martedì 20 novembre 2012

pc 20 novembre - L'ACCORDO SULLA PRODUTTIVITA' E' UNA CORDA AL COLLO DEGLI OPERAI

L’accordo sulla produttività che dovrebbe essere firmato domani nella parte che riguarda la contrattazione di secondo livello di fatto è un estensione del piano Marchionne-Fiat a tutte le fabbriche  (Marchionne ora può benissimo rientrare in Confindustria, visto che tutta l’associazione dei padroni è sulle sue posizioni), con l’utilizzo dell’art.8 della di Sacconi che consente accordi in deroga a contratti e leggi.
La Cisl non aspettava altro e non solo lo ha firmato ma lo sponsorizza, la Uil segue a ruota; la Cgil della Camusso ‘se la tira’, in realtà non può essere veramente contraria visto che questo accordo è in sintonia con l’intesa firmata tra Confindustria e OO.SS., compresa la Cgil, il 28 giugno 2011, che affermava essere comune obiettivo “favorire lo sviluppo e la diffusione della contrattazione collettiva di secondo livello” facendo del CCNL solo una cornice sempre più inutile e demandando alla contrattazione aziendale le stesse questioni ora oggetto dell’accordo sulla produttività (gestione orari, organizzazione del lavoro, aumenti salariali, ecc.).
Pertanto, il NO – momentaneo della Camusso – è legato essenzialmente alla richiesta che in questo accordo venga inserito subito anche la questione dei criteri per misurare la rappresentatività delle organizzazioni sindacali, per far rientrare la Fiom ai Tavoli di trattativa. Se questo avvenisse, la Cgil firmerebbe.

Il cuore di questo accordo è aumentare la produttività per favorire una miglioramento delle condizioni di competitività delle aziende, cioè per favorire l’aumento dei profitti capitalisti.
Per questo si deve derogare a vincoli ancora posti da norme contrattuali e leggi su orario, prestazione lavorativa, organizzazione del lavoro, salario e delegare queste materie alla contrattazione aziendale per legare più strettamente le sorti dei lavoratori alle esigenze dei padroni.

Per i lavoratori vuol dire il venir meno, dopo anni passati di lotte e sacrifici per conquistarlo, di un salario unico e di un contratto unico, dal nord al sud e in tutti i posti di lavoro, che, comunque, al di là della sua deriva, stabiliva un principio di uguaglianza della condizione salariale degli operai, e l’unità dei lavoratori.
Ora, con questo accordo sulla produttività si vogliono dividere i lavoratori tra di loro e unirli alle proprie aziende, cancellare anche l’idea della difesa delle condizioni salariali come frutto della forza collettiva stabilendo invece uno stretto legame tra i loro interessi e gli interessi e difesa dei profitti padronali.

L’effetto immediato, generale e prevalente non sarà affatto un aumento del salario, ma una diminuzione generalizzata dei salari, una differenziazione salariale, comunque al ribasso, sia tra lavoratori di diverse aziende sia tra lavoratori della stessa azienda, dato che gli elementi retributivi da collegarsi ad incrementi di produttività non seguiranno neanche criteri oggettivi ma saranno pattuiti tra azienda e OO.SS., che potranno anche stravolgere il rapporto stabilito nella contrattazione nazionale tra mansioni e livello, dando – come è scritto nell’accordo -  alla contrattazione di secondo livello “piena autonomia negoziale rispetto alle tematiche relative all'equivalenza delle mansioni”.
Nessuno si può illudere di ottenere attraverso l’aumento della produttività più salario.
La questione a fondo di questo accordo soprattutto in questa fase di crisi è il taglio del costo del lavoro e l’estorsione di maggiore pluslavoro con aumento, flessibilità di orario di lavoro, peggioramento delle condizioni di lavoro.

Si chiama gli operai a farsi sfruttare di più per permettere ai padroni – come si legge nell’accordo – “di rispondere alle diverse dinamiche temporali della produzione e dei mercati”.
In questo quadro, l’accordo pone, in termini di fatto ricattatori, la questione che “queste soluzioni contrattuali di secondo livello, peraltro, possono anche rappresentare un'alternativa a processi di delocalizzazione, divenire un elemento importante di attrazione di nuovi investimenti anche dall'estero, concorrere alla gestione di situazioni di crisi per la salvaguardia dell'occupazione”.

In sostanza, si dice ai lavoratori e alle lavoratrici: se volete che l’azienda non chiuda e vada in piazze dove il costo del lavoro è più basso e i diritti dei lavoratori maggiormente calpestati, accettate voi di lavorare di più e di rinunciare ai diritti su orari, pause, riposi, rispetto delle mansioni, ecc.; se volete che aziende estere investano in Italia diventate “attrattivi” per gli appetiti famelici dei capitalisti; se volete che i padroni non vi licenzino accettate che scarichino su di voi la loro crisi, fatevi abbassare salari, diritti mentre aumentate il lavoro.

L’accordo sulla produttività, quindi, se passa è una corda al collo degli operai che si stringerebbe sempre di più..

 

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