venerdì 6 aprile 2012

pc 7 aprile - Palestina: basta con gli accordi di "pace" che servono solo agli interessi dello stato terrorista e neocoloniale israeliano!

L'ANP ricomincia l'ennesima trattativa-resa con lo stato terrorista e neocoloniale israeliano che sta intensificando la costruzione di nuove unità abitative nelle colonie.
Dal carcere israeliano dove è rinchiuso, ha fatto sentire la sua voce Marwan Barghouti, il popolare leader di Fatah della seconda Intifada palestinese, condannato nel 2002 a vari ergastoli dai tribunali di Israele. Barghouti in un messaggio letto in pubblico due giorni fa a Ramallah afferma la necessità per i palestinesi di lanciare «una resistenza popolare su ampia scala» contro la occupazione, nonchè di mettere fine «ad ogni forma di cooperazione di sicurezza o economica con Israele». Barghouti aggiunge che è giunto il momento «di cessare di vendere la illusione che esista la possibilità di mettere fine alla occupazione e di raggiungere la costituzione di uno Stato indipendente mediante negoziati… Questa visione è fallita miseramente».

ANP RIPRENDE COLLOQUI CON ISRAELE, TRATTATIVA O RESA?
Ieri notte incontro in Giordania tra i team di negoziatori. Entro un mese il premier israeliano Netanyahu e il palestinese Fayyad al tavolo dei negoziati. Prosegue un processo di pace che in 20 anni ha cancellato le ambizioni palestinesi. E Israele mostra la sua forza: 1.121 nuove unità abitative nelle colonie.
EMMA MANCINI
Beit Sahour (Cisgiordania), 5 aprile 2012, Nena News
Dopo vent’anni di negoziati fallimentari che hanno portato al tavolo del “dialogo” l’occupante e l’occupato, Israele e Palestina presentano alla comunità internazionale un nuovo impegno. Come annunciato da funzionari del governo di Tel Aviv, il prossimo mese sarà teatro di un incontro tra il premier Benjamin Netanyahu e il primo ministro dell’Autorità Palestinese Salam Fayyad.
Un nuovo tavolo, avviato in Giordania a gennaio e sponsorizzato dal Quartetto per il Medio Oriente, che si apre sotto la pesante ombra delle politiche coloniali israeliane: mentre il governo sta lavorando alla legalizzazione di altri tre insediamenti (illegali per la legge israeliana) in Cisgiordania, ieri è stata annunciata l’apertura di una gara d’appalto per la costruzione di 1.121 nuove unità abitative in tre diverse colonie israeliane in territorio palestinese.
Il bando è stato presentato ieri dal Ministero israeliano per l’Edilizia: il piano prevede la costruzione di 872 unità abitative nella colonia di Har Homa (Abu Ghneim, il nome arabo), insediamento di Gerusalemme Est, che divide la Città santa da Betlemme. Una colonia iniziata alla fine degli anni Novanta e che ha portato alla distruzione della foresta che copriva la collina di fronte al villaggio di Beit Sahour. E se in molti raccontano che almeno un terzo delle case destinate ai coloni sono ancora vuote, l’espansione di Har Homa (trasformata in breve in un quartiere di Gerusalemme dopo la costruzione del Muro di Separazione) prosegue.
Il piano prevede inoltre la costruzione di 180 unità abitative nella colonia di Givat Zeev, a Nord di Gerusalemme, e 69 a Katzrin nelle Alture del Golan. Immediata la reazione dell’Autorità Palestinese. Il presidente Abu Mazen, tramite un portavoce, ha condannato l’espansione coloniale israeliana ritenendola l’ennesimo ostacolo al processo di pace.
Un processo che però pare continuare. Nonostante le politiche israeliane e le continue dichiarazioni palestinesi (“Nessun tavolo se Israele non congela l’espansione delle colonie in Cisgiordania”), la parte palestinese sembra intenzionata ad incontrare il premier Netanyahu a cui consegnerà una lettera nella quale attribuisce il fallimento della road map del 2003 al progetto coloniale israeliano. Dall’altra parte del Muro di Separazione, l’ufficio del primo ministro israeliano si difende affermando che Tel Aviv è pronta a tornare al tavolo del dialogo senza precondizioni.
Secondo l’annuncio via Twitter del portavoce di Netanyahu, Ofir Gendelman, i due premier si incontreranno a breve, dopo la festa religiosa della Pasqua Ebraica che commemora la fuga dall’Egitto e la fine della schiavitù del popolo ebraico, e che terminerà il 13 aprile.
L’Autorità Palestinese ha confermato: al meeting saranno presenti il premier Fayyad, il funzionario Yasser Abed Rabbo e il capo negoziatore Saeb Erakat. Tra le mani del team palestinese, la lettera che Abu Mazen ha redatto per Netanyahu, nella quale il presidente dell’AP presenta le condizioni necessarie al dialogo e avverte la controparte: mantenere un simile status quo rende inutile il ruolo del governo di Ramallah. Alla lettera, secondo Gendelman, il premier israeliano risponderà immediatamente con una seconda missiva da consegnare a Fayyad.
Nelle scorse settimane, Abu Mazen aveva minacciato lo scioglimento dell’Autorità Palestinese, totalmente dipendente dagli aiuti finanziari stranieri e dagli interessi politici israeliani, che hanno finito per saccheggiarne doveri e responsabilità. Un potere che dal 1993 l’Autorità Palestinese non è mai riuscita ad esprimere, trasformandosi per molti nel braccio israeliano nei Territori Occupati.

Il progetto "Greater Jerusalem": allargare i confini della città ad Est fino alla Valle del Giordano (Fonte: Passia)
Tanto da far dire a uno dei membri del Comitato Centrale di Fatah, Nabil Shaath, che i palestinesi sono pronti ad accettare il riconoscimento di uno Stato di Palestina indipendente nei confini del 1967 se Israele congela immediatamente la colonizzazione della Cisgiordania. Un simile atteggiamento (presentarsi al tavolo dei negoziati con il profilo – e quindi le richieste – più basso invece che con quello più alto) deriva direttamente dalle pressioni dei Paesi occidentali, che possono esercitare una significativa influenza in quanto detentori dei portafogli che permettono all’AP di sopravvivere.
Ma che deriva anche dall’approccio tradizionale della diplomazia palestinese, che dagli Accordi di Oslo del 1993 si è sempre seduta al tavolo del dialogo vanificando ogni tentativo di ottenere il massimo, se non inutili briciole di un piatto che si fa sempre più distante. E cancellando precondizioni fondamentali, come lo status di Gerusalemme e il diritto al ritorno dei quasi sette milioni di rifugiati all’estero.
Eppure, secondo il quotidiano israeliano Ha’aretz, Netanyahu sarebbe pronto a discutere di tutte le questioni pendenti da quasi 64 anni: confini, rifugiati, risorse idriche, colonie e Gerusalemme. Ma avrebbe posto una condizione irrinunciabile, figlia della natura sionista dello Stato israeliano: l’Autorità Palestinese deve riconoscere Israele come Stato ebraico. Condizione che inficia irrimediabilmente il diritto al ritorno dei rifugiati, la maggior parte dei quali provenienti da città e villaggi oggi in Israele, e lo status di Gerusalemme come capitale palestinese.
E proprio l’espansione delle colonie di Har Homa e Givat Zeev è la prova concreta di una delle politiche considerate vitali da Tel Aviv: la giudaizzazione della città santa prosegue inarrestabile, insieme al cosiddetto progetto della “Greater Jerusalem”, l’ampliamento dei confini della municipalità della città attraverso l’annessione di terre palestinesi e colonie in Cisgiordania. Con un obiettivo chiaro: arrivare tramite la cintura di insediamenti israeliani costruiti ad Est di Gerusalemme fino alle porte della Valle del Giordano, dichiarata unilateralmente da Israele zona militare chiusa. La diretta conseguenza? La separazione fisica della Cisgiordania in due entità territoriali, Nord e Sud, un taglio netto che renderebbe impraticabile la creazione di uno Stato di Palestina indipendente e funzionale.
Difficile per il popolo palestinese digerire ancora una volta una trattativa al ribasso che dopo vent’anni non ha fatto che peggiorare le condizioni di vita nei Territori Occupati. Vent’anni di processo di pace durante i quali, prima Yasser Arafat e poi Mahmoud Abbas, hanno rinunciato ai diritti nazionali dei palestinesi e dimenticato le ragioni e gli obiettivi del movimento di resistenza. In cambio di niente. Nena News

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