattere e rovesciare le condizioni dominanti.
La repressione dello stato contro le donne è particolarmente dura. Arresti e torture sono pericoli che incombono su tutti i rivoluzionari in lotta. Per le donne rivoluzionarie in aggiunta ci sono lo stupro e le mutilazioni sessuali. I prigionieri in India, in particolare le donne, soffrono questa violenza da parte dello stato indiano, sostenuto dagli imperialisti, come arma usata contro la guerra popolare. Tali maniere degli Stati reazionari le conosciamo dalla storia di tutte le lotte rivoluzionarie. Ma le donne che combattono nella guerra popolare in India, non si lasciano scoraggiare. Molte di loro sono state testimoni di come la polizia e gli squadroni fascisti paramilitari distruggono interi villaggi per saccheggiare ai contadini quel poco che hanno per vivere, e violentare le donne fino a farle morire. Il senso di impotenza per la maggior parte di loro è stato il motivo che le ha fatte entrare nel Partito Comunista e nell'Esercito Guerrigliero Popolare di Liberazione. Nella misura in cui aumenta la repressione della polizia, tanto più sono le donne del KAMS diventare una forza potente e si uniscono a centinaia, a volte migliaia per attaccare e combattere contro la polizia.
Molti degli stupri e delle bestiali mutilazioni sessuali sono indirizzati contro le aderenti al KAMS. Molte giovani donne che hanno visto questa barbarie sono entrate poi nel'EGPL, e ora rappresentano il 45 % dei suoi quadri.
Le donne nella guerra popolare in India sono combattenti, sono sorelle in armi attivamente al fianco dei loro compagni combattenti. Il loro compito nell'Esercito Popolare non è quello di cucinare e fare altri lavori riproduttivi.
Salutiamo la forza delle donne in India e prendiamo la loro lotta contro l'imperialismo e
tutte le espressioni del patriarcato come un grande esempio.
LUNGA VITA AL KAMS!
LIBERTA' PER TUTTI I PRIGIONIERI RIVOLUZIONARI IN INDIA!
VITTORIA ALLA GUERRA POPOLARE IN INDIA!
FEMMINISMO PROLETARIO PER IL COMUNISMO!

Rotes Frauenkomitee Hamburg

pc 7 febbraio - nuova edizione dei 'Principi del leninismo' di Stalin con un opuscolo di commento di proletari comunisti - PCm Italia



pc 7 febbraio - la lotta degli operai della logistica si estende alla TNT di Teverola Campania

una corrispondenza da clash city workers

areCronaca di una giornata di lotta

Sembrava avere un epilogo già scritto e invece il caso della Server Coop si sta sviluppando in maniera inaspettata.
Già nei giorni scorsi vi avevamo raccontato la vicenda dell’azienda di Teverola – che si occupa della logistica, che fa parte del consorzio Gesco e che lavora in appalto per la TNT. Per “smaltire” il personale in esubero la Server Coop aveva offerto 5000 euro di buono uscita per chi avesse lasciato volontariamente il proprio posto di lavoro, a parte dei restanti lavoratori era stato poi proposto di firmare un contratto con una “nuova azienda” (ubicata nello stesso stabilimento, che fa parte dello stesso consorzio e ha lo stesso committente), altri invece erano stati semplicemente scaricati: cig a zero ore per sei mesi e poi a casa.
Nonostante i tentativi del SI Cobas di aprire un tavolo negli scorsi giorni per chiedere il rinnovo dei contratti attualmente in vigore con stesse condizioni di lavoro e retribuzione, accettando il passaggio alla nuova cooperativa, l’azienda aveva dimostrato assoluta chiusura, rifiutando anche solo di ascoltare e prendere in considerazione le rivendicazioni dei facchini.
Ma non tutti i lavoratori si rassegnano e stamattina all’alba circa venti facchini si riuniscono in presidio davanti all’ingresso della Server Coop assieme agli attivisti del Assemblea di sostegno costituitosi attorno alla vicenda di Teverola.
Fin dalle 5:20 partono volantinaggi e megafonaggi per comunicare con i lavoratori che iniziano il turno delle 6, poi, intorno alle 6:30, inizia il vero e proprio blocco dei mezzi carichi di merci in entrate e in uscita dall’azienda. Non si fanno attendere Carabinieri e Digos che osservano, annotano, controllano la situazione.
Dall’interno dello stabilimento intanto sondano il terreno, cercano di capire le intenzioni dei dimostranti, poi, dopo circa un’ora di presidio e di blocchi ad intermittenza, un incaricato della TNT di Teverola intento a parlare con alcuni manifestanti riceve una chiamata da un responsabile nazionale TNT: viene proposto un incontro, l'azienda chiede di sospendere il blocco.
Sono passate da poco le otto quando i lavoratori in presidio e alcuni rappresentanti dell’Assemblea di sostegno vengono invitati a parlare all'interno dello stabilimento con un responsabile TNT dell'impianto e con un responsabile del consorzio Gesco. All’esterno, nonostante il timido segnale di apertura da parte dell’azienda, il blocco continua.
Pochi minuti dopo una delegazione di lavoratori, del SI Cobas e dell'Assemblea di sostegno ai lavoratori della logistica entrano nello stabilimento della Server Cop. Dopo il primo intervento di rito da parte di consorzio Gesco e SI Cobas comincia la trattativa: la richiesta sindacale è il reintegro immediato dei facchini per cui è stata disposta la cig a 0 ore, quella dell'azienda è la sospensione del blocco.

Ci si confronta, si torna all'esterno con una proposta del responsabile locale consorzio Gesco da discutere coi lavoratori: un impegno scritto per convocare un tavolo di trattativa entro sette giorni da oggi tra TNT, consorzio Gesco e SI Cobas in cui parlare a partire da:
- cassa integrazione a 0 ore per sei mesi
- impegno al riassorbimento con assunzione nella cooperativa che subentrerà alla Server Coop- valutazione della distribuzione dei carichi di lavoro tra i facchini al momento del riassorbimento
Verso le 10 del mattino, dopo aver discusso tra loro sulla proposta, i lavoratori decidono di accettare la convocazione del tavolo e sospendere il blocco.
Sicuramente sarebbe avventato e troppo ottimista parlare di una vittoria, questo non è che il primo passo di una lotta che si prospetta faticosa e difficile. Una cosa però i facchini di Teverola stamattina l’hanno dimostrata: che vale la pena di ribellarsi e pretendere che le proprie ragioni vengono ascoltate e i propri diritti affermati anche quando le condizioni sembrano non giocare assolutamente a nostro favore. Quali che siano gli sviluppi della vicenda legata alla Server Coop questa è una lezione da non dimenticare.

pc 7 febbraio - GLI OPERAI SI AMMAZZANO E MARCHIONNE FESTEGGIA A POMIGLIANO:

SVERGOGNAMOLO! 
PRESIDIO AI CANCELLI FIAT DALLE ORE 9

Gli operai, suoi colleghi di lavoro di Fiat Pomigliano e Nola sono da poco ritornati dal funerale di "Peppe" e, in sede, quella dello Slai cobas di Pomigliano, non si parla d'altro:  in fabbrica, alla Fiat di Pomigliano, è prevista la "periodica e festaiola Kermesse aziendale con tanto di rinfresco per 700 "invitati" tra investitori e concessionari pronti ad osannare le "nuove" di Marchionne.
Giuseppe de Crescenzo appena l'altro giorno si è tolto la vita impiccandosi nella sua casa di Afragola.
Era uno dei 300 operai della Fiat confinati da Pomigliano nell'inesistente reparto Logistica e che - a fronte delle innumerevoli promesse di decollo industriale dei fantomatici "piani" dell'a.d. Fiat - si trovano da 6 anni collocati in cassa integrazione senza alcun verosimile futuro lavorativo. Come le migliaia di cassintegrati "senza futuro" di Fiat Pomigliano e delle aziende dell'indotto, tutti in ridimensionamento o chiusura come anche i ciechi possono constatare!
Oggi a Pomigliano, in tutte le fabbriche Fiat e dell'indotto collegato, settore che rappresenta la sostanza dell'industria italiana, si sta consumando una vera e propria tragedia industriale e sociale avallata da tutti: dal presidente Napolitano che spudoratamente nominò Marchionne cavaliere del lavoro, al governo Prodi che, con Rinaldini e Bertinotti (all'epoca cantori dello slogan elettorale di "un nuovo mondo è possibile" preteso da una sinistra ormai fallita) che plaudirono l'avvento in Fiat di questo "imprenditore illuminato". Per finire ai Berlusconi Monti ed i parenti Letta ed a Renzi dei nostri giorni senza dimenticare Camusso, Bonanni ed Angeletti! Tutti quanti insieme, "questi", con decenni di frottole stanno consapevolmente portando i lavoratori allo  sfascio "stile Grecia".
Altro che "suicidi": noi, operai e compagni di Peppe e di tutti quei  lavoratori che da anni si tolgono la vita - e che ormai si contano a centinaia - ben sappiamo che oggi, a questo punto, ci troviamo di fronte a veri propri OMICIDI DI STATO!

Lo Slai cobas convoca per oggi, ore 9, presidio operaio alla Fiat Pomigliano invitando i lavoratori indipendentemente da ogni loro iscrizione sindacale o meno e le loro organizzazioni disponibili.
Slai Cobas Fiat Alfa Romeo e terziarizzate - Pomigliano d'Arco, 6/2/2014

giovedì 6 febbraio 2014

pc 6 febbraio - ancora brutalità vile degli sbirri


Botte a ragazzo durante perquisizione, 5 carabinieri a processo


Botte a ragazzo durante perquisizione, 5 carabinieri a processo
Concorso in lesioni. Per quest'accusa sono finiti sotto processo, davanti al tribunale monocratico della Capitale, cinque militari in forza all’Arma dei Carabinieri che nell'agosto del 2008 eseguirono una perquisizione nella casa di un giovane in viale Marconi, a Roma, per verificare se coltivava marijuana.
Secondo l’accusa tre carabinieri avrebbero picchiato il ragazzo durante la perquisizione provocandogli alcune lesioni gravi tra le quali un’ecchimosi ad un braccio e la rottura di un timpano. Gli altri due militari inquisiti sono invece accusati di non essere intervenuti per bloccare i colleghi violenti.
I Carabinieri rinviati a giudizio sono: Giulio Maria Sala, Raffaele Priore, Antonio Pasini, Andrea Ranieri ed Ernesto Salandra.
Sulla base di alcune incongruenze nella testimonianza del ragazzo, al termine della fase istruttoria il pm aveva chiesto l'archiviazione del procedimento. Il gip però ha imposto la formulazione dell'imputazione coatta basandosi sulla necessità di indagare sull'origine delle inconfutabili lesioni riscontrate sul denunciante.
I militari, difesi dagli avvocati Diego Perugini e Antonio Lombardo, da parte loro hanno sempre respinto le accuse sostenendo che uno di loro fosse caduto addosso al giovane mentre era in corso la perquisizione (!) procurandogli così le lesioni poi riscontrate da una perizia medica.