sabato 24 settembre 2011

pc 24 settembre - LAMPEDUSA "DI QUALE GUERRA TRA POVERI SI PARLA..."



Riportiamo un articolo di Anna Maria Rivera uscito su Il Manifesto di oggi, che proletari comunisti condivide.

Perché a Lampedusa non è una simmetrica guerra tra poveri (Annamaria Rivera).24/09/2011

C’è un video del quotidiano La Stampa sui fatti di Lampedusa che mostra un rimpatrio collettivo di tunisini dopo la rivolta. Il breve filmato ha due sequenze che restituiscono, con grande pregnanza simbolica, il senso del trattamento riservato a coloro che l’indegno sindaco dell’isola definisce delinquenti. La prima mostra un bus, carico di migranti e diretto verso l’aeroporto: sulle fiancate, due insegne vistose di “Lampedusa accoglienza”. Nella successiva si vede l’imbarco coattivo dei tunisini su un aereo delle Poste italiane: rispediti al mittente come pacchi postali dall’indirizzo inesatto, e non è una metafora.
Soffermiamoci sul primo simbolo. “Lampedusa accoglienza” è un cartello tra “Blu coop” di Agrigento e “Sisifo”, consorzio palermitano di cooperative sociali, entrambi aderenti alla Lega delle Cooperative. La sequenza citata appare doppiamente sarcastica: il cartello “rosso”, cui è stata affidata la gestione del Cpsa (Centro di primo soccorso e accoglienza), di fatto divenuto centro di detenzione, in quel momento è complice di un illegale rimpatrio collettivo. La parola “accoglienza”, della quale esso si ammanta, suona ancor più derisoria alla luce di un altro fatto.
Secondo un testimone oculare, il fotogiornalista Alessio Genovese, uomini di “Lampedusa accoglienza” avrebbero partecipato al tentativo di linciaggio popolare dei migranti dopo il rogo del Centro, la fuga e la protesta. «Erano in prima fila a picchiare e sputare sui tunisini», racconta Genovese.
Se questo è vero, di quale “guerra fra poveri” si parla? Di quali “conflitti di prossimità”? La guerra fra poveri presuppone una certa simmetria fra i contendenti. Ora, vi sembra che dei migranti, per eccellenza individui di status inferiore, per di più in fuga disperata, esasperati dalle pessime condizioni di detenzione e dalla prospettiva del rimpatrio, abbiano lo stesso potere di certi energumeni che, armati di bastoni, li aggrediscono per difendere i profitti dell’impresa? Oppure del sindaco De Rubeis che incita al pogrom? Del gruppo di isolani che tenta di lapidarli? Della polizia che non sa far altro che caricare, peraltro spalleggiata da cittadini?
Quanto ai conflitti di prossimità, essi presuppongono, ci dice la sociologia, non solo un’oggettiva prossimità spaziale, ma anche qualche esperienza di convivenza. Mille indizi ci fanno immaginare che invece, nella percezione di buona parte dei lampedusani, i migranti e i rifugiati – che la criminale inettitudine governativa addensa nell’isola oltre ogni misura – non siano altro che ombre minacciose, fantasmi di un’alterità ostile, massa informe che si espande come magma inarrestabile: «nonpersone», per dirla alla maniera di Philip Dick, private perfino «del nudo scheletro dell’esistenza».
La testimonianza di Genovese contiene una frase di splendida semplicità. Quando i tunisini in fuga si sono rifugiati nel piazzale dinanzi al porto commerciale per trascorrere la notte, «nessuno gli ha portato da mangiare e da bere». Forse sarebbe bastato questo gesto – che un’etica compassionevole riserva anche agli animali non umani – per attenuare la paura reciproca, sciogliere la tensione, cercare una soluzione, almeno temporanea, del conflitto.
Non sottovalutiamo affatto il disagio drammatico vissuto dall’isola, vittima della politica irresponsabile di un governo da operetta. Eppure, se ci chiedessero da che parte stiamo, risponderemmo senza esitazione: dalla parte di chi si ribella a un abisso d’ingiustizia e umiliazione.

Da Il Manifesto del 24/09/2011

pc 24 settembre - manifestazione a palermo contro le galere del moderno schiavismo

palermo - le galere del moderno schiavismo -


PRESIDIO CITTADINO
DOMENICA 25
>
Domenica 25 ore 17,00 al porto di Palermo, molo S.lucia, presidio cittadino
contro la segregazione e la deportazione dei migranti tunisini
NO ai CIE galleggianti!


Gli immigrati bloccano
il porto di Linosa
La questura ha acquisito foto e filmati degli scontri a Lampedusa in cui compaiono isolani armati di bastoni
Gli immigrati bloccano
il porto di Linosa
La protesta di 90 tunisini. Intanto la questura indaga
sui lampedusani violenti
NICCOLO' ZANCAN

INVIATO A LAMPEDUSA
E così anche l’isola che l’Italia sta per candidare all’Oscar è nei guai. Anche la piccola, remota, verdeggiante Linosa, sfondo dell’ultimo film di Emanuele Crialese, «Terraferma» di pace e accoglienza, ieri ha conosciuto una nuova storia. È successo questo: nella notte di giovedì sono sbarcati 30 tunisini da un minuscolo peschereccio con il motore in avaria. Ogni tanto capita. Sono migranti che sbagliano rotta e vanno a sbattere sullo scoglio sbagliato. La gente dell’isola, 380 residenti, è abituata. Il sindaco facente funzione (quello vero è il sindaco di Lampedusa) si sveglia, prende l’Ape e va a chiamare la titolare dell’unico minimarket. Poi Salvatore Ramirez offre dei kit preconfezionati, scarpe e magliette, acqua e biscotti, infine indica la strada: i 30 nuovi arrivati sono andati a dormire insieme ad altri 68 tunisini, già accampati nella palestra comunale. Però è stata una brutta notte. Forse hanno sentito per telefono che questi non sono giorni buoni per i cercatori di fortuna. Fatto sta che ieri pomeriggio alle due, quando hanno visto arrivare il traghetto Palladio - una nave di linea piena di cibo, turisti e parenti - hanno deciso che era venuto il momento di continuare il loro viaggio. Tutti insieme sono usciti dalla palestra e si sono incamminati verso il molo di Linosa. Sull’isola ci sono sei carabinieri. Il capitano della Palladio aveva già fatto lanciare le cime, quando ha ricevuto l’ordine di non attraccare. Troppo pericoloso. Situazione fuori controllo. Ne è scaturita una protesta furiosa: la prima.

I residenti volevano abbracciare i loro amici, i tunisini volevano partire. Gente incatenata alle bitte per impedire al traghetto di allontanarsi. Urla, tensione. La Palladio immobile in porto, ma ancora lontano dal molo. Mentre i carabinieri di Lampedusa - avvisati dai colleghi - inviavano due motovedette. Ma servivano quasi due ore di navigazione.

A Linosa tutti stavano chiedendo la stessa cosa: libertà di viaggiare. All’arrivo dei rinforzi, è stata presa una decisione inedita: la Palladio è stata fatta attraccare, turisti e parenti sono scesi, mentre i 98 tunisini sono stati imbarcati quasi come passeggeri normali (anche se a Porto Empedocle già stavano organizzando il servizio d’ordine).

Una giornata strana. Di brutti piccoli segnali. Ieri a Lampedusa si è battuto il record di assenze. Solo 31 immigrati nel centro d’accoglienza, trenta uomini e una donna. Ma a qualcuno non è bastato. Dopo la rissa di mercoledì sassi e bastoni contro i tunisini dove per la prima volta alcuni lampedusani sono passati dalla parte del torto (i carabinieri stanno studiando i filmati degli scontri), ieri notte un incendio doloso ha svegliato il paese. Sulla curva di via Lido Azzurro bruciava la Ford Fiesta di Cono Galipò. Ovvero l’auto dell’amministratore delegato della cooperativa che gestisce il centro di accoglienza dell’isola. «Più che spaventato sono inferocito - dice Calipò - ho sempre avuto un buonissimo rapporto con la popolazione di Lampedusa, diamo lavoro a 120 famiglie, mi è difficile capire». Tre dati non giustificano l’intimidazione mafiosa, ma raccontano bene cosa è successo a Lampedusa nella sua storia recente: 11 mila immigrati nel 2007, 34 mila nel 2008, 52 mila solo nei primi sette mesi del 2011.


Annunci PPN

pc 24 settembre - Palermo, Contro la repressione

Il circolo di proletari comunisti di Palermo partecipa al corteo pomeridiano organizzato dallo Studentato Autogestito Anomalia contro lo sgombero del centro dei giorni scorsi per mano del rettore dell'Università Lagalla, attuale candidato del Pdl a prossimo sindaco di Palermo.
di seguito il volantino del circolo

***

Ø Basta con la repressione delle lotte sociali!


Ø Organizziamoci per fermare l’avanzare del moderno fascismo e dello stato di polizia


Multe, denuncie penali, fermi, arresti temporanei, avvisi orali, a parte gli sgomberi forzati, le intimidazioni, le botte a colpi di manganello, polizia e digos sempre presenti a “controllare” anche con foto e filmati illegali… è tutto questo e altro che molti palermitani, per restare a livello locale, che lottano sopportano oramai da troppo tempo.



Ecco cosa hanno ricevuto in anni di lotte LAVORATORI, PRECARI E DISOCCUPATI (lsu, ex pip, gesip, rottamai…), SENZA CASA (zen, casa guzzetta, container via messina marine, ex onpi…), GIOVANI E STUDENTI E CENTRI SOCIALI (laboratorio zeta, anomalia…) ecc. ecc.


Tutti quelli che infatti per un motivo o per l’altro, per difendere o per trovare il posto di lavoro o per la casa, o per la difesa degli spazi occupati, lottano per riprendersi i diritti che questo Stato nega continuamente - con tutte le sue amministrazioni locali - invece di ricevere risposte vedono trasformare le loro giuste ragioni in QUESTIONI di ORDINE PUBBLICO.


Con questo tipo di “ordine pubblico” le Istituzioni violano costantemente le loro stesse regole e le leggi, le stesse leggi dello stato borghese: quelle sulla libertà di movimento e di espressione, ma soprattutto quelle fondamentali, quelle che dicono che ognuno ha diritto ad una vita dignitosa!


Non solo, ma provano anche ad ingannare sempre dicendo che tutto questo lo fanno per difendere “il popolo”. Questo governo e queste istituzioni NON SONO PER NIENTE LEGITTIMATI ad agire in “nome del popolo”, ciò che accade in particolare in questi giorni dimostra esattamente il contrario: ciò che difendono davvero le “forze dell’ordine” è appunto la ricchezza dei politici e dei padroni accumulata grazie al sistema capitalistico e con la violenza con l’inganno con la truffa e la corruzione portate ad un livello mai visto prima!


L’unica VERA LEGITTIMITA’ è DI CHI LOTTA PER MIGLIORARE LE CONDIZIONI DI VITA E DI LAVORO come dimostrano le lotte praticamente di ogni settore sociale, piccole e grandi ma che non finiscono mai, e non sono certo i ricatti, gli “inviti” a smettere che possono fermare le lotte, che anzi spesso le alimentano perché SI INGIGANTISCE OGNI GIORNO DI PIÙ L’INDIGNAZIONE E LA RABBIA di fronte ad una situazione in cui a pagare ogni forma di “crisi” sono sempre le stesse persone, i proletari innanzi tutto, e cioè quelli che per sopravvivere devono solo lavorare, quando questo lavoro si trova! E poi i più deboli come gli anziani, i giovani, i bambini…


Questo tocca naturalmente tutto il paese dal nord al sud, italiani e immigrati: alla disoccupazione crescente, alla disperazione di giovani e meno giovani che non hanno un futuro, alle lotte sociali come quelle del movimento Notav, non si può rispondere con la repressione; la ribellione popolare cresce con il crescere delle grandi ingiustizie portate avanti coscientemente da una borghesia al potere che si fa ogni giorno più cinica e impossibile da sopportare. È per questo che il “popolo” non ha altra via che quella di riprendersi la propria dignità innanzi tutto con una rivolta popolare che spazzi via tutto il marciume…


Contro la repressione è necessario un fronte comune, una rete di tutti i soggetti colpiti, che insieme possano fare da argine ai continui attacchi, alle continue intimidazioni e alla valanga di pressioni contro chi lotta; che sia punto di riferimento per chiunque voglia contribuire ad ostacolare seriamente l’avanzata del moderno fascismo e dello stato di polizia.


Circolo proletari comunisti Palermo – email: prolcompa@libero.it


Leggi il quotidiano online http://proletaricomunisti.blogspot.com/


fip 24.9.11

pc 24 settembre - repressione contro la lotta dei diplomati disoccupati in Marocco


testo in francese in via di traduzione

Maroc : Répression contre la lutte des diplômés chômeurs


Les faits sont survenus hier après-midi. Le chômage qui frappe, dans les pays arabes, une jeunesse qui a bénéficié d'une certaine "généralisation" de l'enseignement, est un ferment révolutionnaire considérable.



Les victimes de l'intervention des forces de répression sur les diplômés chômeurs à Al Hoceima
Source



L’intervention sauvage des forces de répression a provoqué plusieurs blessures graves, en plus des arrestations dans les rangs des militants de l’Association nationale des diplômés chômeurs, dans les sections de la région d’Al Hoceima.

La police est intervenue à 9h ce matin avec violence contre les militants de l’association en sit-in depuis un jour, devant la délégation du ministère de l’éducation nationale et le Centre de formation des instituteurs. Selon un membre du secrétariat de la coordination régionale ANDCM Al Hoceima plusieurs blessés sont dans un état grave, dont le président de la section d’Imzourn, Koutiba Elabouti, qui a été jeté du troisième étage du bâtiment après l’entrée de la police. Il a été transporté avec d’autres blessés à l’hôpital, encerclé et sous blocus en ce moment, nous empêchant d’avoir les détails sur nos blessés. En ce moment, les diplômés chômeurs sont arrivés devant l’hôpital où ils sont rassemblés, tandis que les forces de l’ordre maintiennent leur blocus sur le centre hospitalier.

•Les victimes de l'intervention des forces de répression sur les diplômés chômeurs à Al Hoceima :

- Qoutaiba Al Abouti : Fracture au niveau du bras, du pied ainsi qu'une grave blessure au niveau de la tête. Ce dernier est en salle de réanimation et fort probable qu'il subisse dans les prochaines heures une opération (Imzouren).

- Ahmed Al Mkenfi : Fracture au niveau du pied (Bouayache).

- Ibrahim El Khlifi: Fracture au niveau du pied (Imzouren).

- Hakim EL Kadouri: Fracture au niveau du pied (Bouayache).

Ainsi que l'enregistrement de plusieurs cas de blessures graves, et la liberation de tous les détenus .


En ce moment les diplômés chômeurs organisent un Sit-in devant l'hôpital régional après avoir participer à une manifestation qui a connu une présence massive de la part des habitants de la ville criant haut et fort : Non à la répression !!



Merci pour l'info, et solidarité aux camarades et aux masses populaires du Maroc !

pc 24 settembre - la umanità e civiltà superiore dei tunisini immigrati a fronte dell'inciviltà razzista delle ronde di cittadini lampedusani

September 2011
Scusa Lampedusa

Eccoli i
volti del nemico. Sono i tunisini del centro di accoglienza di
Lampedusa. Ragazzi come noi. Che violando la legge sull'immigrazione
chiedono il diritto alla liberta' di circolazione negli anni della
globalizzazione e della mobilita' internazionale. Lo avevano scritto
anche sugli striscioni su cui hanno disegnato una catena spezzata:
"Liberta' Freedom". E poi una richiesta di scuse, scritta in italiano:
"Scusa Lampedusa". Perche' l'isola non si merita di tornare una colonia
penale come all'epoca dei Borboni o come ai tempi del confino durante
la dittatura fascista.
Quegli striscioni sono rimasti a terra dopo la
violenta carica della polizia in tenuta antisommossa, di cui ieri vi
abbiamo mostrato le immagini. Altro che liberta', altro che scusa
Lampedusa. Solo violenza cieca di uomini in divisa e comuni cittadini.

Intanto il centro d'accoglienza dell'isola e' stato svuotato nel giro
di 24 ore. Circa 700 tunisini per ora si trovano nel porto di Palermo,
illegalmente detenuti su tre navi, la “Moby Fantasy” e la "Moby
Vincent" della Moby e la “Audacia” di Grandi navi veloci, di fatto
trasformate in centri illegali di detenzione galleggianti. A fargli
compagnia potrebbero presto arrivare i 98 tunisini detenuti a Linosa,
che oggi hanno bloccato per alcune ore il traghetto per Porto Empedocle
chiedendo di poter salire a bordo per lasciare l'isola.
Intanto sulla
frontiera sembra esserci stata una svolta. Stanotte infatti per la
prima volta una imbarcazione con 75 tunisini, tra cui due donne, e'
stata dirottata a Porto Empedocle, a Agrigento, anziche' essere
sbarcata a Lampedusa. Segno che dal Viminale c'e' stato un ordine
preciso di sospendere temporaneamente i trasferimenti sull'isola.



Tratto dal blog FORTRESS EUROPE di Gabriele del Grande

pc quotidiano 24 settembre - Inchiesta G8, 18 rinvii a giudizio

ci sono Anemone, Balducci e Guido Bertolaso, ex capo della Protezione Civile

Il giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Perugia Claudia Matteini ha rinviato a giudizio 18 dei 19 imputati dell'inchiesta G8 relativa ad appalti e corruzione. Tra le persone che saranno processato il 23 aprile del prossimo anno vi sono l'ex capo della protezione civile Guido Bertolaso, l'ex presidente del Consiglio superiore dei Lavori Pubblici Angelo Balducci e l'imprenditore Diego Anemone.

Secondo l'accusa ci sarebbe stato uno scambio di favori e corruzioni tra imprenditori e pubblici ufficiali per l'assegnazione degli appalti per i Grandi Eventi. Fra i reati contestati, a vario titolo, l'associazione per delinquere e la corruzione. L'unico degli indagati ad essere stato prosciolto è stato Francesco Alberto Covello. Nessuno degli indagati era presente in aula al momento della lettura del dispositivo.

I nomi. Il 23 aprile del 2012 si aprirà il processo per Diego Anemone (imprenditore), Angelo Balducci (ex presidente del consiglio superiore dei Lavori Pubblici), Mauro Della Giovampaola (funzionario pubblico incaricato della gestione dei Grandi Eventi), Fabio De Santis (ex provveditore alle opere pubbliche della Toscana), Simone Rossetti (collaboratore di Anemone), Guido Bertolaso (ex capo della Protezione Civile), Emmanuel Giuseppe Messina e Edgardo Azzopardi (accusati di aver rivelato, con l'ex magistrato Achille Toro, notizie riservate sulle indagini), Daniele Anemone (collaboratore dell'imprenditore Diego), Stefano Gazzani (collaboratore di Diego Anemone), Claudio Rinaldi (funzionario
pubblico incaricato della gestione dei Grandi Eventi), Pierfrancesco Murino (imprenditore), Enzo Maria Gruttadauria (imprenditore), Regina de Fatima Profeta (accusata di aver reclutato donne per serate a sfondo sessuale), Marco Piunti (sottoufficiale guardia di Finanza), Maria Pia Forleo (funzionario pubblico incaricato della gestione dei Grandi Eventi), Alida Lucci (collaboratrice di Anemone) e infine Bruno Ciolfi (imprenditore).

Il gup: "Sufficienti elementi di reità". Nel dispositivo di rinvio a giudizio, il gup di Perugia Claudia Matteini scrive: l"Lo scopo dell'udienza preliminare è quello di evitare dibattimenti inutili e non quello di accertare la colpevolezza o l'innocenza dell' imputato. Nel caso di specie emergono sicuramente sufficienti elementi di reità a carico degli imputati in ordine ai reati di cui in rubrica".

Bertolaso: "Giustizia negata". "Dovrò attendere anni per avere quella giustizia che oggi mi è stata negata". Queste le parole di Guido Bertolaso dopo il rinvio a giudizio. L'ex capo della Protezione Civile ha ricordato che la
prima udienza del processo "sarà a fine aprile del 2012, cioè fra sette mesi" e alle "prove documentali fornite anche nei giorni scorsi a Perugia". "Noto al contrario - ha sostenuto ancora Bertolaso, "che il processo in corso a L'Aquila per la Commissione grandi rischi si sta svolgendo con sorprendente velocità, tanto che sono state fissate udienze con cadenza settimanale. Sembra quasi che la velocità dei due processi sia legata alla diversa capacità e soprattutto volontà di dimostrare accuse che comunque sono assolutamente tutte da provare. E che nel mio caso non hanno assolutamente ragione d'essere".

Le tappe dell'indagine. Una "cricca di banditi" che operava in un sistema "gelatinoso". Scrisse così, riferendo i termini adoperati dagli stessi indagati nelle telefonate intercettate, il gip di Firenze Rosario Lupo, nell'ordinanza di custodia cautelare firmata il 10 febbraio 2010 che fece deflagrare il caso dell'inchiesta sugli appalti del G8 e i 'Grandi eventi'. E che portò in carcere il costruttore Diego Anemone e i funzionari pubblici Angelo Balducci, Mauro della Giovampaola e Fabio De Santis.
La procura fiorentina era arrivata al gruppo indagando sulla costruzione della nuova Scuola Marescialli. Ma dalle intercettazioni emerse fin da subito, per l'accusa, come la "cricca" avesse influenzato alcuni dei maggiori appalti degli ultimi anni, dai Mondiali di nuoto a Roma del 2009 al G8 della Maddalena, fino alle celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia.

Secondo il gip, Anemone anche tramite persone e società a lui riferibili o collegate, riuscì a corrompere diversi funzionari pubblici, facendo compiere loro atti contrari ai doveri d'ufficio connessi all'affidamento e alla gestione degli appalti per i 'Grandi eventi'. L'opera di convincimento, sempre secondo le carte dell'inchiesta, avveniva grazie alle "utilità", che comprendevano l'uso di cellulari e di auto, arredi per la casa ma anche il pagamento di prestazioni sessuali.

La prima svolta nell'inchiesta avvenne quando emerse il coinvolgimento, tra gli altri, dell'ex procuratore aggiunto di Roma, Achille Toro, a causa del quale il fascicolo passò per competenza alla procura di Perugia. Una volta nel capoluogo umbro, i pm chiesero e ottennero una nuova misura cautelare per Anemone, Balducci, De Santis e Della Giovampaola: il provvedimento, disposto dal gip il 27 febbraio, confermò quanto sancito a Firenze.

Il centro intorno a cui, per chi indaga, ruotava il "sistema gelatinoso" è il Dipartimento per lo Sviluppo e la competitività del turismo della Presidenza del Consiglio dei ministri, la struttura cosiddetta "della Ferratella" (di cui facevano parte Balducci, De Santis e Della Giovanpaola). I magistrati ritengono che le prove dell'illecita aggiudicazione degli appalti alle imprese di Anemone siano nelle numerose intercettazioni eseguite, nei file trovati all'interno dei computer sequestrati e nei tanti documenti acquisiti.

Il coinvolgimento di Bertolaso. Nelle settimane successive arrivano le richieste di arresto (respinte dal gip) anche per l'ex commissario dei mondiali di nuoto a Roma, Claudio Rinaldi, per il commercialista Stefano Gazzani e per l'architetto Angelo Zampolini. Non mancano nomi eccellenti toccati dall'inchiesta.
E' il caso dell'ex numero uno della protezione civile, Guido Bertolaso, che per gli inquirenti avrebbe favorito Anemone in alcuni appalti in cambio di dazino di denaro e favori sessuali, goduti al Salaria sport village.

Ma il caso più eclatante è quello che porta, il 4 maggio 2010, alle dimissioni da ministro di Claudio Scajola (peraltro non indagato) per via dell'ormai celebre casa di via del Fagutale, a due passi dal Colosseo, che sarebbe stata - secondo chi indaga - in parte pagata da Anemone. Sugli atti raccolti a Perugia sta ora indagando la procura di Roma.
Tra i presunti beneficiari dei lavori di Anemone spuntano intanto altri nomi illustri, come quelli dell'ex ministro Pietro Lunardi e del cardinale Crescenzio Sepe, fino al 2006 alla guida di Propaganda Fide. I due vengono indagati per corruzione ma il filone che li riguarda viene separato dall'inchiesta in attesa delle decisioni in merito alla richiesta di autorizzazione a procedere al Parlamento per l'ex ministro.

Il 26 gennaio 2011 l'inchiesta principale viene chiusa dai magistrati perugini per 22 indagati, a 15 dei quali viene contestata l'associazione per delinquere finalizzata alla corruzione. Il 5 maggio la procura deposita la richiesta di rinvio a giudizio per 19 indagati e 11 società. Non ci sono tre indagati che hanno chiesto di patteggiare: il 19 maggio il primo è l'architetto Zampolini (11 mesi con pena sospesa per il reato riqualificato da riciclaggio in favoreggiamento). Il 12 luglio davanti al gup di Perugia tocca ad Achille Toro e al figlio Camillo, che patteggiano rispettivamente 8 e 6 mesi di reclusione, con pena sospesa, per il reato di rivelazione di segreto d'ufficio.

Nei giorni scorsi, i pm Sottani e Tavarnesi hanno riconfermato il quadro accusatorio ribadendo le richieste di processo per i 19 indagati, parlando di "compravendita illecita della discrezionalità amministrativa" da parte di funzionari pubblici in favore di Anemone, definito il "golden boy" dell'imprenditoria. Dal canto loro, tutti gli indagati si sono sempre proclamati innocenti ed estranei alle accuse. Tra di loro, Bertolaso, che si è definito vittima di una "macelleria mediatica" sottolineando di aver "lavorato sempre a servizio dello Stato".

venerdì 23 settembre 2011

pc 23 settembre - meeting internazionalista a Parigi il 15 ottobre


Dear Comrades Proposed by the Maoist Communist Party of Italy, Maoist Communist Party of France abd with collaboration of supporters of MKP Frence and with the interventions by the Maoist Movement of Tunisia and Maoist Morrocan Comrades. Also all organisations and antimperialists commitees in France and others european countries,and invitation of organisations and parties of the oppressed countries that have possibility to participate, we are organising a meeting in Paris 15-16 October. 'From Arab revolts to New Democratic Revolution and the march to socialism and communism'. It is the first public and open reflection of the Maoist forces on the revolt situations and the task of supporting, particularly support for Maoists in the Arab world, in the context of the general support to all antimperialists forces and peoples in struggle in arab world.
Contacts for information and participation:
ro.red@libero.it Italy
drapeaurouge@yahoo.fr France


Chers camarades pour proposition du PCm Italie, PCm France avec la collaboration des simpatisants du MKP France, con la demande d'intervention des camarades du Mouvement maoiste de Tunisie, des camarades maoistes marocaines et de tous les organisations et comitès antimperialistes en France et dans les differents pays europeens, avec invitations des organisations et partis des pays opprimèes du monde arabe, palestiniens en tete, qui ont la possibilitè y parteciper; il va s'organiser un Meeting in Paris France pour le 15 et 16 octobre: ' des revoltes arabes à la revolution de nouvelle democracie en marche envers le socialisme et le comunisme' C'est la premier reflexion publique et ouverte des maoistes sur la situation des revoltes et des efforts de les soupporter, en soupportant en particulier, les maoistes dans le monde arabe, dans le quadre du soutien generale des forces antimperialistes et des peuples en lutte dans le monde arabe.

Pour informations, adhesions et partecipations:
ro.red@libero.it Italie
drapeaurouge@yahoo.fr France

pc 23 settembre - nel porto di Palermo, le galere - intese anche come navi del medioevo - del moderno schiavismo - la solidarietà l'è morta !

Due prigioni galleggianti per i tunisini da rimpatriare


PALERMO
Abdul trascina la sua gamba ferita come una palla al piede, quelle dei carcerati. Occhi bassi, una smorfia di dolore, imbocca insieme con gli altri il boccaporto dell’«Audacia» trasformato in un dormitorio galleggiante. «Ecco, una nave, finalmente ci portano via, in Italia», sussurra qualcuno con un lampo di speranza negli occhi. «Dove andiamo: a Napoli, a Marsiglia?», si domandano due giovanissimi, infradito e sacchetto azzurro d’ordinanza nelle mani.

Nessuno si azzarda a dire loro che quella nave non partirà mai verso nessuna meta. Che è un altro centro di permanenza, proprio come il Cie di Lampedusa che adesso è in cenere. E questo è sul mare, letteralmente, ancor più di quello che hanno appena lasciato. Già, se il governo si affretta a svuotare al ritmo di dieci voli al giorno l’isola dell’accoglienza diventata di guerriglia, se i riflettori restano puntati lì, silenziosamente gli immigrati arrivano qui, al porto di Palermo, dove in gran silenzio sono state allestite due navi per accoglierli a tempo indefinito, visto che Tunisi si ostina a tenere duro sul numero dei rimpatri: non più di cento al giorno.

Si chiamano «Audacia», una nave merci con tre stanzoni dove ne sono stati stipati 150, e la «Moby Fantasy», imbarcazione per passeggeri tutta colori e fumetti sulla fiancata, che ne ospita altri 400. E qui niente associazioni, niente tutela legale, niente operatori umanitari che vigilino sulle condizioni di vita. Così, è vero che si svuota Lampedusa, ma nessuno dice che soltanto due dei dieci voli al giorno puntano su Tunisi: gli altri arrivano qui a Palermo, nel molo requisito dal Viminale, per quindici giorni tanto per cominciare. Con uno schieramento imponente di forze dell’ordine: per ogni immigrato due poliziotti, tutti con la mascherina sul viso «per precauzione igienica, ha sentito che odore c’è sui pullman?».

Ne arriva uno proprio in quel momento, sono le quattro del pomeriggio, per trasferire i primi cinquanta dalla «Moby», riempita per prima, all’«Audacia». A guidare le operazioni non è un agente qualsiasi, ma Manfredi Borsellino, figlio di Paolo, il giudice ucciso dalla mafia, oggi vicequestore dirigente del commissariato di Cefalù, uno dei tanti mobilitati da tutta Italia per fronteggiare l’emergenza Lampedusa. Modi gentili, niente esibizione muscolari, professionalità e rispetto. E accanto c’è un altro «sbirro» di razza: Silvio Bozzi, siciliano dirigente a Fano, criminologo, consulente dei principali scrittori di noir italiani: da Lucarelli a Camilleri, autore e coprotagonista di tante trasmissioni tv. Chissà quanto materiale avrà adesso: «Questi giorni a Lampedusa sono stati un inferno», confessa.

Ma le misure di sicurezza sono straordinarie. Stipati in pullman per fare pochi metri, guardati a vista come boss della mafia. Prima scendono dieci poliziotti, manganelli a portata di mano, poi dieci immigrati sudati, scarmigliati, le facce peste. E ancora dieci e dieci, fino alla fine. Puzza di sudore, di disperazione, di notti passate all’addiaccio. Somigliano più a reduci che a potenziali ribelli. «Sono arrivati da Lampedusa stremati», dicono gli agenti. Molti hanno ancora addosso la tuta fornita dal centro di accoglienza al momento dello sbarco dopo la traversata della speranza. Nessuno ha le scarpe comprese nel kit: «forse le scambiavano con altri generi di prima necessità laggiù a contrada Imbriacola, nessuno ce le aveva più dopo poche ore dalla consegna».

Dalla «Moby» si vede una maglietta che sventola sulla tolda, poi improvvisamente sparisce. Qui, al passaggio blindato, ci sono soltanto sussurri e sguardi che invocano una speranza. «Sa dove ci portano?», chiede veloce un giovane pesto, bermuda e maglia lurida, prima di essere intruppato verso due stanzoni dove dormiranno su poltrone reclinabili, due bagni ogni cinquanta persone, niente docce, la mensa per mangiare, «la nostra stessa mensa — dice un agente — ci alterneremo solo per gli orari». Le procedure di identificazione? «Qui non se ne fanno, le avevano già completate a Lampedusa, questi hanno tutti i documenti a posto».

Un’ora prima, alle tre, due pullman erano partiti alla volta dell’aeroporto di Punta Raisi, con i cento a bordo attesi da Tunisi. Volo proveniente da Fiumicino, decollato poi alle sei da una delle quattro piazzole requisite dal ministero degli Interni, con la società di gestione dello scalo — la Gesap — a fare i salti mortali per tenere distinto il percorso dei turisti da quello degli immigrati, i viaggiatori liberi e quelli per forza, condannati all’invisibilità. Si arriva tanto e si parte poco. Ieri sono sbarcati qui da Lampedusa otto C130, a bordo niente sedili ma solo panche: un tunisino in mezzo, due poliziotti da una parte e dall’altra. Poi il pullman li ha presi a bordo pista, li ha depositati in porto, sulle navi che sembrano pronte a partire e che invece sono un’altra tappa di un infinito gioco dell’oca dove si finisce sempre nella casella sbagliata. Quella del ritorno a casa, il punto di partenza.

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pc 23 settembre - Lampedusa - la descrizione della processione del KU-KLUX-KLAN lampedusano- che domina incontrata ora l'isola

dal reportage della Stampa
INVIATO A LAMPEDUSA

Passa la madonna di Porto Salvo e arrivano altri ragazzi dal mare, altre facce stravolte, altre bocche da sfamare. Ancora una volta succede tutto insieme, dentro una serata di luce stupenda, piena di preghiere da ogni parte dell’orizzonte. Alle sei l’isola è quasi svuotata. L’ultimo aereo militare, carico di immigrati tunisini, lascia la sua scia sulla processione per la santa patrona di Lampedusa.

L’intero paese cammina nella via centrale fra urla propiziatorie, inginocchiamenti e rosari stretti in pugno. Ci sono autorità, ufficiali in alta uniforme, tacchi alti, quattro preti in prima fila. E ci sono, fra gli altri, i quaranta lampedusani della rivolta di mercoledì mattina, quando con botte, sassi e bastoni hanno fatto capire come la pensano.

Uno di loro, con una grande catena d’oro che luccica sul torace, regge la statua della madonna. Si chiama Giacomo Sanguedolce, qui gestisce un ristorante famoso, e a tutti ripete le stesse parole. «Adesso sono avvisati - dice - a Lampedusa non faremo arrivare più nessuno. Andiamo a prenderli noi in mezzo al mare, con le nostre barche. Basta. Finito. Sbarriamo il porto. E quando succederà, voi giornalisti cercate di non esserci: è meglio». Lo ripete fra cenni di soddisfazione, sorrisi e pacche sulle spalle, mentre incomincia a circolare la notizia. Una piccola imbarcazione di legno è stata avvistata al largo. Sono altri migranti, ignari di tutto, ancora in balia di un mare incerto. Il sindaco Bernardino De Rubeis riassume la questione con queste parole: «C’è un obiettivo con 64 immigrati a bordo. C’è la Guardia di Finanza nei pressi. L’impegno del Governo è di trasferirli a Porto Empedocle, così mi ha garantito il ministro Maroni. Così dovrà essere in futuro. Ma attendiamo notizie, il mare è un po’ agitato. Il ministero deciderà la linea da seguire».

Qualcuno dice che li faranno attraccare sull’altro versante, di nascosto, lontani dalla festa e dalla rabbia. Altri che saranno scortati fino alle coste siciliane. E nella notte il barcone sarà proprio soccorso e dirottato a Porto Empedocle. Una prima vittoria per il sindaco. Adesso la processione è in discesa verso il mare. Suona la banda del paese. Un’anziana legge una preghiera che risuona perfetta: «Per i derelitti, per gli esiliati, per i vecchi che chiedono di riposare nelle loro case, noi ti chiediamo la pace». Scoppiano petardi. Banchetti di torroni e semi di zucca sui marciapiedi. Il sole lentamente incomincia a declinare. Alle sette di sera il parroco, don Stefano Nastasi, ferma la processione davanti al benzinaio del porto. Qui, mercoledì mattina, sono stati raccolti i feriti. Qui un ragazzo tunisino, per scappare, è caduto e si è spaccato la testa sulla banchina. E’ ancora in coma. «Dobbiamo chiedere perdono - dice il parroco al microfono- perdono per tutti».

La signora Silvana Lucà resta dietro al bancone del Caffè Mediterraneo sulla piazza del municipio, mentre il paese sfila davanti ai tavolini. Il suo bar era pieno di tunisini anche quando nessuno li voleva per le strade. Lei stessa è andata a soccorrere ragazze e ragazzi in mare durante il naufragio di Pasqua: «Non credo alle parole del sindaco - dice -. Non credo che Lampedusa possa davvero cambiare il suo destino. E’ un fatto geografico: noi siamo i più vicini. Ma è anche un fatto economico e strategico. Lampedusa fa comodo a molti. Meglio concentrare i problemi qui, lontani dal resto del mondo».

Non è rassegnazione, piuttosto una specie di amara consapevolezza: «L’isola è invasa di agenti. Mangiano al ristorante, dormono in albergo, escono con le lampedusane, fanno a gara per farsi mandare qui. Io non ci credo che adesso trasferiranno tutto il baraccone a Porto Empedocle. Resta il problema: noi li paghiamo e loro non ci difendono». Nel bar di fronte, l’imprenditore Salvatore Palillo è addirittura euforico: «Noi abbiamo già dato, amen. Oggi è la fine di un’epoca. Lo ha detto il sindaco: qui non attraccheranno più. Siamo pronti a difendere le nostre coste da subito e con ogni mezzo».

Tutto questo oggi è Lampedusa. Un misto di generosità, sofferenza e insofferenza, guerra e pace, catene d’oro al collo e catene di solidarietà. Un giovane prete, sussurra: «Quei ragazzi che sbarcano e ci chiedono da bere sono come Cristo. Abbiamo il dovere di accoglierli e dissetarli. Ma tutti devono fare la loro parte, anche il Governo». Alle nove di sera si scruta l’orizzonte dal molo principale. Adesso il mare sembra calmo, un grande mare buono. E i fuochi d’artificio della Madonna di Porto Salvo indicano la rotta.

pc 23 settembre - NO TAV il figlio fascista del sindaco SITAV

Una lettera eloquente dell'A.N.P.I. - SEZIONE DI FORESTO-BUSSOLENO-CHIANOCCO

Il Sindaco di Chiomonte Renzo Pinard, si è lamentato ed è preoccupato della sicurezza del proprio figlio che a suo dire è continuamente esposto ad aggressioni di vario tipo nell’ambito scolastico, tali lamentele sono uscite sulle testate giornalistiche nazionali del La Stampa e di Repubblica.
Noi invece apprendiamo da alcuni siti del Movimento No Tav che tale pargolo ha il vizietto di atteggiarsi, senza comprenderne neppure il significato e la gravità, a fascista. Tale atteggiamento visibile in alcune fotografie pubbliche, nelle quali, “l’ardito giovine” saluta con il braccio teso, la dicono lunga sulla mitezza dell’elemento e sulla reale natura del ragazzino.
L’A.N.P.I. chiede dunque al Sindaco Pinard di porre immediato rimedio e di insegnare i veri valori morali al proprio figlio, poiché un conto è atteggiarsi a paladino della legalità, un altro è esserlo davvero.
L’A.N.P.I. chiede con forza a Pinard, quale Sindaco e padre di porgere le proprie scuse e quelle del proprio figlio a chi sessant’anni fa ha dato la vita o ha combattuto duramente affinchè tutti noi potessimo vivere in un paese democatico e civile e a tutta la cittadinanza che si auspica dai giovani ben altri valori.
Sez. A.N.P.I.
Bussoleno – Foresto -Chianocco

pc 23 settembre - ancora sbirri fascisti in azione.. pestaggio ai danni di una donna in gravidanza a Bergamo

Pestaggio degli sbirri ai danni di una donna in gravidanza a Bergamo
By Anonimo
Published: 22/09/2011 - 18:40
Bergamo - Cronache di sbirragine in via Bonomelli
riceviamo e diffondiamo:
Domenica 18 settembre alle 18.10in Via Bonomelli a Bergamo due poliziotti raggiunti presto da un'altra volante con alla guida un terzo poliziotto, durante un inseguimento, hanno manganellato, buttato a terra e ammanettato una giovane ragazza straniera (probabilmente clandestina albanese) incinta di tre mesi, provocandole lesioni al seno, braccia e grembo (da quel che abbiamo potuto vedere) con fuoriuscita di sangue. La ragazza, obbligata a stare a terra con volto e corpo sul
marciapiede, ha accusato i poliziotti di averla picchiata. Creatosi un "pubblico" intorno al luogo dellìaccaduto, i poliziotti hanno prima cercato di cacciare le persone che si erano radunate nelle vicinanze, poi, rifiutandosi di dare il numero di distintivo, hanno caricato la ragazza su un'ambulanza portandola via. Dopo una richiesta della ragazza a una di noi che osservava la scena, ci si è avvicinati e parlandone con lei (per quel che ci "hanno permesso") siamo venuti a conoscenza del
nome (Aneba-nome non certo date le circostanze) e del suo stato di gravidanza. Dopo che sia la volante che l'ambulanza si sono allontanate, nessuno nè di chi ha assistito all'accaduto nè di chi lavorava nelle vicinanze, ha detto nè ha fatto nulla.
Analogamente il giorno 5 settembre, verso le 16.30, sempre in via bonomelli, un gruppo di nigeriani(6 o 7) è stato fermato da due poliziotti che, con pistola alla mano, gli hanno spinti al muro e perquisiti, svuotandogli le tasche e gettando il contenuto a terra. Mentre i ragazzi tentavano di spiegare la loro estraneità ai fatti di droga, i poliziotti li minacciavano in mezzo alla strada.
Ovviamente tutti i ragazzi del gruppo erano immigrati regolari con documenti. La scena si è svolta in pieno giorno, davanti a passanti indifferenti.

pc 23 settembre - manifestazione per Walter Rossi il 30 settembre a Roma

Walter Rossi: la memoria non si cancella!

APPELLO PER IL PROSSIMO 30 SETTEMBRE

Il decennio rosso

Nel decennio che va dal 1969 alla fine degli anni ‘70 solo le dure lotte condotte in prima persona da centinaia di migliaia di persone, in gran parte giovani e fuori dagli apparati partitici e sindacali, permise la difesa della giovane democrazia dalle bombe stragiste di fascisti e servizi di stato.

Nelle fabbriche del nord, nelle scuole di tutta Italia, nei quartieri popolari delle grandi metropoli, le battaglie per i diritti dei lavoratori, dei giovani, delle donne, dei più vulnerabili, dei popoli che lottavano per la loro indipendenza, produssero cambiamenti fondamentali nella convivenza civile di questo paese frenando ineguaglianze, soprusi e la negazione nei fatti di diritti fondamentali quali la casa, il lavoro, il diritto allo studio, i diritti delle donne.

Non è un caso che si debba a quegli anni l’approvazione di leggi quali lo statuto dei lavoratori, la legge sul divorzio, la legge sull’interruzione di gravidanza, imposte da movimenti di massa che fecero uscire il paese da un feudalesimo cattolico nel quale ancora si dibatteva.

La criminalizzazione di un’intera generazione colpevole per avere tentato, e in parte ottenuto, l’attuazione delle norme fondanti della costituzione dello stato repubblicano nata dalla lotta antifascista, è stato il primo passo verso una restaurazione politica, sociale ed economica di cui non vediamo ancora la fine. L’aspro scontro di questi giorni che vede i lavoratori difendere i loro diritti fondamentali ne è testimone.

Il 1977

Walter muore l’ultimo giorno di settembre del 1977, un anno che si era aperto con il tentato omicidio fascista alla Sapienza del giovane Bellachioma e che nei mesi successivi vedrà il progressivo coinvolgimento del Movimento in uno scontro sempre più aspro con uno Stato determinato all’innalzamento militare del conflitto sociale, utilizzando tutti gli apparati repressivi istituzionali, deviati e irregolari (i fascisti) utili al conseguimento dello scopo. La strategia del ministro degli interni Cossiga risulterà presto vincente, il divieto di manifestare renderà presto le piazze di tutta Italia campi di battaglia dove per l’asimmetria delle forze in campo risulteranno presto scontati gli esiti del confronto. L’emarginazione e la denuncia del “PCI della fermezza” renderà il movimento ancora più debole esponendolo alle conseguenze di una azione repressiva senza precedenti. Dal 1977 in poi per i soli scontri di piazza verranno comminati anni ed anni di galera e sarà pagato in termini di vite umane un prezzo elevatissimo. Con il rapimento Moro poi l’ultimo giro di vite, l’equiparazione antagonismo sociale-terrorismo priverà progressivamente il Movimento di qualunque agibilità politica, accelerando di fatto il processo di militarizzazione di alcune minoranze, disperdendo l’iniziativa dei più.

Anni di piombo

Nascerà a partire dagli inizi degli anni 80 una nuova definizione,di grande effetto mediatico: “Anni di Piombo”, nata per seppellire quanto di buono c’era stato a livello di impegno sociale e solidarietà nel decennio precedente. L’obiettivo sarà cancellare la memoria di un periodo di politica agita dal basso che aveva realmente sovvertito gli interessi di un consociativismo politico che solo agli inizi degli anni 90 verrà nella sua complessità alla luce. L’impegno di migliaia di militanti e simpatizzanti attenti ai cambiamenti di una società in evoluzione verrà d’ora in poi così criminalizzato nella sua interezza, creando i presupposti per un generalizzato disimpegno dalla politica delle generazioni a seguire, proseguito negli anni fino all’attuale arretramento della coscienza democratica in Italia.

L’Italia oggi

E’ uno stato governato da fascisti orgogliosi del loro passato, da xenofobi e razzisti che non fanno mistero dell’avversione per ogni diversità, sostenuto nella sua legittimità da un’opposizione alla perenne rincorsa di un ceto medio moderato da aggregare, incapace perciò di rappresentare gli interessi dei più sofferenti. E’ un’Italia governata dagli interessi, con le classi sociali meno abbienti spremute per sostenere ciclopiche opere infrastrutturali destinate alla continuità di un sistema di prebende e mazzette sulle quali prospera tutto il ceto politico. Un sistema economico-politico sull’orlo del baratro che ancora una volta pretende di farci carico dei costi di una crisi infinita. E’ un’Italia irriconoscibile quella di oggi, dove si fa fatica a celebrare le origini Risorgimentali dello stato nazionale, dove si cercano di cancellare i presupposti antifascisti e democratici della Repubblica, dove l’uso politico del revisionismo storico è contrastato da pochi storici e associazioni impegnate a trasmettere la Memoria alle giovani generazioni.

La Memoria

Memoria è cultura, significa fornire ai giovani strumenti per rigettare messaggi negazionisti, aiutandoli a ritrovare i valori di solidarietà alternativi ai modelli culturali offerti dal regime. Memoria è form-azione: riscoprire i valori fondanti la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza per indirizzare i giovani a forme più consapevoli di politica agita e non delegata. Memoria non significa perciò solo difesa della Resistenza e della Costituzione, deve anche significare riappropriazione di un patrimonio storico-politico più recente, forzatamente cancellato, significa: Liberare parte della sinistra italiana dalla gabbia degli Anni di Piombo, riscoprendo la storia di anni di impegno spontaneo e solidale, di lotte e conquiste sociali, scritta da migliaia di donne e uomini spinti dalla volontà di cambiare la società.

Walter Rossi

Walter non è stato ucciso una sola volta, quando il killer fascista premette il grilletto quella sera di settembre. L’hanno ucciso una seconda volta garantendo l’impunità ad un collaboratore di giustizia suo assassino, poi di nuovo quando hanno incriminato i suoi amici, infine non bastando le ingiustizie, hanno deciso di assassinare anche la sua Memoria, facendone commemorare il sacrificio da un mazziere sodale degli assassini di allora, divenuto oggi sindaco della Capitale. Sono i frutti questi di una ipocrita ricerca di “memoria condivisa” votata all’equiparazione morale di tutte le vittime degli “anni di piombo”(!), una riproposizione in piccolo di quanto già tentato in Senato con l’adozione dell’Ordine Tricolore per Partigiani e Repubblichini, unendo nel tributo d’onore i Patrioti e i servi dei nazisti loro carnefici.

Walter questo non lo merita e con lui non lo meritano tutti i compagni assassinati in quegli anni, ma per fermare tutto questo non basta la testimonianza portata dai compagni ogni anno nella ricorrenza del suo sacrificio. C’è bisogno di rimuovere una volta per tutte dal ricordo di Walter come da quello degli altri compagni perduti il macigno degli “anni di piombo” che ne ha svilito il sacrificio a vittime di seconda classe.

LANCIAMO UN APPELLO affinché il 30 settembre divenga nuovamente una giornata di mobilitazione cittadina, preceduta da assemblee nei territori, nei centri sociali, nelle scuole, nelle Università (a La Sapienza nella facoltà di Lettere martedì 27/9 alle ore 16.30), che preveda una giornata intera da passare a Piazza Walter Rossi e un corteo che partirà nel pomeriggio dalla lapide in viale delle Medaglie d’Oro (ore 17.00) per poi raggiungere la Piazza dove restare sino a tarda sera con interventi e un concerto finale.

PER LE ADESIONI: claudio.ortale o9i comune.roma.it o walterossi o9i lalottacontinua.it

Con Walter e con i movimenti ancora in lotta per la dignità, l’uguaglianza e la giustizia per tutti e per tutte!

I compagni e le compagne di Walter Rossi

ADESIONI ALL’APPELLO PER IL PROSSIMO 30 SETTEMBRE:

Federazione della Sinistra Municipio 19, Federazione della Sinistra Municipio 17, Rete dei Comunisti, Federazione della Sinistra Municipio 18, Enrico Campofreda (giornalista), Collettivo Senza Tregua, Associazione “lalottacontinua”, Gianluca Cicinelli (giornalista), Claudio Ortale (vice Presidente del Consiglio Municipio 19), Andrea Alzetta (Consigliere Roma in Action all’Assemblea Capitolina), Artists Against War, Oreste Mottola (giornalista), Giovanni Barbera (Presidente del Consiglio del Municipio 17), Fabio Nobile (Consigliere Regionale FdS e Segretario Federazione PdCI Roma), Comunisti Uniti, Roberto Giulioli (Coord. Regione Lazio Socialismo 2000 FdS), Marco Trasciani (PRC – FdS), Vittorio Mantelli (PRC-FdS), Stefano Galieni (Resp. nazionale immigrazione PRC – FdS), Lavoratori Autorganizzati Ministero dell’Economia e delle Finanze, Cinzia Di Napoli (Roma), Circolo PRC-FdS Municipio 18, Marina Del Monte, Simone Oggionni (Resp. Naz. Giovani Comunisti), Federazione di Roma del Partito della Rifondazione Comunista, Federazione della Sinistra di Roma, Fabio Alberti (Segratario PRC Roma e Portavoce FdS di Roma), Giovani Comunisti Roma, Raul Mordenti (docente Università di Roma “Tor Vergata”), Laura Scappaticci (Arpino – FR CuLazio), Bianca Bracci Torsi (Resp. nazionale Antifascismo PRC), Lucia Bruno, Stefano Zuppello, Adriana, Spera, Gruppo della Sinistra Arcobaleno (Federazione della Sinistra e Action) del Municipio Roma X, Renato Volterra, Autorecupero San Tommaso d’Aquino, Gualtiero Alunni (Comunisti Resistenti), Comitato Provinciale di Roma di Piattaforma Comunista, Maria Rosaria Marella (Socialismo 2000 FdS), Riccardo Lorenzi (PdCI-FdS del Municipio 18), Leonardo Lazzara (FILT CGIL Roma), Danilo Marra (Segretario PRC Federazione Castelli), Libertari & Libertarie San Lorenzo (Roma), Antonio Ricevuto (membro segreteria Federazione di Roma PRC – FdS), Fabrizio Burattini (Segreteria Camera del Lavoro CGIL Roma Nord), Paolo Cento (Sinistra Ecologia e Libertà)

pc 23 settembre - Padroni assassini..Pirelli, operai uccisi dall'amianto, processo per undici ex dirigenti

Pirelli, operai uccisi dall'amianto
processo per undici ex dirigenti
L'accusa è di non aver preso contromisure per l'esposizione dei lavoratori alla sostanza che ha provocato malattie respiratorie che, nella maggioranza dei casi, si sono rivelate mortali Sono stati rinviati a giudizio per omicidio colposo undici ex dirigenti degli stabilimenti Pirelli di viale Sarca e via Ripamonti accusati di aver lasciato esposti all'amianto negli anni Ottanta 24 lavoratori, provocando l'insorgere di gravi malattie che, nella maggioranza dei casi, li ha portati alla morte nell'ultimo decennio. Il rinvio a giudizio è stato disposto dal gup Luigi Varanelli su richiesta del pubblico ministero Maurizio Ascione. Il processo comincerà il 19 dicembre davanti alla sesta sezione penale del tribnale di Milano. Sono già costituiti parte civile non solo tutte le presunte vittime o i loro eredi, ma anche Inail, Asl e Regione.

Gli ex dirigenti della Pirelli, mandati a processo dal giudice, sono ex componenti del cda o ex ad della società che sono stati in carica, per periodi diversi, negli anni che vanno dal '79 all88. Secondo l'accusa, in quel periodo gli operai, che si sono poi ammalati di forme tumorali gravi o sono morti per mesotelioma pleurico, lavoravano all'interno degli stabilimenti milanesi, senza alcun sistema di protezione.

Hanno subito dunque esposizioni 'massicce e ripetute' all'amianto che hanno causato le malattie e le morti. Gli operai vittime della sostanza tossica, poi messa al bando, lavoravano in diversi reparti, da quello relativo agli autocarri a quello delle mescole. L'amianto, stando al capo d'imputazione, veniva usato dalla mescola delle gomme alla tubazione dei serbatoi. Il reato di omicidio colposo, contestato a tutti gli ex responsabili Pirelli, è aggravato dalla
violazione di alcune normative sulla sicurezza sul lavoro.

pc 23 settembre - dopo i Nocs che seviziano anche i loro stessi commilitoni - i Ros di Mori in combutta con la mafia

"I vertici del Ros favorirono Provenzano"
Il gip di Palermo accusa: "Troppe omissioni"
L'ex vice comandante del Reparto operativo speciale aveva querelato il suo accusatore, il colonnello Riccio, ma l'indagine è stata archiviata e per la prima volta un giudice ha accolto le accuse nei confronti del reparto di eccellenza dell'Arma. "Ci fu una deliberata strategia di inerzia" nell'inchiesta sulla latitanza del capo di Cosa nostra
di SALVO PALAZZOLO


Doveva essere la controffensiva del generale Mario Mori, la querela contro il colonnello Michele Riccio, l'ex ufficiale del Ros che ha denunciato di essere stato intralciato dai suoi superiori nelle indagini sull'allora superlatitante Bernardo Provenzano. E invece la querela ha avuto un effetto di boomerang: il gip Maria Pino non solo l'ha archiviata (come aveva chiesto il pm Nino Di Matteo), ma ha anche scritto parole di fuoco nei confronti dei vertici del Ros, accusandoli di "inerzia investigativa" nelle indagini per la cattura di Provenzano, fra il '95 e il '96.

"Le acquisizioni istruttorie - scrive il giudice - confermano la sussistenza delle plurime omissioni che, nell'ambito delle investigazioni finalizzate alla ricerca del latitante Bernardo Provenzano, hanno contrassegnato l'attività istituzionale dei carabinieri del Ros nell'arco temporale preso in considerazione. Le medesime acquisizioni - prosegue il gip - vieppiù asseverano il convincimento che dette omissioni, già valutate come assolutamente incompatibili sia con un'efficace e cristallina strategia investigativa sia con la specifica competenza e la indiscussa elevatissima professionalità del generale Mori e del colonnello Mauro Obinu, siano state finalizzate a salvaguardare lo stato di latitanza di Provenzano e, nella stessa ottica, a preservare dalle iniziative dell'autorità giudiziaria gli associati mafiosi Giovanni Napoli e Nicolò La Barbera, che quella latitanza hanno lungamente
gestito".

Sono parole pesanti, che potrebbero anche influire sul processo in corso al tribunale di Palermo, dove Mori e Obinu sono imputati di favoreggiamento nei confronti di Provenzano, proprio sulla base della denunce di Riccio che adesso il gip ritiene attendibili.

Scrive ancora il gip Maria Pino a proposito del mancato blitz dell'ottobre 1995, che secondo Riccio avrebbe potuto portare all'arresto di Provenzano, grazie alle indicazioni di una preziosa fonte confidenziale: "E' convincimento di questo giudice che la condotta assunta e perpetuata dal generale Mori e dal colonnello Obinu non sia da ascrivere a difficoltà tecniche ed organizzative, né ad errori di valutazione. Non ci sono elementi che inducano a ciò. Piuttosto, le acquisizioni istruttorie convergono nell'ascrivere la condotta suddetta ad una deliberata strategia di inerzia, che non trova giusitificazione alcuna".

pc 23 settembre - No TAV - Nina e Marianna ..bentornate !

pc 23 settembre -l'aquila dopo i responsabili delle morti da terremoto ora le iene ..la curia e Giovanardi

ILvescovo D'Ercole raccomandava i progetti della Onlus "Solidarietà e sviluppo" che avrebbe truffato 12 milioni destinati al dopo sisma dal sottosegretario Giovanardi. Il gip chiede due arresti e scrive: occorrono altre indagini sul ruolo dei vescovi in questa storia
di GIUSEPPE CAPORALEL'AQUILA - Il vescovo ausiliare dell'Aquila Giovanni D'Ercole si raccomandava al sottosegretario Carlo Giovanardi per ottenere i fondi del terremoto. Anzi, per farli ottenere ad una onlus ("Solidarietà e Sviluppo") fondata dalla stessa diocesi dell'Aquila, dietro la quale, secondo la Procura si nascondeva una truffa. Una truffa per sottrarre 12 milioni di euro dal bancomat miliardiario della ricostruzione dell'Aquila. Una truffa per la quale ieri sono state arrestate due persone (tra cui il segretario generale della Onlus, Fabrizio Traversi nominato proprio dai vertici della diocesi) e indagate altre tre (compreso il sindaco di San Demetrio dei Vestini, Silvano Cappellini). L'obiettivo era quello di ottenere i "fondi Giovanardi", quelli che il sottosegretario era riuscito ad accantonare nel "decreto Abruzzo" per la ricostruzione.

Fondi destinati a progetti "per la famiglia e per il sociale" sui quali ci fu uno scontro con il Comune dell'Aquila. Il sindaco Massimo Cialente riteneva che dovessero essere destinati in parte (circa tre) per ristrutturare un centro anziani (al quale, poi, vennero effettivamente assegnati) e a un'altra ristrutturazione (per nove milioni) di un complesso nel centro storico. Su questa fetta, invece, si erano accentrate le mire della fondazione di origine curiale "Solidarietà e Sviluppo" i cui progetti, però, risultarono non conformi alla normativa. Cialente lo disse pubblicamente e attaccò anche Giovanardi quando, nel luglio del 2010, sembrava che la onlus stesse riuscendo nei suoi intenti truffaldini. Proprio dalle affermazioni del sindaco è partita l'inchiesta.

Giovanardi risulta coinvolto in quanto i progetti della Onlus facevano riferimento al suo dipartimento della famiglia. Lo stesso senatore si lamentava pubblicamente del fatto che questi soldi che non venivano spesi. E il secondo arrestato, Gianfranco Cavaliere, è proprio un politico legato a Giovanardi. E così, dalle intercettazioni si scopre che mentre pubblicamente Giovanardi si lamentava dei ritardi della ricostruzione e dell'assegnazione dei fondi, al telefono invece si dava da fare per farli ottenere alla onlus della Curia. Come si evince da una intercettazione tra lo stesso vescovo D'Ercole e Giovanardi. " Volevo soltanto dirti questo: siccome è ovvio che con questo nostro progetto probabilmente daremo fastidio a qualcuno, faranno un po' di questioni. Mi raccomando: tieni la barra ferma..." chiede D'Ercole.

"Ma ti immagini! Ma io ho solo bisogno che voi... cioè, che chi mi può dare il disco verde che è il commissario di governo mi dica "spendi" e io vengo lì con i soldi cash..." risponde Giovanardi. E D'Ercole "Noi.. noi in settimana ti diamo tutti i progetti nostri, pronti".

Giovanardi: "e certo.. bravo.. altro che carriole o non carriole.. scusami, altro che popolo delle carriole. Ce l'ho qua i soldi... che alla fine... veramente una cosa incredibile. Comunque, io aspetto ancora un po', poi risollecito il commissario, se magari tramite Cavaliere (uno degli arrestati, ndr) che è qua e poi dico "amico, io ho polemizzato con il sindaco, ma a me non mi fa mica (..) lo schieramento politico, eh! Se devo polemizzare con uno del Pdl ci penso due secondi, ma proprio non me ne può fregare di meno". Da notare che proprio D'Ercole si farà fotografare con il popolo della carriole all'interno del centro storico, mentre con la pala cerca di rimuovere le macerie.

E Giovanardi a nome del dipartimento alla famiglia, nello stesso periodo, firmava anche una lettera di "congruità" per i progetti della Fondazione. Sollecitava poi anche il presidente della Provincia Antonio Del Corvo, affinché intervenisse. Ma l'appoggio del sottosegretario non era sufficiente, occorreva quello del commissario alla ricostruzione Gianni Chiodi - che seppure del Pdl - alla fine non appoggerà mai l'iniziativa. E la truffa così non andrà in porto. Eppure, i due arrestati avevano tentato in tutti i modi di raggiungere il loro obiettivo. Cavaliere al telefono parlava anche di come utilizzare i fondi del terremoto per la politica: "perché l'associazione Democratici Cristiani è un'associazione per gestire i 5 milioni di euro, parte dei 5 milioni di euro che Carlo (Giovanardi, ndr) c'ha sulla Fondazione".

Scrive il giudice per le indagini preliminari Marco Billi nell'ordinanza di custodia cautelare: "il senatore Giovanardi, da quanto risulta al momento, è stato sostanzialmente "utilizzato" dagli indagati, i quali hanno saputo fare leva sulla evidente volontà dello stesso di utilizzare i fondi, strumentalizzandone gli interventi di carattere politico nel tentativo di convogliare tutti o parte dei fondi sulla loro fondazione. Si è visto come al sottosegretario venissero fornite informazioni sull'evolversi della vicenda sapientamente filtrate e distorte, per spronarlo ad assumere atteggiamenti utili per il conseguimento dell'illecito fine prefissato. Si può in proposito ritenere che proprio lo stretto collegamento di Cavaliere con Gio vanardi (dovuto alla medesima matrice politica di riferimento) abbia fornito concrete possibilità operative agli indagati".

Molto più dure le considerazioni del Gip sul ruolo della Curia e sui due vescovi dell'Aquila: "Si ritiene, in ogni caso, che il ruolo dell'arcidiocesi (ed il particolare dei vescovi Molinari e D'Ercole) debba essere ulteriormente approfondito nell'ulteriore corso delle indagini preliminari, al fine di accertare il livello di consapevolezza che gli stessi hanno avuto degli effettivi propositi degli indagati. Sotto tale profilo, infatti, è da rilevare che tanto l'associazione Aquila Città Territorio quanto la Fondazione hanno la propria sede presso la Curia arcivescovile aquilana, che l'arcivescovo Molinari ha partecipato al la Fondazione fin dall'atto costitutivo e che Molinari e D'Ercole hanno partecipato personalmente all'incontro di Palazzo Chigi del 17.6.10 con il sottosegretario Giovanardi, Chiodi (commisario alla ricostruzione, ndr) De Matteis (vice presidente del consiglio regionale abruzzese, ndr) e Cialente (sindaco dell'Aquila, ndr)". Quindi, seppure allo stato i due vescovi non sono indagati, il Gip sul loro ruolo nella vicenda chiede indagini più approfondite.

Laconiche le considerazioni finali sul ruolo della stessa onlus della Curia da parte del giudice: "In nessuna di tali conversazioni si è potuto evidenziare un passaggio, un apprezzamento, una considerazione, una valutazione in ordine al merito dei progetti. I diversi progetti appaiono, infatti, considerati esclusivamente sulla base del relativo referente politico nonché sul grado di priorità che può essere loro riconosciuto in considerazione del possibile tornaconto economico e politico personale degli indagati. Manca, all'evidenza, una seppure generica e formale attenzione alle finalità concrete dei progetti, all'utilità per la popolazione, all'esigenza di creare una ragionata e consapevole scala di priorità delle esigenze, per utilizzare nel migliore modo possibile i fondi in esame. I diversi organi istituzionali coinvolti non sembrano operare in accordo tra loro né risulta esistente una struttura di raccordo tra gli stessi che possa comporre eventuali contrasti ed armonizzare le rispettive esigenze. Al contrario è evidente che tali organi operino in competizione tra loro ed il riferimento alla "guerra", seppure considerata politicamente, non appare troppo lontano dalla realtà"

pc 23 settembre - ancora pestaggi e violenze da parte di vigili urbani- diventati una vera feccia

IL PESTAGGIO"Quel ragazzo ammanettato e pestato a sangue"

Lettrice denuncia la violenza di un vigile urbano
La donna ha telefonato alla nostra redazione per riferire quello che ha visto dopo la partita Roma-Siena: "E' accaduto su viale Angelico all'incrocio con via Muggia e viale Carso, intorno alle 22.40. Due motociclisti della municipale hanno fermato un ragazzo a bordo di uno scooter. Avrà avuto diciassette, forse diciotto anni. Lo hanno fatto scendere, poi gli hanno messo le manette ai polsi. E uno ha iniziato a prenderlo a pugni. Lo ha anche colpito al volto con il casco". di GIOVANNI GAGLIARDI

Una veduta di viale Angelico. Sulla destra, all'incrocio, c'è via Muggia. Qui è avvenuto il pestaggio
"Due vigili urbani in moto ieri sera hanno ammanettato un ragazzo, poi uno di loro ha iniziato a picchiarlo. Lo ha anche colpito al volto con il casco. Quello che ho visto non potrò più dimenticarlo". Esordisce così, con la voce tremante dalla rabbia, una lettrice di Repubblica.it. Ha chiamato la redazione per raccontare il pestaggio di cui è stata testimone diretta. Ma il comandante dei vigili urbani di Roma contesta: il ragazzo era ubriaco, è stato lui ad aggredire.

"Ero andata allo stadio per assistere a Roma-Siena - racconta la testimone - poi, al termine, stavo percorrendo a piedi viale Angelico in direzione centro per andare riprendere la macchina che era all'altezza dell'incrocio con via Muggia e viale Carso. Saranno state circa le 22.40, quando ho notato due motociclisti della municipale che sfrecciavano: inseguivano un ragazzo a bordo di uno scooter. Avrà avuto diciassette, forse diciotto anni. Lo hanno fatto scendere. Erano concitati, su di giri, lo hanno strattonato e preso a spinte, poi gli hanno messo le manette ai polsi. A quel punto è iniziato il pestaggio".

La donna racconta che uno dei due agenti ha iniziato a prendere il ragazzo a pugni e a colpirlo con il casco in faccia. "Era una maschera di sangue - racconta ancora - aveva un occhio ridotto malissimo. Quel poveretto per la paura se l'è addirittura fatta sotto".

Durante il pestaggio si è formato un capannello di gente "dieci, forse quindici persone". Qualcuno ha anche ripreso le immagini con il cellulare. "Poi, in moto, sono arrivati altri colleghi dei due agenti - dice ancora la nostra lettrice - e hanno fatto cerchio intorno al ragazzo e agli altri agenti. E il giovane è stato caricato su una macchina di servizio che era giunta nel frattempo. La polizia è arrivata 20-30 minuti dopo, quando era già tutto finito. La macchina con il ragazzo era andata via, eravamo rimasti solo noi testimoni ad inveire contro gli agenti della municipale rimasti sul posto. Avevano fatto andare via anche l'agente del pestaggio. E' arrivata anche un'auto blu dei vigili urbani, credo fosse qualche dirigente perché aveva l'autista, ma è andata via quasi subito. In tutto c'erano almeno una decina di agenti. Cercavano di mantenere la calma, mentre alcuni di noi spintonavano e urlavano".

Stamattina al commissariato Prati qualcuno ha iniziato a farsi domande sull'accaduto. Per ora non risultano denunce, ma c'è un'annotazione della pattuglia arrivata sul posto: racconta di un pestaggio, riferito da alcuni testimoni, ad opera di un agente della municipale. Per ora senza nome.

giovedì 22 settembre 2011

pc 22 settembre - ' O' SISTEMA

Il voto con cui il parlamento ha rifiutato l'arresto del faccendiere di Tremonti, Milanese, un altro dei gangli venuti allo scoperto del “o' sistema” che guida ormai tutti gli aspetti della politica economica e finanziaria del governo o, per meglio dire, dei governi, dimostra quello che andiamo scrivendo insieme a molti altri, che questo parlamento è cassa di risonanza e di copertura del governo come comitato di affari del grande capitale.
Questo parlamento non può essere il luogo in cui Berlusconi può cadere, come non lo sono le istituzioni e il suo massimo rappresentante, il Pres. Napolitano. Per far cadere Berlusconi e dare un colpo al comitato d'affari o, meglio, ai comitati d'affari, serve un atto di forza che ne provochi la rimozione e faccia da diga verso il nuovo governo dei padroni.
La forma dell'atto di forza è la rivolta sociale, è l'accensione delle mille scintille che possano incendiare la prateria. Secondo questa logica per noi la rivolta non è una cosa da “preparare” bensì da fare trasformando ogni focolaio in incendio generale.
Consideriamo persi a questo scopo gli insieme dei partiti presenti in parlamento e quando diciamo persi, diciamo che sono contro. L'opposizione in questo parlamento è più contro la rivolta sociale che contro il governo che pure denuncia con espressioni colorite, vedi Di Pietro.
Ma pensiamo anche all'area dell'opposizione ex ed extra parlamentare; all'area che prepara la manifestazione del 15 ottobre, a cui pure noi partecipiamo e aderiamo; all'area che si riunisce il 1°ottobre a Roma su una piattaforma di buone intenzioni ma non certo coerentemente classista, anti statale e anticapitalista, come dovrebbe essere; all'area del sindacalismo di base di cui anche noi siamo parte; che deve fare la scelta della costruzione dell'atto di forza, necessario e indispensabile per rompere la spirale del moderno fascismo e per contrastare la crisi scaricata sui proletari e le masse popolari.
La natura specifica di questo governo, messa in luce più dalle intercettazioni che dalle manovre economiche governative, la tendenza al moderno fascismo che essa incarna, visibile ad occhio nudo anche da parte di chi è molto lontano da noi, fa sì che sia necessaria una crisi politica-istituzionale come arma per difendere anche gli interessi materiali dei proletari e delle masse nella crisi.
La crisi politica-istituzionale è l'ambito in cui si può mettere in luce lo scontro reale dell'“utilizzatore finale” del governo, il fascismo padronale che usa la debolezza del governo per far diventare legge i suoi diktat e che spera di uscire dalla crisi di esso con un governo più “rispettabile” e più compatto per realizzare i suoi piani; governo più compatto che viene dall'adesione quasi incondizionata del PD a un nuovo governo dei padroni, targhettato 'Marchionne' e dalla luna di miele Confindustria di Marcegaglia e Cgil di Camusso.
Per dar forza alla denuncia e a questa analisi e andare oltre la denuncia e l'analisi non c'è che la strada che andiamo affermando; essa può forgiare gli strumenti indispensabili della trasformazione sociale proletaria: partito di classe, sindacato di classe, fronte unito...

Proletari comunisti
22.9.11

pc 22 settembre - lo slai cobas per il sindacato di classe contro l'infane accordo Confindustria - Confederali

Lo Slai cobas per il sindacato di classe non ha dato la sua adesione allo sciopero indetto dalla Cgil il 6 settembre, né ha considerato quella una giornata importante di lotta contro padroni e governo, anche se siamo stati nelle piazze per essere al fianco dei lavoratori in lotta e indicare un'altra strada e un'altra via.
Le ragioni di questa mancata adesione si spiegano molto bene con l'infame accordo sottoscritto dalla Camusso per la Cgil nella giornata di oggi, a ratifica dell'intesa del 28 giugno.
E checché ne dicano molti critici di questo accordo, Il Manifesto, Liberazione, Cremaschi, la Fiom, la sua ratifica non era messa in discussione dallo sciopero del 6 che anzi attaccava il governo non per contrarietà ai contenuti di fondo dell'art.8 ma per averli sottratti alla sovranità delle parti, ribadita dall'accordo firmato ieri.
Quindi Il Manifesto, Liberazione, i dirigenti della Fiom non dicono la verità ai lavoratori, né possono trasformare la loro contrarietà in innocenza.
L'assemblea nazionale della Fiom, di oggi e domani, come l'assemblea del 1° ottobre tradiscono gli interessi dei lavoratori se non dichiarano esplicitamente non solo di essere contro questo accordo ma di essere contro la Cgil che lo ha firmato e che quindi le iniziative di lotta a partire dai prossimi giorni, compresa la giornata del 15 ottobre, devono contenere questo attacco alla Cgil e la sua considerazione come controparte.
Sappiamo che esiste la necessità di mobilitare la gran parte di operai e lavoratori iscritti a questo sindacato, ma questo non può tradursi nel sofismo di non considerare l'attuale direzione maggioritaria della Cgil come parte integrante dei piani dei padroni e del governo dei padroni, quindi loro agenti nelle fila del movimento sindacale e operaio in generale e non ala moderata di esso.
Per questo lo Slai cobas per il sindacato di classe insiste che unità di classe significa prima di tutto avere chiarezza su questo. E ciò non è chiaro non solo nella Fiom, e non ce ne stupiamo, ma anche in parte rilevanti delle forze che promuovono e partecipano all'assemblea del 1° ottobre e in parte di quelle che convocano la manifestazione del 15 ottobre.
Senza delimitarsi non ci si può unire. E' un principio di verità tra gli operai, i lavoratori.

Slai cobas per il sindacato di classe
coordinamento nazionale
22.9.11

pc 22 settembre - contro l'accordo infame Confindustria- CGIL/CISL/UIL

Proletari comunisti denuncia alla classe operaia, ai lavoratori, alle masse popolari nel nostro paese l'infame accordo sottoscritto ieri dalla Confindustria con i segretari di Cisl, Uil, Cgil. Un accordo corporativo fondato sulla deroga del CCNL, sulla violazione dello Statuto dei Lavoratori, sulla ratifica di fatto dei diktat della Fiat, del grande padronato, sulla assunzione degli interessi dei padroni come interessi primari ed esclusivi nel mondo del lavoro.
Un accordo che dà una mano al governo in crisi e alla sua manovra finanziaria e antipopolare e che ottiene l'entusiastico appoggio dell'opposizione parlamentare rappresentata dal PD, a dimostrazione che dietro il contrasto con il governo vi è il comune interesse della difesa degli interessi dei padroni.
Combattere questo accordo nelle fabbriche e nelle piazze è una necessità immediata e di lungo periodo e richiede lotta contro i padroni, contro ogni governo dei padroni e contro i sindacati della collaborazione.

Proletari comunisti

22.9.11

pc 22 settembre - con la rivolta degli immigrati di Lampedusa !

Gli immigrati a Lampedusa hanno dato vita ad una giusta rivolta, e non tanto per le loro condizioni materiali inaccettabili quanto per la decisioni del governo, sostenuta da tutti i partiti dell'opposizione e cavalcata in senso reazionario, di espellerli, di ricacciarli, nonostante è fin troppo evidente che questi immigrati fanno parte dell'ondata accentuata dalla guerra imperialista in Libia, e quindi rientrano comunque nella tutela internazionale in qualità di profughi, tutela che richiederebbe un permesso temporaneo come quello ottenuto dai ventimila tunisini nell'aprile scorso.
Questo diritto viene negato. E chi è scampato alla morte dai barconi viene ora cinicamente e criminalmente “ributtato in mare”, rimandato in Tunisia dove il governo succeduto a Ben Alì non tutela le masse tunisine e fa lo stesso commercio con i governi imperialisti, e quindi col nostro governo, nell'accettare la politica dell'espulsione e delle deportazioni.
La rivolta a Lampedusa è quindi un atto di civiltà, un grido di rabbia e di dolore che deve essere raccolto e sostenuto.
Invece assistiamo al fatto che polizia e settori razzisti e sottosviluppati di idee e di pratiche di estrema destra hanno risposto a questa rivolta con l'aggressione e la violenza, con spingere e fiancheggiare gli sbirri a fare il loro sporco mestiere, come le immagini dei video dimostrano in maniera inequivocabile.
Certo tra chi è protagonista di atti di rabbia contro gli immigrati vi è anche gente esasperata ed irretita dall'azione del governo, dentro una condizione economica e sociale e di vivibilità di estremo disagio; ma questa condizione è provocata dal governo che tiene bloccati gli immigrati a Lampedusa in condizioni disumane, di inciviltà perchè non vuole risolvere la loro situazione riconoscendo i loro diritti. E' quindi grave e inaccettabile che questa situazione, invece di tradursi nella lotta contro il governo insieme agli immigrati, si manifesta in crimini di stampo razzista verso di essi.
E' assolutamente necessario fare qualcosa contro tutto questo. Ma un buon fare è anche creato da un dire, dal far sentire la propria voce.
I compagni siciliani, il movimento devono schierarsi nettamente contro i “topi di fogna” di Lampedusa e costruire solidarietà e contrasto su ogni atto di aggressione e violenza, attacco ai diritti contro gli immigrati.

proletari comunisti
ro.red@libero.it

pc 22 settembre - Nina e Marianna tornano a casa.... ma la repressione NOTAV continua

Nina e Marianna tornano a casa....



Arresti
domiciliari per Elena, obbligo di dimora per Marianna. Questa la
decisione del riesame, proprio nel giorno in cui la Camera boccia la
richiesta d'arresto per Milanese.Nina e Marianna tornano a casa. Ma la
nostra lotta dovrà continuare, fino alla loro completa
assoluzione!http://torino.repubblica.it/cronaca/2011/09/22/news/scarcerazione_negata_alle_due_militanti_no_tav-22061058/Sì
alla scarcerazione
per le militanti No Tav

pc 22 settembre - forte denuncia in seno al PCUNepal della direzione Bahal (Prachanda)

Il vice Presidente Mohan Baidya Pokharel 'Kiran' del Partito Unificato maoista
ha detto in un incontro della sua ala al Palazzo Krishnabhog di Baneshwor
il 21 settembre 2011, che il Presidente Pushpa Kamal Dahal 'Prachanda' aveva in
effetti incontrato i funzionari del famigerato servizio segreto dell'India,
RAW, mentre si trovava di recente a Siliguri.

"Siamo stati insieme a Gorkha. Mi disse che aveva qualche problema familiare
da risolvere a Biratnagar. Mi ha portato a fare un giro. Ma, ha incontrato gli
agenti RAW a Siliguri (India) ".

Il presidente Dahal è stato visto l'ultima volta presso l'aeroporto di
Biratnagar venerdì 9 settembre, 2011 prima della sua misteriosa scomparsa di
due giorni. E 'stato poi ritrovato dal personale di sicurezza a Biratnagar
domenica 11 Settembre 2011.

"Dahal ha parlato con gli agenti indiani sulla distribuzione di controlli
aerei presso l'aeroporto internazionale e ha firmato un trattato di
estradizione", si riporta abbia detto Baidya.

Fa una battuta sul presidente Dahal, il segretario Generale Ram Bahadur Thapa
'Badal' che ha detto: "Credo che il compagno Kiran si sbaglia. Il Compagno
Prachanda era infatti scomparso per risolvere le sue questioni familiari. La
RAW dell'India e la CIA USA sono ormai diventati membri della sua famiglia. E'
suo diritto incontrare i membri della sua famiglia. La nostra protesta non ha
alcun significato ".

Thapa si è spinto oltre e ha detto: "I suoi familiari sono RAW, la CIA,
alcuni leader Madhesi e persone come Ajay Sumargi. E' sotto i loro saggi
consigli; l'accoppiata Dahal-Bhattarai è sulla buona strada della
Bhutanizzazione, Fijiizzazione e Sikkimizzazione del Nepal ".


Richiamando un esempio passato Badal ha detto, "il presidente Dahal dopo
l'incontro di Dhobighat mi ha detto che entrambi eravamo langotiya, amici
d'infanzia. Ha detto che non avrei dovuto partecipare all'incontro di
Dhobighat. Io invece gli dissi che ero sempre con lui, piuttosto era Prachanda
che lui aveva lasciato in mezzo all'oceano."

Thapa ha commentato sul primo ministro Bhattarai, (sic), "Bhattarai è sempre
stato uno di destra. Non critichiamolo per averci tradito. E' andato dove
doveva andare (è implicito verso l'India). "

Dev Gurung dichiara
"Anche con me ha voluto fare un giro. Poneva l'accento sulla linea del
Congresso Nepalese e l'UML. Egli è favorevole a una costituzione anti-popolare.
La decisione di consegnare le chiavi, è un atto suggeritogli dai suoi amici
RAW, che incontrò in Malesia. "

Infine Netra Bikram Chand Biplav conclude: "I nostri rispettati leader
(guardando verso Baidya e Gajurel) elaboreranno strategie e noi i giovani
guideremo una rivolta sotto la loro guida."

.

pc 22 settembre - sulla situazione in nepal - una nota dei compagni indiani Naxalbari che proletari comunisti condivide

Sulla situazione attuale in Nepal e le sfide che i maoisti hanno di fronte


In Nepal la partecipazione al processo Costituente, e nel governo, è stata utilizzata dalla direzione del PCNU (Maoista) per liquidare le natura rivoluzionaria del partito e affondare nella palude del parlamentarismo. Ormai da tempo questa è politica concreta di revisionismo, del deragliamento del partito dalla via della Rivoluzione di Nuova Democrazia. Ma, con la recente nomina del Dr. Baburam Bhattarrai a Primo Ministro del Nepal, grazie a un accordo con i partiti Madheshi, noti agenti dell’espansionismo indiano, si è dato un salto. Seguendo un copione già dato dai reazionari e approvato dalla direzione del PCNU (Maoista), il nuovo governo ha immediatamente consegnato le chiavi dei container in cui erano accantonate le armi dell’Esercito di Liberazione Popolare (PLA).
Dopo averlo svuotato della sua qualità combattente, attraverso le politiche imposte dalla leadership del PCNU (maoista), per completare l’opera si prepara ora la formale eliminazione di una delle superstiti, e tra le più importanti, conquiste dei 10 anni di guerra popolare. Il popolo così non ha più nulla si cui contare e viene gettato inerme tra le fauci dei lupi reazionari.
10 anni di eroica guerra delle masse e di immensi sacrifici hanno dato alla piccola organizzazione del PCN (Maoista) fama e riconoscimento internazionali. Questo partito, emerso come splendido paladino nella gloriosa storia del movimento comunista internazionale, è ormai ridotto a nient’altro che un misero partito politico che mercanteggia spudoratamente per qualche posto tra le panche della classe dominante. Gli stessi dirigenti di questa organizzazione svendono i sacrifici e la sofferenza delle masse rivoluzionarie per ottenere qualche carica ministeriale e il riconoscimento da parte dell’espansionismo indiano, al servizio dell’imperialismo. Ogni loro passo è pensato per dimostrare ai loro aakkas (padroni) che sono realmente intenzionati ad abbandonare la via della rivoluzione.
Quando dei comunisti cambiano colore e degenerano, la putredine è molto peggiore. La parola d’ordine “servire il popolo” si trasforma in “servire i padroni imperialisti-espansionisti”. Quanto più si cambia la natura di classe del partito, tanto più favore si acquisisce presso le classi dominanti. Ci si spoglia anche del velo di un minimo di moralità borghese. L’aperta degenerazione, la ricerca di benefici e lussi, prendono il posto di uno stile di vita semplice, comunista, rivoluzionario, dignitoso e modesto. I revisionisti sono il seme della reazione e i servi degli imperialisti nelle file della rivoluzione. In nessuna occasione storica hanno dovuto contagiare l'intera organizzazione, per decapitarne la forza ideologica e spogliarla del suo fervore rivoluzionario. La prima cosa che fanno per liquidare un’organizzazione rivoluzionaria è introdurvi il liberalismo al posto di una posizione ideologica ferma e chiara. Aborrono i principi del partito leninista e trasformano l'organizzazione in un forum di discussione aperto e inconcludente. Fanno delle manovre e manipolazioni la sua norma di funzionamento. Tutte queste caratteristiche sono oggi ben visibili nel PCNU (maoista).
I maoisti avevano guadagnato un vantaggio strategico, grazie ai dieci anni di Guerra Popolare che avevano liberato vaste regioni del paese e vi avevano stabilito il potere popolare. L'avanzata della rivoluzione aveva aggravato la crisi all'interno delle classi dominanti e messi all'angolo i loro padrini imperialisti ed espansionisti.
Questo costituì il contesto per l'accordo di pace del 2006 e la sollevazione di massa che pose fine alla monarchia dell’odiato Gyanendra. Il partito maoista guadagnò la posizione di unica leadership nazionale, ottenendo uno straripante sostegno per l'agenda incompiuta della rivoluzione. Ma, invece di utilizzare questi fattori favorevoli e applicare tattiche adeguate per realizzare le aspirazioni del popolo, la leadership ha deviato dai compiti strategici della rivoluzione.
Le radici ideologico-politiche di questa deviazione, comprese le diverse tendenze contenute nel passaggio a “tattiche di pace” sono già terreno di lotta ideologica all'interno del movimento maoista nepalese e internazionale.
Le opinioni del nostro partito su questo argomento, compreso il carteggio con la direzione del PCUN (Maoista), è stato pubblicato può essere letto sul n.3 di Naxalbari (http://www.thenaxalbari.blogspot.com). Questa lotta ideologica va sicuramente approfondita, soprattutto da parte degli stessi maoisti nepalesi. Ma il compito immediato che hanno i maoisti e le masse rivoluzionarie in Nepal è quello di alzare la bandiera della ribellione aperta contro il quartier generale revisionista e quindi avviare la ricostruzione del partito su solide basi marxiste-leniniste-maoiste, saldamente uniti alle masse. Devono uscire dalla palude revisionista dell'Assemblea Costituente, facendo politica e riprendendo la strada della rivoluzione. L'eredità rivoluzionaria dei maoisti in Nepal, grandemente arricchita dall’eroica guerra popolare che hanno diretto e dai gloriosi sacrifici fatta da migliaia di valorosi figlie e figli del Nepal, unita alla solidarietà senza frontiere dei popoli di tutto il mondo con la rivoluzione nepalese, rappresentano la solida base per raccogliere questa sfida. Come richiamato dalla Risoluzione politica del CCOMPOSA, “i popoli di tutto il mondo guardano ai maoisti in Nepal affinché escano da tutti i complotti, interni ed esterni, e avanzino con determinazione verso il completamento della rivoluzione di nuova democrazia”.

Krantipriya
Portavoce,

6 Settembre 2011

pc 22 settembre - alla Tenaris Dalmine, operai sempre a rischio infortuni.. ma la denuncia non manca




ancora una volta è solo per il caso si è rischiato di morire nella fabbrica dei profitti della tenaris dalmine (aumentano gli indici in borsa in questi giorni) , martedì nel reparto ftm, a causa di un lem (grosso magnete) che viene usato per la movimentazione dei tubi, dove si è spezzata una delle due funi che per fortuna ha permesso al carico di andare nella direzione opposta della cabina dove stanno gli operai gruisti.

il silenzio delle rsu e degli rls e il clima di ricatti di perdita del posto di lavoro che si respira, mette in secondo piano la sicurezza, questa volta comunque c'è stata una risposta grazie alla denuncia dei sindacati di base presenti si è arrivati ad una fermata con sciopero dei gruisti e questo è sicuramente positivo come anche le scritte comparse intorno alla fabbrica.

il 20 settembre ci sara la sentenza della cassazione, ossia definitiva verso il rappresentante della sicurezza aziendale per le sue responsabilità sulla mancanza di segnaletica di sicurezza grazie ad una denuncia dello slai cobas per il sindacato di classe dalmine dopo la morte di un giovane operaio in fabbrica, che conferma quello che dicono gli ispettori asl: "la maggioranza delle ispezioni che riusciamo a fare dimostrano che le aziende sono fuori dal rispetto delle leggi di sicurezza".

mercoledì 21 settembre 2011

pc 22 settembre - Riparte la lotta per la casa a Ravenna



Stasera assemblea di preparazione

LA CASA E' UN DIRITTO!
Ma è un diritto negato
• da questo governo (con la manovra economica "lacrime e sangue" per i lavoratori e le loro famiglie e che cancella le detrazioni fiscali per gli inquilini e taglia il fondo di sostegno alla locazione)
• e da questa amministrazione che lascia migliaia di appartamenti sfitti alla speculazione della cementificazione dei privati e non interviene sui caro affitti e sulle alte tariffe delle utenze e nè per bloccare gli sfratti. A Ravenna, in questi giorni, ci sono stati sgomberi di alloggi di fortuna per gli immigrati, alcuni pure con il permesso umanitario, e la polizia li ha pure denunciati. Repressione è stata la stessa risposta che hanno ricevuto i disoccupati senza casa, abbandonati dall'ASP, che hanno presidiato notte e giorno il Comune per 11 giorni a luglio!
Vergogna!
Disoccupazione, precarietà, salari da fame, mancanza di alloggi popolari: ai problemi sociali nessun politicante, nessuna istituzione, nessun sindacato confederale ha dato risposte!
C'è da ripartire con le lotte con la partecipazione diretta di coloro che subiscono pesantemente questa situazione.
Casa-lavoro-dignità
Apriamo con la lotta una vertenza cittadina di massa

Contattaci:
Slai Cobas per il sindacato di classe-Ravenna
tel. 339/8911853
e mail: cobasravenna@libero.it

pc 21 settembre - grande manifestazione a Donostia in solidarietà con i prigionieri politici baschi


HERRI DEMOKRAZIA


Respondiendo a la iniciativa Egin Dezagun Bidea y bajo el lema Eskubide guztiekin euskal presoak Euskal Herrira una multitud se manifestó en Donostia por por l@s pres@s politic@s vasc@s. Durante la movilización, que transcurrió durante todo su recorrido bajo una lluvia constante, se denunció la violencia política que supone la dispersión carcelaria que desde hace más de dos décadas aplican los Estados español y francés y además se oyeron con fuerza gritos reclamando que las presas y presos regresen a Euskal Herria y por la amnistía. La manifestación contaba con el respaldo de numerosas fuerzas políticas y sociales así como de la mayoría sindical vasca. Segun cálculos del diario Gara la convocatoria reunió a 27.000 manifestantes. Durante la alocución final, Egin Dezagun Bidea ha emplazado a la sociedad vasca para una movilizacióm masiva en enero.

pc 21 settembre - Castelli al processo NO TAV per imporre il carcere, a difesa dei signori del profitto, della speculazione e della mafia proTAV

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.NO TAV: Caselli in aula, si accanisce contro Nina. NINA E MARIANNA LIBERE! SUBITO!
Submitted by anonimo on Tue, 20/09/2011 - 15:09 Altre cittàinternazionaleNO TAVnotizierepressione
Il procuratore capo di Torino Gian Carlo Caselli si è presentato a sorpresa nell'aula del Tribunale del Riesame, dove si discuteva l'istanza di scarcerazione per l'attivista No Tav, Elena Garberi, che tutti conoscono come "Nina".

La donna è accusata di presunte violenze avvenute intorno al fortino in Val di Susa, lo scorso 9 settembre.

C'è da dire che alla Garberi viene contestato solo "il concorso morale", visto che non ci sono nè filmati nè testimonianze che dimostrino che la donna stesse effettivamente tirando pietre contro le forze dell'ordine.

Nonostante questo Caselli ha chiesto la conferma della custodia cautelare in carcere, perché secondo lui "sussiste il pericolo di reiterazione del reato".

Il legale della difesa, Gian Luca Vitale, ha invece chiesto la scarcerazione della sua assistita o l'applicazione degli arresti domiciliari.

Il Tribunale del Riesame dovrà decidere nei prossimi giorni, dopo che verrà discusso anche il caso di Marianna Valenti, arrestata anch'essa dopo gli scontri.

La presenza del procuratore capo in persona nell'aula è apparsa quanto mai anomala, visto che tutti si aspettavano il pubblico ministero Quaglino, che si occupa della vicenda. Un'anomalia che, guarda caso, arriva proprio all'indomani delle manifestazioni di solidarietà che Luca Mercalli e Fabio Fazio hanno espresso sia al movimento No Tav che alle due donne, incensurate, detenute nel carcere di Torino.

Un gesto quello di "Che tempo che fa?" che ha messo in crisi gli esponenti del centrosinistra, in testa l'onorevole Stefano Esposito, che ha fatto della Tav il suo unico, politicamente parlando, cavallo da battaglia.

da repubblica

Anche Caselli in aula contro la No Tav arrestata
Il procuratore capo è intervenuto all'udienza davanti al Tribunale del Riesame che deve pronunciarsi sull'istanza di scarcerazione di Elena Garberi. L'accusa ha chiesto la conferma del carcere, i giudici si sono riservati la decisione.
Domani si discute il caso di Marianna Valentidi SARAH MARTINENGHI

Il procuratore Gian Carlo Caselli
E' intervenuto il procuratore capo in persona, Gian Carlo Caselli, all'udienza svoltasi stamane al Tribunale del Riesame per discutere l'istanza di scarcerazione avanzata dai legali di Elana Garberi, una delle due No Tav arrestate nei giorni scorsi per le quali si è svolta lunedì sera una fiaccolata di solidarietà in Val Susa e il meteorologo Luca Mercalli ha lanciato un controverso appello in tv scatenando le polemiche di esponenti del Pdl e del centrosinistra.

All'udienza l'accusa, rappresentata oltre che da Caselli anche dal pm Quaglino, ha chiesto la conferma della custodia cautelare in carcere, ritenendo che sussista il pericolo di reiterazione del reato. Il legale della donna, Gian Luca Vitale, ha invece invocato la scarcerazione o almeno l'applicazione degli arresti domiciliari. I giudici, come di consueto, si sono riservati di decidere nei prossimi giorni. Intanto domani sarà discusso anche il caso dell'amica della Garberi, Marianna Valenti, arrestata assieme a lei.

Le due donne sono accusate di aver opposto resistenza in occasione dell'irruzione nel cantiere di Chiomonte, ma alla Garberi viene contestato soltanto il "concorso morale" nell'azione (non è stata vista tirare pietre contro i poliziotti), mentre la Valenti deve rispondere anche di lesioni perché, secondo l'accusa, fuggendo avrebbe provocato una distorsione a un funzionario di polizia che la stava rincorrendo facendolo cadere.

pc 21 settembre - Nocs un covo di bastardi violenti e fascisti coperti dallo Stato

Ora vogliono affossare l'inchiesta e trovare un colpevole per salvare la caserma e il corpo

L’agente allontanato dai Nocs
ha protetto i big della Terra
Sarà il prefetto Stefano Berrettoni, numero uno della direzione centrale della polizia di prevenzione, a coordinare l'inchiesta interna sulle violenze nella caserma dei Nocs. "Premesso che ci fidiamo ciecamente del prefetto Berrettoni denuncia Gianni Ciotti, segretario provinciale del sindacato Silp Cgil ritengo che chi è parte in causa in un procedimento, non possa essere, al tempo stesso inquirente. Riteniamo che l'ispezione all'interno dei Nocs, proprio per la credibilità della nostra amministrazione, doveva essere assegnata a un'altra direzione".

La nomina di Berrettoni, che per il Viminale è una decisione da manuale "in quanto la direzione centrale della polizia di prevenzione è l'unico organismo che, per rango, supera il Nocs" lascia perplessità nel sindacato di polizia Silp Cgil. A stabilire, con una relazione circostanziata, "l'incompatibilità ambientale" dell'agente del Nocs che, con la sua denuncia alla Digos e in procura, ha sollevato il velo sulla situazione interna alla caserma di Spinaceto, fu proprio Stefano Berrettoni. Fu lui a decidere che chi aveva denunciato la pratica dell'anestesia, il rito a metà tra il sadismo e il nonnismo che stando a quanto raccontato da alcuni agenti non allineati veniva utilizzato dal "sottocomando" che si è andato formando negli anni per "battezzare" i nuovi arrivati, non era più idoneo al Nocs.

"L'agente ha assunto nel tempo atteggiamenti polemici sfociati in un'ostilità nei confronti di superiori e colleghi così si legge nella relazione datata 26 luglio 2011 determinando l'insorgenza di forti tensioni nell'ambito lavorativo che hanno inciso negativamente sul corretto e sereno svolgimento dei delicati compiti istituzionali affidati al nucleo". Nel rapporto, redatto a sette mesi dalla denuncia dell'ex Nocs, viene citata la rissa avvenuta nel dicembre del 2010 nella mensa della caserma, episodio per il quale la procura di Roma ha rinviato a giudizio per minacce e lesioni Fernando Olivieri, l'aggressore e leader del sottocomando, sottolineando come l'assistente capo fu punito "con pena pecuniaria con decurtazione di 1/trentesimo dello stipendio, ovvero il minimo previsto in ragione della dovuta provocazione del denunciante". Berrettoni conclude la relazione motivando l'allontanamento dal corpo speciale dell'agente. "Il rapporto di fiducia (del poliziotto) con la dirigenza si è irrimediabilmente rotto con l'invio di una nota riservata a questo ufficio in cui lui ha dichiarato di non avere alcuna possibilità di essere ascoltato con attenzione, imparzialità ed equità da funzionari e dirigenti".

In poche parole, stando a quanto scritto, dopo le rimostranze e le richieste di aiuto rispetto a comportamenti borderline del sottocomando, la dirigenza non aveva più fiducia in lui. Una diffidenza retrodatata, che risalirebbe almeno al 2007. Singolare, a questo punto, capire come un comando possa aver deciso di mettere in mano a un uomo "che crea tensione nel gruppo" e ha "inciso negativamente sullo svolgimento di delicati compiti" la vita di tutti i capi di stato che dal 2008 in poi sono passati per l'Italia. Da Barack Obama a Shimon Peres, da Gheddafi a Blair lui, l'agente "incompatibile" era sempre il primo uomo della scorta, quello che, col suo corpo, avrebbe dovuto pararsi davanti ai leader in caso di attentati e rischiare la propria vita.
(19 settembre 2011)