sabato 4 gennaio 2014

pc 4 gennaio - ISRAELE ALL'OMBRA DEGLI USA DI OBAMA AVANZA NELL'OCCUPAZIONE DELLA VALLE DEL GIORDANO

di Michele Giorgio
Gerusalemme, 4 gennaio 2014, Nena News - Ignorata per anni dai mezzi d'informazione, nonostante sia teatro di uno dei processi di colonizzazione israeliana più intensi e di abusi a danno dei palestinesi che vi risiedono, la Valle del Giordano da qualche settimana occupa spazi sempre più evidenti sulle prime pagine dei giornali in ebraico e in arabo.

Lo sviluppo (si fa per dire) delle trattative bilaterali Israele-Anp fortemente volute dal segretario di stato Usa John Kerry, ha riportato in superficie l'importanza eccezionale di questa porzione di Cisgiordania...
Israele da quasi 40 anni, dalla formulazione del «Piano Allon» e dell'«Opzione Giordana», ha mire ben precise sulla Valle del Giordano che in buona parte ricade nel territorio palestinese occupato. Nel corso degli anni i governi di centrosinistra e di destra hanno indicato che Israele, in qualsiasi accordo di pace, conserverà il controllo di tutta la frontiera con la Giordania, almeno per un certo numero di anni. Ma mai come in questi ultimi giorni la destra guidata dal premier Netanyahu è apparsa tanto impegnata in una campagna, anche alla Knesset, per fare della fertile striscia di terra bagnata dal fiume Giordano «il confine orientale di Israele».

A dare fuoco alle polveri è stato un articolo pubblicato dal quotidiano di Tel Aviv Yediot Ahronot, nel quale si faceva riferimento al piano di sicurezza che gli Usa avrebbero presentato a israeliani e palestinesi.Pur prevedendo il dispiegamento di truppe israeliane lungo il confine e al terminal di frontiera tra Stato di Palestina e Giordania - ipotesi categoricamente respinta dall'Anp di Abu Mazen - la proposta americana includerebbe anche l'evacuazione delle colonie ebraiche costruite (in violazione della legge internazionale) in quella zona.
L'artiglieria pesante israeliana è subito entrata in azione. Prima con la bozza di legge approvata da una commissione della Knesset che prevede l'annessione di una ventina di colonie israeliane sparse per la Valle del Giordano. Poi con l'iniziativa del ministro degli interni Gideon Saar, un dirigente del partito Likud, che ha posto la «prima pietra» di nuove case nella colonia di Ghitit, poche ore prima del ritorno a Gerusalemme di Kerry. Saar ha dichiarato che «senza la Valle del Giordano Israele sarebbe privato della profondità strategica» e che le colonie ebraiche in quella zona sono essenziali per le attività dell'esercito (nessuno lo dubitava).

Immediata la reazione dei palestinesi che hanno chiarito a più riprese che la Valle del Giordano dovrà rappresentare il confine orientale dello Stato di Palestina. L'annessione di quel territorio a Israele metterebbe fine al negoziato, ha avvertito il negoziatore Saeb Erekat e spingerebbe i palestinesi a chiedere il riconoscimento internazionale della Palestina, come «Stato sotto occupazione», entro le linee antecedenti la guerra del 1967, con Gerusalemme est per capitale. Il governo palestinese si è poi riunito in un villaggio nella Valle del Giordano per ribadire la propria determinazione.

E Kerry? È riuscito soltanto ad aggravare la rabbia dei palestinesi proponendo la costruzione di una "possente barriera di sicurezza" lungo il Giordano, allo scopo di assecondare le richieste di «sicurezza» di Netanyahu. Israele secondo il segretario di stato verrebbe autorizzato anche in futuro a pattugliare il confine fra la Cisgiordania e la Giordania: nei primi anni da solo, in seguito assieme a forze palestinesi. I droni israeliani inoltre potranno sorvolare la Cisgiordania..."

pc 4 gennaio -12 INDAGATI DELLA CASERMA DI PAROLISI

Il Movimento femminista Proletario Rivoluzionario aveva immediatamente denunciato a maggio 2011, quando fu uccisa Melania Rea, il: "...buco nero dell'esercito, improntato e pregno comunque e sempre di una logica e prassi fascista, machista, sessista, di relazioni improntate ad uno spirito di oppressione/sopraffazione gerarchica che diventa a volte uso/abuso sessuale soprattutto quando vi sono donne (che o si adeguano a questo spirito e ne sono complici o ne vengono schiacciate dal rambismo maschilista), ma anche di difesa/omertà di corpo all'interno.

Questa difesa "di corpo" emerge anche in questo articolo del CdS in cui ciò che viene messo in evidenza è che con questa indagine "vacilla il rigore della disciplina di caserma". 

«Devi offrirti a me e agli altri»
Quelle notti tra caporali e allieve

Dodici indagati nella caserma di Ascoli per violenza, minacce e ingiurie. E nell’elenco c’è anche il nome del caporalmaggiore Salvatore Parolisi  

La magistratura ha raccolto testimonianze delle vittime che avrebbero ricevuto inviti espliciti a fare sesso, in particolare dopo la mezzanotte, quando le porte delle camerate devono restare chiuse.
La caserma «Clementi» è la stessa in cui prestava servizio Salvatore Parolisi, il sottufficiale condannato a 30 anni di reclusione per l’omicidio della moglie Melania Rea avvenuto il 18 aprile del 2011 nella pineta di Ripe di Civitella, in provincia di Teramo. Il corpo di Melania venne trovato a 18 chilometri di distanza, massacrato con numerose coltellate. Parolisi avrebbe ucciso la moglie dopo che quest’ultima aveva scoperto la sua relazione proprio con una delle soldate della «Clementi». Il caporal maggiore è indagato, seppure per un episodio minore, anche nella nuova inchiesta aperta dalla procura militare di Roma.

Fra le colline di Ascoli Piceno, quando scendeva la sera e il contrappello chiudeva la giornata militare della caserma Clementi, il sergente G. M. invitava l’allieva Simona nell’Ufficio del plotone e lì parlava, ammiccava e osava, pare con successo. Prima Simona, poi Anna per il bicchierino, poi Sara... Lui aitante, vulcanico e impaziente, loro giovani aspiranti soldate dell’esercito italiano di stanza al Reggimento addestramento volontari, cioè la caserma di Salvatore Parolisi. Il quale, al di là della grossa grana per l’omicidio di sua moglie Melania che gli è costata una condanna a 30 anni, dovrà vedersela anche per un episodio decisamente meno grave ma molto simile a quello del collega G. M.: sempre dopo la mezzanotte, sempre negli uffici del plotone, sempre per un bicchierino con le soldate e via.

Emerge lo spaccato di un mondo militare pruriginoso, dove il rigore della disciplina di caserma vacilla sull’incontro dei due sessi. Da una parte i soldati che addestrano e comandano, dall’altra le allieve che ascoltano e obbediscono. In mezzo, qualche tentazione. Il soldato Enza, per esempio, l’ha raccontata così al comandante della Clementi chiamato dalla procura a una relazione informativa: «Un giorno il caporal maggiore mi si è rivolto chiedendomi cosa gli potevo dare per sapere la mia destinazione. Dissi “nulla, aspetto altri due giorni e lo saprò”». E l’altro, sempre secondo l’allieva: «Devi offrire te stessa a me e poi agli altri istruttori. Mi devi dire se sei vergine o meno, perché se lo sei devo prendere delle precauzioni, altrimenti devo prenderne altre, ad esempio frustini...».
Naturalmente la stragrande maggioranza delle allieve non partecipava agli incontri proibiti, molte ne ignoravano pure l’esistenza, altre li rifiutavano. Come Monica: «Il sottufficiale si è avvicinato a me e mi ha abbassato leggermente la cerniera della giacca della tuta. Io mi sono allontanata riordinando l’uniforme - ha messo a verbale - Vedendomi infastidita mi ha detto che l’aveva fatto perché faceva molto caldo».
Fin qui, gli approcci. Poi c’è il capitolo «violenza contro inferiore, minacce e ingiurie», dove a farla da padrone è sempre il caporale G. M., rispetto al quale, in questo caso, sfigurerebbe anche il duro sergente Hartman di Full Metal Jacket, quello che chiamava l’allievo «palla di lardo». Ecco il suo vellutato sistema di addestramento: «Vi faccio sputare sangue, mi sembrate delle pecore, lo sapete cosa fa il pastore con le pecore... mi fate schifo... Tu sei una casalinga non idonea alla vita militare, hai i prosciutti al posto delle gambe, chiatta, balena... Siete delle galline, delle pappe molli, siete tutte z...», e avanti così... Il suo avvocato, Giovanni Falci dice che non bisogna sorprendersi: «Per una caserma si tratta di un linguaggio istituzionale. Stiamo parlando di addestramento al combattimento, di lancio di bombe, di piegamenti sulle braccia...».    

pc 4 gennaio - LE VERE RAGIONI DEL PERCHE' PER LE SPESE MILITARI NON C'E' SPENDING REVIEW..

MA E' CHIARO- PRIMA SI ESERCITANO COME MERCENARI CONTRO I POPOLI
..E POI METTONO IN PRATICA QUELLO CHE PENSAVA LA THATCHER NEL 1984

Thatcher ecco i documenti segreti: “L’esercito contro i minatori in sciopero”
Nel 1984 l'allora premier britannico valutò l'uso dei militari per contrastare la protesta dei lavoratori, che metteva a rischio le scorte di energia e cibo. Dalle carte dell'Archivio nazionale emergono anche il timore per gli aiuti sovietici ai sindacati e lo scarso interesse per le sorti del prigioniero politico sudafricano Nelson Mandela


Armamenti nel 2014 niente spending review per la Difesa: spese per 5 miliardi
Cacciabombardieri, navi da guerra, blindati ed elicotteri da combattimento, cannoni, siluri, bombe, droni e satelliti spia. E' la lista della spesa che l'apparato militare italiano ha in serbo nonostante l'opposizione parlamentare e le polemiche sugli F-35. Un "investimento" che non ha a che fare con la sicurezza nazionale, ma è il costo occulto delle missioni internazionali, prima fra tutte l'Afghanistan. E dal ministro Mauro arriva soltanto un "no comment"
Generali e ammiragli brindano all’inizio di un nuovo anno di spese pazze in armamenti alla faccia della crisi. Nel 2014 la Difesa si prepara a spendere altri 5 miliardi di euro in cacciabombardieri, navi da guerra, blindati ed elicotteri da combattimento, cannoni, siluri, bombe, droni e satelliti spia. Impermeabili a ogni spending reviewe refrattari a qualsiasi controllo parlamentare, gli stati maggiori continuano a sentirsi intoccabili. Ma l’anno che viene potrebbe riservare loro qualche sorpresina. Il 2013 verrà ricordato come l’anno in cui il Parlamento, pungolato dall’opposizione di Sel e Cinque stelle e facendo leva su un’articolo della riforma militare del 2012, ha osato esercitare le proprie prerogative di controllo sui programmi di riarmo della Difesa. A partire dai famigerati F35 da 150 milioni di euro l’uno, per cui le mozioni approvate da Camera e Senato il 26 giugno e 7 luglio impegnavano il governo a non procedere a nessuna “ulteriore acquisizione” in attesa delle conclusioni di un’apposita indagine conoscitiva parlamentare. Un’inaudita insolenza per i vertici militari, che hanno immediatamente reagito attraverso il Consiglio supremo di Difesa presieduto da Giorgio Napolitano lanciando un duro monito: “Niente veti del Parlamento sulle spese militari”. E infatti, incurante della volontà del Parlamento, il ministro della Difesa Mario Mauro ha continuando ad autorizzare di nascosto la firma di nuovi contratti per centinaia di milioni di euro.
IL MINISTERO: “NUOVE COMMESSE? NO COMMENT”. Il 27 settembre scorso, oltre a saldare l’ultima rata da 113 milioni dei primi 3 aerei già acquistati (e già pagati per 350 milioni di euro), è stato firmato il contratto d’acquisto definitivo di altri 3 aerei per 403 milioni (per i quali in precedenza erano stati anticipati 47 milioni). Successivamente, non è dato sapere quando, sono anche stati versati 60 milioni di anticipo per ulteriori 8 aerei (che la Difesa vuole acquistare nel 2014, anno in cui intende inoltre dare anticipi per altri 10 aerei). Quando queste informazioni di “ulteriori acquisizioni” – trapelate dagli Stati Uniti – sono state riferite in commissione Difesa, diversi parlamentari, sentitisi presi in giro, hanno chiesto immediate spiegazioni e hanno preteso di avere accesso a tutti i documenti contrattuali. Niente da fare: il ministro Mauro si è limitato a ribadire (nemmeno di persona, ma per bocca di un messaggio letto in aula il 18 ottobre dal sottosegretario all’Agricoltura…) che a suo giudizio le mozioni parlamentari “non incidono sulle politiche di acquisto già determinate”. A più riprese ilfattoquotidiano.it ha chiesto alla Difesa dettagli sull’avanzamento dei contratti del programma F35, rimbalzando contro un cortese muro di gomma e ottenendo alla fine solo un secco ma eloquente “no comment”. 
“Queste ulteriori acquisizioni sono contra legem - taglia corto Gianpiero Scanu, capogruppo Pd in commissione Difesa – così come lo è l’ostinata resistenza della Difesa a ogni controllo parlamentare sulle sue politiche di spesa. Un potere di controllo che è stato introdotto nella legislazione italiana con una norma dall’aspetto innocuo ma di portata dirompente: l’articolo 4 della legge 244 del 31 dicembre 2012. Dal giorno della sua approvazione è in atto uno scontro durissimo, una continua guerra di posizione tra il Parlamento e la Difesa che non vuole accettare questa legge che pone fine a decenni di spese incontrollate. L’indagine conoscitiva parlamentare sugli F35, che qualcuno voleva chiudere frettolosamente a dicembre senza alcuna presa di posizione, proseguirà fino a febbraio e si dovrà concludere con un documento prescrittivo che la Difesa dovrà rispettare”. Quale sarà questa ‘prescrizione’ non è ancora dato sapere ma, dopo la svolta renziana del Pd, tra gli addetti ai lavori c’è chi ipotizza (e chi teme) un congelamento del programma o un suo ulteriore forte ridimensionamento. Durante la campagna per le primarie, il sindaco di Firenze aveva dichiarato: “Gli F35 sono soldi buttati via, io ho proposto il dimezzamento”. 
E GLI F-35 “ABBATTONO” GLI EUROFIGHTER. Ipotesi a parte, al momento ciò che fa testo rimane il cosiddetto Dpp (Documento programmatico pluriennale) della Difesa per il triennio 2013-2015 presentato lo scorso aprile dall’allora ministro della Difesa Di Paola – oggi consulente di Finmeccanica – che dei 5 miliardi di spesa totale allocata per il nuovo anno su decine di programmi di riarmo (guarda la tabella) ne assegna oltre mezzo (535,4 milioni per la precisione) agli F35 della Lockheed Martin. Questo mentre si continua a investire il doppio (un miliardo l’anno, anche nel 2014) nel programma aeronautico alternativo Eurofighter – rara concretizzazione della tanto auspicata cooperazione industriale europea nel settore difesa e principale concorrente del programma americano – che invece la Difesa ha deciso di tagliare proprio per far posto agli F35, nonostante tutti gli esperti del settore lo ritengano ampiamente sufficiente a soddisfare da solo le esigenze della nostra Aeronautica (come lo è per la Luftwaffe tedesca, che infatti ha scelto Eurofighter rinunciando agli F35), per giunta con indiscutibili vantaggi in termini di costi di manutenzione, di ricaduta tecnologica e occupazionale e, non ultimi, di autonomia operativa vista la comproprietà dell’hardware, che invece rimane sotto esclusivo controllo americano sugli F35: veri e propri “aerei a sovranità limitata”. L’attaccamento della Difesa al programma F35 è spiegabile solo tirando in ballo delicati equilibri di politica estera. Il 16 luglio scorso, pochi giorni dopo l’approvazione delle mozioni, l’ambasciatore americano David Thorne ha convocato nella sua residenza romana di Villa Taverna i massimi vertici militari italiani per ricordare loro, con il sorriso e un bicchiere di rosso in mano, che l’Italia “deve” mantenere gli impegni presi rispetto al programma F35 se vuole “continuare a essere nostro stretto alleato, ad avere voce in capitolo quando si tratta di prendere decisioni sulle regioni più critiche e sulla sicurezza mondiale e a rimanere tra gli alleati Nato di alto livello giocando un ruolo di leadership”. Gli F35 come pegno di fedeltà verso il nostro potente alleato, come suggello di quella “stretta alleanza che unisce Italia e Stati Uniti e che – spiegava Thorne quella sera d’estate ai nostri generali – è andata rafforzandosi negli ultimi dieci-quindici anni con il comune impegno nei Balcani, in Medio Oriente, in Afghanistan e Nord Africa”. Un impegno, quelle nelle missioni internazionali, che incide in maniera sostanziale sulla spesa italiana in armamenti.  
IL COSTO OCCULTO DELLA MISSIONE IN AFGHANISTAN. Dopo aver esaminato la lista dei programmi di riarmo in corso, sorge infatti spontaneo chiedersi a cosa ci servano tutte queste nuove armi visto che, per fortuna, non si intravedono all’orizzonte conflitti mondiali o invasioni straniere. La risposta data la scorsa primavera in Parlamento dal capo di stato maggiore della Difesa, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, era stata molto sincera: “Le nostre forze armate dispongono di materiali, sistemi d’arma e mezzi adeguati all’impegno attuale e il cui standard possiamo considerare, dal punto di vista qualitativo, paritetico a quello di molti nostri alleati; sussiste tuttavia l’esigenza di ammodernare e rinnovare costantemente le dotazioni delle nostre unità per l’impiego continuato in operazioni lontane dal supporto logistico in patria, che ne ha fortemente accresciuto l’usura”. Insomma, non compriamo nuove armi tanto per ragioni di sicurezza nazionale, quanto in funzione delle prolungate campagne militari condotte in paesi lontani. Afghanistan in primis. Combattere una guerra implica la necessità di ricostituire le scorte di munizioni (durante la campagna aerea sulla Libia del 2011 abbiamo sganciato bombe per 260 milioni), rimpiazzare i blindati danneggiati negli attacchi nemici e impiegare mezzi più robusti e sicuri, potenziare i sistemi di protezione delle basi e degli avamposti, dotarsi di droni di sorveglianza, di artiglierie più precise, di mezzi e armi per le forze speciali e di tutta una serie di altri strumenti richiesti dalle esigenze operative. Voci di spesa (evidenziati in grigio nella tabella) da centinaia di milioni che contribuiscono a far salire a 5 miliardi la spesa annua in armamenti e che rappresentano un costo occulto delle missioni militari internazionali che si somma al costo palese dichiarato nei periodici decreti di rifinanziamento. Lo tengano a mente i nostri parlamentari quando al rientro dalle festività saranno chiamati a rifinanziare la prosecuzione del coinvolgimento militare italiano nella sempre più sanguinosa guerra civile afgana (2.730 civili uccisi nel 2013, un incremento del 10 percento rispetto all’anno precedente). I principali paesi della Nato se ne sono già andati dal’Afghanistan o se ne andranno entro un anno, perfino la Gran Bretagna lo ha annunciato pochi giorni fa. Il governo italiano invece, senza consultare il Parlamento, si è impegnato con Washington e con il presidente Karzai (che con le elezioni presidenziali del prossimo 5 aprile uscirà di scena e Allah solo sa da chi verrà rimpiazzato) a lasciare le sue truppe nei deserti afgani almeno fino al 2017 e a donare 360 milioni all’esercito di Kabul.

pc 4 gennaio: ASSENNATO SERVO DELL'ASSASSINO RIVA...

Inquinamento a Taranto ambientalisti contro Arpa: “Valori dell’aria inaccettabili”

Dalle rilevazioni effettuate da Peacelink a circa 5 chilometri dall’Ilva, c'è una presenza di Ipa compresa tra i 17,7 nanogrammi al metrocubo (ng/m3) e i 22 ng/m3. Ma per il direttore dell'agenzia Giorgio Assennato "questi dati, da soli, non significano niente”
La guerra tra ambientalisti tarantini e Arpa Puglia ora si gioca sui numeri. I nuovi dati sulle emissioni di idrocarburi policiclici aromatici (Ipa) nell’aria di Taranto segnano il nuovo terreno di scontro tra Alessandro Marescotti, presidente di Peacelink, che li definisce “inaccettabili”, e il direttore generale dell’agenzia Giorgio Assennato che invece parla di “un attentato alla serenità dei tarantini” e di dati “divulgati per squallidi fini politici”. I dati, secondo le rilevazioni effettuate da Peacelink a circa 5 chilometri dall’impianto industriale, descrivono una presenza di Ipa compresa tra i 17,7 nanogrammi al metrocubo (ng/m3) e i 22 ng/m3. Dati allarmanti secondo gli ambientalisti che ritengono “accettabili” i valori che si attestano sui 6 ng/m3 ed “eccellenti” quelli vicini a 2 ng/m3. Non solo. Per gli ambientalisti i valori diffusi da Arpa negli ultimi mesi sono anche peggiori: dati raccolti nel quartiere Tamburi, a pochi metri dalla fabbrica, che tra agosto e dicembre variano da una media minima di 30,8 ng/m3 a una massima di 43,9 ng/m3. Numeri addirittura quasi raddoppiati secondo Peacelink rispetto ai dati del 2009 e 2010. Gli stessi numeri che invece, Giorgio Assennato, definisce “ridicoli” tanto che “farebbero ridere tutto il mondo scientifico”. Perché “tutte le agenzie ambientali d’Italia utilizzano il dispositivo che ha in dotazione Peacelink, ma nessuno diffonde i singoli dati: perché quei dati, da soli, non significano niente”. Arpa Puglia, secondo quanto Assennato spiega al fattoquotidiano.it, li utilizza per studiare come si disperdono gli Ipa allontanandosi dalla sorgente: “Dovremmo parlare di allarme nel caso in cui ci trovassimo di fronte a valori con tre cifre. Queste campagne di disinformazione servono solo ad agitare i tarantini. La verità – aggiunge ancora il dg Arpa – è che questa storia mette in evidenza due errori: il primo commesso dall’Ilva che ci impedisce di utilizzare in modo corretto la centralina che si trova nel reparto cokeria (quello ritenuto causa principale delle emissioni nocive, ndr) e l’utilizzo a fini di propaganda poltica di valori che non hanno alcun fondamento scientifico”. E ad alimentare le polemiche, dopo l’aria ci si mette anche il mare di Taranto diventato improvvisamente rosso in un tratto del litorale. Le “eco sentinelle” diffondono le foto sul web e Bonelli rilancia: “Si tratta di un fatto estremamente grave su cui vanno immediatamente accertate le cause, perché il color ruggine potrebbe essere stato provocato da qualche nave cisterna carica di materiali ferrosi che ha scaricato il materiale al porto ha pulito la stiva a ridosso della costa”. Arpa Puglia si reca sul posto ed effettua dei prelievi e rassicura: si tratta della “microalga dinoflagellata ‘Noctiluca scintillans’” non di inquinamento dovuto allo sversamento di idrocarburi. Poco dopo arriva anche la conferma della Guardia costiera: “Le analisi di laboratorio – scrivono i militari – i cui esiti saranno resi noti nei prossimi giorni, dovrebbero confermare l’origine naturale del fenomeno, scongiurando così i timori di tanti cittadini sulla natura inquinante della sostanza anomala riscontrata”. Potrebbe essere sufficiente a descrivere un clima di tensione. Ma c’è anche dell’altro. Perché nei giorni scorsi alcune foto dei fumi presenti sullo stabilimento avevano preoccupato i cittadini di Taranto. In un comunicato la stessa Ilva ha precisato che “nello stabilimento non risultano essersi riscontrati eventi anomali il giorno 1 gennaio 2014 tali da poter generare particolari fenomeni emissivi”, aggiungendo che le centraline “non hanno evidenziato in tale giorno valori anomali degli inquinanti monitorati”. Ma come spiega l’azienda l’imponente nube di fumo denso e bianco? Per l’Ilva “i fenomeni ripresi nelle immagini sono verosimilmente riconducibili alla presenza di un grosso corpo nuvoloso insistente sull’area dello stabilimento. Infatti, il corpo nuvoloso si presenta distaccato rispetto alle emissioni di vapore acqueo prodotto dalle attività dello stabilimento”. In più “da dati meteo si evince che il giorno 1 gennaio 2014 è stato caratterizzato da un elevato tasso di umidità con valori dell’ordine del 90 percento circa”. Insomma, colpa del tempo.

MA NOI NON CI STIAMO, NOI VOGLIAMO GIUSTIZIA!
Ilva Taranto Convegno 11 gennaio - a padron Riva il processo lo facciamo noi!
A fronte della indecente sentenza della cassazione che annulla sequestro: 8,1 miliardi cifra stimata equivalente alle somme che nel corso degli anni la società avrebbe risparmiato non adeguando gli impianti 'generando malattia e morte'

11 gennaio convegno di protesta a Taranto
organizza la Rete nazionale  per sicurezza e salute sui posti di lavoro e territorio

comunicato invito
E' convocato un convegno sul processo a Riva e soci del 2014 con l'avvocato dei processi Thyssen ed Eternit a Torino, avv. Bonetto - sostenitore Rete nazionale sicurezza  e salute sui posti di lavoro e sul territorio.
-per  protestare con dati di fatto contro la sentenza della cassa integrazione
-per riportare un bilancio dell'esperienza vincente dei processi Thyssen-Eternit 
-per una piattaforma e un metodo della costituzione associata come parte civile, gratuita e di massa, degli operai, lavoratori e cittadini
  

Il convegno aperto a tutti si terrà sabato 11 gennaio 2014 dalle ore 9.30 alle 13 presso biblioteca comunale p.le Bestat

a cura della Rete nazionale salute e sicurezza sui posti di lavoro e territorio
sede Taranto
bastamortesullavoro@gmail.com
3471102638
 

pc 4 gennaio - "CHE SIA UN ANNO ROSSO E PROLETARIO"


Nell'augurare un buon 2014 a tutti i Compagni e a quelli più o meno compagni, voglio iniziare l'anno con questa frase del Compagno Lenin dedicandola a tutti gli operai:

 

"Dal momento che non si può parlare di una ideologia indipendente, elaborata dalle stesse masse operaie nel corso del loro movimento, la questione si può porre solamente così: o ideologia borghese o ideologia socialista. Non c'è via di mezzo (poiché l'umanità non ha creato una "terza" ideologia e, d'altronde, in una società dilaniata dagli antagonismi di classe, non potrebbe mai esistere una ideologia al di fuori o al di sopra delle classi). Perciò ogni diminuzione dell'ideologia socialista, ogni allontanamento da essa implica necessariamente un rafforzamento dell'ideologia borghese.

Francesco del circolo proletari comunisti di Taranto

pc 4 gennaio - CONTRO I PADRONI ASSASSINI - LA SOLIDARIETA' PROLETARIA E' UN'ARMA NECESSARIA

A Stefano Delli Ponti, a sua moglie, ai suoi familiari, ai suoi figli che non ho conosciuto…

UNA TESTIMONIANZA DA UN LAVORATORE DELL'IST. TUMORI DI MILANO SU L'OPERAIO ILVA DI TARANTO MORTO IL 30 DICEMBRE DI TUMORE

Mi chiamo Gaglio Giuseppe e lavoro come OSS all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. E da anni vivo il dramma; le angosce; la rabbia; le speranze, di chi si trova scaricato addosso questo macigno chiamato Tumore, e affronta questo “viaggio della speranza”. Una malattia che non conosce confini, ma che per esperienza ho visto colpire in prevalenza operai che hanno lavorato nelle fabbriche della morte –dall’Ilva alla Fibronit, da Fincantieri alla Breda-, dove per la loro sete di profitto i padroni ASSASSINI se ne fottono della stessa vita degli operai. E, purtroppo, ho visto e vedo che da questa barbarie non sono esclusi i familiari di questi operai. Così vedo chi in fabbrica non ci è mai entrato, ma per il solo fatto di vivere a ridosso di questi siti, come ai Tamburi, o anche per lavorare nei paraggi, come i cimiteriali di Taranto, si ammalano di tumore. Il lavoro non facile il mio, dove contano tanti fattori. Farlo con umanità, senza scadere nel pietismo (questo me l’hanno insegnato i malati). Non farlo in maniera distaccata, fredda, perché se è vero che non ti devi far travolgere dall’emotività, devi “rimanere umano”. Ma soprattutto sono anch'io un proletario come Stefano, un “operaio della sanità”, che ha una coscienza di classe, e sono stanco di versare lacrime per questi miei fratelli.
Quando ho letto il volantino dello Slai Cobas per il sindacato di classe che annunciava la morte di Stefano ho avuto un tuffo al cuore. Mi ronzava in testa il pensiero “questo nome non mi è nuovo” “quest’uomo io lo già visto”. Poi leggendo l’articolo del Corriere e vedendo la sua foto, purtroppo, i dubbi sono diventati certezze. Era il mese di novembre e Stefano, accompagnato dai suoi familiari, viene ricoverato nel Reparto dove lavoro ed è toccato a me spiegargli le solite “banalità”: stanza- letto-orari, mantenendo sempre un atteggiamento leggero e rispettoso verso chi viene pieno di speranze e con la spada di Damocle del “male incurabile”. E tra le “competenze” (non contemplate dal contratto di lavoro) cerchi di entrare in “confidenza” e provare a rendergli più lieve l’impatto con un ospedale oncologico. E Stefano mi dice “sono di Taranto”. La mia risposta spontanea è stata “un altro regalo dell’Ilva”. E lui mi dice “ma io all’Ilva ci lavoro”. E così come se ci conoscessimo da sempre è stato un serrato botta e risposta: “ma tu conosci Taranto e l’Ilva” e io “si, ci ho fatto pure delle manifestazioni, proprio sul problema della salute e sicurezza, come nel 2009 partendo dai Tamburi”, e anche quest'anno a marzo all'Ilva direttamente. Ecco, come sempre, scattarmi il senso di appartenenza, che non è trattare diversamente i malati, ma appartenenza ad una grande famiglia: la classe operaia. Una “famiglia” che più di altre subisce le ingiustizie di questo sistema: sfuttamento e morte. Ma la cui sete di Giustizia e Lotta non possono cancellare, ne dobbiamo permetterglielo.
Non voglio farla tanto lunga, vorrei soltanto che giungesse al cuore e alle menti dei suoi familiari le mie umili condoglianze ed una promessa: il mio piccolo contributo alla battaglia per ottenere GIUSTIZIA. Ma voglio parlare anche ai suoi compagni di lavoro, da chi lo conosceva personalmente a chi ha dato il suo contributo che gli permettesse di curarsi, e agli abitanti dei Tamburi: io sabato 11 gennaio sarò a Taranto, all’Assemblea della Biblioteca di Piazzale Bestat promossa dalle Rete Nazionale per la Salute e Sicurezza sui posti di Lavoro e Territorio, perché penso che questo sia un dovere verso Stefano e tutti gli operai uccisi da questo sistema. Venite – incontriamoci. Uniamo le energie. Solo con la lotta e la determinazione possiamo rendergli più lieve il viaggio senza ritorno che non hanno deciso loro. La solidarietà di classe, si fa e basta. Solo così possiamo guardare negli occhi i nostri figli e le future generazioni, e fargli intravedere un futuro Nuovo che cambi lo stato di cose presenti.

Gaglio Giuseppe, OSS “Istituto Tumori, Milano”

Rete nazionale salute e sicurezza sui posti di lavoro e territori nodo Milano
retesicurezzamilano@gmail.com

pc 4 gennaio - IL 2014 NELLE CARCERI SI APRE CON LA MORTE DI UN DETENUTO

Detenuto si impicca nel carcere di Ivrea

Si è lasciato penzolare a un cappio fatto con un sacco dell'immondizia intrecciato. E' il primo morto del 2014 nelle prigioni italiane.

Suicidio nel carcere di Ivrea oggi pomeriggio. Un detenuto di 42 anni si è impiccato alle sbarre del bagno della sua cella usando come cappio un sacco dell'immondizia intrecciato. Il fatto è successo intorno alle 14.40 al primo piano della sezione ordinaria in regime aperto.
In carcere del 2014 - dichiara il segretario generale Osapp Leo Beneduci- e purtroppo dimostra quanto la polizia penitenzaria, grazie alla sordità della guardasigilli Annamaria Cancellieri, rispetto alle esigenze organiche del corpo, possa fare sempre di meno per prevenire gesti estremi. Le condizioni del carcere di Ivrea peggiorano ogni giorno di più fino a renderlo una vera e propria polveriera in grado di esplodere da un momento all'altro". 

pc 4 gennaio - URANIO IMPOVERITO. CONDANNATO IL MINISTERO

Per un carabiniere ammalato o morto, migliaia sono le donne, bambini, popolazione del Kosovo e Bosnia uccisi dai proiettili arricchiti con "uranio impoverito" usati dall'Italia nella sporca guerra nei Balcani. Chi va a fare missioni contro il "terrorismo", muore del vero "terrorismo" dell'imperialismo italiano.

 

"La Corte d'appello ha confermato che il tumore di cui si è ammalto un brigadiere dei carabinieri in missione durante la guerra del Kosovo è l'effetto dell'uranio impoverito con cui erano realizzati i proiettili in uso alle forze di polizia internazionali. Il ministero della Difesa condannata a risarcire 150 mila euro

Gaetano Luppino dedica la sua vittoria ad un collega morto per lo stesso contagio da uranio impoverito che gli ha provocato un tumore alla pelle. Gaetano Luppino, vicebrigadiere savonese dei carabinieri di ritorno dalle missioni in Bosnia e Kosovo, ha vinto in appello la causa contro il ministero della Difesa che non gli ha mai riconosciuto la causa di servizio.
"La pubblica amministrazione si è dimostrata peggiore del cancro", si è sfogato il militare a cui ora il ministero dovrà versare un indennizzo di 150 mila euro.

Un battaglia lunga quattro anni per l'ex componente della Msu, la Multinational Specialized Unit, la forza di polizia che aveva compiti di lotta al crimine organizzato e al terrorismo.
Il vicebrigadiere, tra il settembre 2003 e l'aprile 2004 fu in missione nei Balcani quando le truppe di pace usavano proiettili arricchiti con 'uranio impoverito'. Al ritorno in Italia, come tutti i suoi compagni d'armi, Gaetano Luppino fu sottoposto a periodiche visite mediche. Nel dicembre 2008 la diagnosi: tumore alla pelle...".

venerdì 3 gennaio 2014

pc 3 gennaio - CAMBOGIA: POLIZIA SPARA SU OPERAI IN SCIOPERO UCCIDENDONE 3


Proseguono gli scioperi massicci degli operai tessili in Cambogia, dove molti dei capi di abbigliamento firmati che indossiamo nei paesi imperialisti è prodotto. Per governo e padroni cambogiani, 100 dollari al mese sono sufficienti per sgobbare dalla mattina alla sera. la classe operaia cambogiana non ci sta e per questo la polizia ha sparato uccidendo 3 operai. al fianco della classe operaia in tutto il mondo solidarieta' agli operai cambogiani che la classe operaia cambogiana organizzi il proprio partito rivoluzionario marxista-leninista-maoista e dia inizio alla guerra popolare di lunga durata che insieme alle altre gia' in corso in sud asia e nel resto del mondo spazzi via questo sistema imperialista basato sul profitto della classe operaia.


Riportiamo il seguente articolo apparso oggi su "Internazionale":


La polizia spara sulla folla a Phnom Penh, tre operai uccisi

  • 3 gennaio 2014
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  • 10.51


Operai tessili durante una protesta a Phnom Penh, in Cambogia, il 3 gennaio 2013. (Samrang Pring, Reuters/Contrasto)
A Phnom Penh, in Cambogia, la polizia ha sparato contro una manifestazione di operai tessili uccidendo tre persone e ferendone molte altre. Le proteste nella capitale cambogiana vanno avanti da giorni: gli operai chiedono che il salario minimo, che attualmente è di 80 dollari al mese, sia raddoppiato. Il governo ha detto di poterlo aumentare fino a 100 dollari al mese.
Gli operai tessili in Cambogia sono 500mila e l’industria manifatturiera è una delle principali risorse economiche del paese.
Chan Soveth, un attivista dell’associazione Adhoc, ha dichiarato che le forze dell’ordine hanno sparato il 3 gennaio sulla folla che manifestava bloccando il traffico nel centro di Phnom Penh. Il portavoce della polizia Kheng Tito sostiene che la polizia ha aperto il fuoco dopo che nove agenti erano stati feriti dai manifestanti e ha dichiarato che due manifestanti sono stati arrestati.
Le proteste degli operai tessili sono sostenute anche dall’opposizione, che chiede al primo ministro Hun Sen di dimettersi. Nel novembre del 2013 in un’altra manifestazione degli operai tessili era stata uccisa una donna.

pc 3 gennaio - LA PARABOLA DELLE OPERAIE DI MELFI

In attesa della ristrutturazione delle linee per i nuovi modelli (proprio in Basilicata verrà prodotta la nuova jeep) e in presenza di una notevole crisi di mercato dei vecchi, è stata avviata una lunga fase di cassa integrazione. La settimana è articolata su soli tre giorni di lavoro, e le pause a singhiozzo sono frequenti. Di fronte alla contrazione netta del reddito, le famiglie operaie soffrono notevolmente. Così ritornano i lavori minuscoli di ieri: “molte di loro sono le prime ad adoperarsi per riprendere i loro vecchi lavoretti in nero, come estetista domiciliare, come rappresentanti per marchi di prodotti per la casa, collaboratrici domestiche o assistenti per gli anziani”.
La parabola delle operaie di Melfi rischia di essere la parabola della deindustrializzazione del Sud, altrove già potentemente in atto. Sono loro la punta dell’iceberg di un profondo sommovimento in atto in tutto il Mezzogiorno..."

pc 3 gennaio - FIAT: GOVERNO E CISL/UIL ESULTANO, LA CGIL "VUOLE VEDERE", MA E' GIA' VISTO.

"Dal governo, il primo a intervenire è stato Pier Paolo Baretta, sottosegretario all'Economia: "L'acquisto di Chrysler da parte di Fiat - ha detto - è una notizia utile e valida per le prospettive del nostro Paese, soprattutto per le relazioni economiche internazionali. La dimostrazione delle capacità dell'industria italiana sia in termini di immagini che sostanziali...". Per il ministro dello Sviluppo Economico, Flavio Zanonato, "è la premessa per portare a termine gli investimenti avviati nei siti produttivi di Grugliasco e Melfi e concretizzare quelli recentemente annunciati sul sito di Mirafiori". "L'operazione - prosegue Zanonato - perseguita con determinazione dalla proprietà e dal management di Fiat nel corso di questi anni, dimostra come il nostro Paese abbia nel proprio patrimonio industriale e tecnologico una forza competitiva di primissimo piano, grazie alla quale è stato possibile costruire un produttore di autovetture di importanza globale". "Come Governo - conclude il ministro - siamo pronti a supportare le strategie di crescita e occupazione di questa grande multinazionale dell'auto che si è venuta a creare".
Ancora una volta il governo, ora Letta in proseguimento della politica verso Marchionne di Berlusconi, si mette al servizio della Fiat. Lo ha fatto prima, permettendo a Marchionne di dettare la "sua" legge in fatto di chiusura impianti, cassintegrazione massiccia e soprattutto di nuova strategia contrattuale di azzeramento di diritti dei lavoratori e sindacali fondamentali; lo fa ora al servizio delle strategie di Marchionne. Ma come allora la crescita è servita solo ai profitti della Fiat e ha peggiorato le condizioni di lavoro e salariali degli operai, così ora investimenti Fiat e occupazione non sono affatto l'una conseguenza degli altri.

"Tra le organizzazioni dei lavoratori italiani, esultano Cisl e Uil. Per la prima, parla il segretario Raffaele Bonanni, che sottolinea: "Se la Fiat è ora con l'acquisto definitivo della Chrysler un gruppo 'globale' è anche merito dei sindacati italiani... Spero che adesso l'opinione pubblica italiana riconosca l'errore di aver bistrattato la strategia di Marchionne e l'azione responsabile della Cisl e degli altri sindacati in questi anni... Se oggi la Fiat è un vero gruppo globale è anche merito nostro". “La Fiat avrà certamente più risorse da destinare agli investimenti in Italia, con positive ricadute anche per l’indotto. Sul piano produttivo tutti sanno che gli stabilimenti negli Stati Uniti sono saturi, quindi ci saranno ampi margini di produzione per tutti gli stabilimenti italiani attraverso i nuovi modelli già annunciati di alta gamma, ma anche per la 500 e gli altri modelli”.
Gli fa eco Luigi Angeletti della Uil: "E' un evento storico. Un'azienda forte, solida dal punto di vista finanziario avrà risorse per investire anche in Italia, vendere su tutti i mercati e garantire tutti i posti di lavoro... Ora mi aspetto che, come è stato già assicurato, Fiat faccia gli investimenti negli stabilimenti italiani, con l'augurio che le macchine vengano poi vendute. Non basta infatti investire e produrre ma bisogna soprattutto vendere...".
Sicuramente non vogliamo togliere il "merito", di cui parla Bonanni, di questi sindacati per i risultati di Marchionne. A loro devono ringraziare gli operai di Pomigliano e di Mirafiori ancora in cassintegrazione, come gli altri operai di Pomigliano confinati, ma come gli stessi operai che lavorano in un clima da fascismo padronale, in fabbriche in cui vige il potere repressivo e ricattatorio dei capi, sempre controllati, minacciati di sanzioni, con i sindacati, cisl, uil, ma anche fismic che fanno da portavoci dell'azienda. 
Bonanni e Angeletti poi sparano cazzate di ottimismo: la Fiat anche con questa operazione Chrysler non è affatto un "azienda solida": ha fatto un'operazione di finanziaria in cui in realtà ha sborsato di soldi liquidi solo 1,7 miliardi, mentre il debito resta a circa 10 miliardi; lo stesso dicasi per i "mercati", dove i dati di vendita restano bassi mentre alta è la concorrenza (tant'è che ad un certo punto Angeletti, per un attimo di realismo, parla di "augurio" che le macchine vengano vendute...)
Poi questi servi di Marchionne fanno dello "spirito ad un funerale" quando parlano di garanzia di tutti i posti di lavoro e addirittura di "positive ricadute anche per l'indotto", parole dette quasi in contemporanea all'arrivo delle lettere di licenziamento a 174 operai della Lear e della Clerprem, aziende che ruotavano attorno all’impianto siciliano di Termini Imerese, specializzate nella produzione di sedili e imbottiture.
 
Ma ancora più ipocrita è la Camusso, che cerca di mantenere le "distanze", ma poi si unisce, come sempre, alle politiche di cisl e uil.

"E' più cauto il segretario Cgil Susanna Camusso. La Camusso, spiega che l'acquisizione è "un fatto di grande rilevanza, anche in ragione delle sinergie possibili e auspicabili sui mercati mondiali... mi auguro che la Fiat possa davvero diventare una protagonista globale dell'industria dell'auto. Ora servono chiarimenti sul futuro in italia... è indispensabile che Fiat dica cosa intende fare nel nostro Paese, come gli stabilimenti italiani possano trovare la loro collocazione produttiva nel gruppo, così come auspichiamo che la direzione dell'impresa... resti italiana e mantenga una presenza qualificata in Italia... i modelli di qualità con cui il marchio è presente sul mercato globale “da soli questi non garantiscono un futuro agli stabilimenti italiani”. Per questo è necessario che gli investimenti “siano finalizzati a progettare nuovi modelli da lanciare sul mercato in grado di saturare la capacità produttiva italiana”. "Detto questo, non vorrei che si dimenticasse il prezzo pagato dall'Italia e dai lavoratori affinchè Sergio Marchionne realizzasse la sua strategia... So per certo che i lavoratori e il Paese hanno già pagato le scelte del Lingotto... Non abbiamo avuto gli investimenti di Fabbrica Italia, mentre sono state chiuse Termini Imerese e Irisbus. Tutti gli impianti sono stati colpiti dalla cassa integrazione e in grandi fabbriche rimangono gravi incognite sulle missioni produttive. Le scelte della Fiat, in una fase di crisi grave, hanno lasciato irrisolti problemi di reindustrializzazione e occupazione da cui Torino non può chiamarsi fuori..". 
Intanto c'è da notare lo spirito ultranazionalista della Camusso: il problema è l'Italia, che la Fiat resti italiana e unica sul mercato mondiale, ecc.; una linea vergognosa che dice agli operai italiani di guardare solo a sè stessi di fregarsene di cosa succederebbe agli altri operai di altre aziende nel mondo, che quindi spinge alla concorrenza, alla guerra tra lavoratori; proprio quella guerra che vogliono i capitalisti, che ha usato Marchionne in Italia tra stabilimenti e stabilimenti e che nella stessa maniera viene usata a livello internazionale, una "guerra tra operai" in cui chi ci guadagnano sono solo i padroni e gli operai perdono sia in Italia che negli Usa, o altrove. 
Poi la Camusso sciorina la condizione degli operai, chiedendo a Marchionne di non dimenticarsi del prezzo da loro pagato. Ma Marchionne, sia pur certa la Camusso, non se ne dimentica certo, nè per il passato nè per il futuro. La Fiat sa bene che il "salto" negli Usa è stato possibile grazie alla politica di devastazione di posti di lavoro e diritti fatta contro gli operai in Italia; e se tanto mi dà tanto, i maggiori profitti frutto di questa "svolta" nella Chrysler Marchionne li farà continuando la sua "guerra di classe", a cui la Cgil sia prima che dopo oppone solo parole, opponendosi non ai piani Fiat ma agli operai che vorrebbero fare la loro guerra di classe.

Infine, è penosa la Fiom:
 
"...interviene, a ruota, la Fiom piemontese: "...Ora non ci sono più alibi, la Fiat dica cosa intende fare", l'accordo già fissato per il 9 gennaio tra azienda e Fiom "è l'occasione per avviare il confronto sul futuro delle fabbriche italiane".
Aggiunge il coordinatore Fiat della Fiom, Michele de Palma. "Ora la Fiat può giocare a mano libera. La testa del gruppo rimarrà in Italia? La capacità installata di produzione sarà confermata? Avremo finalmente una missione industriale anche per Mirafiori e Cassino? Il governo dovrebbe convocare tutte le parti al tavolo e chiedere garanzie sul futuro degli stabilimenti italiani".
La Fiom fa domande lasciando tranquillamente che Marchionne e governo (amico della Fiat) rispondano. Certo che "ora la Fiat può giocare a mano libera", ma questo per gli operai non è affatto positivo, perchè la prima e unica libertà che Marchionne vuole è quella di fare profitti. E su questo sa giocare molto bene, come ha già dimostrato. Ma la Fiom è patetica, nonostante che direttamente abbia pagato il prezzo di questa "libertà" - e l'hanno pagata soprattutto gli operai iscritti Fiom - fa la parte del questuante sciocco. 

pc 3 gennaio - FORTI MANIFESTAZIONI A CALCUTTA E NEW DELHI CONTRO LA POLIZIA

India - migliaia di donne, ragazze, ma anche tanti uomini in piazza dopo la morte della ragazza di 16 anni, stuprata e bruciata e morta il 31 dicembre, perchè aveva avuto il coraggio di denunciare gli stupri di un branco di uomini e di non ritirare la denuncia nonostante le forti minacce subite. 
Ma la rabbia sia dei familiari che della gente si è scagliata soprattutto contro la polizia, complice degli stupri e assassini che sempre più colpiscono le ragazze, anche le bambine in India - ogni 20 minuti una donna viene stuprata! Anche in questo caso la polizia è stata di fatto il mandante dell'uccisione della ragazza, fin dal primo momento ha coperto gli stupratori perchè, si dice, legati al partito del governo, il Trinamool Congress; la polizia non ha fatto nulla non solo dopo gli stupri ma anche dopo le minacce ricevute dalla famiglia della ragazza perchè lasciasse la città. Dopo il primo stupro la polizia ha trattenuto per un'intera notte la ragazza facendole pressione perchè ritirasse la denuncia, così la seconda volta che la ragazza è andata alla polizia per denunciare l'uleriore stupro, la polizia le ha semplicemente fatto firmare un foglio in una lingua a lei sconosciuta, e ancora un avolta non ha fatto nulla. "Se il governo avesse agito contro i criminali, la ragazza si sarebbe potuta salvare", ha dichiarato l'Associazione di tutte le donne democratiche dell'India. 
In realtà il governo dell'India ha solo, costretta dalle imponenti manifestazioni di un anno fa, fatto delle leggi per cercare di frenare le forti proteste che anche allora colpivano il governo e la polizia, ma rimane il primo responsabile, carnefice di questa strage di donne. Le stesse leggi vengono in realtà usate per aumentare la presenza/controllo della polizia, dei soldati, per la repressione in generale che si rivolge proprio contro le donne, i giovani, le masse che si ribellano e lottano
In India il governo al potere è uno dei più reazionari del mondo, al servizio della sete inarrestabile di profitto e di ricchezza dei propri grandi capitalisti e delle grandi multinazionali dei paesi imperialisti.
Tutto questo per la maggioranza del popolo indiano si traduce in pesanti condizioni di vita fatte di miseria, sfruttamento, oppressione, feroce repressione e in particolare verso le donne.
"Dovremmo sentirci più sicure in uno stato di polizia? - dice la giornalista indiana Kalpana Sharma - Considera che tra l'80 e il 90 per cento delle violenze sessuali denunciate sono attribuite ad un uomo noto alla vittima: parente, vicino di casa, amico di famiglia...". E sono proprio i poliziotti che alle donne che denunciano queste violenze rispondono, come è accaduto anche ora in India, o di stare zitte e addirittura accettare il matrimonio riparatore con lo stupratore, o attaccando le stesse donne perchè loro avrebbero provocato, uscendo la sera, o per come andavano vestite...".
Ma soprattutto le forze armate in India hanno nello stupro una delle più bestiali armi di guerra contro le masse popolari. Nelle vastissime zone dell'India fuori dalle mega città, e soprattutto nelle zone dove è in corso la guerra popolare, gli stupri, le uccisioni delle donne da parte delle forze militari sono una normalità, così come gli stupri che accompagnano sempre le torture quando le donne che fanno la guerra popolare vengono arrestate.
Moltissime donne, compagne hanno fatto, però, della violenza, degli stupri subiti la leva per ribellarsi. E oggi costituiscono una parte importante della guerra rivoluzionaria lottando contro il governo, lo Stato indiano.
Ed è questa guerra popolare rivoluzionaria che deve arrivare anche nelle grandi città ed essere la vera risposta a questa sporca guerra dello Stato indiano.

pc 3 gennaio - FIAT/CHRYSLER AL 100%... CONTRO GLI OPERAI!

Gli operai licenziati della Lear, indotto Fiat di Termini Imerese, da un lato, e il sorriso degli Agnelli dall'altro, è questa l'immagine, riportata da alcuni telegiornali di ieri, che più si avvicina al significato vero del colpo della famiglia Agnelli/Elkann guidata da Marchionne nell'acquisto del 100% della Chrysler. Gli operai licenziati e in cassa integrazione da un lato e la Fiat/Chrysler dall'altro, (e i sindacalisti Bonanni e Angeletti applaudono mentre la Camusso ancora si chiede che cosa intende fare Marchionne!!!).

Gli operai perdono, sia negli Stati Uniti che in Italia, e la Fiat/Chrysler vince in questa battaglia. E le chiacchiere di tutti i politici, i sindacalisti e dei pennivendoli dell'informazione sull'abilità di Marchionne servono a far dimenticare l'esistenza degli operai e a confondere le acque sul tipo di operazione portata avanti. Meno male che tra di loro qualcuno, tra un elogio e l'altro dice anche qualcosa di vero... Stiamo parlando di uno degli articoli del sole24ore di ieri che dice: “Vince l'abilità negoziale del manager” che è stato capace di aspettare il momento buono. E il momento buono, quello dello sciacallo, è arrivato: detta con le parole del giornalista: “Fonti a Wall Street ci fanno capire che uno degli assi nella manica di Marchionne era anche la debolezza finanziaria di Veba, i conti da pagare sono enormi, il fondo medico era in difficoltà e non poteva permettersi di aspettare troppo a lungo.” Ecco il segreto di Marchionne!

Quindi, siccome il fondo pensionistico Veba era in difficoltà dal punto di vista finanziario e non si potevano pagare più l'assistenza e le spese mediche degli operai, i dirigenti del fondo sono stati costretti ad accettare l'offerta di Marchionne di 3 miliardi e 700 milioni di dollari invece dei 5 miliardi richiesti che era il valore del 41,5% delle azioni ancora in mano al fondo.

Quindi gli operai americani che già avevano rinunciato a molti diritti “per salvare la fabbrica” (licenziamenti, salari più bassi per chi è rimasto, divieto di sciopero fino al 2015...) con un peggioramento generale delle loro condizioni di lavoro, e conseguentemente di vita, hanno dovuto piegare la testa anche su questo. E non è ancora finita, dato che il sindacato dell'auto americano Uaw (United Automobile Workers) si è dovuto impegnare anche in altro: “la Uaw assumerà alcuni impegni finalizzati a sostenere le attività industriali di Chrysler e l'ulteriore implementazione dell'alleanza Fiat-Chrysler – si legge nella nota – tra cui l'impegno ad adoperarsi e collaborare affinché prosegua l'implementazione dei programmi di world class manufacturing [uno dei metodi per sfruttare al meglio la forza lavoro riducendo tutti i costi] e a contribuire attivamente al raggiungimento del piano industriale di lungo termine del gruppo”. A quante cose devono ancora rinunciare gli operai?

Quanto l'operazione sia positiva per le casse degli Agnelli ce lo dicono la “grande soddisfazione da parte del Lingotto” come dice il giornalista, che conferma quanto tutto l'andamento della “contrattazione” sia servito a fare risparmiare soldi agli Agnelli che non ha dovuto uscire soldi per ricapitalizzare, cioè per rafforzare finanziariamente l'azienda aggiungendo altri capitali; il tutto si deve chiudere entro 20 gennaio prossimo:
la cifra complessiva dell'accordo è di 4 miliardi e 350 milioni di dollari;
dalle casse della Fiat escono in contanti solo 1 miliardo e 750 milioni;

il resto somiglia molto ad una grande presa in giro perché sarà pagato dalla liquidità presente nelle casse della Chrysler con dividendo straordinario da 1,9 miliardi di dollari, e cioè la Fiat paga il fondo Veba con gli stessi soldi degli operai!

pc 3 gennaio - operaie tessili e amianto

Le morti sul lavoro non sono tragedie, ma hanno dei responsabili con nome e cognome sono il sistema dei padroni sono la nocivita' del capitale che non vede altro che il profitto…… 

è così che solo per fortuna degli operai tra cui anch'io siamo scampati per culo al crollo di un paranco di una gru con portata 7tonnellate venerdì 20 dicembre alla Tenaris Dalmine….

i sindacati come la cisl sono parte di questo sistema che ha mantenuto il silenzio prima durante e dopo l'esposizione al rischio amianto avvenuta in maniera massiccia nelle fabbriche e sempre tenuta nascosta con il silenzio sindacale e anche con l'avvallo degli enti statali come l'inail …..

solo la lotta dei lavoratori organizzati nei cobas a partire dall'ilva di taranto alla dalmine ha permesso di scoperchiare questo aspetto delle morti sul lavoro e ottenere dei risultati dal punto di vista dei riconoscimenti pensionistici…..

ma sarà solo una rivoluzione dei lavoratori che potrà mettere fine alle morti per i profitti della borghesia.

dalL’INCHIESTA corriere della sera bergamo

Amianto killer nel tessile
Pronto un nuovo esposto

Ex operaia contro azienda dell’Isola. E la condanna di una ditta in Val Seriana viene confermata in secondo grado. La Cisl: una tragedia passata sotto silenzio

Lavoro con vecchio telaioLavoro con vecchio telaioUn dramma rimasto nel silenzio, per troppo tempo. Il nesso tra il lavoro nelle aziende tessili e le diagnosi di mesotelioma pleurico - tumoredovuto all’inalazione delle polveri d’amianto - era già stato messo a fuoco nel 2005 in uno studio dell’Università di Milano. I freni dei telai, dei filatoi o dei ritorcitoi, realizzati in amianto almeno fino al 1992, erano soggetti a usura e quindi disperdevano fibra cancerogena nell’aria, a diretto contatto con i lavoratori. Solo di recente, però, c’è stata una presa di coscienza da parte di operai e operaie, colpiti dal mesotelioma anche venti o trent’anni dopo la fine della loro esperienza lavorativa. Troppo spesso sono i loro figli a chiedere un parere medico, o una consulenza legale: i genitori non ci sono più, divorati da quel male che nell’immaginario collettivo è stato collegato quasi esclusivamente alla produzione dell’eternit nel Monferrato e nel Pavese, o al contatto diretto con la materia prima da fondere, come nel caso della Dalmine. A rompere il silenzio è stata una famiglia di Gorno: i figli di Erminia Abbadini, detta Giuseppina, dipendente dal 1941 al 1979 della Cantoni Itc Tessiture Spa di Ponte Nossa, morta a marzo del 2008 di mesotelioma, l’anno scorso hanno ottenuto dal giudice del Lavoro di Bergamo Monica Bertoncini un risarcimento per «danno morale e biologico subìto in vita dalla mamma e poi da loro ereditato», come è stato scritto nella sentenza. L’azienda aveva presentato ricorso in appello, ma anche in quella sede i giudici hanno dato ragione ai figli dell’operaia. Quel caso sta smuovendo le coscienze: l’ufficio vertenze della Cisl e l’avvocato Pierluigi Boiocchi, che già avevano assistito la famiglia Abbadini, presenteranno a giorni un nuovo esposto. L’ex dipendente di un’azienda tessile di Chignolo d’Isola, al lavoro per anni su un ritorcitoio, è affetta da mesotelioma.
La diagnosi, come è accaduto in molti altri casi, è arrivata più di dieci anni dopo aver smesso di lavorare. Informata dai medici, e dall’Asl, delle possibili cause della neoplasia, la donna ha deciso di rivolgersi al sindacato, all’avvocato, e quindi al tribunale. «Il caso che stiamo per portare in tribunale è molto simile al precedente, per il quale i giudici hanno riconosciuto le responsabilità dell’azienda - commenta Salvatore Catalano, responsabile dell’ufficio vertenze della Cisl -. Al momento, però, la diretta interessata preferisce non scendere nello specifico della sua vicenda. Più in generale va detto che, per quanto riguarda il tessile e quindi l’usura dei freni dei macchinari, si è arrivati molto tardi ad una presa di coscienza del problema. È ormai certo che all’interno di molti stabilimenti ci fossero macchinari con componenti in amianto. Ed è altrettanto fuor di dubbio, come ci hanno raccontato molti operai, che proprio dopo il 1992 (anno in cui la legge vietò l’utilizzo dell’asbesto, ndr ) i responsabili delle aziende sostituirono gli impianti. Prima di quell’anno i dipendenti, mentre lavoravano, notavano a vista d’occhio la polvere grigia dispersa dall’usura dei freni dei macchinari. Spesso la si ripuliva semplicemente utilizzando una scopa, altre volte si usavano i compressori. La si rimuoveva, ma restava sul posto. Accadeva così in molti luoghi di lavoro: l’impressione è che si sia consumata una tragedia silenziosa». Una tragedia o più tragedie che possono essere risarcite (solo in parte, solo per l’aspetto economico) anche quando le vittime non ci sono più.
Scriveva infatti il giudice Bertoncini nella sentenza di primo grado: «Non si può concordare con le argomentazioni della convenuta (ovvero con la Cantoni Itc Tessiture), secondo cui, essendo intervenuta la morte della Abbadini, non vi sarebbe spazio per una liquidazione del danno biologico permanente». I danni, biologico e morale, sono anzi soggetti ad un diritto ereditario, vengono trasmessi ai figli e alle figlie, che possono farli valere in tribunale. Quello del tessile è l’ultimo fronte che si sta aprendo in relazione a quel prodotto naturale omicida, chiamato asbesto, o amianto, utilizzato con continuità per almeno trent’anni in decine di aziende italiane.L’anno scorso la ricercatrice dell’Università di Bergamo Isabella Seghezzi, in occasione di un convegno, aveva riassunto le vicende giudiziarie bergamasche: quelle della Dalmine, della Siad e della Sacelit, per le quali si è arrivati ad una serie di condanne di alcuni dirigenti. Oppure le assoluzioni per la Manifattura Colombo di Sarnico e per il Sacchificio Vezzoli di Calcio. Adesso un altro settore produttivo, il tessile, che la crisi sembra aver fiaccato in modo irreparabile, sembra pronto a raccontare una sua pesante eredità.

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