sabato 16 aprile 2011

pc 16-17 aprile - Morti sul lavoro in forte crescita: +25% nei primi 3 mesi dell'anno rispetto al 2010

Lo rileva uno studio della Vega Engineering: la Lombardia è la regione con più decessi MILANO - Aumentano nuovamente nei primi tre mesi dell'anno le morti sul lavoro. Sono infatti 114 i decessi sul lavoro da gennaio a marzo, contro i 91 del primo trimestre 2010. Lo rileva l’Osservatorio Sicurezza sul lavoro di Vega Engineering che da oltre due decenni lavora nel settore della formazione e della sicurezza. Si evidenza quindi un'inversione di tendenza rispetto al 2010, anno il quale, secondo gli ultimi dati Inail, aveva visto una flessione dell'1,9% degli infortuni in complesso rispetto al 2009 (da 790 mila casi a 775 mila casi); una flessione del 6,9% degli infortuni mortali (da 1053 a 980). LE REGIONI PIU' COLPITE - Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte sono le regioni con più decessi, seguite da Sicilia, Campania e Veneto. In rapporto al numero di occupati, invece, ad indossare la maglia nera è sempre la Valle D’Aosta. Milano la provincia maggiormente colpita, seguita da Torino, Catania, Bologna e Napoli. Nel settore agricolo si è verificato il 35,1% delle morti bianche, seguito da quello delle costruzioni (21,9 % delle vittime). La fascia d’età maggiormente a rischio è invece quella che va dai 40 ai 49 anni con 29 vittime (25,7 %del totale). Dalla ricerca poi emerge che le morti bianche non conoscono spazi vuoti neppure nel fine settimana perché tra venerdì e domenica viene accertato circa il 30% delle tragedie. Significativo il dato relativo a come avvengono gli incidenti mortali: il 28,1% sono causati dalla caduta di persone, mentre il 25,4% sono prodotti dallo schiacciamento conseguente ad oggetti caduti dall'alto. Redazione online 14 aprile 2011 http://www.corriere.it/economia/11_aprile_14/morti-sul%20lavoro_1bc41b7a-6697-11e0-a8cd-42b6ca6f7d7e.shtml

pc 16-17 aprile - PROCESSO THYSSENKRUPP: LA SENTENZA DI PRIMO GRADO

Torino, venerdì 15 aprile ore 9:30: nella maxi aula uno del Palazzo di Giustizia ha luogo l'ultima udienza del processo alla multinazionale tedesca dell'acciaio Thyssenkrupp per quello che, come ha ricordato recentemente l'avvocato Sergio Bonetto, è stato il peggior eccidio di lavoratori della storia moderna, dopo quello della Mecnavi al porto di Ravenna nel 1987.
La Rete nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro organizza, in questa occasione, un presidio fuori dal Tribunale nell'attesa della sentenza, prevista per la serata: le varie realtà aderenti - Legami d'acciaio, Collettivo Comunista Piemontese e Proletari Comunisti - sono già presenti e ben visibili alle ore 9:00 in via Giovanni Falcone.
Nel corso della giornata si aggiungeranno altre realtà che hanno raccolto l'invito per questa giornata particolare: Medicina democratica, la Federazione della sinistra - presente con un presidio autonomo nel quale fondamentalmente fa campagna elettorale per il candidato sindaco Juri Bossuto - i Comitati d'appoggio alla resistenza per il comunismo, la Federazione anarchica italiana, una folta delegazione della Unione sindacale di base - pochissime le bandiere dell'Usb, ma tantissime quelle della Confederazione unitaria di base e della Confederazione Cobas - la Fiom.
Inoltre non mancano, all'appuntamento con questa giornata a suo modo storica, i viareggini - familiari delle vittime della strage provocata dall'esplosione di un carro ferroviario cisterna nella stazione versiliese - riuniti nell'Assemblea 29 giugno, ed i cittadini di Casale Monferrato organizzati nell'Associazione familiari e vittime dell'amianto.
Intorno alle ore 16:00 c'è il primo, ed unico, momento di tensione della giornata: a provocarlo è il candidato sindaco della destra moderata torinese, lo Smilzo, che si avvicina al presidio ma viene costretto alla fuga precipitosa dalla pronta reazione dei compagni.
A seguire, circa un'ora dopo, si svolge un'assemblea con microfono aperto, durante la quale l'onorevole sedicente democratico Antonio Boccuzzi - compagno di lavoro delle vittime - prende la parola per ringraziare tutti coloro che, nel corso del processo, hanno seguito lo stesso assiduamente.
Alle ore 19:00 circa inizia la corsa ad accaparrarsi un posto in aula, dove alle ore 21:15 entra la Corte per la lettura della sentenza: la presidente Maria Iannibelli - davanti ad una platea in religioso silenzio, ma visibilmente soddisfatta - legge un dispositivo che accoglie tutte le richieste del pm e delle parti civili, e viene accolto da un lunghissimo applauso e visibile commozione da tutti i presenti; eccone i principali punti.
L'ad Harald Espenhan è condannato ad anni sedici e mesi sei di reclusione, con la pena accessoria dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici; i dirigenti Gerhard Prignitz, Marco Pucci, Raffaele Salerno, e Cosimo Cafueri, ad anni tredici e mesi sei di reclusione, l'interdizione per cinque anni dai pubblici uffici, ed il divieto di contrattazione con la pubblica amministrazione per tutta la durata della pena; l'unica sorpresa, peraltro positiva, riguarda Daniele Moroni, dirigente dello stabilimento di Terni, a cui vengono comminati anni dieci e mesi dieci, contro i nove anni richiesti dal pm Raffaele Guariniello.
Inoltre, la Thyssenkrupp Acciai Speciali Terni, nella persona del suo rappresentante legale pro tempore, viene condannata a: una multa di un milione di Euro; la confisca di ottocentomila Euro; l'interdizione, per la durata di mesi sei, dalla pubblicizzazione di beni e servizi; l'interdizione, per la durata di mesi sei, dalla contrattazione con la pubblica amministrazione; la pubblicazione della sentenza sui quotidiani Stampa, Repubblica e Corriere della Sera; infine, in solido con gli imputati persone fisiche e con il responsabile civile, del pagamento delle spese processuali.
Le motivazioni di quella che è una sentenza storica - per la prima volta in Italia un padrone viene condannato per omicidio volontario - saranno emesse entro novanta giorni.

Torino, 15 aprile 2011




Stefano Ghio - Rete sicurezza Torino

pc 15 aprile - sentenza thyssen dal CCP torino

Thyssen, 16 anni di condanna all'amministratore delegato, 13 anni agli altri, forse in Italia un pò di giustizia c'è ancora, questo evento storico va comunicato a tutti i lavoratori, ma soprattutto a tutti i padroni: FINALMENTE SI STABILISCE CHE I MORTI SUL LAVORO NON AVVENGONO A CAUSA DEL DESTINO, MA PER RESPONSABILITA' DI PERSONE CHE HANNO COME UNICO SCOPO DELLA VITA GUADAGNARE DENARO CON QUALSIASI MEZZO.

Thyssen Torino presidio tribunale





Thyssen Torino presidio tribunale





pc 15 aprile - THYSSEN - Padroni Assassini

E' sicuramente un fatto positivo che siano state accolte le richieste di condanna del Pm Guariniello da parte dei giudici al processo contro i dirigenti della Thyssen di Torino, sarebbe stato l'ennesmo scandalo se fosse andata diversamente, visto l'evidenza dei fatti che vedeva questi operai ogni giorno a rischio della loro vita in quanto dovevano spegnere degli incendi per non fermare la produzione e quindi conferma che i padroni e il loro sistema di sfruttamento sono degli assassini, questo è avvenuto anche grazie alla mobilitazione della rete che ha fatto delle udienze del processo una battaglia continua perchè non si spegnessero i riflettori su questa vicenda, ma questo non si riesce ancora a fare per tutti i processi in corso.... non siamo daccordo sulle dichiarazioni della fiom che parlano di sentenza che servirà:"...a contrastare in modo più efficace la piaga degli omicidi sul lavoro», come ha affermato Federico Bellono, segretario fiom piemonte, in quanto non possiamo affidarci alle sentenze di un tribunale ma occorre mettere in campo una mobilitazione permanente, uno scontro frontale fino ad arrivare ad uno sciopero contro le morti sul lavoro degli operai, cosa che neanche la fiom vuole fare.......... siamo daccordo con i familiari che anche dopo aver applaudito per la sentenza, ritengono che questo sia solo un primo passo e che bisogna proseguire la lotta fino a che i colpevoli vadano effettivamente in galera. è con questo spirito che al di la dei vari politici e politicanti che sono sfilati a fare la passerella i compagni di proletari comunisti e dle collettivo comunista piemontese hanno animato per tutta la giornata il presidio assedio che si è tenuto oggi davanti al tribunale.

venerdì 15 aprile 2011

pc 15 aprile - sentenza Thyssen

22:07 - Parla di "svolta epocale" il pm del processo ThyssenKrupp, Raffaele Guariniello, dopo la sentenza di condanna per tutti gli imputati e in particolare dell'ad della società, condannato per omicidio volontario. "Una condanna - sottolinea il magistrato - non è mai una vittoria o una festa. Però questa può significare molto per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro. D'ora in poi le imprese sarano spinte a fare molto di più per la sicurezza".

pc 15 aprile - processo Thyssen:accolte le richieste di condanna

anche oggi presidio della rete davanti al tribunale. contestato fassino
condanne per i padroni assassini


CRONACA da La Repubblica

. .L'accusa è di omicidio colposo. Per l'ad Harald Espenhahn omicidio volontario
Il processo si aprirà il 15 gennaio, riguarderà anche l'azienda nella veste di persona giuridicaThyssen, imputati rinviati a giudizio
Guariniello: "Una sentenza storica"Gli applausi dei parenti delle vittime: "E' solo l'inizio, devono andare in galera"


Raffaele Guariniello
TORINO - Sono stati tutti rinviati a giudizio i sei imputati per il rogo alla ThyssenKrupp di Torino nel quale, il 6 dicembre del 2007, morirono setto operai. L'amministratore delegato, Harald Espenhahn, risponderà di omicidio volontario con dolo eventuale. Lo ha deciso questa sera il gup Francesco Gianfrotta, che ha accolto tutte le tesi sostenute dall'accusa, rappresentata dai pm Raffaele Guariniello, Laura Longo e Francesca Traverso. Intanto, altri due lavoratori sono morti carbonizzati in una fabbrica di gomma a Sasso Marconi, nel Bolognese.

Gli imputati. Il processo si aprirà il 15 gennaio in Corte d'Assise e riguarderà, oltre ai sei imputati, anche l'azienda nella veste di persona giuridica. Gli altri cinque dirigenti e dipendenti rinviati a giudizio per omicidio colposo con colpa cosciente, sono Gerald Prigneitz, Marco Pucci, Giuseppe Salerno Daniele Moroni e Cosimo Cafueri.

L'ordinanza. L'ad Espenhahn si è "rappresentato la concreta possibilità del verificarsi di infortuni anche mortali sulla linea Apl5" dello stabilimento di Torino, e ha "accettato il rischio". E' quanto si legge nell'ordinanza di rinvio a giudizio scritta dal gup Gianfrotta, secondo il quale Espenhahn - nonostante fosse a conoscenza dei problemi - "prendeva dapprima la decisione di posticipare dal 2006/2007 al 2007/2008 gli investimenti antincendio per lo stabilimento di Torino pur avendone già programmata la chiusura", e poi "la decisione di posticipare l'investimento per l'adeguamento della linea 5 (raccomandata dall'assicurazione, dai vigili del fuoco e da un organo aziendale, il Wgs, ndr) ad epoca successiva al suo trasferimento da Torino a Terni".

Guariniello: "Sentenza storica". "E' una sentenza storica - ha commentato il procuratore Guariniello - non è mai successo che si sia arrivati al rinvio a giudizio sia delle persone fisiche che delle persone giuridiche, riconoscendo in un caso anche l'omicidio volontario".

Gli applausi dei parenti delle vittime. "E' la nostra prima, grande vittoria": la decisione del giudice ha suscitato gli applausi dei parenti delle vittime, alcuni dei quali sono usciti dall'aula gridando "sì, sì" con le braccia alzate verso il cielo, altri "grazie Guariniello" e altri ancora "è solo l'inizio, devono andare in galera".

Chiamparino: "Forte domanda di giustizia". La decisione, secondo il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, "interpreta la forte domanda di giustizia che sulla tragedia ThyssenKrupp proviene da tutta la comunità torinese". Un commento anche da Antonio Boccuzzi, sopravvissuto al rogo e, oggi, deputato del Pd. "Per la prima volta in Italia - osserva - una Corte d'Assise discuterà di morti sul lavoro: è un'occasione storica, speriamo che rappresenterà davvero uno spartiacque e che tante cosa cambieranno in questo paese, a cominciare dai comportamenti di quelle imprese che non rispettano le norme sulla sicurezza sul lavoro".

pc 15 aprile - processo ThyssenKrupp a Torino,la Rete nazionale per la sicurezza sul lavoro e CCP/Proletari comunisti 'padroni stragisti'


dalle cronache di repubblica

IN AULAThyssen, il giudice di Corte
"Chiedo silenzio alla lettura"L'appello del presidente della Corte d'Assise prima di ritirarsi in camera in consiglio.
Il verdetto potrebbe segnare la storia del diritto, oltre che di una città. La ferita inferta dalla tragedia della Thyssenkrupp, il 6 dicembre 2007, non ha solamente cambiato la sensibilità nazionale nei confronti delle morti bianche, ma ha permesso alla procura di contestare per la prima volta un’accusa capace di scuotere le coscienze degli imprenditori: l’omicidio volontario con dolo eventualedi
SARAH MARTINENGHI

"Chiedo a tutti che, questa sera alla lettura della sentenza, sia tenuto un rigoroso silenzio. Ricordo che siamo in un'aula di Tribunale e che non verrà tollerata alcuna intemperanza da parte di chiunque": lo ha detto la presidente della Corte di Assise di Torino, Maria Iannibelli, prima di riunire il collegio in camera di consiglio per decidere la sentenza del processo per l'incendio alla Thyssengrupp, nel quale morirono sette operai. Il presidente della Corte si è rivolto al pubblico che stamani ha assistito all'ultima udienza del processo, che è durata pochi minuti.
E' stato l'ultimo atto di un processo durato due anni e tre mesi, racchiusi in 87 udienze, per arrivare a un verdetto che potrebbe segnare la storia del diritto, oltre che di una città. La ferita inferta dalla tragedia della Thyssenkrupp, il 6 dicembre 2007, non ha solamente cambiato la sensibilità nazionale nei confronti delle morti bianche, ma ha permesso alla procura di contestare per la prima volta un'accusa capace di scuotere le coscienze degli imprenditori: l'omicidio volontario con dolo eventuale. E' su questo reato (contestato solo all'amministratore delegato Harald Espenhahn ma che ha trascinato anche tutti gli altri imputati davanti a una corte d'assise con tanto di giuria popolare), che si è concentrata l'attenzione maggiore da parte dell'accusa e della difesa fin dall'udienza preliminare.

La decisione. Solo il verdetto dei giudici stabilirà se gli sforzi della procura hanno avuto la meglio sulla consuetudine del diritto, e se quella della Thyssen diventerà una sentenza pilota che farà scuola. Per i pm sono infatti state raccolte prove certe contro l'ad della Thyssen che portano a ritenere che Espenhahn si sia "rappresentato", e "abbia accettato" il rischio che si potesse verificare un infortunio mortale, ma ciò nonostante abbia preferito una "logica del risparmio economico" rispetto alla tutela della sicurezza in uno stabilimento in fase di dismissione e abbandonato a se stesso. Una fabbrica carente sia in pulizia, che in manutenzione, eppure ancora sottoposta al torchio stressante della produzione, nonostante tutte le figure di riferimento, ovvero gli operai più specializzati, fossero ormai andati via da corso Regina.

Le richieste di condanna. Sedici anni e mezzo per Harald Espenhahn, accusato di omicidio volontario con dolo eventuale, 3 anni e 6 mesi per i quattro dirigenti Marco Pucci, Gerald Priegnitz, Raffaele Salerno e Cosimo Cafueri, e 9 anni per Daniele Moroni, tutti accusati di omicidio colposo e omissione di cautele antinfortunistiche. Sono state queste le richieste dei pm raffaele Guariniello, Laura Longo e Francesca Traverso al termine di una lunga requisitoria (durata una decina di udienze) scritta e proiettata in aula con slides. Ma è anche verso l'azienda Thyssen, (intesa come ente giuridico) per la sua responsabilità amministrativa, che l'accusa ha sfoderato l'esemplarità del massimo delle pene: "Un milione e mezzo di euro di sanzione pecuniaria", cui si aggiungono "800 mila euro di confisca" e misure quali "il divieto di pubblicità per un anno" e "l'esclusione da contributi pubblici, agevolazioni e contributi e revoca di quelli già concessi".

Le richieste delle parti civili. Sono state pesanti anche le richieste delle parti civili: il Comune di Torino e la Provincia hanno chiesto un milione e mezzo di euro di risarcimento per i danni d'immagine e all'ambiente, mentre la Regione (anche per danni patrimoniali) ha quantificato sei milioni di euro: simbolicamente un euro e mezzo a testa per ogni piemontese. I sindacati hanno optato per 150 mila euro ciascuno.

La Thyssen aveva già risarcito con 12 milioni di euro (una cifra record) i parenti delle vittime, ma al processo si sono costituiti altri familiari e diversi operai che hanno chiesto danni per centinaia di migliaia di euro. In particolare per un gruppo di soccorritori sono stati chiesti risarcimenti da 260 a 420 mila euro perché la loro vita è rimasta sconvolta da quella notte: choccati come reduci del Vietnam, hanno incubi ricorrenti, attacchi di panico e devono ricorrere a psicofarmaci.

La difesa. Gli avvocati difensori degli imputati (Cesare Zaccone, Ezio Audisio, Maurizio Anglesio, Franco Coppi, Andrea e Nicoletta Garaventa, Paolo Sommella) si sono divisi per temi l'arringa. Quello della Thyssen è stato per la difesa "un processo politico" in cui la morte dei sette operai è stata "strumentalizzata", e la procura e i media si sono lanciati in una guerra "al capitalismo". Solo perché è stata processata "un'azienda straniera", una multinazionale che ha rilevato una fabbrica italiana, che stava "pure chiudendo, seppur con tutte le garanzie per i lavoratori". L'accusa di omicidio volontario con dolo eventuale è "agghiacciante", "frutto solo di una suggestione della procura". Audisio, con un'arringa elegante e sabauda, ha poi cercato di convincere i giudici dell'innocenza di Espenhahn senza accusare direttamente, ma implicitamente e per deduzione. "Non diamo la colpa agli operai", ha ad esempio ribadito più volte facendo tuttavia intuire che il rogo sarebbe scaturito per alcuni errori umani.

Gli operai. "Gli operai non hanno sbagliato - ha detto - ma sono stati indotti in errore da alcune circostanze sfavorevoli e da un imperfetto passaggio di consegne da parte di chi li precedeva". Per la difesa passarono ben undici minuti prima che gli operai si accorgessero dell'incendio: "Tutti e otto si precipitarono con gli estintori, mentre il capoturno Rocco Marzo avrebbe dovuto chiamare il responsabile dell'emergenza: non lo fece, e non sapremo mai perché". Tra gli altri "sbagli" il non aver fermato la linea premendo il pulsante di emergenza o tolto l'energia elettrica alla linea.

Riguardo Espenhahn "non ebbe colpe", non solo perché non poteva rappresentarsi la morte degli operai, ma "si è solo battuto per salvare un'azienda italiana, scegliendo di difendere gli investimenti. Doveva per forza trasferire la produzione a Terni"

La velocità e le tappe. Fin da subito l'inchiesta sulla Thyssen è stata caratterizzata dalla rapidità delle indagini. Guariniello del resto aveva sempre dichiarato l'intenzione di arrivare velocemente a ottenere una pronta risposta della giustizia per un fatto tanto grave: in meno di sei mesi i pm avevano concluso le indagini, il 9 maggio 2008 c'erano già le richieste di rinvio a giudizio. Il 17 novembre dello stesso anno, a meno di un anno dalla tragedia, il gup Francesco Gianfrotta concludeva l'udienza preliminare: l'accusa di omicidio volontario aveva retto al primo vaglio di un giudice. Il processo era cominciato il 15 gennaio 2009: la corte aveva tenuto il ritmo e il calendario, spesso celebrando anche due udienze a settimana.

Segno di un'accelerata è stato il fatto che, terminato il dibattimento, i giudici abbiano scelto di bloccare le udienze, di valutare ogni elemento raccolto anticipando la camera di consiglio. Per arrivare a una decisione così importante la giuria popolare, presieduta dal giudice Maria Iannibelli e, a latere Paola Dezani, ha quindi già fatto più di un mese di pre-camera. Il verdetto finale è atteso il giorno dell'ultima udienza, il 15 aprile, già in serata.

I colpi di scena e di teatro. Il processo è stato caratterizzato da una serie di colpi di scena, più da parte dell'accusa che della difesa, anche perché il pm Raffaele Guariniello e le due sostitute Laura Longo e Francesca Traverso non hanno mai smesso di indagare sulla Thyssen nemmeno a processo iniziato. Si è appreso in aula del filone d'inchiesta che era stato aperto nei confronti di chi doveva controllare lo stabilimento: 5 ispettori dell'Asl avrebbero aiutato la Thyssen preannunciando i controlli e con prescrizioni non tempestive. Ma il pm Guariniello nell'udienza del 18 novembre 2009 ha lasciato tutti di stucco quando, nell'interrogare un ex operaio della Thyssenkrupp gli ha chiesto se avesse mai parlato con qualcuno del processo. I pm avevano infatti scoperto che due dirigenti dell'acciaieria avevano avvicinato alcuni testimoni per "pilotare" le loro deposizioni. Era nata così una nuova indagine per falsa testimonianza con tanto di intercettazioni e pedinamenti: otto persone sono quindi state indagate, e quattro ex dipendenti "scoperti" hanno poi scelto di tornare in aula per ritrattare le loro deposizioni.

Tra i colpi di teatro dell'accusa merita un cenno quello sulla conoscenza dell'italiano di Espenhahn: proprio durante le prime udienze la difesa aveva cercato di far saltare il processo sostenendo che parte degli atti non era stato tradotto in tedesco, e che l'ad non parlasse italiano, pur conoscendo alcune parole, bensì solo in inglese. Armata di proiettore e maxi schermo, in aula la procura replicò mandando in onda una vecchia intervista rilasciata a un tg italiano in cui l'amministratore delegato con un forte accento tedesco ma in perfetto e fluente italiano magnificava la sua azienda.

La dinamica dell'incendio. Per essere più efficace la procura aveva poi scelto di riprodurre in aula tutta la dinamica dell'incendio utilizzando un'animazione grafica al computer: come in una sorta di videogame è stato ricostruito l'incendio sulla linea 5, gli operai che tentano di spegnerlo con manichette ed estintori vuoti, e il "flash fire", ovvero l'esplosione di una nuvola di fuoco e olio incandescente che avvolge i sette operai, mentre Antonio Boccuzzi riesce a salvarsi solo perché riparato dietro un muletto. La sua testimonianza insieme a quella dei soccorritori restano invece il momento più drammatico di tutto il processo: le urla delle vittime, "aiuto, non voglio morire!", l'odore, le facce e i corpi dilanianti dal fuoco dei sette operai riecheggiano in aula tramite i racconti di chi la notte del sei dicembre 2007 l'ha vissuta davvero.

Fuori e dentro l'aula, lacrime e dolore.Hanno presenziato ad ogni udienza, con le loro magliette nere e le foto di figli o mariti morti nel fuoco, avvolti in un dolore incontenibile: hanno voluto assistere p. La pazienza della presidente della Corte è stata spesso messa a dura prova di fronte alle loro esternazioni in aula: più volte si sono lasciati andare a commenti sgradevoli riferiti agli imputati e ai loro avvocati, rischiando di essere portati fuori dall'aula. Ingiurie e anatemi che sono stati ricordati dai difensori degli imputati anche nella loro arringa. "Assassini", "brucerete all'inferno", "dovete dargli l'ergastolo" sono state alcune delle espressioni più frequenti. Fuori dai cancelli hanno sempre appeso striscioni con le foto delle vittime, accanto a quelli dei sindacati e del collettivo comunista che ha spesso distribuito volantini "contro i padroni stragisti".

pc 15 aprile - lo slai cobas per il sindacato di classe dal campo di manduria

Lo slai cobas per il sindacato di classe è andato anche ieri al campo di Manduria, per verificare lo stato delle cose e come vanno avanti gli impegni del governo.
Rileviamo, e gli immigrati denunciano, che i permessi temporanei non sono stati concessi neanche ieri, nonostante siano due giorni che anche alla stampa vengono annunciati come in via di concessione.
Come mai questi ritardi? Come mai non viene detta una parola chiara e trasparente? Dipendono dai contrasti in corso tra governi? Gli immigrati sono merci di scambio di trattative occulte?
Assistiamo inoltre a livello locale a giochi politici all'interno del Pdl regionale... Si riflettono in questo andamento lento e di incertezza circa permessi e gestione del campo, cui sottostanno le stesse istituzioni locali?
Le indicazioni che arrivano dal governo e gestite dalla Prefettura fanno dell'accoglienza un mero problema di ordine pubblico, non permettendo piani di accoglienza costruiti con gli enti locali e associazioni, con sostegno finanziario, che possono rendere effettiva e partecipata questa accoglienza.
Assistiamo inoltre a messaggi assolutamente contradittori tra smantellamento graduale della tendopoli annunciata e annuncio di nuovi massicci arrivi. Anche questo non è affatto chiaro.
La stessa situazione al campo non va bene:
I dispiegamenti massicci della polizia con impedimento di entrata agli esterni e controllo/perquisizione agli immigrati quando rietrano la sera al campo. La definizione del campo come zona militare.
Sono tutte cose assolutamente illegali e intendiamo contrastarli con tutti i mezzi legittimi e necessari.
Altre cose. L'affidamento del campo a società di cui non si conosce nè la proprietà, nè la natura, nè perchè sia stato assegnato ad esse l'appalto. L'annuncio di assunzioni di cui non si capisce a che titolo, per fare cosa e con quali criteri.
Nello stesso tempo assistiamo a centinaia e centinaia di immigrati tenuti dentro e fuori il campo in stato di abbandono, senza utilizzo effettivo del tempo per attività reali di assistenza per la gestione di aiuti materiali che vengono da volontari, associazioni e cittadini, per aiutareli nella lingua, neii futuri viaggi, per fare uno screening di situazione e capacità lavorative, attività sociali e ricreative, ecc.
Senza forme di autorganizzazione nel campo in materia di gestione, rappresentanza, gestione del vivere quotidiano compreso la gestione della mensa, non c'è la possibilità degli immigrati di contare come realtà collettiva.

Intendiamo contestare questo stato di fatto come già abbiamo fatto il 2 aprile scorso con la protesta/forzatura del blocco che dette vita alla fuoriscita di massa dal campo, e come abbiamo fatto il 9 aprile con un incontro di massa ai cancelli, insieme alla contemporanea manifestazione antirazzista.
Ora la prossima settimana - peraltro settimana di Pasqua con pasquetta e 25 aprile - torneremo in azione sui diversi fronti e facciamo appello alla stampa a informare e far conoscere la realtà, senza veli e veline da parte dei gestori del campo.
- Cercheremo nuovamente di entrare nel campo e sosterremo le iniziative degli immigrati;
- chiediamo che i permessi vengano dati rapidamente a tutti avviando le partenze dal campo e la libera circolazione degli immigrati;
- chiediamo un tavolo in Provincia con istituzioni e associazioni per assumere collettivamente la gestione della accoglienza;
- chiediamo la smilitarizzazione del campo;
- faremo un esposto alla magistratura per un necessario controllo del sistema di assegnazione ad aziende del campo, delle assunzioni del personale, del rapporto stabilito con vigili del fuoco, servizi sanitari ecc., dell'utilizzo dei fondi allo scopo, ecc.
Anche su questo, c'è chi ci sta mangiando?


Slai cobas per il sindacato diclasse
Taranto
cobasta@libero.it
347-1102638

pc 15 aprile - gli immigrati del campo di palazzo s. gervasio si scontrano con la polizia mentre aspettano i permessi temporanei

Gli immigrati chiedevano entro fine giornata il rilascio dei permessi di soggiorno temporanei... minacciando la fuga si massa; gli agenti lo impediscono con la forza.

pc 15 aprile - la campagna a sostegno della GP in india in colombia

pc 15 aprile - cariche poliziesche contro gli operai del petrolchimico

solidarietà e lotta

La polizia di stato ha sgomberato con una carica una cinquantina di operai del Petrolchimico, ieri sera alle ore 20, riuscendo in questo modo a liberare la zona di passaggio della portineria 9 (quella che porta nella gran parte dei reparti e stabilimenti della IIa zona industriale), per permettere il cambio turno al cracking.

pc 15 aprile - il PCImaoista dell'india contro la guerra contro la Libia


in spagnolo in via di traduzione

Condenemos la guerra de ocupación de Libia emprendida por los EE.UU., Francia y Gran Bretaña!


¡Mostremos nuestra solidaridad a los pueblos de países como Túnez, Egipto, Yemen, Bahrein, Argelia, Marruecos y Jordania que luchan por la democracia y la independencia!
¡Opongámonos a la intervención de los imperialistas, especialmente de Estados Unidos, Gran Bretaña y Francia en los asuntos internos de los países árabes!



En las últimas semanas, los levantamientos populares en el mundo árabe han puesto en estado de alerta a los imperialistas, en particular a los imperialistas estadounidenses, y, al mismo tiempo, han ejercido una influencia considerable sobre los pueblos del mundo. Desde Túnez la revuelta se extendió a muchos otros países árabes. Ben Ali, el Presidente de Túnez que reprimió al pueblo tunecino durante los últimos 23 años, y Hosni Mubarak, que gobernaba Egipto desde hacía 30, tuvieron que renunciar y huir espantados ante estos levantamientos de masas. Los movimientos de masas en países como Yemen, Bahrein, Argelia, Marruecos, Jordania, etc. continúan en esa misma línea. La población árabe exige a una voz la dimisión de sus gobernantes, dictadores que desde hace decenios han gobernado en colusión con los imperialistas. Cientos de miles de árabes, en especial los jóvenes, han desafiado las órdenes de prohibición y se han echado a las calles. Calles y plazas se han convertido en mares de masas durante semanas y semanas. Cientos de personas han perdido la vida y miles resultaron heridas en la represión llevada a cabo por los gobiernos. Ahora, no obstante, con la guerra contra Libia emprendida por los países de la OTAN comandados por los EE.UU., los acontecimientos en todo el mundo árabe han dado un giro crucial.

Con el pretexto nominal de frenar a las fuerzas armadas libias que reprimían a los rebeldes opuestos al gobierno de Ghaddafi, el Consejo de Seguridad aprobó una resolución que establecía una “zona de exclusión aérea”. La mayoría de los países de la OTAN, dirigidos por los Estados Unidos, votaron a favor de la resolución mientras Rusia, China, Alemania, Brasil y la India se abstuvieron. Los países con poder de veto tampoco hicieron uso de él para impedir que dicha resolución se adoptase. Obviamente estos países toleraron indirectamente la acción militar al no oponerse a la resolución. El Gobierno de Manmohan Singh está engañando al pueblo indio y al mundo al derramar lágrimas de cocodrilo tras los ataques sin molestarse siquiera en condenarlos formalmente. Los EE.UU., que no han condenado nunca los asesinatos arbitrarios de palestinos cometidos por el estado sionista de Israel en innumerables ocasiones y en violación de docenas de resoluciones de la ONU arrojadas al cubo de la basura; los EE.UU., que han utilizado ilimitadamente su poder de veto a favor de Israel, junto con otras potencias occidentales comenzaron sus bombardeos contra Libia de inmediato, tan pronto como se adoptó la resolución de la ONU. El mismo primer día de ataques, que se dice son parte de una campaña internacional, 18 cazabombarderos pertenecientes a Francia lanzaron al menos 40 misiles sobre diversos objetivos. Buques de guerra de Estados Unidos y Gran Bretaña hicieron blanco en los sistemas de seguridad libios y dispararon misiles. 18 aviones B-2 de la fuerza aérea de los EE.UU. lanzaron más de un centenar de misiles contra Libia y bombardearon varios objetivos. En esta guerra, desencadenada so pretexto nominal de impedir las masacres que pudieran perpetrar las fuerzas de Ghaddafi, han perdido la vida cientos de civiles. ¡¿Hay mayor abyección que pretender que los pueblos del mundo crean que el valor de la vida –y de la muerte- de los libios cambia según el origen de las bombas que les quitan la vida?! Los propios medios de comunicación, que se han dedicado a difundir noticias completamente distorsionadas en apoyo de esta guerra de la OTAN contra Libia, ocultando los hechos que se suceden sobre el terreno, tuvieron que admitir que en los primeros ataques resultaron muertos muchos niños. Una vez más han mostrado a las claras su naturaleza de clase al informar sobre esta guerra unilateral.

La ONU, que se dice una organización neutral, ha demostrado ser, una vez más, una marioneta en manos de países imperialistas como los EE.UU., Gran Bretaña, Francia, etc. El Secretario General Ban Ki Moon se comporta como su perro faldero. En los ataques inhumanos lanzados contra Gaza por Israel en diciembre de 2008, 1.417 palestinos (la mayoría de ellos mujeres y niños) perdieron la vida y muchos miles resultaron heridos; Israel empleó ilegalmente fósforo blanco contra el pueblo de Gaza: muchos palestinos contrajeron cáncer por ello; empleó cazabombarderos F-16, recurrió a los "asesinatos selectivos" y sometió a prácticamente un millón y medio de personas en Gaza a condiciones de vida semejantes a las de una cárcel al aire libre sin siquiera agua potable o electricidad: todo esto no fuere suficiente para que las Naciones Unidas adoptasen una resolución imponiendo una zona de exclusión aérea. El gobierno neonazi de Rajpakse desencadenó una guerra genocida contra los tamiles para diezmar a los LTTE: lanzó toneladas de bombas sobre zonas residenciales y objetivos civiles, y asesinó a 20.000 tamiles sólo en los últimos dos días de guerra; las atrocidades cometidas por el ejército chovinista cingalés contra las guerrilleras tamiles apresadas, incluido el ultraje de sus cadáveres, horrorizaron al mundo: la ONU no hizo nada. En el último cuarto de siglo, el gobierno de la India por medio de su ejército ha masacrado a sangre y fuego a más de 80.000 habitantes de Cachemira: la ONU dormita como en letargo. Y ahora la ONU pretende que los pueblos del mundo crean que esta guerra contra Libia se libra realmente para proteger a los libios de las fuerzas de Ghaddafi. ¡Qué vergüenza! Ni en una sola ocasión ha actuado a favor de los intereses de las naciones oprimidas o del pueblo aunque se pueden citar docenas de casos en que se ha apresurado a salvaguardar los intereses de los Estados Unidos, Israel o de otros países occidentales, incluso por nimiedades.

La guerra contra Libia vulnera también el espíritu mismo de la resolución de la ONU que establece la zona de exclusión aérea. So pretexto de aplicar la resolución de la ONU aprobada para impedir que los aviones libios bombardearan a los rebeldes, Estados Unidos, Gran Bretaña y Francia están bombardeando Libia indiscriminadamente. No se trata sino de una guerra de ocupación. El auténtico motivo es derrocar a Ghaddafi, reemplazarlo por una camarilla de gobierno que les sea favorable y saquear los recursos petroleros libios. Quién puede ser tan inocente como para creer que Obama bombardea Libia para proteger a los rebeldes libios mientras, por la puerta de atrás, envía tropas de Arabia Saudí a Bahrein para reprimir allí la rebelión popular. Este “Premio Nobel de la Paz” sediento de sangre, que está asesinando a cientos de inocentes en ataques de aviones no tripulados en Afganistán y Pakistán occidental, carece de altura moral para pronunciar palabras como “vidas de inocentes”. Los países occidentales –que no se han preocupado jamás por las vidas humanas cuando las fuerzas armadas de los dictadores de Arabia Saudí, Yemen, Jordania, etc., a quienes han estado apoyando todos estos años, disparan contra el pueblo matando a decenas de personas- se empeñan ahora en destronar a Ghaddafi: ¡Ojo! No por intereses egoístas sino “para proteger a los libios”. ¡Hipocresía imperialista pura y dura!

Ben Ali en Túnez, Hosni Mubarak en Egipto, Ali Abdallah Saleh en Yemen, Isa Al Jalifa en Bahrein y el rey Abdallah en Jordania son gobernantes dictatoriales que llevan reprimiendo al pueblo de sus países desde hace décadas en colusión con los imperialistas occidentales, en particular los imperialistas de EE.UU. La fachada democrática de estos países se puede calibrar a partir de las estadísticas de fantasía que obtuvo siempre Ben Ali en las elecciones: ¡entre el 97 y el 99% de los votos! No existía apariencia alguna de derechos democráticos o civiles. Los departamentos policiales y los servicios de inteligencia se habían desarrollado hasta alcanzar proporciones monstruosas: habían llegado a controlar las vidas del pueblo al punto de reprimir el más mínimo signo de disidencia. El desempleo está fuera de control. Yemen solo tiene un desempleo del 40%. En el otro platillo de la balanza, los gobernantes se han dedicado a amasar inmensas fortunas con origen en los abundantes recursos de hidrocarburos de la zona. Miles y miles de millones de dólares evadidos se ocultan en bancos extranjeros. El mundo se sorprendió al saber que Ben Ali se había llevado físicamente con él una tonelada y media de oro en su huida. ¿La punta del “oilberg” [nótese el juego de palabras entre “oilberg” e iceberg]? Los efectos negativos de las sucesivas crisis financieras mundiales sobre el pueblo árabe desde 2008 son tan graves como en cualquier otra parte del mundo. Más de la mitad de la población de los países árabes vive con menos de dos dólares al día. Mientras, estos dictadores derrochan sin límite alguno el dinero del pueblo en la “Guerra contra el terrorismo” desencadenada por los EE.UU. so pretexto de acabar con Al Qaeda. Yemen ha puesto en marcha un programa de capacitación antiterrorista cuya dotación asciende a 750 millones de dólares. Este uso indebido de los recursos del pueblo a la par que se recortaban las ayudas sobre servicios esenciales, etc. ha alimentado la ira del pueblo. A lo largo de todos estos años los imperialistas no han dejado de apoyar todas las medidas explotadoras y represivas que estas dictaduras han impuesto a los pueblos de sus países mientras sacaban provecho de las diversas contradicciones entre las distintas religiones, tribus, nacionalidades y sectas, como los chiítas y los sunitas. Ahora, a la vista de las dimensiones de los levantamientos, los imperialistas han decidido chalanear nuevos caballos deshaciéndose de los viejos. Hicieron dimitir a Ben Ali y a Mubarak y entregaron el poder a los generales. En otros países las potencias occidentales todavía apoyan a los dictadores. La Liga Árabe, que integra a 22 naciones, se está comportando como una comparsa de las potencias occidentales en todo este episodio: no ha mostrado la más mínima pizca de nacionalismo árabe ni ha dado voz a las aspiraciones antiimperialistas del pueblo árabe.

Sólo aquellos gobernantes que satisfacen las aspiraciones democráticas del pueblo, uniéndolo, y se oponen al imperialismo inequívocamente pueden defender y preservar la independencia y la soberanía de sus países. Cualquier gobernante, ya sea Ghaddafi o cualquier otro, que impone un régimen autocrático a su pueblo nunca podrá luchar contra el imperialismo incondicionalmente. Nunca podrá unir al pueblo contra el imperialismo.

Los imperialistas han tramado todo tipo de conspiraciones y maquinaciones desde el comienzo de las revueltas con objeto de establecer su autoridad en Asia occidental y África del Norte, zonas donde se hallan inmensos recursos petrolíferos. Han apoyado a los dictadores genuflexos que preservaban los intereses imperialistas. Si piensan que uno de esos dictadores es un obstáculo para sus intereses no dudan en aplicar la política de “usar y tirar”.

Llamamiento del PCI (Maoísta) al pueblo árabe

El pueblo árabe debería continuar las revueltas contra los dictadores y los imperialistas con la mayor determinación. Debería oponerse con toda firmeza a los intentos de los imperialistas, en especial de los EE.UU., Gran Bretaña y Francia, de secuestrar sus movimientos. Debería estar ojo avizor con los consejos militares que se hicieron con el poder en sustitución de los dictadores. ¡Que los pueblos árabes no se llamen a engaño creyendo que los generales que apoyaron en todo momento a los dictadores ahora garantizarán la democracia! Todos los sectores antiimperialistas, democráticos, patrióticos, incluidos los trabajadores, los campesinos y las clases medias, deberían unirse. El único camino abierto a la población árabe es luchar incondicionalmente contra el imperialismo bajo la dirección del proletariado. Los recientes acontecimientos en el mundo árabe han demostrado una vez más con toda claridad que la guía de la ideología marxista y la dirección de la vanguardia del proletariado, es decir, de un partido comunista revolucionario, son inevitables para la verdadera liberación de las masas oprimidas. Las independencias nominales logradas por estos países frente al colonialismo dieron paso a la explotación neocolonial cuyo resultado ha sido unas condiciones de vida insoportables: el pueblo árabe ha sido víctima directa de este proceso a lo largo de los últimos 40-50 años. Para que el pueblo árabe logre una independencia auténtica tiene que ponerse en pie, destruir el neocolonialismo y luchar contra el imperialismo con toda firmeza. Debería unirse para luchar contra los imperialistas de EE.UU., Gran Bretaña y Francia, países que han impuesto a Libia una guerra injusta. El PCI (Maoísta) alberga la esperanza de que las luchas contra los gobiernos burocráticos y compradores apoyados por los imperialistas se transformarán plenamente en luchas de tenaz resistencia contra el imperialismo, contra su intervención y contra las guerras injustas por él impuestas. Sólo entonces podrá liberarse el mundo árabe de las garras de los dictadores y los imperialistas.

Llamamiento del PCI (Maoísta) al pueblo de la India y al mundo

Los levantamientos del pueblo árabe en pos de la libertad y la democracia son luchas enteramente justas. Aunque en las revueltas participen algunos reaccionarios, como los chauvinistas religiosos, estos movimientos son democráticos y progresistas. Mostremos nuestra solidaridad con estos movimientos. Condenemos con una sola voz la guerra injusta impuesta a Libia por los imperialistas occidentales y la intervención de los imperialistas en el mundo árabe.


¡Detener inmediatamente la guerra injusta contra Libia emprendida por las fuerzas de la OTAN dirigidas por los EE.UU.!

¡Los imperialistas no tienen ningún derecho de intervención en los asuntos internos de Libia!

¡Denunciemos las políticas intervencionistas de los imperialistas, en especial de los Estados Unidos, Gran Bretaña y Francia, en el mundo árabe!

¡Apoyemos los movimientos populares justos en los países árabes!

(Abhay)
Portavoz,
Comité Central,
PCI (Maoísta)

pc 15 aprile - Napoli 'nè campi,nè lager ne guerre umanitarie' iniziativa in preparazione della manifestazione del 16




Diverse centinaia di attivisti delle reti antirazziste sono andati stamani sotto la "prigione etnica" (come altro definirla!!?) di Santa Maria Capua Vetere, la ex-caserma Andolfato, dove da circa una settimana mille profughi tunisini son...o detenuti non solo in violazione di ogni minimo principio di accoglienza, ma anche fuori di ogni legittimità, con una formula inventata sul momento (il "CAI") e mai neppure codificata, senza che la reclusione fosse valutata da nessun soggetto terzo (persino in quegli obbrobri che sono i CIE la posizione deve essere vagliata almeno da un giudice di pace). Tanto che gli stessi avvocati stanno valutando l'opportunità di un esposto alla procura di S.Maria C.V. anche per impedire che diventi un pericolosissimo precedente di "stato di polizia"...

I giorni passati sono diventati perciò giorni di vergogna per questo paese e per la nostra regione, giorni che non possono essere cancellati! Perchè più volte alla legittima ansia e frustrazione di queste persone, passate in poche settimane da giovani "valorosi" che si battono per la "democratizzazione" in Tunisia a "pericolosi" clandestini, la polizia ha risposto con cariche della celere su persone inermi mandandone diverse all'ospedale, con uso di lacrimogeni nella tendopoli, di cani e perfino di quella polizia a cavallo che ricorda penosamente scenari da Virginia degli anni 20...!!

Oggi centinaia di persone (a partire dalla comunità tunisina di Napoli) hanno fatto sentire la propria voce con un presidio sonoro ed interventi davanti all'ingresso della caserma e poi con un corteo lungo le mura per dirigersi ai lati più vicini alla tendopoli. Dall'interno infatti si era saputo che i migranti cercavano di rispondere con forza ai messaggi che arrivavano, ma la celere schierata ancora una volta impediva loro di avvicinarsi! Raggiunto il lato del muro che rasenta la tendopoli, c'è stata un lunga corrispondenza di messaggi, con i manifestanti che dopo essersi segnalati coi fumogeni lanciavano all'interno decine di palloni con scritte di solidarietà in arabo e francese e i migranti che rilanciavano altri oggetti (palline, cuscini, piccole suppellettili) con scritte, fogli e messaggi attaccati (ne alleghiamo qualcuno, come quello che dice in francese "Aiutateci. Vogliamo un mondo senza frontiere. Siamo nella merda!").

Mentre alcuni migranti si arrampicavano sugli altissimi pali della luce per poter vedere e farsi vedere dall'esterno (vedi foto) Sulla pressione della manifestazione una delegazione è potuta entrare nel campo ed ha avuto la rassicurazione che entro sabato tutti i migranti dovrebbero ricevere i pemressi di soggiorno e uscire. Ma si teme che per qualcuno possano essere trovati ostacoli e veti burocratici all'applicazione del decreto. In contestazione del campo lager insieme al corteo è stata bloccata la statale che costeggia la ex-caserma, mentre le mura di cinta venivano tapezzate di scritte contro i lager e sul diritto alla libertà!

La mobilitazione di oggi oltre a rivendicare l'immediata libertà e un permesso di soggiorno vero (cioè rinnovabile) per tutti i migranti e i profughi, rivendica anche l'immediata chiusura di questo nuovo campo-lager, perchè il diritto di accoglienza non si trasformi mai più nè in reclusione coatta e tantomeno in quel CIE che da sempre la nostra regione rifiuta!

Altrimenti torneremo prestissimo a mobilitarci sempre più numerosi!

Uno degli striscioni diceva: "Nè campi-lager nè guerre "umanitarie": Liberi tutti!" - facendo riferimento alla manifestazione contro la guerra che sabato 16 si dirigerà alla base NATO di Bagnoli (concentramento ore 10:30 - Piazzale Tecchio - Stazione campi flegrei)

giovedì 14 aprile 2011

pc 14 marzo - DIBATTITO A RADIO POPOLARE MILANO SUL “PROCESSO BREVE”.

Dopo l’ennesimo blitz eversivo del governo per approvare la normativa che “preservi” Berlusconi dal visitare la villa a lui più consona – non a Lampedusa, ma una bella suite a S. Vittore -, i cronisti di Radio Popolare organizzano un dibattito sulla protesta del giorno prima davanti il Parlamento dei parenti delle vittime della Strage di Viareggio e della Casa dello Studente dell’Aquila.
Il primo intervento è di una sottosegretaria che si lancia in una filippica che, nella sostanza, risulta essere un’accusa ingiuriosa nei confronti di chi giustamente ha protestato contro il colpo di mano dei fascisti al governo. Di fatto la cosiddetta rappresentante del governo chiama i familiari delle vittime “disinformati e strumentalizzati”, quando nei fatti con le loro iniziative i familiari delle vittime di Viareggio e l’Aquila hanno denunciato e mostrato che questi omicidi, come è giusto chiamarli, non sono frutto della casualità ma della politica del profitto padronale di cui il governo è complice e tutore. A ulteriore rinforzo di questa tesi citiamo due fatti: 1) in queste stragi sono invischiati direttamente, come documentato dalle inchieste, “uomini” del governo; 2) il governo tramite il suo ministro “che odia gli operai” – Sacconi –(e guarda caso elogiato nello stesso giorno dal duce in pullover, Marchionne), si è adoperato per attaccare il Testo Unico sulla sicurezza e di salvaguardare gli interessi dei padroni a discapito
della vita operaia.
“Purtroppo” il cronista della Radio non riesce a far rispondere al sottosegretario una delle rappresentanti delle Vittime, perché cade il collegamento telefonico. La replica, senza contradditorio, viene affidata al senatore Di Pietro, il quale forse
perché aveva esaurito tutta la sua verve il giorno prima in Parlamento, si limita a sottolineare un aspetto tecnico, un articolo del provvedimento di Legge, che può risultare incostituzionale, venga “ripreso” dal Presidente Napolitano. Dichiarazione giusta ma quantomeno contraddittoria, visto che lo stesso Di Pietro aveva definito il capo dello Stato “l’uomo con la penna in mano”, pronto a firmare e legittimare tutti gli attacchi alla Costituzione, che questo regime in formazione sta portando avanti a colpi di maglio.
Ma il passaggio più interessante dell’intervento di Di Pietro risulta essere l’ analisi/timore che possiamo sintetizzare, non letteralmente, col concetto: “se il governo continua ad ingessare il Parlamento per risolvere i guai giudiziari del Premier e non interviene per risolvere i problemi del Paese (lavoro-immigrazione-ecc.), “la pazienza della gente ha un limite e si rischia una rivolta sociale”.
Giusto senatore Di Pietro, visto il vostro “immobilismo”, in alcuni casi la
condivisione, la vostra “incoerenza”, contro questo governo eversivo, è proprio una sana e salutare rivolta popolare e assedio dei Palazzi che può vedere finalmente in galera Berlusconi e i padroni assassini, e porre le basi per un nuovo modello sociale fondata sul potere dei lavoratori e delle masse.
Voi, cosiddetta opposizione, temete la rivolta sociale, per le masse è la soluzione.
Circolo proletari comunisti Milano
prolcom.mi@tiscali.it
14-04-2011

pc 14 marzo - PARTE IL PIANO MARCHIONNE ANCHE A MELFI

Dal primo turno di ieri è entrata in vigore alla Fiat Sata di Melfi la sperimentazione del nuovo sistema di lavoro Ergo Uas, con la differente distribuzione dei minuti di pausa stabilita dall’intesa azienda/sindacati del 31 marzo: due da 15 minuti e una da 10, invece che due da 20 minuti l’una.
Al momento da una breve inchiesta volante alle portinerie della Sata apparsa sulla Gazzetta del Mezzogiorno Basilicata di oggi, sembrerebbe che gli operai si dividano tra chi ancora non vede una differenza rispetto a prima e chi invece si lamenta e dice: “… durante la seconda pausa, quella di 10 minuti, non abbiamo nemmeno il tempo di andare in bagno”.

Maurizio Landini, segretario nazionale Fiom solo una settimana fa aveva dichiarato che poiché “Su Melfi la risposta della Fiat alle nostre richieste è stata negativa” la Fiom non apporrà la firma definitiva all’intesa fatta il 31 marzo e siglata anche dalla Fiom.
Ma la “Cgil provinciale di Potenza, in una nota, spiega che “l’accordo siglato per lo stabilimento di Melfi, a differenza di quelli separati di Pomigliano e Mirafiori, oltre che confermare le pause di 40 minuti non prevede deroghe ai diritti individuali e collettivi dei lavoratori…”

Ma andiamo un po’ indietro.
Marchionne a fine marzo dichiara: “Dopo Pomigliano e Mirafiori, il nuovo contratto investirà anche lo stabilimento di Melfi”. E nella notte del 31 marzo i sindacati, questa volta tutti, compresa la Fiom col responsabile nazionale auto Masini, firmano un’intesa per estendere a Melfi, “in via sperimentale”, dall’11 aprile al 1° gennaio 2012, il sistema Ergo Uas (che si sostituisce al sistema Tmc2 per una diversa metrica delle prestazioni lavorative) e una nuova modulazione delle pause. La sperimentazione prevede a novembre una verifica congiunta azienda-sindacati, per l’avvio definitivo da gennaio 2012 del nuovo sistema; da tale data partirà anche la riduzione delle pause a 30 minuti complessivi, divisi in tre pause da 10.
La Cgil della Basilicata reagisce non dicendo No, ma sostenendo che non c’è bisogno di questa intesa, anche perché la fabbrica di Melfi è già la più produttiva del gruppo. Lo stesso segretario della Fiom Basilicata critica soprattutto il metodo, cioè il fatto che i “modelli vengono esportati” dalla Fiat senza discuterli con i sindacati.
Il segretario della Uilm dice: “Gli operai della Fiat di Melfi non hanno nulla da temere dalle dichiarazioni di Marchionne…”. Vitali della Fim-Cisl sottolinea l’importanza dell’Intesa che inserisce la Fiat Sata nel progetto di Fabbrica Italia.
Il segretario regionale della Fismic aveva detto subito: “Siamo d’accordo con le parole di Marchionne, perché è un manager pragmatico e serio… siamo pronti ad accettare la sfida pure su Melfi, con l’obiettivo comune di innalzare i salari e l’occupazione”. E ora dice: “Tra gli operai non c’è stato un impatto negativo. Adesso le maestranze dovranno solo abituarsi al nuovo regime…” Della serie, gli operai possono adattarsi ad ogni condizione di sfruttamento...
La Ugl addirittura arriva a dire che il nuovo sistema “migliora le condizioni di lavoro”.

Il giorno dopo, 1° aprile, Enzo Masini, dopo una tirata d’orecchi di Maurizio Landini, fa un po’ una marcia indietro e dice che “In merito all’ipotesi di intesa sull’Ergo Uas e le pause, la Fiom sospende il giudizio perchè deve essere certa la sperimentazione, perché è prioritario non peggiorare le condizioni di lavoro e di salute delle lavoratrici e lavoratori… Per questo chiede il mantenimento delle pause di 40 minuti nella nuova suddivisione 15+15+10”, anche nel 2012.
In realtà sembra solo una presa di tempo per convincere tutta la Fiom e i lavoratori iscritti della validità della firma. Mentre la Cgil nazionale fa pressioni perché venga confermato dalla Fiom il Sì all’intesa ed “esprime apprezzamento per il merito di questa”, ma soprattutto per il fatto che la firma può far ritornare la Fiom ai tavolo di trattativa. E Fausto Durante capo della minoranza riformista della Fiom esprime senza riserve soddisfazione sull’Intesa e, spingendosi avanti, propone anche per Pomigliano e Mirafiori una firma con riserva.

Circa l’intervento sulle pause, non c’è molto da spiegare cosa significa per la fatica e per la salute degli operai e operaie la loro riduzione. Più articolata è la questione del sistema Ergo Uas e del suo rapporto con le pause.
Il sistema Ergo Uas introduce una maggiore scientificità rispetto al sistema Tmc2: l’oggetto e lo scopo sono sempre quelli: come e quanto la Fiat deve far lavorare gli operai per aumentare la produttività; tradotto in termini poveri: fino a quando e fino a quanto si può spremere un operaio perché garantisca il massimo del pluslavoro, senza morirvi. Col sistema Ergo Uas viene stabilito un rapporto tra la misurazione dei tempi alla catena di montaggio e l’effetto che movimenti, sforzi e posizioni provocano sulla struttura muscolo-scheletrica. Sulla base di questo sistema verranno calcolati i tempi di pausa: “più alto sarà il carico in riferimento ad una determinata operazione, più lungo sarà il recupero o il tempo necessario per compierla”.
C’è solo un piccolo problema: perché, oggi che nell’intesa si parla di “sperimentazione”, le pause vengono già rimodulate al ribasso e si prevede già la loro riduzione secca da gennaio 2012? Quindi è una “sperimentazione” fasulla il cui risultato è già deciso!
Infatti, anche volendo accettare il rapporto tra misurazione dei tempi di lavorazione ed effetti sulla salute, i tempi di pausa dovrebbero già essere piuttosto aumentati che ridotti – visto che il più “sano” degli operai alla Fiat Sata soffre già almeno di un problema muscolo-scheletrico, che 2000 operai hanno subito danni fisici irreversibili e 300 sono con Ridotte Capacità Lavorative a causa dei ritmi e carichi di lavoro.
Invece le pause vengono ridotte a prescindere!
Il risultato, quindi, dell’applicazione dell’Ergo Uas non sarà affatto una maggiore attenzione del rapporto tra metrica del lavoro e effetti sulla salute dei lavoratori – come viene presentato dalla Fiat e dai suoi scrivani - ma un aumento dei ritmi produttivi e un aumento dell’attacco alla salute.

Alla domanda del Sole 24ore del 2 aprile su cosa cambia con l’Ergo Uas rispetto al recente passato, il direttore, Gabriele Caragnano, dell’Ami, dove si studiano e approntano i sistemi per definire i tempi standard di esecuzione di una lavorazione, spiega: “Il sistema precedente aveva una conoscenza limitata di ergonomia. La maggiorazione, ad esempio, veniva applicata a ogni singolo movimento, il che impediva di conoscere le sequenze di determinate azioni. Con Uas (Universal Analyzing System) si utilizzano aggregazioni di movimenti elementari pre-determinati per descrivere sequenze di operazioni”. “Per semplificare con un’immagine – continua il Sole24ore – è la differenza che passa tra un’azione fotografata e un’azione filmata. E’ chiaramente più facile determinare il ritmo, e la relativa incidenza e tolleranza del carico di lavoro, passando da un’analisi “a scatto” a una dei flussi. La nuova tecnica ha però bisogno dello strumento che predetermini il livello di carico massimo per le più importanti aggregazioni di movimenti”, posture, movimenti degli arti superiori, ecc. Quindi, “attraverso una scala di punteggi che va da 0 a 50 e un semaforo verde, giallo e rosso, si misurerà il carico e i tempi di pausa”.
Ma considerando il carico solo sui movimenti aggregati, di fatto si guardano solo le posizioni più disagiate che sono le meno frequenti e non la fatica dei singoli movimenti e quindi, se tanto mi dà tanto, dalla sperimentazione verrà fuori solo una riduzione di ognuna delle pause e nel totale.

La sostanza è che Marchionne ciò che non ha ottenuto a Pomigliano e a Mirafiori dalla Fiom, lo sta ottenendo a Melfi; proprio nella fabbrica in cui è ancora in corso una importante partita sulla questione del rientro in fabbrica dei 3 operai, di cui due delegati, licenziati, i quali da otto mesi passano la giornata in una stanzetta lontana mezzo chilometro dalle linee di produzione, e su cui la Fiat ha messo la pregiudiziale di non partecipazione al tavolo negoziale; proprio nella fabbrica in cui la lotta degli operai ha avuto momenti importanti e avanzati.

La sostanza è che in tutto il baillame tra Cgil /Masini da un lato e Landini, e, in parte, Fiom Basilicata dall’altro, che ha accompagnato tutta questa prima fase dell’accordo, ha vinto la Cgil.

Enzo Masini dice che la differenza sta da un lato nel metodo, il fatto che la Fiat non abbia imposto l’Intesa con un diktat in maniera unilaterale ma abbia introdotto il criterio della “sperimentazione”; ma abbiamo già visto la fine nota di questa “sperimentazione”. Dall’altro nell’aver messo da parte a Melfi la questione delle “sanzioni anti-sciopero”.
Ma questo non può bastare ad accettare un peggioramento delle condizioni di lavoro e di salute, in una fabbrica in cui la produzione sta aumentando.

La Fiom il 5 aprile manda una lettera firmata da Landini e dal segretario della Fiom Basilicata per chiedere che vengano aggiunti dei chiarimenti nell’intesa come condizione per togliere la riserva e sottoscrivere l’accordo: “che in caso di assenza di un comune giudizio nella verifica di novembre 2011 le pause non vengano ridotte complessivamente dal 2012; che sia prevista una piena agibilità di tutte le Rsu e Rls nella fase di sperimentazione; che vi sia una verifica sull’efficacia dell’ Ergo Uas nel garantire salute e sicurezza”.
La Fiat respinge al mittente queste richieste, a conferma che la disponibilità di “sperimentazione” è un bluff, che ha il solo scopo di ottenere anche alla Fiat Sata il risultato ottenuto a Mirafiori ma tenendo conto che la Sata è una fabbrica centrale per la produzione Fiat e vanno evitate proteste e scioperi. E soprattutto la negazione del terzo punto posto dalla Fiom mostra come la verifica dell’Ergo Uas non ha come oggetto la salute e la sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici di Melfi, ma solo la sua efficacia per la Fiat per l’aumento della produttività.

Ma la Cgil di Potenza continua impenitente a dire: “… la sperimentazione e la verifica del nuovo modello Ergo Uas, previsto per novembre 2011, consentirà a tutti i lavoratori, ai delegati e alle organizzazioni sindacali di potersi esprimere nel merito dei contenuti previsti dall’Ergo Uas al fine di un miglioramento delle condizioni di lavoro. E’ auspicabile che nella fase di sperimentazione non siano frapposti ostacoli al lavoro dei delegati che insieme ai lavoratori saranno impegnati sulle postazioni di lavoro nel difficile compito di misurazione dei tempi e della cadenze d produzione”. (GdM Basilicata 14.4.11).

pc 14 aprile - la protesta a montecitorio contro la prescrizione breve



una rabbia giustificata, ma serve che a viareggio, all'aquila a torino processo Thyssen il 15 aprile questa rabbia continui a esprimersi e diventi forte e contagiosa

pc 14 aprile - il nostro dolore non va in prescrizione- la protesta dei familiari delle vittime di Viareggio


La rabbia dei familiari delle vittimeNumerose associazioni e comitati che hanno manifestato in piazza Montecitorio. Slogan, striscioni, appelli. E tanti cartelli con i volti delle vittime de L'Aquila, della tragedia di Viareggio, della Moby Prince. Poi la richiesta: "Continuate la protesta con noi"

ROMA - Emanuela, Claudio, Luca. Stefania e Lorenzo, Nadia. Mouhamed, Davide, Andrea. Quando, durante il sit-in in piazza Montecitorio, i familiari delle vittime iniziano a leggere i nomi dei loro cari, non si muove più nulla. Quasi non si respira più. Tutti raccolti, tutti rapiti da quell'elenco di nomi che va avanti per più di 15 minuti. Vite interrotte dal terremoto de L'Aquila, dall'incidente ferroviario di Viareggio, dal rogo della Moby Prince. Vittime che a causa delle norme su processo e prescrizione breve, rischiano di restare senza giustizia. I cartelli, gli slogan, sono tanti. Il senso, sempre lo stesso: "Pur di approvare il salvacondotto giudiziario per Silvio Berlusconi, si passa sopra il dolore e la legittima richiesta di giustizia di molti".
"Il nostro dolore non va in prescrizione. Che paese è questo? Un paese i cui rappresentati sono in grado di approvare queste norme, non è un paese democratico". Domande che passano di bocca in bocca. E che danno vita a un coro di dissenso che punta il dito contro la maggioranza parlamentare. C'è chi indossa cartelli con i volti dei familiari che ha perso.
. "Non è possibile, non ce la facciamo più. Ci hanno riempito di bugie, hanno promesso che fare giustizia era una delle loro priorità. E invece sacrificano tutto sull'altare del sultano". Parole dure, condivise.

.

mercoledì 13 aprile 2011

pc 13 aprile - l'udienza odierna al processo thyssen krupp di torino

Davanti al tribunale, come sempre, membri del Collettivo Comunista Piemontese. Bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare, questi signori non hanno mai lasciato soli i parenti delle vittime! Sono stati presenti con la neve, con il vento, con il sole e la pioggia.
Oggi c'era anche un ragazzo di FLI, che distribuiva manifestini relativi ad un incontro previsto per venerdì 15 dal tema ''Giusta giustizia'' che si terrà in corso trapani 91/b per chi fosse interessato, segnalo che all'incontro ci saranno anche il procuratore G. Caselli e Fabio Granata.
Entrando in tribunale la mia gioia è stata enorme nel vedere nuovamente una scolaresca intera seduta tra i banchi del pubblico! Sante insegnanti! Grazie!
Oggi l'udienza era dedicata in toto alla difesa, quindi tutto il ''gotha'' era presente. In aula gli avvocati: Coppi, Audisio, Anglesio, Zaccone, Sommella, Garaventa ... per il PM erano presenti L.Longo e F. Traverso.
Ore 9,30 si inizia, ma per problemi tecnici legati all'audio dobbiamo aspettare, l'arrivo di un tecnico.
Inizia l'Avv. Anglesio
Il suo intervento consiste nel difendere le sue tesi nelle precedenti udienze, tesi che secondo i PM non sono valide. Sostiene che secondo gli studi fatti il rischio corso dagli operai era da considerarsi ''MEDIO'' e non ''ALTO''! Insiste nel dire che la vita degli operai NON era poi così a rischio, in quanto non vicini fisicamente al punto di innesco dell'incendio. (Mah.. non capisco, visto che però gli operai lo dovevano spegnere ... fossero anche stati lontani ... n.r.d.) Sostiene che MAI la difesa ha parlato di ''colpe'' degli operai ... e subito dopo parla di ''eventuali comportamenti non corretti'' da parte dei lavoratori...
Ricorda che la prevedibilità fa parte del reato colposo ... e sostiene che, nel nostro caso, era impossibile prevedere quanto è successo (spegnevano un incendio al giorno. n.d.r.) sostiene che solo a causa di un concatenarsi infelice di eventi è avvenuta la disgrazia ... insomma invoca il ''fato''! Ha parlato più che altro per difendere la propria linea difensiva ...
Ore 10,05 inizia l'avvocato Coppi. (difensore di Andreotti, Moggi ... ) Attacca subito parlando della voluminosa requisitoria dei PM e sostiene che è la qualità che conta e non la quantità! (si riferisce alle 90 pagine dell'accusa, ovviamente con l'intenzione di ''sminuirne'' i contenuti... che detto tra noi ho trovato chiarissima, anche se non 'addetta ai lavoro'' n.d.r.).
Parla di dolo: eventuale, intenzionale, diretto... E arriva alla conclusione che per accusare l'A.D. Harald Estenhan è necessario essere sicurissimi ed avere le prove che l'imputato avrebbe agito nel medesimo modo, pur conoscendo i risultati a cui il suo comportamento avrebbe condotto! Si fa delle domande retoriche tipo: ''Possiamo stabilire noi che la morte degli operai era stata presa in considerazione e volitivamente accettata ''? ''Possiamo accertare che Estenhan ha scelto l'economia piuttosto che la sicurezza degli operai''? Conclude dicendo che ''percepire il rischio'' non significa volere ed aver la consapevolezza dei risultati. (No comment - bella comoda sta discussione ... n.d.r.)
ore 10.30 Avvocato Zaccone
Prende la parola l'avvocato Zaccone. Parla di giurisprudenza e di criteri interpretativi... parla di reato complesso che comprende anche l'omicidio colposo ... si richiama ad una sentenza del Tribunale di Molfetta ... il discorso di Zaccone è talmente legato a normative e protocolli che l'attenzione in aula tende a diminuire ...
Conclude con l'unica cosa ''reale'' del suo intervento dicendo : '' L'attività era rischiosa, si erano presi i provvedimenti ritenuti necessari ! (lasciando sottintendere la domanda: ''Cosa volete di più''? n.d.r.) ! Sostiene inoltre che quel modello di sicurezza, così come era previsto allora non sarebbe diverso oggi e che l'organismo di vigilanza c'era, e che vigilava... (mi domando , ma se tutto funzionava così bene .... com'è che sono morti in 7? n.d.r.)
Ore 11.00 prende la parola l'avv. Garaventa. (collegio difesa: Estenhan, Gerald Prigneitz, Marco Pucci)
Inizia dicendo che i PM hanno ribattuto punto per punto le affermazioni della difesa ( Non dovevano? n.d.r.) Li accusa anche di ''insicurezza'' in quanto hanno depositato una nota tardi ! (Mah...) Ci consola dicendo che nessun imputato avrebbe voluto l'incendio alla linea 5! (meno male! n.d.r.) Ci ricorda soprattutto che, dato il previsto spostamento della linea 5 a Terni, era nell'interesse di tutti mantenere sana e salva la linea stessa ! (infatti gli operai erano OBBLIGATI a spegnere gli incendi! n.d.r.). Ribadisce che a Torino non erano previste variazioni sulla linea stessa (a Terni si ... n.d.r.) e ricorda che la Thyssen, bontà sua, cercava di andare incontro agli operai aiutandoli nella mobilità ...
Ricorda inoltre che una Multinazionale, non può essere gestita se non delegando, Salerno era il delegato ... (quindi colpa sua! :-))) ) Parla di insinuazioni nei confronti di ''controlli addomesticati'' (La Thyssen, multinazionale dell'acciaio, NON aveva il certificato antincendio! n.d.r.)
Ore 11.30 finisce e la Corte concede una sospensione di circa un'ora.
Vado con Maryjo a prendere un cappuccino e mangiare un trancio di pizza rossa gelata... brrrrr
Ore 12,20 l'udienza riprende.
L'Avvocato Audisio parla in un modo molto particolare, mi affascina ... si rivolge alla Eccellentissima Corte scusandosi dell' inadeguatezza del proprio linguaggio... ricorda che sarà costretto a parlare usando le sue parole, sottintendendo quindi, quanto ''povere'' esse siano. (Mi fa venire in mente il film ''Non ci resta che piangere'' quando Benigni e Troisi si rivolgevano al potente di turno, con un atteggiamento di totale sudditanza! n.d.r.) .
Le domande che pone all'attenzione della Corte sono: ''Herald Hestenhan, aveva un obbligo? Sapeva di averlo? Sapeva di dover mettere in quel preciso punto un impianto di rilevazione/spegnimento incendio''? Si? No?
Ripete le stesse cose in mille modi diversi ma il succo del discorso è che, avendo esaminato tutte le ''scartoffie'' a disposizione non è emersa la necessità che, in quel preciso punto, fosse necessario un sistema di rilevazione/spegnimento automatico di incendio. Quindi ... NON esiste nessun reato!
Et voilà!
Le multinazionali sono in una ''botte di ferro''! Sono talmente grandi e potenti che possono far quello che vogliono. Trovano facilmente qualcuno disposto a ''chiudere un occhio'' sulla mancanza del certificato antincendio ad esempio! Trovano qualcuno da delegare e da far diventare capro espiatorio in caso di ''rogne''! Trovano il modo di parcellizzare, nell'interno stesso del proprio sistema, le responsabilità e le deleghe in modo da rendere quasi impossibile il risalire al responsabile eventuale. Sembra quasi dicano: ''Ti dò già un lavoro ... vuoi anche essere sicuro? Ma non esageriamo!''
La dicotomia totale che c'è tra Hestenhan e gli operai è impressionante. Sono due pianeti diversi. Meglio forse, le piccole aziende locali dove le persone si conoscono, dove esiste umanità ... dove gli operai valgono in quanto persone e non meno dei macchinari e meno dei profitti.
Venerdì 15 aprile ci sarà la ''chiusura'' del collegio della difesa e poi la Corte si ritirerà per emettere la sentenza.

Torino, 13 aprile 2011
(ricevo, e pubblico, per gentile concessione di Elena di Agenda Rossa)

Stefano Ghio - Rete sicurezza Torino

pc 13 aprile - Nepal - nascono i volontari del popolo.. ma cosa faranno realmente ?

mobilitazione dei volontari popolari

"i volontari del popolo è una nuova organizzazione di massa fondata dal Partito comunista unificato del nepal maoista che ha cominciato il suo lavoro in tutto il paese: essa unisce militanti e simpatizzanti maoisti per organizzare le larghe masse nei progetti di costruzione e se necessario per contrastare le manovre controrivoluzionarie...
una delle iniziative in corso è la costruzione di un monumento dedicato ai martiri della rivoluzione'

nostro commento

anche questa nuova organizzazione di massa è dentro il dibattito e lo scontro in atto nel partito tra una linea opportunista di destra e la linea della rivolta popolare sostenuta dalla sinistra del partito
cosa essa realmente è e a cosa serve saranno i fatti e lo sviluppo della lotta di classe che lo decideranno
'I maoisti consevano ancora una grande organizzazione della gioventù la YGC e sono stati programmati meeting di massa in tutto il paese'

proletari comunisti -PCm italia sostiene la sinistra del partito comunista unificato nepal maoista in lotta e alternativa alla destra di Battarai e al centrismo del leader prachanda

pc 13 aprile - francia contro il moderno fascismo di sarkozy , la via della guerra popolare priolungata e non le elezioni


documento dei nostri compagni del partito comunista francese (maoista)
in via di traduzione

Contre la montée du fascisme moderne

A l’époque de l’impérialisme le capital bancaire a fusionné avec le capital industriel et a formé le capital financier qui contrôle tout l’appareil de production et d’échanges, rien ne lui échappe.

La crise qui était cyclique, devient permanente, entraînant une restructuration ininterrompue du système capitaliste à l’échelle mondiale.

Face aux conséquences de la « mondialisation » la guerre populaire gagne du terrain, les soulèvements de masse contre les « chiens de garde » de l’impérialisme se multiplient dans le monde arabe, en Afrique et en Asie et en Amérique Latine.

Dans les pays impérialistes, l’appareil d’Etat devient un Etat de plus en plus policier, la conciliation de classe des réformistes permet au capital de se restructurer, de mettre en place une forme nouvelle de fascisme, le fascisme moderne. Celui ne s’impose pas d’emblée, par la force brutale, la suppression totale des libertés, l’interdiction des partis, syndicats et associations démocratiques mais s’édifie grâce à la conciliation de classes des réformistes. La campagne sur le contrôle de l’immigration, de l’insécurité engendrée par la crise et le développement de la misère lancée par le FN est reprise sous différentes formes par les réformistes de tout poil. Ces campagnes sont relayées par les médias, tout cela crée une grande confusion, renforce le chauvinisme et le communautarisme dans les masses et une base électorale au FN.

L’accélération du processus de mise en place du fascisme moderne est conditionnée par la crise du système qui s’approfondie et la montée du mécontentement du mouvement populaire, des révoltes des masses dans le monde entier.



C’est dans ce contexte, que le fascisme moderne se développe dans les pays impérialistes, en autre dans tous les pays de l’UE qui l’édifient, chacun en fonction de son contexte politique interne.

La tendance générale est à l’alliance entre droite et extrême droite (Ligue du Nord, Berlusconi en Italie), sous la conduite de la social-démocratie (en Espagne ou en Grèce) (sous la direction de l’extrême droite en Hongrie) etc.

C’est dans ce contexte, qu’en France, depuis plusieurs mois, Marine le Pen est mise en avant par les médias, que le processus de construction du fascisme moderne s’accélère.

Que l’un ou l’autre des trois grands partis en compétition gagne ne va ralentir le processus de construction du fascisme moderne. La campagne électorale ne va pas porter sur une stratégie pour résoudre la crise et ses conséquences dans la vie des gens, mais dans la meilleure solution pour que la bourgeoisie se maintienne au pouvoir.

La seule solution à la crise mondiale du capitalisme agonisant, c’est d’enterrer au plus vite ce système en développant une stratégie révolutionnaire s’achevant par la prise du pouvoir par les masses populaires dans chaque pays et dans le monde entier. Autrement dit par la révolution prolétarienne à l’échelle mondiale.

Le programme de la révolution, c’est :

La réorganisation complète de l’économie par la socialisation des moyens de production et d’échanges et de là la réorganisation complète de la société dans l’objectif de supprimer toutes les inégalités, le profit capitaliste, les productions parasitaires comme l’armement.

La décentralisation des industries par régions respectant l’environnement. Une agriculture saine, diversifiée utilisant les connaissances modernes et traditionnelles de façon complémentaire. Une distribution au plus près du consommateur, une réorganisation complète des échanges par la coopération des peuples du monde unis dans le même objectif, la suppression du système d’exploitation et d’oppression capitaliste, l’égalité totale entre les hommes quelque soit leur origine, leur sexe ou leur différences..

Cette révolution ne peut pas être réalisée dans le cadre du système, par la voie électorale, mais devra être conquise de haute lutte par le prolétariat avec à sa tête la classe ouvrière et les masses populaires.

La classe ouvrière ne peut pas restée isolée, outre le prolétariat qui représente la majorité des salariés dont elle fait partie, elle doit gagner une grande partie des couches intermédiaires de la petite bourgeoisie (artisans, petits commerçants, petits et moyens paysans) et même des franges de la bourgeoisie moyenne. Ces différentes couches doivent s’unir sous la direction du prolétariat organisé, dans un Front Révolutionnaire Anticapitaliste/Antifasciste et Populaire contre la bourgeoisie capitaliste et les éléments réactionnaires.

Les trois candidats (UMP, PS,FN) en lice pour la présidentielle veulent tous :



Réformer, rendre plus « efficace » le système capitalisme, le sauver. Il s’agit dans tous les cas de prévenir tout débordement mettant en cause le système capitaliste.
Mettre en avant le « problème » de l’immigration, du terrorisme (pour cacher celui de l’impérialisme), de l’insécurité (qui naît de la misère), tous concourent au renforcement du fascisme moderne.
Utiliser l’arme du racisme, du chauvinisme dans leur lutte pour un nouveau repartage du monde qui débouchera sur une nouvelle guerre mondiale de repartage.

Les élections dans le cadre du système aujourd’hui ne peuvent répondre aux aspirations des peuples à un changement véritablement révolutionnaire. Le prolétariat doit se donner des moyens pour en finir avec le système.

Les capitalistes ont leurs partis. Contre eux quelques petits partis pensent qu’on peut changer le système par la voie pacifique. C’est impossible car la bourgeoisie ne quittera pas la scène de l’histoire de son plein gré. Pour l’en chasser. Il est nécessaire de construire un Parti Communiste, qui prenne en compte toute l’expérience révolutionnaire du prolétariat, depuis la révolte des Canuts, de 1848, de la Commune, de la construction du socialisme (ses acquis positifs), de la lutte contre la révision du marxisme des années soixante en URSS et après la mort de Mao en Chine. Il n’y a pas d’autre voie. C’est la tâche principale auquel s’attache notre Parti et les autres partis maoïstes du monde aujourd’hui engagés dans la reconstitution de l’Internationale Communiste.



PC maoïste de France

pc 13 aprile - sciopero della fame dei prigionieri maoisti nel carcere di Malkangiri -Orissa




Malkangiri (Orissa) | 11 de abril 2011

Los presos de la sub-cárcel local han lanzado hoy un ayuno para exigir el cumplimiento de su carta de 14 puntos de demandas, incluidas las relativas a liberación del colector Malkangiri secuestrado por la guerrilla maoísta en
febrero.

Los presos, dirigidos por el líder maoísta Sriramulu Srinivas, exigieron la retirada de las fuerzas de seguridad combinadas de Orissa y la liberación de las tribus y otras personas detenidas bajo la acusación de apoyar las actividades maoístas después del secuestro del colector del distrito Malkangiri, R Vineel Krishna el 14 de febrero.

Aunque se hizo un acuerdo entre el gobierno de Orissa y los mediadores de una solución pacífica a la crisis de los rehenes, ninguna de las demandas se han cumplido hasta ahora, dijeron los presos maoístas.

Todos los presos entre ellos cinco mujeres estaban en huelga de hambre y la misma continuará hasta que las demandas se cumplan, dijo el líder maoísta.

La sub-cárcel de Malkangiri tiene 210 presos entre ellos 22 maoístas.

pc 13 aprile - A Torino l'ultimo appuntamento in Italia della settimana internazionale a sostegno della guerra popolare in India

Si è tenuta sabato 9 a Torino l’ultima delle assemblee in programma in Italia come parte della settimana internazionale di appoggio alla guerra popolare in India.

L’assemblea so è stata annunciata da una estesa e ben visibile affissione del manifesto internazionale, specie nei quartieri con più alta densità di popolazione immigrata.

Essendo l’ultima assemblea in programma in Italia, è stato possibile rendere conto dello straordinario successo che la campagna ha avuto a livello mondiale, illustrando le tante iniziative che hanno raggiunto tutti i continenti e il ruolo che esso ha svolto: un volano al servizio dell’unità dei comunisti intorno al maoismo verificato, alla strategia e alle esperienze della guerra popolare attualmente più estesa e avanzata, la cui vittoria sarebbe di portata epocale e cambierebbe nettamente i rapporti di forza nel mondo attuale.

Se altrove in Europa e nel mondo la campagna è stata l’occasione per avanzare nell’unità dei comunisti, i Italia, e in particolare a Torino, tanti sedicenti comunisti si sono sottratti all’impegno, Anche questo è stato sottolineato.

La relazione ha poi spiegato il senso della campagna: andare oltre la solidarietà e la denuncia della sporca guerra condotta dallo stato indiano contro il suo stesso popolo, essere “una goccia nel mare” delle masse in rivolta contro l’imperialismo in crisi per essere sempre più all’altezza del compito di trasformarle in rivoluzione.

La parola è stata poi data ad Arundhati Roy, che nella sua intervista filmata ha ben rappresentato anche emotivamente la realtà di una rivoluzione vista da vicino “camminando con i compagni.

Infine è stata illustrata la mostra allestita nazionalmente per la campagna e, nella città della Thyssen, approfondire l’esperienza della rivoluzione nel paese in cui “gli operai bruciano i padroni”, ha avuto un impatto particolare.

Nel dibattito che è seguito i compagni hanno sottolineato in particolare l’importanza di non solo estendere la conoscenza della guerra popolare in India, ma anche di “motivare”: “nelle società ingiuste il pacifismo non è contemplato. Senza giustizia nessuna pace è il messaggio che di dobbiamo impegnare a portare tra gli operai” è stato detto.

Hanno preso la parola anche due missionari cattolici, uno per anni vissuto in India tra le popolazioni tribali oggetto dell’attuale offensiva governativa. Pur riconoscendo innanzitutto di aver sempre avuto buoni rapporti e rispetto da e per i naxaliti, hanno cercato di ridurre la rivoluzione che i maoisti dirigono presentandola come più come uno “scontro tra civiltà”, quella dell’industrializzazione e sfruttamento delle risorse nell’interesse delle multinazionali e dei loro partner indiani contro quella millenaria dei popoli nativi, che resistono fin dai tempi della conquista indù, prima ancora della colonizzazione.

È stata l’occasione per affermare che quella che viene dipinta come una resistenza tribale è in realtà una rivoluzione politica e sociale che avanza, non per perpetuare una tradizione oppressa ma per sviluppare nuove relazioni, una nuova società attraverso un nuovo potere nelle mani del popolo.

L’assemblea si è conclusa con la sottoscrizione della mozione operaia e l’impegno di tutti nel continuare a lavorare a sostegno della rivoluzione in india, da oggi in poi nella prospettiva di una grande conferenza internazionale di massa, con partecipazione da tutta Europa e cin la presenza di una testimonianza diretta della guerra popolare.


Comitato Internazionale a sostegno della Guerra Popolare in India

pc 13 aprile - alla saras di Moratti si torna a morire per il lavoro !

Uccisi dallo sfruttamento e dal profitto.
Uccisi dalla mancanza di un sindacato di classe e di delegati all'altezza della situazione.
Uccisi dall'inosservanza delle leggi sulla sicurezza e di controlli sulla loro inosservanza.
Uccisi dalla attività di governo e padroni che cancellano sempre di più le leggi per la sicurezza sui posti di lavoro.
Uccisi dalla mancanza di giustizia nei processi e di condanne reali per i padroni, che anzi ora con la prescrizione breve non avranno neanche un processo.
Uccisi dall'incomprensione nelle file operaie e proletarie della necessità di una battaglia generale sistematica, con una organizzazione sistematica di questa battaglia come è quella che propone la rete per la sicurezza sui posti di lavoro.
Uccisi dai sindacati confederali e sindacati di base che non hanno metodi di lotta all'altezza della situazione e chi lotta per la sicurezza viene lasciato solo.
Uccisi dalla incomprensione che si tratta di una battaglia non solo sindacale ma politica, culturale, che raccolga tutte le forze disponibili per una rivoluzione politica e sociale che metta fine al sistema in cui la vita operaia conta sempre meno dei profitti dei padroni.
Ma questa battaglia è comunque destinata ad avanzare e vincere

proletari comunisti
aprile 2011

L'ennesima tragedia alla Saras che ha visto la morte di Pierpaolo Pulvirenti, operaio di una ditta appaltatrice siciliana Starservice, ripropone all'attenzione nazionale non solo la Saras , ma l'insieme del problema delle cisterne assassine che hanno provocato ripetutamente la morte di operai da Molfetta a Mineo in Sicilia, da marghera a la spezia.. dove la mancanza di sicurezza è legata al sistema degli appalti al massimo ribasso e del subappalto, alla questione della precarietà e dei tempi di lavoro.
L'operaio morto assieme ad altri due colleghi stava effettuando lavori di manutenzione di un serbatoio quando, , per cause ancora in corso di accertamento, è stato investito da un getto di idrogeno solforato.
Le sue condizioni sono apparse subito disperate e i medici non sono riusciti a salvargli la vita. Gravi anche le condizioni di Gabriele Serrano, 23 anni, ricoverato all'ospedale Brotzu di Cagliari, anche lui intossicato dal gas.
Non destano, invece, preoccupazione quelle di Luigi Catania, il terzo operaio coinvolto nell'incidente, che si è fratturato una gamba cadendo da una scala nei concitati momenti successivi all'incidente.

Otto ore di sciopero sono state proclamate dai sindacati nella raffineria della Saras di Sarroch (Cagliari) dopo l'incidente che ieri ha causato la morte di un operaio di 25 anni, dipendente di una ditta siciliana impegnata in lavori di manutenzione nello stabilimento della famiglia Moratti.
Le otto ore di sciopero hanno proprio il significato della ribellione di fronte a uno stabilimento che ha dimostrato altre volte, anche sul piano dell'inquinamento, di non avere troppo rispetto per il territorio e per chi vive e lavora lì», , la dinamica dell'incidente di ieri sera, «sovrapponibile a quello di due anni fa, dimostra che nella raffineria più grande del Mediterraneo non c'è attenzione per la sicurezza dei lavoratori».da dichiarazioni dei delegati sindacali.
Nello stabilimento della Saras, il 26 maggio 2009, morirono tre operai, anche loro intossicati, mentre effettuavano i lavori di bonifica di una cisterna. Gigi Solinas, 26 anni, si senti male subito all'interno del serbatoio, mentre Daniele Melis, 30 anni, e Bruno Muntoni, 56 anni, persero
la vita nel tentativo di soccorrere il collega. Dopo una lunga inchiesta della magistratura è attesa la sentenza del processo penale il 16 maggio prossimo.

la rete nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro in occasione della manifestazione a Torino per il 15 aprile processo thyssen affronterà la questione saras e cisterne assassine e annuncerà iniziative in merito.


rete nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro
bastamortesullavoro@gmail.com
13 aprile 2011

pc 13 aprile - Contro i padroni assassini, dalla Saras alla Thyssen, il 15 aprile tutti a Torino



Un'altra vita operaia stroncata dal profitto dei padroni. Un'altro lavoratore morto sul lavoro nella fabbrica dei Moratti, la Saras di Sarroch vicino Cagliari. Pier Paolo Pulvirenti aveva 23 anni e lavorava in appalto per le manutenzioni con un contratto a termine. Un altro crimine che si aggiunge in quella fabbrica che non solo ha inquinato l'ambiente, ma ha schiacciato troppe vite umane dimostrando ancora una volta che il profitto dei padroni è incompatibile con la sicurezza dei lavoratori. C'è un processo in corso per omicidio plurimo per la strage del maggio del 2009 dove morirono 3 operai che lavoravano in appalto come Pier Paolo morto ieri. I padroni criminali sono tranquilli che dentro il loro sistema di potere loro non la pagheranno, giudici e leggi sono dalla loro, il governo del "processo breve" è con loro, le istituzioni e i confederali spenderanno solo parole per questo nuovo assassinio sul lavoro guardandosi bene dall'attaccare i responsabili.
Non dobbiamo permetterglielo, tutti coloro che si battono per la difesa della vita dei lavoratori nei luoghi di lavoro devono fare ognuno qualcosa. Contro questa guerra contro i lavoratori, la Rete nazionale per la sicurezza sul lavoro chiama alla mobilitazione e alla partecipazione al presidio a Torino il 15 aprile, il giorno della sentenza Thyssen.
Di seguito l'appello:
A TORINO IL 15 APRILE PER LA SENTENZA THYSSEN-KRUPP

Aderiamo, facciamo circolare e per quanto è possibile partecipiamo.

Assediamo il Tribunale perché vogliamo una pesante condanna per i padroni assassini !

Il 15 Aprile il Tribunale di Torino deciderà se condannare o meno i padroni della Thyssen-Krupp, responsabili di una delle più terribili stragi di lavoratori nel nostro paese dove 7 operai morirono sul lavoro bruciati vivi.
La rabbia e la mobilitazione sono stati fattori decisivi per questo processo e hanno fatto sì che ai padroni venisse contestato, per la prima volta in processi per le morti di lavoratori, il reato di "omicidio volontario".
La Rete nazionale per la sicurezza nei luoghi di lavoro fa appello per una partecipazione rappresentativa e combattiva davanti al Tribunale di Torino il giorno della sentenza che riguarda sì i famigliari dei 7 operai morti bruciati, ma anche tutti coloro che si battono per la difesa della vita degli operai nei luoghi di lavoro e per avere giustizia nei processi.
Noi della Rete nazionale per la sicurezza sul lavoro, assieme ai famigliari e ai compagni del CCP, siamo stati l’ unica realtà nazionale che si è battuta per non fare spegnere i riflettori su questa tragica vicenda, con una manifestazione nazionale a Torino nel primo anniversario della strage, con la presenza continua alle udienze e con una corrispondenza puntuale riportata nel blog, nei numeri del Bollettino e nella rete di contatti nazionale.
La sentenza che verrà emessa a Torino è una tappa fondamentale nello scontro di classe perché, se i padroni della Thyssen-Krupp saranno assolti, tutti i padroni si sentiranno ancora più forti nell’ andare avanti nella guerra quotidiana ai lavoratori e i processi Eternit, Viareggio, Paderno Dugnano, Umbria Olii e tanti altri, seguiranno questa strada.
I padroni della Thyssen-Krupp hanno mandato avanti i loro mercenari prezzolati che li difendono per dire che non vogliono un processo politico contro di loro.
Sì, signori, invece noi vogliamo che diventi un processo politico contro di voi che avete perseguito un solo interesse, quello della ricerca assoluta del profitto, per cui la sicurezza dei lavoratori è un costo, contro di voi che avete fin da subito cercato di inquinare le prove e offeso pure le vittime al processo con un atteggiamento strafottente.
Un processo politico contro tutto il sistema su cui dominate fatto di terrorismo psicologico, ricatti, precarietà, di controlli e ispezioni inesistenti, di sindacati compiacenti, un sistema che vogliamo mettere in discussione perché è incompatibile con la sicurezza e la salute degli operai!
Ai lavoratori ai comitati di famigliari delle vittime, alle forze politiche e sindacali, al movimento studentesco.
Tutti a Torino il 15 aprile nel giorno dell’ ultima udienza, dove è più che mai necessaria una mobilitazione di massa che assedi il Tribunale di Torino per impedire l’ impunità per i padroni assassini, per chiedere pesanti condanne contro di essi, per dire basta alla giustizia negata dai Tribunali, per dire basta alle morti sul lavoro, per lottare contro questo governo che ha peggiorato la legislazione sulla sicurezza, dalle sanzioni del Testo Unico ai controlli sugli apparati di controllo e prevenzione, dimostrando nei fatti la sua vera natura di comitato d’ affari dei padroni.

Raccogliamo adesioni, organizziamo la partecipazione.

Rete nazionale per la sicurezza sul lavoro.
Adesioni a: bastamortesullavoro@gmail.com