lunedì 31 ottobre 2011

pc 31 ottobre - India - una guerra popolare che avanza e resiste


info-cronaca della guerra popolare in India diretta dal PCImaoista negli ultimi 40 giorni

2 settembre 2011
La polizia spara sui manifestanti

Sette persone sono state uccise la Domenica 11 quando la polizia dello stato di Tamil Nadu ha aperto il fuoco su una folla prevalentemente di dalit (gli 'intoccabili') che manifestavano a Parmakudi (500 km da Chennai). I tribali si erano riuniti per chiedere la liberazione del loro leader, Jan Pandian, che era stato arrestato mentre si recava a una festa cui era stato invitato quale presidente di TMMK, un partito dei dalit, organizzata in onore di un ex leader del partito. Le autorità hanno giustificato l’arresto in quanto la sua presenza alla cerimonia avrebbe provocato tensioni. Ma alla fine è stato proprio il suo arresto che ha provocato tensioni. I dalit hanno bloccato le strade e dato fuoco ad auto della polizia per protestare contro la repressione poliziesca. Le forze di sicurezza hanno risposto aprendo il fuoco sulla folla, uccidendo sul posto cinque persone. Altre due sono morte in ospedale a causa delle ferite subite. Trenta i feriti negli scontri.
Resta oggi la rabbia nella stessa città, dove le autorità hanno proceduto a oltre cinquanta arresti preventivi per incitamento alla violenza. Altre 57 persone sono state arrestate in una città vicina. Le autorità hanno fermato trasporti pubblici nella regione e inviato massicci rinforzi alla polizia per contenere i tribali.

18 settembre 2011
Nuovi arresti
La polizia dello stato del Bastar martedì 13 ha arrestato nelle loro case nel distretto di Jagdalpur undici maoisti. Gli arresti sono frutto di informazioni ottenute grazie a delle taglie. Mercoledì 14, un residente del distretto di Bijapur (Chhattisgar) è stato giustiziato dai guerriglieri perché informatore della polizia. Giovedi 15 dei manifesti maoisti sono stati affissi nella regione di Jangalmahal per invitare i ragazzi a non rispondere alla campagna di reclutamento lanciata dalla Polizia Speciale e dalla Forza Nazionale Volontari - organizzazioni paramilitari governative.
Oggi, un guerrigliero è stato arrestato nel distretto di Garwah (Jharkhand). La polizia ha fatto irruzione nel villaggio di Katra dopo aver avuto informazioni sulla sua presenza. Sono stati inoltre sequestrati tredici detonatori, tre candelotti di gelatina esplosiva, due chili di esplosivi e pubblicazioni maoiste. Nel corso della giornata, un gruppo di guerriglieri portato un attacco lampo contro una colonna di sessanta uomini della CRPF nel distretto di Bijapur (Chhattisgarh). I maoisti hanno ucciso un soldato prima di rifugiarsi nella giungla circostante. Le forze di sicurezza hanno reagito immediatamente, senza però riuscire a trovare i guerriglieri.

23 settembre 2011
Sventata azione guerrigliera
Una squadra di polizia del Chhattisgarh ha scoperto questa mattina a 25 kg di esplosivi lungo una strada nel distretto di Raipur. Secondo i rapporti le autorità, l’ordigno era collocato nel fitto della foresta, in posizione ideale per farlo saltare al passaggio della pattuglia. Le forze di sicurezza sono riuscite a disinnescarlo e per lanciare immediatamente un’operazione nel tentativo di catturare i guerriglieri maoisti, particolarmente attivi nella regione, che già mercoledì, avevano teso un'imboscata una pattuglia di polizia, ferendo gravemente due soldati della forza speciale.

26 settembre 2011
Nuove azioni della contro-guerriglia
Domenica 25 le autorità hanno annunciato l’arresto a Gadchiroli, distretto di Maharashtra, di Somji Made, 25 anni, originario di Bastar, comandante della Milizia Acher Dalam che ieri aveva attraversato il confine del distretto. Le autorità lo accusano di essere attivamente coinvolto nella rivolta maoista e in vari casi di omicidio, tentato omicidio, scontri a fuoco...
Oggi, una squadra di paramilitari e polizia di Chhattisagarh ha trovato cinque bombe lungo una strada nella regione di Bastar (distretto di Kanker), dove la guerriglia maoista è particolarmente attiva. Tre bombe da 4 kg e due 2 kg sono state subito disinnescata. Le autorità hanno dichiarato che probabilmente i maoisti avevano pianificato un attacco contro pattuglie delle forze di sicurezza, che effettuano quotidianamente operazioni di rastrellamento in zona. Oggi le forze di sicurezza hanno ancora arrestato Dilip Mahato, leader del Comitato popolare contro le atrocità della polizia, organizzazione tribale filo-maoista. Le autorità lo accusano di essere un ufficiale di collegamento della guerriglia. Infine, due maoisti sono stati uccisi dalla polizia in una sparatoria nella foresta di Gollapalli (Chhattisgarh). Le forze di sicurezza si son imbattute in un gruppo di guerriglieri durante un rastrellamento, ingaggiando una serie di scontri a fuoco nei quali sono stati uccisi due guerriglieri, mentre un altro è riuscito a fuggire. Sul posto, la polizia ha trovato e sequestrato due pistole.

1 ottobre 2011
Sconfitte per la contro-guerriglia
Per quasi una settimana, la CRPF e la polizia dello stato di Jharkhand hanno condotto una vasta operazione congiunta di rastrellamento del distretto di Bokaro, in particolare nei pressi di Jhumra Hills. Un soldato del corpo di elite anti-Naxalita CRPF (squadra CoBrA) è stato ferito in una sparatoria tra il suo battaglione e un gruppo di maoisti. Le operazioni si sono intensificate da Martedì, quando i guerriglieri hanno ucciso due soldati della squadra CoBrA e ferito tre uomini delle forze di sicurezza. I maoisti, grazie all’oscurità e alla perfetta conoscenza del territorio, non sono stati catturati. Le autorità hanno riferito di averne feriti alcuni e di aver smantellato un loro accampamento vicino alla scena della sparatoria.

4 ottobre
Arrestato presunto esattore maoista
Soni Sori, insegnante aborigeno del distretto di Dantewada nel Chhattisgarh, è stato arrestato martedì nel Katwaria Sarai, dalla Polizia di Delhi. È sospettato di aver riscosso per conto della guerriglia maoista il denaro dalla tassa rivoluzionaria a carico del Gruppo Essar. Sori era accusato per cinque casi simili nel Chhattisgarh. Un direttore generale del gruppo Essar era stato arrestato il 27 settembre accusato di aver accettato il pagamento della tassa rivoluzionaria. Essar voleva evitare le incursioni della guerriglia contro un oleodotto che serve una miniera di ferro nel distretto di Dantewada.

8 ottobre
La guerriglia maoista colpisce le forze di sicurezza
Venerdì scorso tre paramilitari del Sashastra Seema Bal (SSB) sono stati uccisi e un altro gravemente ferito in un’imboscata tesa da guerriglieri maoisti nello stato di Chhattisgarh nei pressi di Geedam, 400 km a sud di Raipur. Dopo aver fatto saltare il veicolo, i guerriglieri hanno aperto pesantemente il fuoco, e sono poi fuggiti nella giungla. Due battaglioni della SSB sono stati dispiegati nello stato di Chhattisgarh dal 2008, soprattutto a protezione dei campi delle milizie anti-maoiste Salwa Judum, a loro volta sconfitte dai guerriglieri.

8 ottobre
Arundhati Roy sull’espulsione di David Barsamian
Ai primi di settembre il giornalista radiofonico indipendente americano David Barsamian è stato respinto all'aeroporto di New Delhi, mentre era in procinto di recarsi in Kashmir. Barsamian è noto per le sue numerose interviste ad attivisti, giornalisti e autori, tra cui Arundhati Roy. A proposito di questa espulsione, quest’ultima è stata intervistata da The Hindu e ha approfittato di quella tribuna per denunciare la repressione subiscono in India tutti quelli che cercano di farsi ascoltare, o si oppongono alle misure antipopolari del governo.

9 ottobre
Preso un campo abbandonato dai guerriglieri
Ieri, forze congiunte dello Special Operations Group (SOG) e del CRPF che effettuavano un'operazione di rastrellamento nella giungla nei pressi di Kuleijharan Tampersingha (stato di Jharkhand), hanno incontrato un gruppo di guerriglieri maoisti. Ne è seguita una violenta sparatoria, che sembra non abbia fatto vittime. Le forze congiunte sono riuscite a prendere un campo abbandonato dai guerriglieri, recuperando gran quantità di esplosivi e attrezzature.
Un secondo scontro si è svolta nelle prime ore di stamattina nel distretto di Dakshina Kannada (Karnataka). Il fatto è avvenuto dopo che una squadra di guerriglieri aveva attaccato nella foresta una colonna di 25 militanti del movimento anti-maoista Karnataka. Secondo il portavoce della polizia, un agente di polizia è deceduto nello scontro e in tutta la regione è scattata una vasta operazione di rastrellamento.

10 ottobre 2011
Poliziotto ucciso da una fucilata
Un poliziotto di 40 anni è stato ucciso in uno scontro con i maoisti la sera di Sabato 7 ottobre. Faceva parte di una pattuglia di quattordici uomini inviata nella regione di Belthangady (distretto Dakshina Kannada) dove secondo rapporti dell’intelligence si avevano movimenti di forze naxalite. Un collega del poliziotto ucciso ha detto che erano insieme quando hanno avvistato i guerriglieri, alle 23.30. Almeno uno di loro aveva con sé una torcia elettrica. Lui aperto il fuoco, ma il suo collega è stato quasi immediatamente colpito da un proiettile maoista. Secondo membri delle milizie anti-Naxalite, i maoisti sono tornati sul posto, lanciando slogan e continuando le loro attività. Il portavoce della polizia locale ha annunciato che, nonostante l'oscurità, diversi guerriglieri sono stati identificati ed è stata aperta un'inchiesta contro di loro per omicidio e tentato omicidio. È la prima volta operazione del genere organizzata nel distretto di Kakshina Kannada (Mangalore), dove fino a poco tempo fa i maoisti non erano presente.

12 ottobre 2011
Guerriglia e controguerriglia
All'inizio di questa settimana, il PCI (M) ha proclamato uno sciopero generale in Andhra Pradesh per chiedere che la polizia tratti con giustizia uno dei suoi leader attualmente detenuto senza processo. In questo contesto un gruppo di guerriglieri armati accompagnati da simpatizzanti hanno abbattuto alberi lungo molte strade principali del distretto di Visakhapatnam, bloccando il traffico per diverse ore. Un alberi in caduta ha anche parzialmente distrutto un posto di guardia della Forestale.
Nel distretto di Narayanpur (Chhattisgarh) maoisti e forze di sicurezza si sono scontrati stamattina presto. Lo scontro ha avuto luogo vicino un villaggio, dove i maoisti hanno aperto il fuoco contro una squadra congiunta di CRPF e polizia dello stato che pattugliano la zona. Un guerrigliero, per la cattura di cui era stata promessa una ricompensa di 5000 rupie (75 euro), è stato ucciso durante gli scontri. Secondo le autorità, sarebbe Rawat Negi, un maoista ricercato per vari reati e attacchi contro la polizia. Sul posto le forze di sicurezza hanno sequestrato armi e pubblicazioni maoiste.

13 ottobre 2011
Si intensifica la sorveglianza
La Special Task Force (STF) della polizia del Tamil Nadu e le guardie forestali dello Stato hanno annunciato che condurranno operazioni congiunte di rastrellamento nei confini dei quindici distretti dello stato. Le parti hanno convenuto di condividere informazioni e risorse, fissando anche cami di addestramento congiunti. Originariamente, la STF era stata creata per catturare un noto contrabbandiere che operava nelle foreste del Tamil Nadu. Dopo la sua uccisione nel 2004, si è concentrata principalmente sull’addestramento di agenti a combattere nella giungla. Ma oggi, si va anche oltre. “Passiamo ora lavorare con i forestali per prevenire oltre che il bracconaggio e il contrabbando, l'estremismo di sinistra. Anche i forestali contribuiranno dunque alle operazioni anti-maoiste, fornendo informazioni su persone o attività sospette nel territorio”. “I 22.000 chilometri quadrati di superficie boschiva compresa tra i distretti di Tiruvallur e Kanyakumari e il confine con Andhra Pradesh, Karnataka e Kerala ci sono sette campi della STF. Le autorità di polizia e funzionari del dipartimento foreste creeranno un database degli autori di reati ed elementi estremisti. Abbiamo anche suggerito che foto segnaletiche siano distribuite anche ai sorveglianti giornalieri pagati dal Dipartimento Forestale”.

15 ottobre 2011
Polizia contro scioperanti
Nel giugno scorso, gli operai della Maruti Suzuki di Manesar (Haryana) hanno condotto un grande sciopero per chiedere migliori condizioni di lavoro e il diritto a formare sindacati indipendenti diversi da quello esistente in fabbrica. In settembre un nuovo movimento di protesta ha risposto alla richiesta da parte della dirigenza di firmare “un patto di buona condotta”, la cui mancata sottoscrizione avrebbe portato al divieto di far ritorno in fabbrica. 1200 dipendenti e 44 lavoratori interinali sono stati sospesi per quello sciopero. Dal 7 ottobre, tutto il personale smesso di lavorare per chiedere la riassunzione di questi lavoratori e hanno occupato la fabbrica fino a ieri. Per fermare il movimento, la dirigenza si è rivolta all’autorità e il governo locale ha mandato . 2500 poliziotti per sgomberare gli scioperanti sostenendo che il loro era sciopero illegale e avviato la procedura di cancellazione della registrazione di due sindacati promotori del movimento. Di fronte alla polizia, i lavoratori sono stati costretti a lasciare i locali, ma hanno deciso di continuare il loro sciopero.

22 ottobre 2011
Successo per la guerriglia
Diverse squadre di polizia state dispiegate nelle zone della foresta di Bastar (Chhattisgarh) questa mattina per cercare di catturare un gruppo di maoisti, dopo un attacco in cui sono morti sei poliziotti. Venerdì pomeriggio, decine di guerriglieri hanno assaltato un contingente di sedici agenti in forze nel distretto nel villaggio di Netanar, a 30 km da Jagdalpur. Stavano tornando da una ispezione di edifici sospettati di essere danneggiati dai guerriglieri. Sei poliziotti sono morti sul posto mentre altri cinque sono stati gravemente feriti. I guerriglieri hanno attaccato i poliziotti sulle moto prima di aprire il fuoco. Il direttore generale della polizia ha dichiarato che diverse pattuglie della forza hanno perlustrato la zona intorno al villaggio di Netanar per arrestare i guerriglieri responsabili dell'attacco.

24 ottobre
Nuove strade per la controguerriglia
Ieri, BK Ponwar, ex capo delle forze antisovversive indiano ha segnalato la necessità di una nuova contro-guerriglia nelle zone controllate dai maoisti. Ponwar è attualmente direttore dell’antiterrorismo e del Jungle Warfare College, creato nel 2005 dal governo del Chhattisgarh per addestrare gli agenti di polizia a combattere i guerriglieri come i guerriglieri. Ieri ha dichiarato che l'India deve costruire una nuova rete stradale esclusivamente per i movimenti delle forze di sicurezza nelle aree controllate dai guerriglieri.
“Le strade percorse da civili e polizia nelle zone affette dalla guerriglia sono piene di mine e guerriglieri hanno realizzato imboscate quasi ovunque. Si dovrebbe perciò costruire una nuova rete stradale su terreni difficilmente accessibili, da tenere sotto costante sorveglianza. Queste strade servirebbero a rioccupare i territori occupati dai maoisti, ed sono il mezzo migliore per penetrare nelle roccaforti della guerriglia. Queste strade per le forze di sicurezza permetteranno loro di muoversi più velocemente nelle zone di combattimento e colpire duro”.

25 ottobre
Si intensifica la controguerriglia
Sospettando la presenza di guerriglieri provenienti da Chhattisgarh e Jharkhand rifugiati in Orissa, le autorità locali hanno intensificato le operazioni di rastrellamento nei distretti di Ganjam, Gajapati e Kandhamal. Le forza d’ elite CoBrA, il CRPF, l’India Reserve Batallion, lo Special Operations Group e le forze di polizia locale sono stati messi in campo per espellere i guerriglieri da questa area. Si sospetta che i maoisti abbiano montato campi in questi tre distretti, dopo la grande offensiva di polizia scattata negli altri due stati. La polizia teme anche che stiano progettando una campagna di azioni in Orissa. Infatti, è stata recentemente scoperta e sequestrata una grande quantità di esplosivo nel distretto di Kandhamal e distrutto un campo di guerriglieri nel distretto di Gajapati.
Inoltre lunedì le autorità hanno dichiarato di aver catturato tre maoisti e sequestrato armi nel distretto di Bokaro. Sempre lunedì, ma nel distretto di Rohtas (Bihar), le autorità hanno annunciato l’arresto di sette guerriglieri. Domenica, polizia locale e un battaglione CoBRA hanno fatto irruzione sotto un ponte in costruzione sul fiume Sone. Il comandante Sudarashan maoista Ram - alias Firoj - è stato arrestato insieme a quattro suoi compagni. Erano ricercati in per l'omicidio di un poliziotto e una dozzina di altri accuse. Sono stati sequestrati armi tradizionali, munizioni e quattro telefoni cellulari. In un altro raid, due guerriglieri sono stati arrestati nell’area di Chutia, distretto di Rohtas. Infine, un uomo originario del Bihar è stato arrestato lunedi nel distretto di Hazaribagh. La polizia ha accusato di aver creato una rete per fornire armi ai maoisti.

pc 31 ottobre - l'India non è la più grande democrazia del mondo ... Arundhati Roy


Il Comitato di sostegno internazionale alla guerra popolare in India
ha lanciato una nuova campagna internazionale che si svolgerà in numerosi paesi del mondo nella terza settimana di gennaio.
In Italia - oggi una delegazione di padroni e governo italiano sono in India per affari - ne parleremo nei prossimi giorni - un appello specifico e una proposta di piano sarà lanciata il 12 novembre.
per materiali e adesioni rivolgersi a csgpindia@gmail.com

Intanto mettiamo in rete anche nel nostro sito materiali utili a comprendere la situazione in questo paese.
Quella che segue è uno dei recenti articoli di Arundhati Roy, la grande scrittice indiana che molto sta facendo per informare il mondo e sulla realtà della guerra di popolo condotta dai maoisti, non lasciandosi intimidire dall'ostracismo della comunità imperialista, nè dalla persecuzione del governo

NUOVA DELHI: Il 23 settembre 2011, verso le tre del mattino, poche ore dopo il suo arrivo in aeroporto a Delhi, il produttore radiofonico statunitense David Barsamian è stato espulso. Questo uomo pericoloso, che produce programmi indipendenti, free-to-air per radio pubbliche, visita l'India da 40 anni, compiendo azioni pericolose come imparare l’urdu e suonare il sitar.
Ha pubblicato un libro-intervista con Edward Said, Noam Chomsky, Howard Zinn, Ejaz Ahmed e Tariq Ali. (Compare anche come il giovane intervistatore in pantaloni a zampa d’elefante nel film documentario di Peter Wintonik sul Chomsky e l’ Herman’s Manufacturing Consent.). Nei suoi viaggi più recenti in India ha fatto una serie di interviste radiofoniche con attivisti, studiosi, registi, giornalisti e scrittori (me compresa). Il suo lavoro ha portato Barsamian in Turchia, Iran, Siria, Libano e Pakistan. Non è mai stato espulso da nessuno di questi paesi.
Perché allora la più grande democrazia del mondo ha paura di questo produttore radiofonico solitario, suonatore di sitar, che parla urdu, di sinistra? Ecco come lo spiega lo stesso Barsamian: “Dipende tutto dalla questione del Kashmir. Ho realizzato lavori su Jharkand, Chattisgarh, West Bengala, le dighe di Narmada, i suicidi di contadini, il pogrom del Gujarat, e il caso Binayak Sen. Ma è il Kashmir al centro delle preoccupazioni dello stato indiano. La versione ufficiale non deve essere contestata.”. Le notizie di stampa sulla sua espulsione, citando “fonti” ufficiali, riferiscono che Barsamian ha “durante il suo viaggio nel 2009-10 ha violato le norme sui visti, svolgendo lavoro professionale, mentre era in possesso di un visto turistico”.
Le norme visto in India sono una spia indicativa delle preoccupazioni e preferenze del Governo. Riparandosi dietro la vecchia bandiera sbiadita della “Guerra al Terrorirmo”, il Ministero dell'Interno ha decretato che studiosi e docenti universitari invitati per conferenze o seminari devono richiede un nulla osta di sicurezza prima che gli venga concesso il visto. A manager e uomini d'affari non occorre. Quindi, chi vuole investire in una diga o costruire un impianto siderurgico o comprare una miniera di bauxite non è considerato un rischio per la sicurezza, mentre uno studioso che potrebbe partecipare ad un seminario per parlare di deportazioni o beni comuni o aumento della malnutrizione nell’economia globalizzata, lo è.
Probabilmente, terroristi stranieri malintenzionati hanno già capito che indossare abiti di Prada e fingere di voler comprare una miniera è meglio che indossare vecchi pantaloni di velluto e dire di voler partecipare a un seminario. (Qualcuno potrebbe dire che i compratori di miniere in giacca e cravatta Prada sono i veri terroristi.)
David Barsamian non è venuto in India per comprare una miniera né per partecipare a una conferenza. È venuto solo per parlare con la gente. Le accuse contro di lui, secondo le “fonti ufficiali”, è che durante la sua ultima visita in India ha realizzato servizi sui fatti in Jammu e Kashmir e che questi servizi non erano “basati su fatti". Va ricordato che Barsamian non è un giornalista, ma semplicemente uno che ha conversazioni con le persone, per lo più dissidenti, sulla società in cui vivono.
È per dei turisti a parlare con la gente dei paesi che visitano? Sarebbe illegale per me viaggiare negli Stati Uniti o in Europa e scrivere delle persone che ho incontrato, anche se la mia scrittura non fosse “basata su fatti”? Chi decide quali “fatti” sono corretti e quali no? Barsamian sarebbe stato espulso se le conversazioni che ha registrato avessero lodato la massiccia affluenza nelle elezioni in Kashmir, invece che raccontare come è si vive sotto la più densa occupazione militare del mondo? (600.000 truppe effettive armate schierate su una popolazione di dieci milioni di persone.) O se avessero parlato delle operazioni di soccorso compiute dall’esercito dopo il terremoto del 2005 invece che delle sollevazioni di masse inermi che ci sono state per tre estati consecutive? (Che non hanno trovato attenzione presso i media di attualità, e che nessuno ha pensato di chiamare “la primavera del Kashmir”).
David Barsamian non è la prima persona ad essere espulsa a causa della suscettibilità del governo indiano sul Kashmir. Nel novembre 2010 il irofessor Richard Shapiro, un antropologo di San Francisco è stato espulso dall’aeroporto di Delhi, senza aver ricevuto alcun motivazione. Molti di noi credono che fosse un modo del governo per punire il suo partner, Angana Chatterji, copromotore del Tribunale per i Diritti Umani e la Giustizia, che per primo aveva portato all’attenzione internazionale l’esistenza di fosse comuni in Kashmir. May Aquino, della Federazione Asiatica contro Scomparse Involontarie (AFAD), da Manila, aveva programma di visitare il Kashmir nel settembre 2011.
È stata espulsa dall’Aeroporto di Delhi. Prima, il 28 maggio di quest’anno, il noto attivista franco indiano per i diritti democratici Gautam Navlakha è stato trasferito forzatamante a Delhi dall’aeroporto di Srinagar. (Farook Abdullah, ex primo ministro del Kashmir ha giustificato l’espulsione dicendo che autori come Gautam Navlakha e io stessa non avevano alcun interesse ad entrare nel Kashmir, perché “il Kashmir non è in fiamme”, qualunque cosa significhi). Il Kashmir è in procinto di essere isolato, tagliato fuori dal mondo esterno da due anelli concentrici di pattuglie di frontiera, a Delhi come a Srinagar, come se fosse già un paese libero con una propria normativa sui visti. Ma all’interno dei suoi confini, naturalmente, per il governo e l'esercito la stagione di caccia è aperta. L’esercizio del controllo in Kashmir di giornalisti e gente comune con una miscela letale di corruzione, minacce, ricatti e una vasta gamma di crudeltà indicibili, affinate con cura artigianale, si è evoluta a forma d’arte.
Mentre il governo va in giro cercando di mettere a tacere i vivi, hanno cominciato a parlare i morti. È stata insensibilità di Barsamian pianificare un viaggio in Kashmir proprio quando la Commissione di Stato per i Diritti Umani ha portato finalmente a conoscenza ufficialmente l'esistenza di 2700 fosse comuni senza nome in tre distretti del Kashmir. Rapporti su migliaia di altre fosse stanno affluendo da altri distretti. È insensibilità delle fosse comuni mettere in imbarazzo il governo indiano proprio quando la situazione dell’India è sotto revisione davanti al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.
Oltre che del pericoloso David, di chi altro ha paura la più grande democrazia del mondo? C’è il giovane Lingaram Kodopi, un adivasi di Dantewada, Chattisgarh, che è stato arrestato il 9 settembre 2011. La polizia dice che di averlo colto in flagrante in un mercato, mentre stava consegnando per conto della Essar, società mineraria del ferro, la tassa al Partito vietato Comunista dell'India (Maoista). La zia Soni Sori dice che è stato prelevato da poliziotti in borghese su una Bolero bianca dalla casa di suo nonno nel villaggio Palnar. Ora anche lei è a rischio.
È interessante notare che, secondo la versione della stessa polizia, avrebbero arrestato Lingaram ma lasciato fuggire i maoisti. È solo l’ultima di una serie di bizzarri, quasi allucinate, accuse che hanno mosso contro Lingaram e poi ritirate. Il suo vero crimine è di essere l'unico giornalista che parla Gondi, la lingua locale, e che sa come muoversi lungo i sentieri della fitta foresta di Dantewada, Chhattisgarh, l’altra zona di guerra in India, da cui nessuna notizia deve trapelare.
Dopo aver firmato ampie concessioni su terre native degli indigeni tribali dell'India centrale alle multinazionali minerarie e delle infrastrutture in una serie di protocolli di intesa segreti, in violazione totale della legge, della stessa Costituzione, il governo ha cominciato a invadere foreste con centinaia di migliaia di truppe di sicurezza. Ogni resistenza, armata e disarmata, è stata bollata come “maoista”. (In Kashmir la definizione preferita è “elementi jihadisti”).
Mentre la guerra civile cresce sempre più mortalmente, centinaia di villaggi sono stati bruciati e rasi al suolo. Migliaia di adivasi sono fuggiti come rifugiati negli stati vicini. Centinaia di migliaia di persone vivono vite di terrore nascosti nei boschi. Forze paramilitari hanno messo sotto assedio la foresta. Una rete di informatori e pattuglie della polizia e ha trasformato i bazar nei villaggi e i viaggi per acquistare beni essenziali e farmaci in un incubo per gli stessi abitanti. Un numero imprecisato di persone non identificate sono in carcere, accusati di sedizione e di fare guerra allo stato, senza avvocati a difenderli. Pochissime notizie escono da quella foresta, e non ci sono conteggi dei cadaveri.
Non è perciò difficile capire perché il giovane Lingaram Kodopi costituisca una minaccia. Prima di studiare per diventare giornalista, era autista a Dantewada. Nel 2009 la polizia l'ha arrestato e sequestrato la sua jeep. Per quaranta giorni rimase rinchiuso in un piccolo bagno, sottoposto a pressioni per diventare agente della polizia speciale (SPO) del Salwa Judum, la milizia di vigilantes formata dal governo che all’epoca aveva il compito di costringere la gente a fuggire dai loro villaggi. (in seguito il Salwa Judum è stato dichiarato incostituzionale dalla Corte Suprema.)
La polizia rilasciò Lingaram in seguito all’istanza di scarcerazione presentata al tribunale dall’attivista gandhiano Himanshu Kumar. Ma in seguito la polizia ha arrestò il vecchio padre di Lingaram e altri cinque membri della sua famiglia. Attaccarono il suo villaggio e avvertirono gli abitanti di non dargli rifugio. Alla fine Lingaram fuggì a Delhi, dove amici e sostenitori ottennero che fosse ammesso ad una scuola di giornalismo. Nell’aprile 2010 andò a Dantewada da dove scortò fino a Delhi i testimoni e le vittime della barbarie del Salwa Judum, della polizia e delle forze paramilitari, perché testimoniassero davanti al Tribunale Popolare Indipendente. (Nella sua testimonianza Lingaram fu fortemente critico anche verso i maoisti.)
Questo non ha frenato la polizia del Chattisgarh. Il 2 luglio 2010, il dirigente maoista “compagno Azad”, portavoce ufficiale del Partito maoista, fu catturato e giustiziato dalla polizia dell'Andhra Pradesh. Il Vice Ispettore Generale della Polizia Chattisgarh Kalluri dichiarò in una conferenza stampa che Lingaram Kodopi era stato scelto dal partito maoista per prendere il posto del “compagno Azad”. (Era come accusare un ragazzino studente di Yenan nel 1936 di essere Zhou en Lai). L'accusa trovò tanta derisione che la polizia dovette ritirarla. Accusarono Lingaram anche di essere stato la mente di un attacco maoista contro un deputato del Congresso di Dantewada. Ma, forse perché già avevano fatto tanto per apparire sciocchi e vendicativi, decisero di aspettare il momento giusto.
Lingaram rimase a Delhi, completò il suo corso e ottenne il diploma di giornalismo. Nel marzo 2011 le forze paramilitari bruciarono tre villaggi in Dantewada, Tadmetla, Timmapuram e Morapalli. Il governo del Chhattisgarh incolpò i maoisti. La Corte Suprema assegnò l'inchiesta al Central Bureau of Investigation. Lingaram tornò a Dantewada con una videocamera e camminò di villaggio in villaggio documentando le testimonianze dirette degli abitanti dei villaggi, che accusavano la polizia. (Pu Youtube potete vedere alcuni di questi). Così facendo si rese uno degli uomini più ricercati in Dantewada. Il 9 settembre la polizia finalmente lo arresta.
Lingaram si unisce a un’impressionante serie dei raccoglitori e divulgatori di notizie scomode in Chattisgarh. Tra i primi a essere messi a tacere fu il celebre medico Binayak Sen che per primo aveva denunciato i crimini del Salwa Judum nel lontano 2005. Arrestato nel 2007, con l’accusa di essere un maoista e condannato al carcere a vita. Dopo anni di carcere, è ora fuori su cauzione. Diverse persone seguirono Binayak Sen in prigione, tra cui Piyush Guha e il regista Ajay TG, entrambi accusati di essere maoisti.
Questi arresti hanno fatto tremare la comunità degli attivisti in Chattisgarh, ma non hanno fatto smettere alcuni di loro fare quello che stavano facendo. Kopa Kunjam lavorava con il Chetna Ashram di Himanshu Kumar Vanvasi, facendo esattamente quello che Lingaram ha cercato di fare molto più tardi, viaggiare per villaggi remoti, riportando notizie, e documentare accuratamente gli orrori che si stavano perpetrando. (È stato la mia prima guida nei villaggi della foresta di Dantewada). Gran parte di questa documentazione ha fatto il suo corso in cause legali che si stanno dimostrando fonte di preoccupazione e imbarazzo per il governo del Chattisgarh. Nel maggio 2009 il Vansvasi Chetna Ashram, l'ultimo rifugio neutrale per i giornalisti, scrittori e studiosi che viaggiavano a Dantewada, fu demolito dal governo di Chhattisgarh.
Nel dicembre 2009, proprio il Giorno dei Diritti Umani, Kopa fu arrestato. Lo accusarono di collusione con i maoisti nell'omicidio di un uomo e nel rapimento di un altro. Le accuse contro Kopa cominciarono a cadere a pezzi, dato i testimoni della polizia, compreso l'uomo rapito, ricusarono le presunte dichiarazioni rese alla polizia. Ciò importa poco, perché in India, come tutti sappiamo, il processo è già la punizione. Occorreranno anni a Kopa per stabilire la sua innocenza, e in questo tempo le autorità sperano che l'arresto sarà servito al loro scopo. Anche molti degli abitanti dei villaggi incoraggiati da Kopa a presentare denunce contro la polizia sono stati arrestati. Alcuni sono in prigione.
Altri sono stati costretti a vivere in campi ai bordi delle strade presidiati dalle forze speciali. Tra loro molte donne che hanno commesso il crimine di essere stuprate. Subito dopo l'arresto di Kopa Himanshu Kumar è stato espulso dal Dantewada. Nel settembre 2010 un altro attivista adivasi, Kartam Joga, è stato arrestato. La sua colpa era di aver presentato nel 2007 alla Corte Suprema una petizione contro le dilaganti violazioni dei diritti umani commessi dal Salwa Judum. Fu accusato di collusione con i maoisti nell'uccisione di 76 agenti della riserva centrale di polizia nell’aprile 2010 a Tadmetla. Kartam Joga è membro del Partito Comunista dell'India (IPC), che con i maoisti ha rapporti tesi, se non ostili. Amnesty International lo ha dichiarato un prigioniero d’opinione.
Nel frattempo, gli arresti continuano a ritmo serrato. Un’occhiata fugace ai Rapporti di prima Informazioni redatti dalla polizia dà un'idea abbastanza chiara del modo mortale in cui il giusto processo funziona in Dantewada. I testi di molti dei rapporti sono esattamente identici. Un prestampato in cui sono inserito semplicemente i nomi degli imputati, la data, la natura del crimine ed i nomi dei testimoni. Non c'è nessuno che controllare. La maggior parte delle persone coinvolte, i prigionieri come i testimoni, non sa né leggere né scrivere.
Un giorno, anche in Dantewada cominceranno a parlare i morti. E non saranno morti solo esseri umani, sarà la terra morta, i fiumi morti, la montagne morti, le creature morte in foreste morte che insisteranno per un’audizione. Nel frattempo, la vita va avanti. Mentre una sorveglianza invasiva, polizia su Internet e intercettazioni telefoniche e sanzioni contro coloro chi parla diventano di giorno in giorno sempre più preoccupanti, è singolare come l'India stia diventando sede da sogno di festival letterari. Ce ne sono una decina in programma solo nei prossimi mesi. Alcuni sono finanziati dalle stesse società per conto delle quali la polizia ha scatenato il regime di terrore.
A Srinagar il festival letterario Harud (per il momento rinviato) è annunciato essere il più nuovo, più emozionante: “Mentre le foglie d'autunno cambiano colore, nella valle del Kashmir riverbererà il suono della poesia, il dialogo, dibattiti e discussioni letterario...”. Gli organizzatori lo pubblicizzano come un evento “apolitico”, ma non hanno detto come possano essere 'apolitici' gli autori o le vittime di una brutale occupazione militare che ha causato decine di migliaia di vite spezzate, il lutto di migliaia di donne e bambini e la mutilazione centinaia di migliaia di persone nella camere di tortura. Mi chiedo: gli ospiti letterari verranno con visto turistico? Ci saranno quelli separati per Srinagar e Delhi? Occorrerà loro il nulla osta di sicurezza? Un Kashmiri che parla andrà direttamente dal Festival ad un centro di interrogatori, o gli sarà permesso di tornare a casa per cambiarsi e raccogliere le sue cose? (Qui sono un po’ rozza, so bene che saranno più sottili.)
Il rumore festoso di questa libertà spuria contribuisce ad attutire il rumore di passi nei corridoi dell'aeroporto che gli espulsi percorrono a passo di rana verso gli aerei in partenza, lo scatto delle manette che si stringono, i polsi caldi e il freddo rumore metallico delle porte della prigione. I nostri polmoni vengono gradualmente deprivati di ossigeno. Forse è tempo di usare tutto il fiato che resta nel nostro corpo per dire: “Aprite quelle porte insanguinate”.

Arundhati Roy

pc 31 ottobre - Ravenna: presidio contro la repressione e per la libertà dei compagni arrestati a Roma il 15 ottobre


LA PROTESTA
I proletari comunisti in tribunale
«Anche per i ribelli di Roma»
Un presidio per il processo dopo le contestazioni a Storace
I proletari comunisti saranno giovedì mattina, 3 novembre, di fronte al tribunale di Ravenna in occasione del processo contro quelli che loro definiscono «antifascisti». A denunciarli, come ricordano in una nota i proletari comunisti, la Digos per avere contestato Storace de La Destra nel corso della sua venuta a Ravenna nel 2008.
«Pensiamo – scrivono – non abbia gradito lo striscione con cui l'avevamo accolto: "più diritti agli immigrati, fascisti e razzisti vanno cacciati", slogan e speakeraggio». I proletari comunisti contestano il fatto che la denuncia non sia partita da Storace ma dalla polizia.
«Ancora una volta le forze della repressione intendono colpire l'antifascismo militante – scrivono ancora nella loro nota – e, in particolare, i compagni di proletari comunisti che hanno promosso a livello locale la Raf, rete antifascista. Questo processo riguarda tutti coloro che fanno antifascismo non a chiacchiere ma su diversi livelli, da quello culturale contro il revisionismo storico a quello politico e militante».

Il presidio in tribunale, dicono i proletari comunisti, si schiera infine anche «con i giovani ribelli arrestati a Roma dopo i fatti dello scorso 15 ottobre e ne chiede la liberazione».

31 - 10 - 2011

Criminali sono i fascisti e la polizia che li protegge

L’antifascismo non si processa!

Il 3 di novembre a Ravenna ci sarà un processo contro antifascisti.

A denunciarci la digos per avere contestato il boia Storace arrivato a Ravenna per soffiare sul fuoco del razzismo con un convegno organizzato dalla sua formazione neofascista, la Destra, contro la costruzione in città di una moschea. I fatti sono relativi all'ottobre del 2008.

Pensiamo non abbia gradito lo striscione con cui l'avevamo accolto: "più diritti agli immigrati, fascisti e razzisti vanno cacciati", slogan e speakeraggio.

Ma la denuncia non è partita dal caporione fascista bensì dalla polizia schierata in sua difesa.

Ancora una volta le forze della repressione intendono colpire l'antifascismo militante e, in particolare, i compagni di proletari comunisti che hanno promosso a livello locale la Raf, rete antifascista.

E non è certo la prima volta in questa città.

Questo processo riguarda tutti coloro che fanno antifascismo non a chiacchiere ma su diversi livelli, da quello culturale -contro il revisionismo storico- a quello politico e militante.

Un presidio che si schiera con i giovani ribelli arrestati a Roma e ne chiede la liberazione.

E' necessaria una mobilitazione che unisca la costruzione di reti antifasciste con la lotta contro la repressione e lo stato di polizia.


proletari comunisti-Ravenna

ravros@libero.it

domenica 30 ottobre 2011

pc 29-30 ottobre - In Afghanistan la resistenza colpisce la Nato

Tre attacchi combinati in poche ore. A Kabul uccisi 5 soldati Nato.

Tredici soldati americani della della Forza Nato in Afghanistan sono rimasti uccisi in seguito a un attacco suicida contro un convoglio militare dell'Isaf a Kabul il 29 ottobre 2011. Sono morti anche tre civili e un poliziotto afghano, a quanto riferito dal ministero dell'Interno. Inoltre il dottor Yousuf, ha precisato che l'ospedale Isteqlal ha ricevuto otto feriti, fra cui un bambino che è in condizioni disperate. L'attentato è stato rivendicato dai talebani che in un comunicato hanno sostenuto di avere ucciso «25 addestratori stranieri».
ALTRI DUE ATTENTATI IN CONTEMPORANEA. Una adolescente afghana che indossava un burqa si è fatta esplodere vicino ad un edificio dei servizi di intelligence ad Asadabad, capoluogo della provincia orientale di Kunar, causando feriti ma non vittime. Lo ha riferito l'agenzia di stampa Pajhwok. L'attentato è avvenuto quasi contemporaneamente ad un altro condotto nel sud di Kabul contro un veicolo della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf, sotto comando Nato) di cui non si conosce ancora il bilancio.
PRIMA LA PISTOLA, POI L'ESPLOSIVO. Una fonte della direzione nazionale della sicurezza (Nds) ha indicato che la giovane ha attirato l'attenzione delle guardie della sicurezza per il suo atteggiamento sospetto. Dopo alcuni avvertimenti, gli agenti hanno cominciato a sparare, e la ragazza ha prima risposto con una pistola e poi ha attivato l'esplosivo che nascondeva sul corpo. Un testimone oculare, ha confermato che lo scoppio è avvenuto davanti al cancello della sede della Nds.
Sabato, 29 Ottobre 2011

pc 29-30 ottobre - A Gaza il terrorismo dello stato d'israele continua ad uccidere ancora

Nella striscia di Gaza, in particolare a Rafah e Khan Younis, droni ed F-16 dell'aviazione israeliana hanno condotto diversi raid compiendo massacri e seminando il terrore tra la popolazione già stretta nella morsa dell'assedio. Tra ieri e oggi hanno ucciso nove palestinesi nella Striscia. C'è stata anche un'incursione di carri armati. Tra le vittime anche
comandanti militari delle brigate al-Quds. Adesso è in corso un tregua con la mediazione dell'Egitto.


E' questo il vero volto dello stato nazisionista che, mentre è costretto a liberare centinaia di prigionieri palestinesi allo stesso tempo li cerca per colpirli ed ucciderli.


Intanto nulla è cambiato per i prigionieri rimasti nelle galere israeliane, per alcuni, come Saadat è stato prolungato l'isolamento per un altro anno mentre Israele permette la diffusione dell'offerta di taglie da parte di alcuni famigliari israeliani sui palestinesi liberati.

pc 29-30 ottobre - Napoli.Federico II sul 15 ottobre

Sul 15 ottobre. Bilancio e prospettive di un corteo

Cerchiamo, con questo comunicato di dare una lettura nostra alla giornata del 15. L’analisi e le riflessioni che escono sono il frutto ragionato di discussioni con tutti quegli studenti che hanno condiviso questa giornata nella sua totalità e che come noi hanno sentito l’esigenza di confrontarsi e di dialettizzare le loro impressioni circa il corteo, sottolineando a piu’ riprese la necessità di cominciare un percorso di lotta all’interno delle facoltà e fuori per le strade per riappropriarci di ciò che è nostro.

“Davanti a tutti i pericoli, davanti a tutte le minacce, le aggressioni, i blocchi, i sabotaggi, davanti a tutti i seminatori di discordia, davanti a tutti i poteri che cercano di frenarci, dobbiamo dimostrare, ancora una volta, la capacità del popolo di costruire la sua storia.”
EL CHE.

Partiamo dalla necessità di estendere il dibattito oltre il becero dualismo tra vittoria o sconfitta che il 15 ha rappresentato e rappresenterà, per far in modo che dal ragionamento emergano, tanto aspetti di criticità sullo sviluppo della giornata; quanto l’analisi di alcuni dati oggettivi da cui la costruzione di un percorso di lotta reale non può prescindere.
Ci sembra che ciò che si è espresso con maggiore evidenza sia stata l’inadeguatezza del movimento, tutto, di canalizzare, sin dal principio, la rabbia e la radicalità delle persone e dei soggetti scesi in piazza verso un obiettivo preciso e condiviso. E questa lacuna di indirizzo della propria azione politica, è necessario dirlo con altrettanta chiarezza, non è figlia della giornata del 15, ma di tutta l’organizzazione che è derivata dai momenti preparatori del 15 stesso. E in ultima istanza quindi frutto di un più generale scollamento tra chi pretende di “gestire” la piazza e la piazza stessa.

A tal proposito abbiamo da fare alcune considerazioni.
Cominciamo dalle parole d’ordine. Dobbiamo purtroppo riconoscere che molte di quelle che, nostro malgrado, hanno finito per diventare caratterizzanti quella giornata, non sono per niente in grado di esprimere rivendicazioni che vadano nel senso di un avanzamento .
Su questo aspetto siamo consapevoli che un semplice comunicato non può pretendere di essere esaustivo di un ragionamento che necessariamente deve essere complessivo, ma ci sembra utile cominciare a porre alcuni elementi di critica, proprio perché legati alla nostra analisi sulla mobilitazione del 15.
Vorremmo soffermarci, anche se brevemente, sulla questione del “diritto all’insolvenza”, che ci pare una rivendicazione che inevitabilmente scivola in un’ottica statal/nazionalista, in cui per uscire della crisi sembra necessario appellarsi al proprio stato, di fronte all’ingerenza della cattiva finanza internazionale e degli altri cattivi Stati europei che vogliono costringerci nei parametri del debito zero. Assolvendo così totalmente i “padroni nostrani” dalle loro responsabilità e non immettendo nessuna prospettiva unificante per il proletariato europeo che sta subendo da decenni gli stessi attacchi!
A nostro parere, in quest’ottica, cioè quella dell’individuazione di un nemico chiaro, i padroni, e di una prospettiva, altrettanto chiara, da costruire, cioè l’unificazione internazionale delle lotte e della classe sfruttata, parlare di “noi il debito non lo paghiamo” è già un passo avanti purché si riesca a declinare in modo più specifico e analitico: questo debito non ci riguarda, non lo hanno prodotto i lavoratori e quindi non è sulle spalle dei lavoratori che deve gravare!
E’ responsabilità di chi detiene i mezzi di produzione, è responsabilità di chi, per il proprio esclusivo profitto, ha generato le attuali condizioni economiche sia a livello nazionale che mondiale.
Per cui l’unico aspetto del debito che ci interessa è la necessità di rispedirlo al mittente, affinché a pagare questa crisi non siano, come sta purtroppo avvenendo, i soggetti sociali più ricattabili e sfruttati (lavoratori, studenti, disoccupati, immigrati, etc.) e che l’unica rivendicazione reale, che ci appartiene, è la riappropriazione dei nostri diritti; riappropriazione che va dall’opposizione a queste manovre di lacrime e sangue, che trasformano diritti conquistati con la lotta in privilegi per pochi (pensioni, sanità, trasporti,istruzione, etc.); fino ad arrivare all’ormai cancellato diritto allo sciopero.

Assumere parole d’ordine di questo tipo, avallate, anche, dalle compagini istituzionali ed istituzionalizzate, il cui unico interesse è mantenere i propri privilegi di ceto politico, non ha fatto altro che accentuare la mancanza di una reale compattezza del movimento stesso. Così come affrettarsi a dire che bisognasse violare la zona rossa, che fosse necessaria una forzatura verso i palazzi del potere, affinché la rabbia esplodesse in modo significativo, ma soprattutto in modo comprensibile, non è sufficiente a valutare il problema. Dire la cosa più giusta non necessariamente mette dalla parte del giusto.
Certo crediamo anche noi che non aver cercato di raggiungere i cosiddetti “i palazzi del potere”; luoghi simbolo di quelle misure che peggiorano le nostre già disastrate condizioni di vita (dai tagli ad ogni residuo di welfare alle leggi che, sempre più, precarizzano la condizione lavorativa) rappresenti un paradosso, proprio perché quei luoghi erano stati individuati, dai movimenti di tutto il mondo scesi in piazza il 15, come obiettivo da colpire.
Riteniamo che il movimento debba essere in grado di praticare una reale autocritica su quanto avvenuto, senza incolpare qualcuno della mancata capacità di capire la cosa giusta da fare o dell’impreparazione dimostrata nel realizzarla. L’opportunismo di chi non voleva che il corteo raggiungesse il centro, era stato smascherato già da un mese; il tempo per provare a dare alle cose una direzione differente, esisteva. Dovremmo tutti chiederci con onestà cosa ognuno di noi ha fatto affinché si riuscisse a violare la zona rossa; fino a dove ci si è spesi per riuscire a determinare la piazza e le discussioni che hanno preceduto il corteo. In che modo ci si è preparati, in piazza e fuori, ad assediare i palazzi dei bottoni? Senza queste risposte si rischia di uscire dal terreno della politica.

Sottolineiamo questi aspetti perché crediamo che il 15 debba esserci d’insegnamento. E riteniamo che uno di questi sia che occorre un’assunzione collettiva di responsabilità per caratterizzare gli appuntamenti in termini differenti da quelli aconflittuali proposti dai soliti opportunisti.
Un altro elemento che crediamo vada assolutamente posto in rilievo, è quello della composizione sociale dei soggetti protagonisti di quanto avvenuto in piazza S. Giovanni. Una questione che ci sembra tenga banco, riguarda la gente che non ha capito il significato di quanto stesse avvenendo. Molti condannano le pratiche delatorie ma al contempo tendono ad essere comprensivi verso quei manifestanti “spauriti” verso ciò che stava accadendo.Quelli che a piazza san giovanni accerchiavano la gente per consegnarla alla polizia.al contrario, capivano benissimo quello che accadeva e hanno cercato di fare in modo che non accadesse. E tutto questo non perché non fossimo vicino ai palazzi del potere, ma perché gli si stava rovinando il LORO (così dicevano…) corteo… cioè un corteo pacifico e privo di elementi di conflitto. Questi infami non hanno nulla della gente normale, basti pensare che avevano tra le mani le bandiere di partiti vari. Molto più rilevante è il fatto che la resistenza nella piazza non è stata preparata né gestita, né prevista da nessuna struttura. E’ stato proprio in quell’incrocio prima di San Giovanni in cui si è determinato il seguito di tutta la giornata: una volta incanalati dalle cariche non si è potuto far altro che resistere, non far occupare la piazza da celerini e blindati, non far raggiungere il corteo dai caroselli di camionette pronte ad investire chiunque si fosse trovato davanti. E’ proprio in questo frangente che è importante esprimere la nostra rivendicazione, rivendicazione di chi di fronte a lanci di lacrimogeni CS, cariche, caroselli e idranti sparati contro la gente non ha indietreggiato ed ha resistito per ore con rabbia e determinazione.
La piazza ha esondato scavalcando assemblee, strutture e reti varie. Questo dato è forse il più rilevante perché dimostra nitidamente che il protagonista della giornata è senza dubbio un soggetto sociale giovanissimo, rapidamente proletarizzato e che non ha alcun legame, storico e politico con i partiti. Una componente della classe verso cui le strutture del movimento non dimostrano di sapersi, o volersi, rivolgere. Questa inadeguatezza non si colma con una ridefinizione linguistica, ma con un ripensamento politico dei nostri interventi complessivi.
La rabbia di chi ha resistito in quella piazza è manifestazione diretta di un malessere economico e sociale, che inevitabilmente si acuisce nei periodi di endemica crisi del sistema capitalistico, rabbia e determinazione a cui anche noi siamo tenuti a dare uno sbocco.
E’ in quest’ottica che riscontriamo una differenza sostanziale con il 14 dicembre 2010, laddove percorsi portati avanti da studenti, lavoratori e disoccupati, hanno riversato in Piazza del Popolo quella radicalità espressa nei mesi precedenti di mobilitazione; in quella giornata si è riusciti ad individuare un obiettivo, come il Parlamento, simbolica sintesi di tutte quelle logiche di profitto e sfruttamento protette e sostenute dal sistema politico.
E’ proprio l’origine, o meno, da un percorso di lotta reale che distingue queste due giornate di forte conflittualità e ribadisce che, lì dove esiste un percorso di rivendicazione strutturato, l’elemento opportunista viene più facilmente marginalizzato. Con tutte le contestualizzazioni dovute, i percorsi di lotta messi in campo sia a Terzigno, sia in Val Susa, sono ulteriori esempi di come le lotte popolari riescano, con un lavoro quotidianamente portato avanti, a vivere di una rabbia consapevole, che diriga la propria azione politica verso l’individuazione e il raggiungimento di obiettivi comuni, tramite esperienze e pratiche di lotta che diventano patrimonio della collettività.

Di fronte ad esplosioni di dissenso di questa natura e portata non ci stupisce la violenza con cui l’apparato repressivo si scaglia a difesa dell’ordine costituito. E lo fa con tanta brutalità non solo perché attraversiamo una fase di crisi in cui storicamente gli spazi di agibilità democratica si riducono; ma anche perché il rischio che si creino dei percorsi di lotta che mettano realmente in discussione il sistema socio-economico in cui viviamo, deve essere stroncato sul nascere.
Non è un caso che i media ufficiali portino avanti una campagna delatoria tesa a criminalizzare le lotte sociali e a eliminare quel sentimento di solidarietà di classe fra chi è oppresso ogni giorno. In quest’ottica la trita retorica dei “black bloc”,della divisione tra buoni e cattivi è sempre utile allo scopo e ha un obiettivo chiaro come il sole: sminuire la portata del conflitto e isolare chi vuole attuare pratiche di critica al sistema che vadano oltre i palloncini colorati che invadono la zona rossa. Assai meno comprensibile, per usare un eufemismo, è se un tipo di logica del genere si sviluppa, nello stesso modo, e per le stesse motivazioni, internamente al movimento.

A partire dagli elementi analizzati e dalle criticità emerse, riteniamo che il 15 ottobre debba essere considerato come un punto di partenza per delineare una prospettiva unificante per classe, necessaria prerogativa su cui costruire progettualità e percorsi di lotta reali contro il sistema capitalistico, fondato su sfruttamento e miseria.

Esprimiamo la nostra solidarietà alle compagne e ai compagni vittime della repressione.

“ognuno di noi deve dare qualcosa, per fare in modo che alcuni di noi non siano costretti a dare tutto”.

A Carlo.

Studentifederico II
Colletivo SUN

sabato 29 ottobre 2011

pc 29-30 ottobre - A Modena gli antifascisti si scontrano con la polizia messa a difesa dei fascisti



A Modena gli antifascisti si sono scontrati con la polizia in assetto antisommossa a difesa di un convegno di Fiamma Tricolore e Forza Nuova organizzato per commemorare la marcia su Roma.
Una vetrata dell'Hotel Europa in corso Vittorio Emanuele, a due passi dal centro dietro l’Accademia militare, è stata infranta e le schegge sono arrivate addosso alla dirigente della Digos e ad un altro poliziotto.
Il corteo, poi, ha sfilato fino a piazza Torre presso il sacrario dei caduti ai pedi della Ghirlandina,
dove si teneva il presidio organizzato da partiti e associazioni del centrosinistra, che la "vibrante protesta" ci tenevano a farla ben lontana dall'evento.
L' Emilia Romagna e, in particolare a Modena e provincia (Sassuolo e Pavullo), è da tempo
terreno di rigurgiti fascisti e di violenze razziste, apertura di circoli neofascisti come il Temple bar e l'associazione "Zang tumb tumb" che fanno capo ad un gruppo di associazioni legate a Aikido e al circolo Rometta 81,il tutto con la copertura di esponenti politici locali della Lega e del Pdl.
Presente all'iniziativa dei fasci Willy Uberti, prima consigliere comunale della Fiamma Tricolore,
e poi rieletto nel 2009 nelle fila del Pdl di Campogalliano.
Ma, ancora una volta, l'apologia di fascismo non è reato per questo Stato: manganelli sugli
antifascisti e libertà d'espressione per i topi di fogna!
E' necessaria una mobilitazione che unisca la costruzione di reti antifasciste in ogni città con la
lotta contro la repressione e lo stato di polizia.
Intanto a Ravenna organizziamo un presidio il 3 novembre davanti al Tribunale che intende processarci per avere manifestato contro il boia Storace.


proletari comunisti-Ravenna

venerdì 28 ottobre 2011

pc 28 ottobre - milano - la borghesia non dimentica chi ha sostenuto gli operai INNSE e li processa

Comunicato della RSU e degli operai della INNSE

Sono arrivate, dopo due anni, le richieste di rinvio a giudizio per sedici manifestanti che il giorno 2 Agosto 2009 parteciparono alla protesta, che gli operai della INNSE misero in atto, per cercare di bloccare lo smontaggio delle macchine della fabbrica. La scelta, a caldo, fu quella di manifestare sulla tangenziale. Il mattino la fabbrica era circondata dalla forza pubblica, all’interno squadre di operai avevano iniziato a smontare le macchine, il presidio era stato rimosso all’alba: fu in quella situazione che un corteo spontaneo, ancora poco numeroso, si diresse verso la tangenziale per attirare l’opinione pubblica su ciò che stava accadendo. Un sito produttivo stava per essere demolito senza appello.
La protesta sulla tangenziale durò pochi minuti, si decise di tornare in Via Rubattino raccogliendosi davanti ai cancelli e chiedendo alle istituzioni di intervenire per bloccare lo smontaggio. Non successe niente. Per bloccare lo smontaggio quattro operai e un sindacalista dovettero finire su un carro ponte della fabbrica e vi restarono per nove giorni. La conclusione si conosce bene, la fabbrica venne comprata da un nuovo imprenditore e sta funzionando normalmente, ci sono state nel frattempo nuove assunzioni.
I sedici manifestanti, rinviati a giudizio, sono fra i primi che accorsero quella tragica mattina e manifestarono con noi operai della INNSE affinchè la fabbrica non venisse smantellata. Una scelta che fa loro onore, sostenevano una lotta operaia che andava avanti da oltre quattordici mesi.
Vengono rinviati in giudizio giovani operai, lavoratori precari e studenti che avevano capito fin dall’inizio che la lotta per non far chiudere la INNSE riguardava direttamente anche loro, le loro condizioni di lavoro, il loro futuro. Fin dall’inizio avevano sostenuto il presidio, erano stati solidali con noi anche quando sembrava che la fabbrica fosse morta e sepolta.
Gli operai della INNSE non dimenticheranno mai il ruolo dei sostenitori, diventati centinaia, accampati in Via Rubattino nei giorni cruciali della gru, restituiremo ai sedici sostenitori, che oggi si vogliono processare, la stessa solidarietà che abbiamo ricevuto.
Il messaggio che si vuol mandare è quello di ergere un muro fra gli operai in lotta contro la chiusura delle fabbriche e i militanti che le sostengono: i primi, sopportati a malapena, i secondi denunciati alla magistratura.
Dopo la conclusione della vicenda INNSE tanti, fra istituzioni e partiti, si sono attribuiti meriti che non avevano, tanti hanno speso parole di elogio per aver salvato una fabbrica che ha fatto la storia di Milano, chi invece ha contribuito, con la sua presenza insieme agli operai, a rendere possibile questo risultato deve finire in tribunale.
Come operai della INNSE non possiamo accettarlo e saremo sempre al loro fianco.


Milano 25/10/ 2011

pc 28 ottobre - YEMEN, LE DONNE BRUCIANO I BURQA




YEMEN
Donne in piazza contro Saleh bruciano i burqa

Migliaia di donne yemenite sono scese in piazza per sfidare la brutale repressione delle proteste perpetrata da 9 mesi dal presidente Ali Abdullah Saleh (con il tacito appoggio degli Usa e degli altri paesi che hanno partecipato alla «liberazione» delle Libia). Ieri, a migliaia, si sono ritrovate nelle strade della capitale Sanaa e hanno dato fuoco ai loro burqaa, il velo integrale islamico, e innalzato cartelli in cui stava scritto: «Il macellaio Saleh uccide le donne ed è orgoglioso di questo» o «Noi donne non abbiamo alcun valore agli occhi di Ali Saleh». Era la prima volta che nei 9 mesi di rivolta contro il presidente a vita (è al potere da più di 30 anni e non vuole saperne di togliere le tende), con centinaia di morti e una guerra civile strisciante, che le donne hanno «alzato il livello dello scontro» a un punto molto sensibile della simbologia islamica. Il recente conferimento del Nobel per la pace alla attivista yemenita Tawakkol Karman ha dato ulteriore spinta alle donne yemenite impegnate in una lotta di liberazione che va al di là dell'uscita di scena di Saleh, uomo degli americani, pur nella sostanziale indifferenza della «comunità internazionale» così pronta a intevenire in difesa dei diritti umani e dei «civili» nella Libia di Gheddafi. Secondo una della leader della protesta, Ruqaiah Nasser, solo in ottobre più di 60 donne sono state «attaccate» dalle forze governative nel silenzio «lamentevole» dei leader tribali: «Noi non staremo in silenzio e ci difenderemo se i nostri uomini non sono in grado di difenderci». (IL Manifesto del 27.10.11)

SANAA - Sono ancora una volta le donne a scendere in piazza. Centinaia di donne yemenite hanno dato fuoco, ieri, ai tradizionali veli in segno di protesta contro la brutale repressione del governo alle rivolte popolari del paese.
Sarebbero rimasti uccisi 25 persone, secondo alcune fonti locali. Sarebbero morti durante la notte a Sanaa e nella città di Taiz, nonostante il cassate il fuoco annunciato da Saleh martedì.
"Questo è un appello di donne libere dello Yemen, qui si bruciano le nostre makrama (il tradizionale velo) di fronte al mondo per protestare contro i massacri sanguinosi del tiranno [presidente Ali Abdullah] Saleh,'' si legge sui volantini che le stesse donne scese in piazza hanno distribuito.
Le donne yemenite hanno assunto un ruolo chiave nella rivolta contro il regime di Saleh iniziate lo scorso marzo, e ispirata dalle rivoluzioni in Tunisia, Egitto e Libia.(red. Il Mediterraneo)

pc 28 ottobre - Operai fiat termini imerese: ancora cassa integrazione e ancora attesa...

A 2 mesi oramai dalla chiusura della fabbrica gli operai, che sono in cassa integrazione fino a martedì prossimo, aspettano ancora una soluzione della vertenza che passa per la Regione che ha firmato il contratto di programma per l’investimento degli ormai famosi 150 milioni di euro per la ristrutturazione dell’area di Termini Imerese: i cantieri delle opere, dicono i giornali, partiranno entro 48(!) mesi dall’aggiudicazione delle gare di appalto.

E passa per la Fiat per quanto riguarda l’accettazione dei due anni di cassa integrazione che servono ad alleggerire il peso della Dr Motors: fino a questo momento sembra che la Fiat abbia acconsentito ad accollarsi la cassa integrazione.

E passa anche per l’accordo con la Dr Motors (entro la prossima settimana, dice un sindacalista, sarà pronta la bozza dell’accordo) in particolare, dice la Fiom, sul punto relativo al trattamento economico e contrattuale.

La nuova iniziativa del governo sulle pensioni metterebbe in pericolo invece il piano di “accompagnamento alla pensione” per un buon numero di operai.

Questa cosiddetta trattativa è stata ancora rinviata al 3 e 4 novembre.

pc 28 ottobre - Palermo, studenti in corteo tentano di occupare la banca d'italia


Scuola: studenti Palermo tentano di occupare Banca d'Italia

Manifestanti bloccati da cordone delle forze ordine davanti sede

28 ottobre, 11:25

(ANSA) - PALERMO, 28 OTT - Circa duemila studenti delle scuole superiori, che stanno manifestando a Palermo, hanno tentato di occupare la sede della Banca d'Italia in via Cavour.

Un cordone di carabinieri e polizia ha impedito l'accesso ai ragazzi che protestano contro la riforma Gelmini e il governo Berlusconi. Le vie del centro storico (via Maqueda, corso Vittorio Emanuele e via Roma) sono state a lungo bloccate dal corteo.(ANSA).

***

Corteo studenti contro i tagli: lancio di uova contro le banche

Colpite le vetrine di Unicredit e Intesa San Paolo, "per ribadire ancora una volta quali sono i reali responsabili della crisi finanziaria che sta colpendo le fasce più deboli della societa". E uno slogan: "Blocchiamo tutto. Cacciamo Berlusconi e tutta la casta"

PALERMO. Lancio di uova contro le vetrine delle banche Unicredit e Intesa San Paolo "per ribadire ancora una volta quali sono i reali responsabili della crisi finanziaria che sta colpendo le fasce più deboli della societa". E uno slogan: "Blocchiamo tutto. Cacciamo Berlusconi e tutta la casta". Sono infuriati i ragazzi che prendono parte a Palermo al corteo studentesco composto da centinaia di rappresentanti provenienti da tutte le scuole partito stamattina da piazza Politeama e che attraverserà le vie del centro storico.

"Vogliamo ribadire - dice una delle portavoci del coordinamento studenti medi, Bianca Giammanco - il nostro diritto a non dover pagare per una situazione creata da governi e banchieri". Gli studenti contestano "i tagli alla scuola pubblica, l'accanimento dei presidi sceriffi verso gli studenti protagonisti delle lotte, il caro libri". E chiedono "una scuola libera, gratuita e slegata dalle logiche di mercato/profitto". Al corteo degli studenti medi partecipa anche quello degli iscritti alle facoltà di Lettere, Fisica, Scienze ed Economia. "Ripartiamo dalle mobilitazioni dell'anno scorso - ha detto Michele delle facoltà di Fisica - Il nuovo statuto lo rifiutiamo in toto. Non ci sono punti su cui discutere. Non ci sta bene niente, dall'ingresso dei privati nell'università, ai tagli, ai test d'ingresso, ai corsi di laurea che non partono. La mobilitazione non è solo per questioni studentesche ma anche contro la crisi. I problemi cominciano all'università ma poi ce li portiamo anche fuori da qui".

Gds online

Oalkaand USA - forte resistenza di fronte agli attacchi della polizia agli ' occupy wallstreet' di Oakland

corrispondenza in inglese del 27 ottobre

Occupy Oakland:
Courageous, Determined Resistance in the Face of Brutal Police Assault
Revolution received the following report:

Thursday, October 27, 2011. As we post this report about developments with Occupy Oakland many things are going on. Oakland's mayor Jean Quan's first statement after the brutal police attack on Occupy Oakland Tuesday night had praised the police. But under widespread criticism, Quan issued another statement on Thursday expressing concern for those injured in the police assault and promising an investigation. She also said people would be allowed to return to the Occupation area. And Thursday night, there was a General Assembly in the Plaza and people had set up camp again. The courageous, determined resistance of the Occupiers, the broad outrage at the police violence, and support from others have forced the authorities to take back a step, for now. This is a real victory for the people.

In the wake of fierce resistance in the face of two massive police operations in one day, the Occupy movement in Oakland announced its decision to take its struggle to another level: a general strike and day of mass action for November 2. Across the Bay, in San Francisco thousands gathered at the occupy encampment Wednesday night to prevent a police raid, joined by some city supervisors and candidates for mayor—and though there were buses and police staging across town the attack never came. The authorities seems to be somewhat in disarray, under a spotlight after launching the violent police actions in Oakland on Tuesday—still wanting to crack down, still lying about why, and trying to blame the protesters for provoking the police violence. Meanwhile a young man, Scott Olsen, lies unconscious in critical condition in an Oakland hospital from injuries he received at the hands of the police on Tuesday. Revolutionaries have been involved in this struggle and filed this report.

At 4 pm, on Tuesday, a crowd of 500 people gathered in front of the library in downtown Oakland, just blocks away from Frank Ogawa Plaza, which the people have renamed Oscar Grant Plaza. A facilitator spoke from the steps and balcony, giving props to the librarians who had refused police requests to close. Different people, reflecting the diversity of the movement, gave short statements that were repeated peoples' microphone style. A homeless woman spoke of her love for the movement. A teacher said the system was broken and there is a need for revolution. An announcement was made that we would march to "reclaim the plaza," where the police had attacked and dismantled Occupy Oakland early Tuesday morning, and received roaring approval.



Scott Olsen, seriously injured by police projectile, Oakland, October 25, 2011
photo: Jay Finneburgh

Before the march left the plaza, rapper and musician Boots Riley said:

"I'm proud to see all of you shown' up here in Oakland to show to show that you are committed to that…All over the world, people are wondering what's goin’ to happen here in Oakland. People that are not involved in the movement are looking to see if this is a movement they want to join. People that are in the movement want you guys to win. We are the 99%.We will stop the world and make those motherfuckers jump off. I've been told that we are going to march and take back Oscar Grant Plaza for our comrades that are in jail for the people watchin’ all around the world and for your grandchildren who you'll want to tell that you were here."

The march took off towards Broadway, where an army of police, standing behind metal barricades occupied the plaza, the march turned left toward the police station. It was clear the people would not stand for being bullied. On one corner near the station riot police brandishing huge shotguns with belts displaying shiny shells stood posing. People yelled at the police, "shame, shame" and got up in their faces. There was an arrest. The march split into two. On a smaller street, police grabbed and handcuffed two people and then were surrounded by a crowd of hundreds of angry people demanding "let them go!" Eventually, more cops came in and set off some kind of small explosive. The march scattered briefly, only to reunite with another crowd that had been split off before.

People were determined to go to the plaza and started marching toward it. A chant initiated by revolutionaries resonated with the crowd and rang out again and again: "Rise up with the people of the world. Rise up, rise up, rise up." The march filled the area in the intersection, in front of the line of heavily armed police blockading Oscar Grant plaza. The crowd was chanting "The role of police: to serve and protect—not us—but the 1 percent!"

Suddenly there were extremely loud noises, flashes and sounds of shots. Sparks flew on all sides of us as we ran, people were getting hit. Then the tear gas spread, and people were coughing and covering their faces. In this first big attack, a member of Iraq Veterans against the War was hit in the head at close range by a police projectile.

We talked with photographer Jay Finneburgh who witnessed and photographed the police attack:

"I was at 14th and Broadway about 15 feet from the police line. Without warning they started lobbing flash bang grenades into the crowd. Several went over our heads in the middle of the crowd, they released tear gas.... Scott Olsen, who was directly behind me, got hit in the head and crumpled to the ground. I thought he had tripped and was going to get back up, but I turned around and noticed he was still on the ground and he wasn't moving. Several and myself went back to him. I took several shots while protesters, who were trying to figure out what was wrong with him, started screaming for a medic. And then they lobbed another flash bang right into the group surrounding Scott Olsen. In one of the images I have there is a large flash of light and one of the activists is cringing, and that is when the flash bang grenade went off. At that point there was so much gas I couldn't breath. Three or four people were carrying Scott Olsen, they got him to 15th and set him down. He was bleeding from the head and looked dazed. Somehow people got him to the hospital and I hear he is in stable but critical condition with brain swelling and a two inch crack in his skull. Later I noticed the blood stains where Scott Olsen had gone down and a few feet away I picked up a police projectile, a bean bag. But I heard that police are saying it was a tear gas canister which meant the police must have shot it, not into the air but at head level from only 15 feet away."

During the evening and late into the night many people were hit with projectiles that were shot or lobbed by police, but the people did not go away. Some people reported they heard that tear gas canisters were picked up and thrown back at police. Youth of all backgrounds were predominant in the crowd. There were many people of all ages from the bottom of society. And there was a general sense of comradeliness among people in the huge crowd. Again and again people regrouped, marched, and fearlessly faced the army of riot cops. They chanted "Who are You Protecting?" and "We're still here!" They also put a sports-type chant to good use: "Let's-go, Oak-land!"

There were at least five, maybe seven more attacks that night by police who came from many different cities, and the Internet is filed with photos of protesters with bruised backs, stomachs and legs and some bloodied faces. The National Lawyer's Guild and the ACLU have both issued statements condemning the police actions in Oakland demanding an investigation. They told Revolution that they are getting calls from people who were injured by police projectiles and some from people who fell sick from being tear gassed at close range, including a woman in a wheelchair. They do not yet have figures on the numbers of people injured, nor the extent of their injuries. They are trying to document the different munitions used by the police.

An official police press released blatantly lied about the use of force and made up a ridiculous story that the protesters were the ones using explosives:

Q. Did the Police deploy rubber bullets, flash-bag grenades?

A. No, the loud noises that were heard originated from M-80 explosives thrown at Police by protesters. In addition, Police fired approximately four bean bag rounds at protesters to stop them from throwing dangerous objects at the officers.

Q. Did the Police use tear gas?

A. Yes, the Police used a limited amount of tear gas for a small area as a defense against protesters who were throwing various objects at Police Officers as they approached the area.

In spite of repeated attacks protesters stayed in the streets late into the night, and thousands showed up for the general assembly in the plaza the next evening on Wednesday. The fences were taken down by the people. The police had backed off, for the evening. There were vigils for Scott Olsen. And there were reports of demonstrations from New York to Cairo in support of the people in Oakland. After consensus was reached for the November 2 general strike, people again took to the streets and marched until the early hours of Thursday morning. Occupy Oakland's announcement for the November 2 general strike and mass action ends with the words, "The whole world is watching Oakland. Let’s show them what is possible."

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The following was posted at the Occupy Together website www.occupytogether.org/

Call for Vigils for Scott at Occupations Everywhere
This morning Occupy Oakland and Iraq Veterans Against the War (IVAW) put out a call for occupations across America and around the world to hold solidarity vigils for Scott Olsen, a former Marine and two time Iraq War veteran. Olsen sustained a skull fracture after being shot in the head on October 25 with a police projectile while peacefully participating in an Occupy Oakland march.

Occupy Oakland and IVAW—an organization that Scott Olsen is a member of—are organizing the Oakland vigil. It will be held today, Thursday, October 27, 7:00 pm PST, during the General Assembly of Occupy Oakland at 14th St. and Broadway.

They are also calling on other occupations that are part of the 99% movement to take time to vigil for Scott this evening. Some occupations will take a few moments during their General Assembly to hold Scott in their thoughts, to honor his commitment to social justice, and to hope for his strong recovery.

Scott joined the Marines in 2006, served two tours in Iraq, and was discharged in 2010. Scott moved to California from Wisconsin and currently works as a systems network administrator in Daly City.

Scott is one of an increasing number of war veterans who are participating in America's growing Occupy movement. Said Keith Shannon, who deployed with Scott to Iraq, "Scott was marching with the 99% because he felt corporations and banks had too much control over our government, and that they weren't being held accountable for their role in the economic downturn, which caused so many people to lose their jobs and their homes."

People across the country reacted with outrage yesterday to the police brutality unleashed against peaceful people engaged in protest in Oakland—and particularly to the injury of Scott Olsen. Occupy Oakland has been a public forum, set up on public land, concerned with critical public issues about the nation’s financial crisis, consolidation of wealth and power, and the ability of citizens to meaningfully participate in the democratic process. The brutality they were met with sends a chilling message to those who want to serve their country by working for social change.

Scott is currently sedated and in critical condition at a local hospital.

pc 28 ottobre - val susa contro la militarizzazione

Accade in Valsusa – storie di ordinaria intimidazione (e repressione)

.“Capita un giorno, mentre rientri a casa dopo una settimana di lavoro, di imbatterti in 2/3 blindati della polizia di stato che stanno percorrendo la tua stessa strada andando verso Chiomonte. Solito orario, è il cambio turno.
Situazione (non) “normale” dalle nostre parti negli ultimi mesi questo continuo via vai di mezzi blu, neri o grigio verdi che cambiano i turni “incontrandoti” con una precisione tale che neppure se ti dessi appuntamento saresti così preciso nell’incrociarti .
Quello che non dovrebbe capitare in questa (non) “normalità” è che in una sera in cui la stanchezza della settimana lascia spazio ai pensieri verso il week end tanto atteso e guidi sereno verso casa ad un certo punto noti che i 3 mezzi alla tua sinistra in sorpasso appena vedono che sei un NO TAV con i tuoi adesivi orgogliosamente in mostra sulla tua auto che fanno?…rallentano, ti affiancano, ti guardano per un attimo e tirando giù il finestrino ti salutano mostrandoti un bel “dito medio in divisa blu” …ma come???
ti chiedi stupefatto, indispettito e stralunato…queste cose accadono alle volte tra automobilisti indisciplinati! tra cafoni vorrei aggiungere in quel momento! un funzionario dello stato per lo più in servizio, non diresti mai che potrebbe commettere una bassezza del genere!
Invece succede e rimani incredulo, senza parole, sono frazioni di secondo, ti rendi conto dell’offesa subita proprio da coloro dovrebbero difendere il tuo interesse e tutelare noi cittadini…e ti chiedi: ma con che arroganza fai questo?? e perchè?
quindi un “va a quel paese” mentre prosegui per la tua strada ti sembra il minimo per ringraziare quel “caloroso” saluto.
Punto, e accapo, pensi che la tensione forse è un po’ alta da parte di tutti in questo periodo, passato lo stupore di quel gesto non ci pensi più e vai avanti nel tuo cammino quotidiano .
Invece no, “qualcuno” che ha deciso di “investire” tempo e soldi (nostri) decide dopo quasi un mese dall’accaduto quando tu te ne sei completamente dimenticato, di ribaltare le carte del gioco….per fini politici forse?
E così capita che un giorno ti suona il telefono e all’improvviso ti ritrovi catapultato in una realtà completamente diversa, che non conosci affatto, che non sai gestire da solo perchè non ti era mai capitato di ritrovarti all’interno di un ufficio della sezione investigativa della digos di Torino a sentirti dire che quel giorno tu hai oltragiato un pubblico ufficiale facendo lui un gesto offensivo! ti scrutano, ti chiedono, ti parlano mentre tentano di carpire chissà cosa perfino dai tuoi movimenti e ti dicono che quello che ha oltraggiato facendo il dito medio non è la persona in divisa che si sporgeva da quel finestrino, ma sei tu.!!!
Da oggi sono indagato per il reato di “oltragio a pubblico ufficiale” di cui l’art 341 bis del codice penale per un atto che HO RICEVUTO da chi in quel momento andava a rappresentare quello che mi sforzo ancora di voler chiamare lo stato italiano.
Inizia un nuovo percorso della mia vita e della mia lotta che in un certo senso avevo anche pensato di dover mettere in conto ma non per una cosa così sciocca e priva di significato. Già…il significato…forse sciocco per me ma evidentemente non sciocco per chi ha deciso che ogni teatrino da montare può essere utile a cercare di metterci i bastoni tra le ruote.
Non dimentichiamoci mai che dobbiamo RESISTERE PER CONTINUARE AD ESISTERE!”

una denuncia

Sandro Plano presidente della comunità montana val susa e sangone commenta l’inserimento nel ddl sviluppo del governo Berlusconi del tunnel geognostico di Chiomonte come opera di interesse strategico. Di fatto le recinzioni del cantiere tav di Chiomonte in val di Susa verranno dichiarate zona militare. In un primo commento a caldo rilasciato al quotidiano LaStampa di Torino Plano vedeva tra i colpevoli di questa grave decisione i compagni di partito del pd che a detta del presidente di fatto si trasforma sempre di più da partito di centro sinistra a “partito dei militari”. Ricordiamo infatti le gravi e ripetute dichiarazioni dei parlamentari pd Stefano Esposito e Giorgio Merlo che da mesi invocavano e invocano l’uso della forza contro il movimento no tav. Un fallimento della politica, secondo Plano, che dopo anni di finto confronto arriva oggi per mani delle più alte cariche dello stato italiano a cercare di imporre con la forza le decisioni ai suoi cittadini. Da valsusino poi, prosegue, i sentimenti esplodono, vedere i luoghi in cui si è nati e cresciuti minacciati di distruzione fa male e fa arrabbiare. Dal canto suo il movimento non si tirerà di certo indietro di fronte a questo nuovo e gravissimo affronto. Nulla cambia e nulla cambierà. Da anni la val di Susa combatte per la difesa del suo territorio, combatte per il suo futuro: vedere i governi passare sui teleschermi, vedere migliaia di poliziotti invadere i campi e i boschi è ormai una routine a cui i valsusini si sono abituati ma che sicuramente non tollerano e non tollereranno in futuro. Se oggi in Italia per costruire un’opera pubblica è necessario schierare l’esercito, militarizzare i territori questo da solo la dice lunga sul fallimento della politica. Sempre più inoltre si apre una voragine tra chi pensa di governare e chi invece ha deciso di scrivere la propria storia e decidere il proprio futuro.
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pc 28 ottobre - mobilitarsi contro i presidi fascisti.. Palermo

"Chi sciopera non andrà in gita"
La linea dura del preside-sceriffoChi blocca l'attività didattica con occupazioni e autogestioni rischia di beccarsi da 15 a 30 giorni di sospensione: lo ha deciso Roberto Tripodi, preside dell'istituto tecnico industriale Alessandro Volta


Niente gite, attività extrascolastiche e corsi di recupero per le classi che partecipano a scioperi e a manifestazioni. E chi blocca l'attività didattica con occupazioni e autogestioni rischia di beccarsi da 15 a 30 giorni di sospensione. Roberto Tripodi, preside dell'istituto tecnico industriale Alessandro Volta, a Settecannoli, ha messo nero su bianco, in una circolare che ha fatto il giro di tutte le aule, le sue direttive in vista di una nuova stagione di proteste studentesche. "Ho raccolto - dice Tripodi - le indicazioni dei genitori e dei professori, riuniti in assemblea lunedì scorso. Non si può certo pensare di far seguire i corsi di recupero o di far partire per i viaggi di istruzione ragazzi che la mattina non seguono le lezioni. A differenza dello scorso anno, questa mia posizione di rispetto delle regole è condivisa anche dagli altri docenti. Il diritto allo studio va garantito".
I leader del movimento, invece, parlano di una "campagna di repressione" da parte dei "presidi sceriffi". "Quelle di Tripodi - dicono i ragazzi del Coordinamento studenti medi Palermo - sono minacce inaccettabili. Mentre a Palermo i tetti delle scuole cadono in testa agli studenti, ci sono presidi che pensano che oggi il problema della scuola siano le manifestazioni e le attività di dissenso contro gli attacchi alla scuola pubblica".
Nel coordinamento Studenti medi ci sono anche i ragazzi del Collettivo del Volta. "Siamo indignati

- dicono - per il comportamento del nostro dirigente che ancora una volta dimostra la volontà di reprimere noi studenti che lottiamo ogni giorno, all'interno delle nostre scuole, per un futuro vivibile e per una scuola pubblica accessibile a tutti e slegata da logiche di mercato e profitto".
Tripodi però non arretra, anzi. A chi lo accusa di essere un "preside sceriffo", risponde: "Se mi dicono sceriffo - dice - vuol dire che loro vivono in un far west senza regole. Saranno accettate solo forme di dissenso democratiche, realizzate attraverso gli organi collegiali e non distruttive dell'attività didattica. Non certo quelle provocate da gruppi estremisti che impediscono agli studenti di fare lezione".
In ogni caso, al Volta, le assenze per manifestazioni e scioperi saranno considerate ingiustificate. Lo scorso anno scolastico 116 studenti non sono stati ammessi agli scrutini finali per avere superato il limite dei cinquanta giorni di assenza.

(27 ottobre 2011)

pc 28 ottobre - aggressione mafioso-razzista contro due immigrati Tamil a Palermo - uno grave

Pestaggio di due tamil alla Zisa …

CRONACAPestaggio di due tamil alla Zisaquattro arresti della poliziaUno è il figlio diciannovenne del capomafia della zona, i giovani sono tutti residenti nel quartiere. A riconoscerli e a descriverli agli investigatori è stato uno dei due immigrati, l'altro è ancora ricoverato in coma di ROMINA MARCECA

PALERMO - Uno è Salvatore, il figlio diciannovenne del capomafia della Zisa, Tommaso Di Giovanni. Gli altri tre, arrestati come lui per tentato omicidio dal commissariato Zisa, erano con lui durante il pestaggio, mercoledì scorso alla Zisa, di due giovani Tamil in via Re Tancredi. Uno dei due ragazzi, Naguleashwaran Subramaniam, è ricoverato in coma per un trauma cranico nel reparto di seconda rianimazione dell'ospedale Civico. Il suo amico Mohanraj Yoganathan, ha riportato diverse contusioni sul corpo, ma ha descritto e riconosciuto i loro aggressori.
Gli altri tre arrestati sono Massimiliano D'Alba, 20 anni, Salvatore Savignano, 23 anni. Il terzo è stato fermato il giorno dopo l'aggressione Vincenzo Cilona, 20 anni. I giovani sono tutti residenti nella zona. A coordinare le indagini è stato il sostituto procuratore, Gianluca De Leo. I quattro fermati non hanno risposto alle domande della polizia. A riconoscerli e a descriverli agli investigatori è stato Mohanraj Yoganathan. Per alcune notti gli investigatori di Zisa, diretti dal Francesco Accordino, si sono appostati nel quartiere seguendo i movimenti dei giovani. Poi, grazie alle descrizioni di Mohanraj, hanno individuato i quattro componenti della banda. L'investigativa di Zisa, coordinata dall'ispettore Carlo Salvago, è adesso a caccia degli altri sei aggressori.
Il branco ha sorpreso i due amici Tamil mentre stavano festeggiando con una birra il compleanno. In dieci li hanno colpiti con caschi, bottiglie e mazze mentre i due ragazzi erano per strada in via Re

Tancredi, intorno alle 3 del 19 ottobre. Quando i due connazionali, originari dello Sri Lanka, erano già svenuti a terra, la gang ha concluso l'aggressione a calci, pugni e sputi, riducendo in fin di vita uno dei due stranieri. Nessuno li ha soccorsi, nonostante la strada sia un piccolo budello del quartiere pieno di palazzi e un bar fosse ancora aperto a quell'ora. Subramaniam ha 30 anni e lavora con Mohanraj al Cha, un locale dedicato principalmente al rito del tè che si trova vicino al Politeama. Secondo una prima ricostruzione della polizia, l'aggressione sarebbe sfociata per odio razziale. I dieci palermitani non avrebbero sopportato che i ragazzi stranieri frequentassero la stessa panineria del loro gruppo. Già nei giorni precedenti all'aggressione, lo stesso gruppo aveva scagliato alcune pietre contro l'abitazione dei due amici

pc 28 ottobre - arresti a Pisa e Roma per il 15 ottobre - 2novembre udienza in tribunale per gli altri arrestati

Scontri Roma: arrestato un giovane nel Pisano
Farebbe riferimento all'area antagonista samminiatese
27 ottobre, 22:25

PISA, 27 OTT - I carabinieri del reparto operativo di Pisa e della compagnia di San Miniato (Pisa) hanno arrestato un giovane di 28 anni accusato di avere partecipato agli scontri di Roma del 15 ottobre scorso in occasione della manifestazione degli indignati. L'identita' della persona arrestata non e' ancora stata resa nota, ma da quanto appreso si tratterebbe di un giovane che gravita nell'area antagonista samminiatese.

da repubblica
GLI SCONTRI DI ROMA
Cinque minorenni ai domiciliari per i disordini al corteo 'Indignati'I ragazzi, già identificati e denunciati lo stesso giorno degli incidenti in piazza San Giovanni. Avevano lanciato sassi e bombe carta contro le forze dell'ordine e avevano poi dato alle fiamme alcuni cassonetti in via Merulana
Cinque minorenni sono finiti agli arresti domiciliari su ordine del gip del tribunale di Roma, Adele Simoncelli, in merito agli scontri avvenuti in piazza San Giovanni nel corso della manifestazione degli Indignati il 15 ottobre scorso. Si tratta di 5 ragazzi incensurati, 4 sedicenni e un diciassettenne, che erano già stati denunciati dalle forze dell'ordine nella giornata di sabato 15 ottobre.

Le ordinanze di custodia cautelare domiciliare sono state eseguite questa mattina dagli agenti del commissariato Viminale di Roma, diretti da Gaetano Todaro. L'accusa per i 5 è di resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale e danneggiamento seguito da incendio. I giovani avevano lanciato sassi e bombe carta contro le forze dell'ordine e avevano poi dato alle fiamme alcuni cassonetti in via Merulana. Il gruppo era stato trovato con due maschere antigas, un manico di piccone con nastro adesivo come impugnatura e volantini inneggianti alla rivoluzione


Scontri, udienza arrestati fissata per il 2 novembre

Si discuteranno le istanze delle difese che hanno chiesto la revoca o, in subordine, la modifica dell'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Elvira Tamburelli nei confronti degli undici manifestanti fermati il 15 ottobre per gli incidenti con le forze dell'ordine avvenuti mentre sfilava il corteo degli IndignatiIl tribunale del riesame di Roma ha fissato al 2 novembre prossimo l'udienza per discutere le istanze delle difese che hanno chiesto la revoca o, in subordine, la modifica dell'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Elvira Tamburelli nei confronti degli undici manifestanti fermati il 15 ottobre per gli incidenti con le forze dell'ordine avvenuti mentre sfilava il corteo degli Indignati.

A rivolgersi al Tribunale della libertà sono stati, in particolari, gli avvocati di Giovanni Caputi, Giuseppe Ciurleo, Alessandro e Giovanni Venuto, Lorenzo Giuliani, Robert Scarlet, Valerio Pascali, Stefano Conigliaro e Ilaria Ciancamerla (ancora detenuti in carcere) e quelli di Alessia Catarinozzi e Alessandra Orchi, che invece hanno ottenuto gli arresti domiciliari. Il reato contestato a tutti gli indagati, al momento, è quello di resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale.

L'unico a tornare in libertà è stato Leonardo Serena, a carico del quale, secondo il gip, non sussistono i gravi indizi di colpevolezza. Il tribunale del riesame deve ancora fissare, invece, l'udienza per Fabrizio Filippi, il 24enne del Viterbese soprannominato 'Er pelliccia', anche lui accusato di resistenza a pubblico ufficiale in relazione al lancio di un estintore durante i disordini

pc 28 ottobre - NO TAV definitivamente libere Elena e Marianna


Tav, stop agli arresti domiciliari per le due attiviste No Tav

Revocate le misure cautelari per Elena Garberi e Marianna valenti, arrestate per gli scontri del 9 settembre. Ma non possono andare nè a Chiomonte nè a GiaglioneIl gip Roberto Salerno ha revocato le misure cautelari degli arresti domiciliari per Elena Garberi, detta Nina, e dell'obbligo di dimora per Marianna Valenti, le due militanti del movimento No Tav arrestate a Chiomonte negli scontri al cantiere della Maddalena la sera dello scorso 9 settembre. Per entrambe, tuttavia, permane il divieto di ingresso nei Comuni di Chiomonte e Giaglione.
A chiedere la revoca della misura per Valenti, 20 anni, costretta fino a oggi nella casa della sua famiglia a Oglianico, era stato l'avvocato Marco Melano, che aveva chiesto in subordine il divieto di ingresso a Chiomonte e Giaglione.
Quest'ultimo provvedimento era invece stato chiesto da Gianluca Vitale, legale di Garberi, 39 anni, in sostituzione degli arresti domiciliari.
Soddisfazione per la revoca dei provvedimenti più restrittivi è stata espressa dal Movimento No Tav che, su alcuni siti, sottolinea che il divieto di ingresso a Chiomonte e Giaglione è una "prescrizione che limita la libertà di dissenso ed espressione".