mercoledì 30 giugno 2010
pc quotidiano 30 giugno - luglio 60 - una grande pagina da sfogliare, per guardare all'oggi
Il 30 giugno l'insurrezione di Genova fatta principalmente da operai e giovani per impedire il congresso del MSI voluto dal governo reazionario democristiano di Tambroni appoggiato dal Msi in parlamento, è la data culmine di un semestre di rinascita dell'antifascismo e della apparizione alla testa di esso della gioventù operaia alla prima esperienza di una grande lotta politica.
A 15 anni dalla Resistenza Pci e organizzazioni sindacali ufficiali erano divenuti i partiti della stabilizzazione capitalistica e della ricostruzione della democrazia borghese; pure esistendo una consistente contraddizione tra una base che aveva ben presente i valori dell'antifascismo, gli ideali del comunismo e un vertice e un apparato, una linea e un sistema di funzionamento che in nome della via parlamentare e dell'elettoralismo nulla aveva potuto per impedire il nuovo dominio della borghesia con il governo democristiano dei suoi alleati.
Questa stabilizzazione aveva spinto la borghesia a pensare che fosse possibile rovesciare il verdetto della storia.
La ribellione, in parte spontanea, ebbe il suo cuore a Genova, ma aveva visto battaglie importanti già a Livorno dal 19 al 22 aprile dove la popolazione era scesa in piazza contro i paracadutisti e si era scontrata ripetutamente con polizia e carabinieri: 37 i feriti, 78 gli arrestati, 199 i denunciati; scontri erano avvenuti anche a Milano il 29 aprile, a Bologna il 21 maggio.
Il governo Tambroni aveva mobilitato l'intero apparato repressivo, maggiore di quello di Scelba degli anni 48/50: 75 mila poliziotti, 180 mila tra carabinieri e Guardia di Finanza.
La rivolta di Genova inflisse una dura sconfitta a questo apparato. Il congresso del Msi fu sospeso all'ultimo momento quando fu chiaro che la rivolta popolare aveva assunto un carattere insurrezionale e non ci sarebbe stato alcun apparato di repressione in grado di fermarla.
Ma non ci fu solo Genova in quelle ore, in tante città e i proletari pagarono un tributo di sangue con la strage di Reggio Emilia. Ma grande fu la ribellione, come non ce ne sarà quasi più negli anni seguenti. In Sicilia, a Palermo 4 morti, un giovane disoccupato, un operaio comunista, un ragazzo della Fgci e una donna, dimostrano la violenza della repressione ma anche l'ampiezza della ribellione; così come a Catania e a Licata.
Le dimensioni del movimento costringono alle dimissioni il governo Tambroni. La borghesia cercherà un'altra via che si scontrerà e si misurerà con l'insorgenza del '68/'69.
A 50 anni non ci può bastare un ricordo, anche se è importante ricostruire la memoria storica soprattutto nelle fila proletarie della gioventù di oggi che non ne ha nessuna; una memoria storica che pure sarebbe importante perchè dal lato della borghesia nulla è realmente cambiato. Il governo attuale è un degno erede del governo Tambroni, anzi è culturalmente, politicamente più reazionario, allora si volevano richiamare in campo i fascisti, ora si vuole marciare in proprio verso un governo, un regime moderno fascista per difendere gli interessi di sempre: il grande capitale industriale e finanziario, il Vaticano, i ceti ad essi legati.
Ma dal nostro lato, dal lato del proletariato le condizioni sono davvero molto diverse e peggiori di quegli anni; l'antifascismo e gli ideali del socialismo e del comunismo sono oscurati, travisati e in parte cancellati nella coscienza comune di operai, masse proletarie e soprattutto giovani.
Ma allora come oggi non è cambiata la tappa per contrastare questo stato di cose: costruire il partito, il nuovo partito della classe operaia, in grado di essere comunista di tipo nuovo per conquistare e organizzare la gioventù operaia e proletaria che certo cova nel suo seno, a fronte di sfruttamento, precarietà, imbarbarimento, oppressione, le idee di rivolta e la volontà di trasformazione.
Costruire il partito per una nuova resistenza, una guerra popolare e proletaria che porti ad un'insurrezione, per spazzare via padroni e governo, questo Stato e questa società e costruirne una di livello superiore con i proletari al potere.
Il luglio '60 dimostra che per quanto grande sia la forza dello Stato i proletari e le masse sono in grado di combatterlo e sconfiggerlo.
Il luglio '60 è la seconda incompiuta della storia del movimento operaio e comunista del nostro paese, dopo la Resistenza antifascista e prima della terza, il movimento rivoluzionario del 68/69.
Questo ci indica che effettivamente le idee di rivolta non sono mai morte ma rinascono nel tempo e che da ogni tentativo fermato, sconfitto e poi rifluito, si impara e si costruiscono le armi ideologiche, politiche e organizzative per vincere.
proletari comunisti
30.6.10
A 15 anni dalla Resistenza Pci e organizzazioni sindacali ufficiali erano divenuti i partiti della stabilizzazione capitalistica e della ricostruzione della democrazia borghese; pure esistendo una consistente contraddizione tra una base che aveva ben presente i valori dell'antifascismo, gli ideali del comunismo e un vertice e un apparato, una linea e un sistema di funzionamento che in nome della via parlamentare e dell'elettoralismo nulla aveva potuto per impedire il nuovo dominio della borghesia con il governo democristiano dei suoi alleati.
Questa stabilizzazione aveva spinto la borghesia a pensare che fosse possibile rovesciare il verdetto della storia.
La ribellione, in parte spontanea, ebbe il suo cuore a Genova, ma aveva visto battaglie importanti già a Livorno dal 19 al 22 aprile dove la popolazione era scesa in piazza contro i paracadutisti e si era scontrata ripetutamente con polizia e carabinieri: 37 i feriti, 78 gli arrestati, 199 i denunciati; scontri erano avvenuti anche a Milano il 29 aprile, a Bologna il 21 maggio.
Il governo Tambroni aveva mobilitato l'intero apparato repressivo, maggiore di quello di Scelba degli anni 48/50: 75 mila poliziotti, 180 mila tra carabinieri e Guardia di Finanza.
La rivolta di Genova inflisse una dura sconfitta a questo apparato. Il congresso del Msi fu sospeso all'ultimo momento quando fu chiaro che la rivolta popolare aveva assunto un carattere insurrezionale e non ci sarebbe stato alcun apparato di repressione in grado di fermarla.
Ma non ci fu solo Genova in quelle ore, in tante città e i proletari pagarono un tributo di sangue con la strage di Reggio Emilia. Ma grande fu la ribellione, come non ce ne sarà quasi più negli anni seguenti. In Sicilia, a Palermo 4 morti, un giovane disoccupato, un operaio comunista, un ragazzo della Fgci e una donna, dimostrano la violenza della repressione ma anche l'ampiezza della ribellione; così come a Catania e a Licata.
Le dimensioni del movimento costringono alle dimissioni il governo Tambroni. La borghesia cercherà un'altra via che si scontrerà e si misurerà con l'insorgenza del '68/'69.
A 50 anni non ci può bastare un ricordo, anche se è importante ricostruire la memoria storica soprattutto nelle fila proletarie della gioventù di oggi che non ne ha nessuna; una memoria storica che pure sarebbe importante perchè dal lato della borghesia nulla è realmente cambiato. Il governo attuale è un degno erede del governo Tambroni, anzi è culturalmente, politicamente più reazionario, allora si volevano richiamare in campo i fascisti, ora si vuole marciare in proprio verso un governo, un regime moderno fascista per difendere gli interessi di sempre: il grande capitale industriale e finanziario, il Vaticano, i ceti ad essi legati.
Ma dal nostro lato, dal lato del proletariato le condizioni sono davvero molto diverse e peggiori di quegli anni; l'antifascismo e gli ideali del socialismo e del comunismo sono oscurati, travisati e in parte cancellati nella coscienza comune di operai, masse proletarie e soprattutto giovani.
Ma allora come oggi non è cambiata la tappa per contrastare questo stato di cose: costruire il partito, il nuovo partito della classe operaia, in grado di essere comunista di tipo nuovo per conquistare e organizzare la gioventù operaia e proletaria che certo cova nel suo seno, a fronte di sfruttamento, precarietà, imbarbarimento, oppressione, le idee di rivolta e la volontà di trasformazione.
Costruire il partito per una nuova resistenza, una guerra popolare e proletaria che porti ad un'insurrezione, per spazzare via padroni e governo, questo Stato e questa società e costruirne una di livello superiore con i proletari al potere.
Il luglio '60 dimostra che per quanto grande sia la forza dello Stato i proletari e le masse sono in grado di combatterlo e sconfiggerlo.
Il luglio '60 è la seconda incompiuta della storia del movimento operaio e comunista del nostro paese, dopo la Resistenza antifascista e prima della terza, il movimento rivoluzionario del 68/69.
Questo ci indica che effettivamente le idee di rivolta non sono mai morte ma rinascono nel tempo e che da ogni tentativo fermato, sconfitto e poi rifluito, si impara e si costruiscono le armi ideologiche, politiche e organizzative per vincere.
proletari comunisti
30.6.10
pc quotidiano 30 giugno - fiat comunicato 2 - giochi in corso
proletari comunisti comunicato N°2
Alla Fiat si lavora sotto traccia per disinnescare il No operaio e portare a casa l'obiettivo.
Marchionne va in Polonia, dove a Tichy per opposte ragioni non tira buona aria, gli operai che hanno paura del trasferimento a Pomigliano della Panda, e gli operai che sono stanchi anche lì di sfruttamento e ricatti; ma gli sherpa di Marchionne al governo e nei sindacati lavorano ad una soluzione. Una formula giornalistica che la definisce è il “Tavolo anti sabotaggio”, cioè ottenere innanzitutto dalla Cgil, Fiom e poi, grazie al loro aiuto, dagli operai il “taci e lavora” della nuova Pomigliano. Certo qualche cosa bisogna pur darla e i giornali ne parlano, crediamo su ispirazione Fiat, per verificare l'effetto che fa.
Un protocollo aggiuntivo che espliciti meglio le parti più controverse dell'intesa, per ottenere la firma di Cgil-Fiom con un impegno Fiat esplicito sul progetto Panda. Gli sherpa credono di poter portare a casa il risultato.
Noi diciamo agli operai che il risultato sarebbe peggiore del male perchè blinderebbe ancora di più la fabbrica, spezzerebbe il fronte dell'opposizione, dividerebbe gli operai. E quindi è meglio come stiamo adesso. Siamo nella fase dell'equilibrio strategico, le forze dell'offensiva non ci sono ancora. E' importante che duri questo equilibrio e non si diano segni di disponibilità. La tattica ci danneggia perchè il coltello dalla parte del manico ce l'ha il padrone.
Non crediamo a Marchionne quando dice che se ne va in Polonia. Ma veramente, operai, pensate che simili scelte i padroni le fanno da un giorno all'altro. Se hanno scelto Pomigliano, Pomigliano è, il punto è che vogliono piegare gli operai.
Non fidatevi della Fiom, non fidatevi di chi sta sempre con “un piede in due staffe”. L'assemblea nazionale del 1° luglio è per “vendere la pelle dell'orso”, rivendicare una vittoria come carta per trattare e trasformare una vittoria in sconfitta. La Fiom è specialista in sconfitte. Anche ai tempi di Sabbatini, poi di Rinaldini, figuriamoci ora che c'è Landini.
La Repubblica – non nelle pagine sindacali ma in quelle di affari e finanze – ha dedicato a Landini un paginone piuttosto elogiativo e ne costruisce con il suo aiuto un ritratto che dovrebbe preoccupare gli operai e anche gli iscritti della Fiom.
Landini è figlio di partigiani e comunisti, ma lui non è né l'uno e né l'altro. Lui nasce in fabbrica come attivista ma è un pollo di laboratorio.
Si vanta di non aver letto i testi sacri del marxismo (ce ne siamo accorti), il suo problema è far funzionare meglio le aziende, dare la produttività e l'efficienza che meritano, conciliandole con il consenso attivo e partecipato.
Questa trincea della Fiom è quella che porta con scivolamenti progressivi all'accettazione di fatto del piano Fiat.
Gli operai dovrebbero pretendere fatti anche da coloro che riconoscono come loro attuali dirigenti sindacali, quei fatti che pretendono i padroni. E' questo è il punto su cui c'è la vera scelta, la Fiom e soprattutto la Cgil hanno già dato la loro adesione al “Tavolo anti sabotaggio”, mentre il padrone vuole avere garanzie sull'attuazione del piano ma non ne dà sull'esito del piano stesso: c'è la crisi internazionale, il mercato, ecc. ecc.
Per questo ora nessuna concessione è l'unica linea che mantiene uniti gli operai del No.
30.6.10
Alla Fiat si lavora sotto traccia per disinnescare il No operaio e portare a casa l'obiettivo.
Marchionne va in Polonia, dove a Tichy per opposte ragioni non tira buona aria, gli operai che hanno paura del trasferimento a Pomigliano della Panda, e gli operai che sono stanchi anche lì di sfruttamento e ricatti; ma gli sherpa di Marchionne al governo e nei sindacati lavorano ad una soluzione. Una formula giornalistica che la definisce è il “Tavolo anti sabotaggio”, cioè ottenere innanzitutto dalla Cgil, Fiom e poi, grazie al loro aiuto, dagli operai il “taci e lavora” della nuova Pomigliano. Certo qualche cosa bisogna pur darla e i giornali ne parlano, crediamo su ispirazione Fiat, per verificare l'effetto che fa.
Un protocollo aggiuntivo che espliciti meglio le parti più controverse dell'intesa, per ottenere la firma di Cgil-Fiom con un impegno Fiat esplicito sul progetto Panda. Gli sherpa credono di poter portare a casa il risultato.
Noi diciamo agli operai che il risultato sarebbe peggiore del male perchè blinderebbe ancora di più la fabbrica, spezzerebbe il fronte dell'opposizione, dividerebbe gli operai. E quindi è meglio come stiamo adesso. Siamo nella fase dell'equilibrio strategico, le forze dell'offensiva non ci sono ancora. E' importante che duri questo equilibrio e non si diano segni di disponibilità. La tattica ci danneggia perchè il coltello dalla parte del manico ce l'ha il padrone.
Non crediamo a Marchionne quando dice che se ne va in Polonia. Ma veramente, operai, pensate che simili scelte i padroni le fanno da un giorno all'altro. Se hanno scelto Pomigliano, Pomigliano è, il punto è che vogliono piegare gli operai.
Non fidatevi della Fiom, non fidatevi di chi sta sempre con “un piede in due staffe”. L'assemblea nazionale del 1° luglio è per “vendere la pelle dell'orso”, rivendicare una vittoria come carta per trattare e trasformare una vittoria in sconfitta. La Fiom è specialista in sconfitte. Anche ai tempi di Sabbatini, poi di Rinaldini, figuriamoci ora che c'è Landini.
La Repubblica – non nelle pagine sindacali ma in quelle di affari e finanze – ha dedicato a Landini un paginone piuttosto elogiativo e ne costruisce con il suo aiuto un ritratto che dovrebbe preoccupare gli operai e anche gli iscritti della Fiom.
Landini è figlio di partigiani e comunisti, ma lui non è né l'uno e né l'altro. Lui nasce in fabbrica come attivista ma è un pollo di laboratorio.
Si vanta di non aver letto i testi sacri del marxismo (ce ne siamo accorti), il suo problema è far funzionare meglio le aziende, dare la produttività e l'efficienza che meritano, conciliandole con il consenso attivo e partecipato.
Questa trincea della Fiom è quella che porta con scivolamenti progressivi all'accettazione di fatto del piano Fiat.
Gli operai dovrebbero pretendere fatti anche da coloro che riconoscono come loro attuali dirigenti sindacali, quei fatti che pretendono i padroni. E' questo è il punto su cui c'è la vera scelta, la Fiom e soprattutto la Cgil hanno già dato la loro adesione al “Tavolo anti sabotaggio”, mentre il padrone vuole avere garanzie sull'attuazione del piano ma non ne dà sull'esito del piano stesso: c'è la crisi internazionale, il mercato, ecc. ecc.
Per questo ora nessuna concessione è l'unica linea che mantiene uniti gli operai del No.
30.6.10
pc quotidiano 30 giugno - DONNE INCARCERATE PER "CATTIVO CARATTERE"
Lo pubblica su un trafiletto di oggi - troppo piccolo veramente! - il giornale Il Manifesto:
In Afghanistan nel carcere femminile di Kabul decine e decine di donne vengono incarcerate con l'accusa di "cattivo carattere".
Non hanno fatto nessun reato, non vengono incolpate di nulla, nè di assassinio, o di furto, ecc., ma... di "scappare dal marito che picchia; o rifiutare di sposare l'uomo scelto dalla famiglia; o sposarsi senza il consenso del padre; o essere innammorate di un altro uomo invece del marito imposto, ecc.
Sono colpevoli per lo Stato Afghano perchè non accettano di essere picchiate, di essere costrette ad una vita d'inferno con un vecchio accanto; SONO COLPEVOLI DI NON ACCETTARE DI ESSERE OPPRESSE! Sono "cattive", le "buone" accettano senza lamentarsi.
Polizia e giudici non le accusano di nessun reato scritto nel codice penale, eppure solo a Kabul metà delle 147 donne incarcerate sono dentro per "reati morali" perchè hanno questo "cattivo carattere".
SOSTENIAMO LE "CATTIVE" DONNE DELL'AFGHANISTAN!
In Afghanistan nel carcere femminile di Kabul decine e decine di donne vengono incarcerate con l'accusa di "cattivo carattere".
Non hanno fatto nessun reato, non vengono incolpate di nulla, nè di assassinio, o di furto, ecc., ma... di "scappare dal marito che picchia; o rifiutare di sposare l'uomo scelto dalla famiglia; o sposarsi senza il consenso del padre; o essere innammorate di un altro uomo invece del marito imposto, ecc.
Sono colpevoli per lo Stato Afghano perchè non accettano di essere picchiate, di essere costrette ad una vita d'inferno con un vecchio accanto; SONO COLPEVOLI DI NON ACCETTARE DI ESSERE OPPRESSE! Sono "cattive", le "buone" accettano senza lamentarsi.
Polizia e giudici non le accusano di nessun reato scritto nel codice penale, eppure solo a Kabul metà delle 147 donne incarcerate sono dentro per "reati morali" perchè hanno questo "cattivo carattere".
SOSTENIAMO LE "CATTIVE" DONNE DELL'AFGHANISTAN!
pc quotidiano 30 giugno - L'AQUILA, GLI AFFARI DEL VESCOVO
da: sommosprol@gmail,com
"Una srl della Curia per ricostruire"
Si chiama "Aquilakalo's", serve a garantire alla Chiesa una presenza
attiva nella ricostruzione della città dopo il terremoto. Alla
presidenza il vescovo ausiliare Giovanni D'Ercole, che ora dice: "Lascio
la presidenza, non voglio grane"
di ANTONELLO CAPORALE
L'AQUILA - "Aspettano i soldi, ma se non c'è il seme...". Il seme.
Un'idea, un piano di rinascita, un progetto di ricostruzione. La classe
politica aquilana non ce l'ha, la Chiesa sì. Idee chiare, cioè un master
plan, e strumenti innovativi per un vescovo: una società privata, una
srl, con il compito di costruire e vendere, chiedere finanziamenti e
concederne. Lottizzare, espropriare, partecipare ad affari con altre
società, ricevere naturalmente contributi statali, anche utilizzando
l'istituto della concessione, e - insomma - erogare servizi di "global
service".
Nata tre giorni prima di Natale dell'anno scorso "Aquilakalo's srl" ha
un capitale sociale di diecimila euro, la sede presso la Curia
arcivescovile e un presidente del consiglio di amministrazione che è il
vescovo ausiliare della città: Giovanni D'Ercole. Nel consiglio un
giovane sacerdote e un imprenditore locale. D'Ercole è il rappresentante
del Vaticano inviato a L'Aquila per garantire alla Chiesa la presenza
attiva nella ricostruzione della città, opera che non è stata ritenuta
alla portata dell'arcivescovo titolare, l'anziano Giuseppe Molinari.
E D'Ercole ci sta riuscendo. Ogni giorno i suoi uffici sfornano progetti
e piani di investimento. Indicano aree su cui costruire, terreni da
preservare. È un vescovo del fare: "Ho ancora tredici milioni da
spendere, sono soldi della Caritas, e il municipio non mi spiega, non
indica dove, non mi dà la possibilità di investirli per il bene della
comunità. Ho dato un ultimatum: entro giugno devono darmi le
autorizzazioni, altrimenti li rimando via". Nel master plan che la Curia
sotto la sua direzione ha prodotto (Piano strategico di restauro e
rifunzionalizzazione del centro storico) le idee fondanti della
rinascita sono stese attorno ad assi strategici e gli interessi
ecclesiastici delineati con chiarezza. "Quasi tutto il patrimonio
artistico è nostro". Chiese e monumenti, ma anche negozi, e case, e
terreni. Dunque e perciò: lottizzazioni e investimenti.
D'Ercole è giovane, a suo agio con la tv (ha condotto per anni in Rai un
programma religioso) e le pubbliche relazioni. Ora il grande passo:
l'attività immobiliare complessiva, un'attività quasi commissariale in
una città ancora stordita. Le carriole a testimoniare la protesta dei
residenti per l'inerzia della classe politica, i puntellamenti a
fotografare uno stallo incomprensibile. È questo il clima che consiglia
alla Curia di far da sola, avanzare anziché attendere. Una srl con cui
prendere le misure dei progetti e tenerli nelle proprie mani. La società
del vescovo. "Non è così, mi sono dimesso". Dimesso? Dalla visura
camerale non risulta, fino a tre giorni fa era lei il presidente. "Da
domani non lo sarò più". Domani vedremo. "Solo tre mesi sono stato alla
guida (sei, secondo le visure, ndr) e non ho intenzione di ritrovarmi
impelagato tra due o tre anni in qualche cosa".
La Curia adesso ha sede in un'area industriale, come una linda
fabbrichetta della periferia abruzzese. Al pian terreno si opera per il
bene comune. È un open space: "Venga, le mostro il nostro grande ufficio
tecnico". Geometri, ingegneri, architetti. Sviluppo edilizio, piani di
recupero, restauri, ma anche valorizzazioni fondiarie, piani
urbanistici. Preghiere e mattoni. Al primo piano c'è lui, D'Ercole: "Sa
quanta gente è passata in questa stanza offrendomi sponsorizzazioni?".
Si riferisce a imprenditori che si proponevano alla chiesa per prendersi
cura, gratuitamente, dei suoi edifici di culto? "Uno scambio: io ti
offro questo e tu un domani mi dai quest'altro. Ma non si può fare. Ci
sono le gare d'appalto, massima legalità e trasparenza. Così ci siamo
dotati di questa società di servizi, consigliati da persone competenti.
Anche altre diocesi lo fanno". Non s'era mai visto un vescovo a
presiedere una srl. "Io mi dimetto, lascio". Lascia a chi? "A un
sacerdote. È chiaro che il controllo resta qui dentro. Adesso ci stiamo
specializzando nella diagnostica ingegneristica".
Idee avanzate. "Tre miliardi e mezzo, ed è una cifra sottostimata, la
valutazione dei nostri beni da ricostruire. È una bella cifra a cui noi
dobbiamo rispondere con efficienza e puntualità". Profilo da
imprenditore: "Oggi L'Aquila è una città conosciuta in tutto il mondo. È
un'occasione pubblica che dovremmo raccogliere al volo invece di
piangerci addosso. Stiamo divenendo antipatici con la richiesta
quotidiana di aiuti, i soldi ci sono ma servono prima le idee".
I semi della Curia sono raccolti in cento pagine. E il sindaco
dell'Aquila? "Fa troppe cose: la maggioranza e l'opposizione. L'uno e il
suo doppio. Dovrà scegliere: o di là o di qua". Fin troppo chiaro. La
Chiesa corre, il vescovo prega e promette opere di bene. Si prenderà
cura delle anime e anche del resto. Per l'appunto, un global service.
(29 giugno 2010)
da: sommosprol@gmail.com
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"Una srl della Curia per ricostruire"
Si chiama "Aquilakalo's", serve a garantire alla Chiesa una presenza
attiva nella ricostruzione della città dopo il terremoto. Alla
presidenza il vescovo ausiliare Giovanni D'Ercole, che ora dice: "Lascio
la presidenza, non voglio grane"
di ANTONELLO CAPORALE
L'AQUILA - "Aspettano i soldi, ma se non c'è il seme...". Il seme.
Un'idea, un piano di rinascita, un progetto di ricostruzione. La classe
politica aquilana non ce l'ha, la Chiesa sì. Idee chiare, cioè un master
plan, e strumenti innovativi per un vescovo: una società privata, una
srl, con il compito di costruire e vendere, chiedere finanziamenti e
concederne. Lottizzare, espropriare, partecipare ad affari con altre
società, ricevere naturalmente contributi statali, anche utilizzando
l'istituto della concessione, e - insomma - erogare servizi di "global
service".
Nata tre giorni prima di Natale dell'anno scorso "Aquilakalo's srl" ha
un capitale sociale di diecimila euro, la sede presso la Curia
arcivescovile e un presidente del consiglio di amministrazione che è il
vescovo ausiliare della città: Giovanni D'Ercole. Nel consiglio un
giovane sacerdote e un imprenditore locale. D'Ercole è il rappresentante
del Vaticano inviato a L'Aquila per garantire alla Chiesa la presenza
attiva nella ricostruzione della città, opera che non è stata ritenuta
alla portata dell'arcivescovo titolare, l'anziano Giuseppe Molinari.
E D'Ercole ci sta riuscendo. Ogni giorno i suoi uffici sfornano progetti
e piani di investimento. Indicano aree su cui costruire, terreni da
preservare. È un vescovo del fare: "Ho ancora tredici milioni da
spendere, sono soldi della Caritas, e il municipio non mi spiega, non
indica dove, non mi dà la possibilità di investirli per il bene della
comunità. Ho dato un ultimatum: entro giugno devono darmi le
autorizzazioni, altrimenti li rimando via". Nel master plan che la Curia
sotto la sua direzione ha prodotto (Piano strategico di restauro e
rifunzionalizzazione del centro storico) le idee fondanti della
rinascita sono stese attorno ad assi strategici e gli interessi
ecclesiastici delineati con chiarezza. "Quasi tutto il patrimonio
artistico è nostro". Chiese e monumenti, ma anche negozi, e case, e
terreni. Dunque e perciò: lottizzazioni e investimenti.
D'Ercole è giovane, a suo agio con la tv (ha condotto per anni in Rai un
programma religioso) e le pubbliche relazioni. Ora il grande passo:
l'attività immobiliare complessiva, un'attività quasi commissariale in
una città ancora stordita. Le carriole a testimoniare la protesta dei
residenti per l'inerzia della classe politica, i puntellamenti a
fotografare uno stallo incomprensibile. È questo il clima che consiglia
alla Curia di far da sola, avanzare anziché attendere. Una srl con cui
prendere le misure dei progetti e tenerli nelle proprie mani. La società
del vescovo. "Non è così, mi sono dimesso". Dimesso? Dalla visura
camerale non risulta, fino a tre giorni fa era lei il presidente. "Da
domani non lo sarò più". Domani vedremo. "Solo tre mesi sono stato alla
guida (sei, secondo le visure, ndr) e non ho intenzione di ritrovarmi
impelagato tra due o tre anni in qualche cosa".
La Curia adesso ha sede in un'area industriale, come una linda
fabbrichetta della periferia abruzzese. Al pian terreno si opera per il
bene comune. È un open space: "Venga, le mostro il nostro grande ufficio
tecnico". Geometri, ingegneri, architetti. Sviluppo edilizio, piani di
recupero, restauri, ma anche valorizzazioni fondiarie, piani
urbanistici. Preghiere e mattoni. Al primo piano c'è lui, D'Ercole: "Sa
quanta gente è passata in questa stanza offrendomi sponsorizzazioni?".
Si riferisce a imprenditori che si proponevano alla chiesa per prendersi
cura, gratuitamente, dei suoi edifici di culto? "Uno scambio: io ti
offro questo e tu un domani mi dai quest'altro. Ma non si può fare. Ci
sono le gare d'appalto, massima legalità e trasparenza. Così ci siamo
dotati di questa società di servizi, consigliati da persone competenti.
Anche altre diocesi lo fanno". Non s'era mai visto un vescovo a
presiedere una srl. "Io mi dimetto, lascio". Lascia a chi? "A un
sacerdote. È chiaro che il controllo resta qui dentro. Adesso ci stiamo
specializzando nella diagnostica ingegneristica".
Idee avanzate. "Tre miliardi e mezzo, ed è una cifra sottostimata, la
valutazione dei nostri beni da ricostruire. È una bella cifra a cui noi
dobbiamo rispondere con efficienza e puntualità". Profilo da
imprenditore: "Oggi L'Aquila è una città conosciuta in tutto il mondo. È
un'occasione pubblica che dovremmo raccogliere al volo invece di
piangerci addosso. Stiamo divenendo antipatici con la richiesta
quotidiana di aiuti, i soldi ci sono ma servono prima le idee".
I semi della Curia sono raccolti in cento pagine. E il sindaco
dell'Aquila? "Fa troppe cose: la maggioranza e l'opposizione. L'uno e il
suo doppio. Dovrà scegliere: o di là o di qua". Fin troppo chiaro. La
Chiesa corre, il vescovo prega e promette opere di bene. Si prenderà
cura delle anime e anche del resto. Per l'appunto, un global service.
(29 giugno 2010)
da: sommosprol@gmail.com
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pc quotidiano 30 giugno - Dell'Utri: mafioso sì, ma fino a un certo punto...
esattamente fino al 1992 poi… brava persona è!
È quello che nella sostanza hanno detto i giudici della seconda sezione della
Corte d’appello di Palermo che ha condannato Dell’Utri a 7 anni di galera per i
fatti fino al 1992 e non dopo perché avrebbero dovuto tirare troppo in ballo
Berlusconi e non se la sono sentita (per diversi motivi: hanno impiegato quasi
sei giorni per decidere…) di mettere in discussione l’assetto generale dell’
attuale situazione politica italiana.
Ma si può essere mafiosi a metà? No, e infatti Dell’Utri non lo è, anzi nell’
arroganza degli atteggiamenti ricorda proprio l’attitudine strafottente dei
padrini, di chi si atteggia a considerare tutto questo un fatto passeggero che
tanto prima o poi si aggiusta o nel ricordo commosso di Vittorio Mangano, lo
stalliere di Arcore condannato per mafia e morto in carcere (''Mangano era il
mio eroe: in carcere, ammalato, più volte è stato invitato a parlare di me e
Berlusconi, e si è rifiutato di farlo''). Fregandosene dell’opinione pubblica
che sa che Mangano era un mafioso conclamato.
E in questo Dell’Utri e Cuffaro sono accomunati non solo dalla condanna
(Cuffaro in questi giorni è stato condannato a 10 anni per concorso esterno in
associazione mafiosa) ma anche dall’atteggiamento di siciliano offeso: ma quale
mafioso? Tutto si sistemerà in cassazione, dicono, e questa è un’idea che viene
rafforzata anche da questa assurda sentenza.
No, non si può essere mafiosi a metà: il mafioso o finisce ammazzato o in
galera o in politica… mentre il Sole24Ore di oggi fa il pesce in barile e ci
tiene a dire che “Esce la politica da questo processo, ma restano gli affari,
le frequentazioni, i contatti, i conciliaboli con i mafiosi, le chiacchiere sui
“cavalli” e gli inspiegabili o non spiegati abbastanza flussi di denaro da
Palermo verso Milano.” Esce la politica! A parte Cuffaro e Dell’Utri solo negli
ultimi anni sono stati condannati o assolti dopo lunghi anni e tanti dubbi:
14 gennaio 2010 - l'ex ministro e politico Dc siciliano Calogero Mannino, una
carriera lunga 41 anni, viene assolto in Cassazione dall'accusa di mafia dopo
indagini e processi durati 19 anni, e dopo aver trascorso 23 mesi in carcere.
28 luglio 2009 - Per il gip che nel 2006 ne ordinò l'arresto, sarebbe stato
tanto vicino al capomafia Bernardo Provenzano da far parte di 'una Cosa sua',
più che di Cosa Nostra. Un'espressione che dà l'idea dello stretto legame che
univa il padrino di Corleone a Giovanni Mercadante, il medico, deputato
regionale di FI, condannato per mafia a 10 anni e 8 mesi.
29 febbraio 2008 - In Sicilia, l'ex assessore regionale Udc Vincenzo Lo
Giudice, è condannato a 16 anni ed 8 mesi per associazione mafiosa. La sua
campagna elettorale del 1991 fu scandita dalla colonna sonora del film Il
Padrino, cosa che fece scalpore e diede a Lo Giudice, allora sconosciuto
sindaco di Canicattì, notorietà nazionale.
6 dicembre 2006 - Le intercettazioni effettuate nel salotto del capomafia di
Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, portano alla condanna a 8 anni di carcere
dell'ex assessore comunale Domenico Miceli (Udc), per concorso esterno in
associazione mafiosa.
16 marzo 2006 - L' ex deputato calabrese di FI Amedeo Matacena è assolto dalla
Corte d'assise di Reggio Calabria, per non avere commesso il fatto, dall'accusa
di concorso esterno in associazione mafiosa. Il reato contestato a Matacena
traeva origine dall'inchiesta Olimpia, condotta dalla Procura antimafia di
Reggio Calabria.
27 ottobre 2004 - Accogliendo la richiesta della Procura di Palermo, il gip
Gioacchino Scaduto archivia l'inchiesta a carico del deputato di FI e avvocato
penalista Nino Mormino, che era stato indagato per concorso esterno in
associazione mafiosa.
28 dicembre 2004 - La Cassazione conferma definitivamente la sentenza di
assoluzione di Giulio Andreotti nel processo per mafia. Prescrizione per il
delitto di associazione a delinquere fino alla primavera del 1980 e
l'assoluzione per il reato di associazione mafiosa dal 1980 in poi.
25 maggio 2004 - Quattro anni di reclusione per concorso esterno in
associazione mafiosa, per Giancarlo Cito, ex sindaco di Taranto ed ex deputato
per la lista AT6. Cito diventò famoso negli anni 80 perchè attraverso gli
schermi della tv locale 'AT6' attaccava la classe politica tarantina accusata
di essere corrotta.
5 marzo 2004 - I giudici della corte d'appello assolvono dall' accusa di
concorso in associazione mafiosa, l'ex senatore di An Filiberto Scalone che,
secondo gli inquirenti, era indicato come vicino alla famiglia mafiosa di
Brancaccio.
2 dicembre 2003 - Vito Ciancimino fu il primo politico condannato per mafia: i
10 anni in primo grado, ridotti in appello a otto, vengono confermati dalla
Cassazione. Si chiuse cosi' un caso giudiziario che il giudice Giovanni Falcone
aveva aperto dopo le rivelazioni di Tommaso Buscetta. 'Ciancimino e' in mano ai
corleonesi', aveva detto il grande pentito di Cosa nostra, offrendo un suggello
autorevole ad antichi sospetti e alle pesanti valutazioni della Commissione
antimafia.
17 maggio 1999 - La corte d'appello di Catania conferma l'assoluzione di
Natalino Amodeo, deputato Psi, per non avere commesso il fatto, dall'accusa di
concorso esterno all' associazione mafiosa. Amodeo, per le dichiarazioni di un
pentito, trascorse 13 mesi in carcere. (dal sito Ansa)
Ma, continua il Sole24Ore, “Di questa storia, secondo i magistrati, Dell’Utri
è stato indiscusso protagonista: negli anni settanta e grazie alla mediazione
di Tanino Cinà ha avuto rapporti con personaggi di spicco di Cosa Nostra come
Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Vittorio Mangano poi finito come “stalliere”
nella villa di Arcore di Berlusconi. Questo hanno raccontato 33 pentiti che
sono stati creduti: da Francesco Di Carlo a Francesco Marino Mannoia. Tutti
hanno sottolineato i rapporti con la mafia che sono serviti a Dell’Utri per
assicurarsi la “protezione” mafiosa alle operazioni finanziarie e
imprenditoriali da lui gestite per sé e nell’interesse delle società di
Berlusconi. In cambio i boss hanno trovato la strada aperta verso i salotti
buoni della finanza milanese e nazionale.”
Proviamo a ragionare alla buona: Dell’Utri è membro fondatore, insieme a
Berlusconi, di un partito politico, è senatore di questa repubblica, e cioè
ricopre una delle cariche politiche più importanti del paese: se non è politica
questa allora qual è? E adesso è condannato per mafia, e cioè nella stessa
persona, Dell’Utri, abbiamo un concentrato di politica e mafia, ma per il
tribunale si tratta di “concorso esterno in associazione mafiosa”! Continuiamo,
se esiste l’associazione mafiosa e uno concorre, concorre a che cosa? a farla
funzionare, a tenerla in vita, è logico! La parola “esterno” tende a ingannare,
è un espediente per cercare di tenere fuori la politica, appunto! E in questo
senso è davvero “spiritosa” l’uscita del rincoglionito Bossi. ''Un conto e'
provare che uno e' mafioso; l'appoggio esterno non dimostra niente; non
dimostra che uno e' mafioso''.
Il punto di vista della classe dice cose diverse. La manovalanza assassina
senza scrupoli e i padrini politici sono da sempre accomunati in un’unica
accozzaglia sempre all’erta per “tenere a bada” lavoratori, operai e
sindacalisti che osano alzare la testa contro i soprusi: a Palermo, in Sicilia,
soprattutto nei cantieri negli anni del “boom edilizio” e nelle fabbriche,
quando ce n’erano anche di più, gli operai che volevano lottare per reclamare
qualche miglioramento venivano prima “avvicinati”, poi minacciati e spesso
puniti a bastonate negli spiazzali, come esempio per gli altri… i proletari
sono stati costretti a subire angherie di ogni sorta, a vivere con il fiato
sospeso per sé e le proprie famiglie a causa di questi delinquenti in servizio
permanente effettivo agli ordini dello stato e dei padroni; non pochi hanno
preferito emigrare.
Non ci potrà essere alcuna sentenza, tantomeno questa a dir poco insulsa su
Dell’Utri, capace di sanare tutto questo vero terrorismo di stato-mafioso
esercitato soprattutto contro la classe operaia.
È quello che nella sostanza hanno detto i giudici della seconda sezione della
Corte d’appello di Palermo che ha condannato Dell’Utri a 7 anni di galera per i
fatti fino al 1992 e non dopo perché avrebbero dovuto tirare troppo in ballo
Berlusconi e non se la sono sentita (per diversi motivi: hanno impiegato quasi
sei giorni per decidere…) di mettere in discussione l’assetto generale dell’
attuale situazione politica italiana.
Ma si può essere mafiosi a metà? No, e infatti Dell’Utri non lo è, anzi nell’
arroganza degli atteggiamenti ricorda proprio l’attitudine strafottente dei
padrini, di chi si atteggia a considerare tutto questo un fatto passeggero che
tanto prima o poi si aggiusta o nel ricordo commosso di Vittorio Mangano, lo
stalliere di Arcore condannato per mafia e morto in carcere (''Mangano era il
mio eroe: in carcere, ammalato, più volte è stato invitato a parlare di me e
Berlusconi, e si è rifiutato di farlo''). Fregandosene dell’opinione pubblica
che sa che Mangano era un mafioso conclamato.
E in questo Dell’Utri e Cuffaro sono accomunati non solo dalla condanna
(Cuffaro in questi giorni è stato condannato a 10 anni per concorso esterno in
associazione mafiosa) ma anche dall’atteggiamento di siciliano offeso: ma quale
mafioso? Tutto si sistemerà in cassazione, dicono, e questa è un’idea che viene
rafforzata anche da questa assurda sentenza.
No, non si può essere mafiosi a metà: il mafioso o finisce ammazzato o in
galera o in politica… mentre il Sole24Ore di oggi fa il pesce in barile e ci
tiene a dire che “Esce la politica da questo processo, ma restano gli affari,
le frequentazioni, i contatti, i conciliaboli con i mafiosi, le chiacchiere sui
“cavalli” e gli inspiegabili o non spiegati abbastanza flussi di denaro da
Palermo verso Milano.” Esce la politica! A parte Cuffaro e Dell’Utri solo negli
ultimi anni sono stati condannati o assolti dopo lunghi anni e tanti dubbi:
14 gennaio 2010 - l'ex ministro e politico Dc siciliano Calogero Mannino, una
carriera lunga 41 anni, viene assolto in Cassazione dall'accusa di mafia dopo
indagini e processi durati 19 anni, e dopo aver trascorso 23 mesi in carcere.
28 luglio 2009 - Per il gip che nel 2006 ne ordinò l'arresto, sarebbe stato
tanto vicino al capomafia Bernardo Provenzano da far parte di 'una Cosa sua',
più che di Cosa Nostra. Un'espressione che dà l'idea dello stretto legame che
univa il padrino di Corleone a Giovanni Mercadante, il medico, deputato
regionale di FI, condannato per mafia a 10 anni e 8 mesi.
29 febbraio 2008 - In Sicilia, l'ex assessore regionale Udc Vincenzo Lo
Giudice, è condannato a 16 anni ed 8 mesi per associazione mafiosa. La sua
campagna elettorale del 1991 fu scandita dalla colonna sonora del film Il
Padrino, cosa che fece scalpore e diede a Lo Giudice, allora sconosciuto
sindaco di Canicattì, notorietà nazionale.
6 dicembre 2006 - Le intercettazioni effettuate nel salotto del capomafia di
Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, portano alla condanna a 8 anni di carcere
dell'ex assessore comunale Domenico Miceli (Udc), per concorso esterno in
associazione mafiosa.
16 marzo 2006 - L' ex deputato calabrese di FI Amedeo Matacena è assolto dalla
Corte d'assise di Reggio Calabria, per non avere commesso il fatto, dall'accusa
di concorso esterno in associazione mafiosa. Il reato contestato a Matacena
traeva origine dall'inchiesta Olimpia, condotta dalla Procura antimafia di
Reggio Calabria.
27 ottobre 2004 - Accogliendo la richiesta della Procura di Palermo, il gip
Gioacchino Scaduto archivia l'inchiesta a carico del deputato di FI e avvocato
penalista Nino Mormino, che era stato indagato per concorso esterno in
associazione mafiosa.
28 dicembre 2004 - La Cassazione conferma definitivamente la sentenza di
assoluzione di Giulio Andreotti nel processo per mafia. Prescrizione per il
delitto di associazione a delinquere fino alla primavera del 1980 e
l'assoluzione per il reato di associazione mafiosa dal 1980 in poi.
25 maggio 2004 - Quattro anni di reclusione per concorso esterno in
associazione mafiosa, per Giancarlo Cito, ex sindaco di Taranto ed ex deputato
per la lista AT6. Cito diventò famoso negli anni 80 perchè attraverso gli
schermi della tv locale 'AT6' attaccava la classe politica tarantina accusata
di essere corrotta.
5 marzo 2004 - I giudici della corte d'appello assolvono dall' accusa di
concorso in associazione mafiosa, l'ex senatore di An Filiberto Scalone che,
secondo gli inquirenti, era indicato come vicino alla famiglia mafiosa di
Brancaccio.
2 dicembre 2003 - Vito Ciancimino fu il primo politico condannato per mafia: i
10 anni in primo grado, ridotti in appello a otto, vengono confermati dalla
Cassazione. Si chiuse cosi' un caso giudiziario che il giudice Giovanni Falcone
aveva aperto dopo le rivelazioni di Tommaso Buscetta. 'Ciancimino e' in mano ai
corleonesi', aveva detto il grande pentito di Cosa nostra, offrendo un suggello
autorevole ad antichi sospetti e alle pesanti valutazioni della Commissione
antimafia.
17 maggio 1999 - La corte d'appello di Catania conferma l'assoluzione di
Natalino Amodeo, deputato Psi, per non avere commesso il fatto, dall'accusa di
concorso esterno all' associazione mafiosa. Amodeo, per le dichiarazioni di un
pentito, trascorse 13 mesi in carcere. (dal sito Ansa)
Ma, continua il Sole24Ore, “Di questa storia, secondo i magistrati, Dell’Utri
è stato indiscusso protagonista: negli anni settanta e grazie alla mediazione
di Tanino Cinà ha avuto rapporti con personaggi di spicco di Cosa Nostra come
Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Vittorio Mangano poi finito come “stalliere”
nella villa di Arcore di Berlusconi. Questo hanno raccontato 33 pentiti che
sono stati creduti: da Francesco Di Carlo a Francesco Marino Mannoia. Tutti
hanno sottolineato i rapporti con la mafia che sono serviti a Dell’Utri per
assicurarsi la “protezione” mafiosa alle operazioni finanziarie e
imprenditoriali da lui gestite per sé e nell’interesse delle società di
Berlusconi. In cambio i boss hanno trovato la strada aperta verso i salotti
buoni della finanza milanese e nazionale.”
Proviamo a ragionare alla buona: Dell’Utri è membro fondatore, insieme a
Berlusconi, di un partito politico, è senatore di questa repubblica, e cioè
ricopre una delle cariche politiche più importanti del paese: se non è politica
questa allora qual è? E adesso è condannato per mafia, e cioè nella stessa
persona, Dell’Utri, abbiamo un concentrato di politica e mafia, ma per il
tribunale si tratta di “concorso esterno in associazione mafiosa”! Continuiamo,
se esiste l’associazione mafiosa e uno concorre, concorre a che cosa? a farla
funzionare, a tenerla in vita, è logico! La parola “esterno” tende a ingannare,
è un espediente per cercare di tenere fuori la politica, appunto! E in questo
senso è davvero “spiritosa” l’uscita del rincoglionito Bossi. ''Un conto e'
provare che uno e' mafioso; l'appoggio esterno non dimostra niente; non
dimostra che uno e' mafioso''.
Il punto di vista della classe dice cose diverse. La manovalanza assassina
senza scrupoli e i padrini politici sono da sempre accomunati in un’unica
accozzaglia sempre all’erta per “tenere a bada” lavoratori, operai e
sindacalisti che osano alzare la testa contro i soprusi: a Palermo, in Sicilia,
soprattutto nei cantieri negli anni del “boom edilizio” e nelle fabbriche,
quando ce n’erano anche di più, gli operai che volevano lottare per reclamare
qualche miglioramento venivano prima “avvicinati”, poi minacciati e spesso
puniti a bastonate negli spiazzali, come esempio per gli altri… i proletari
sono stati costretti a subire angherie di ogni sorta, a vivere con il fiato
sospeso per sé e le proprie famiglie a causa di questi delinquenti in servizio
permanente effettivo agli ordini dello stato e dei padroni; non pochi hanno
preferito emigrare.
Non ci potrà essere alcuna sentenza, tantomeno questa a dir poco insulsa su
Dell’Utri, capace di sanare tutto questo vero terrorismo di stato-mafioso
esercitato soprattutto contro la classe operaia.
martedì 29 giugno 2010
pc quotidiano 29 giugno - Canadà G8-G20 info dai compagni canadesi
la info pervenuta dai compagni del PCR Canadà in francese
tradotta da noi e l'appello per la nuova manifestazione contro la repressione per il 1 luglio a Montreal
Stato di polizia,dospensione dei diritti e libertà in tutta Toronto - in forma ufficiale e formale nel quartiere centrale e in maniera non ufficiale ovunque
Parecchie manifestazioni hanno avuto luogo in tutta la settimana, quella delle nazionalità autoctone giovedì, gruppi solidali venerdì, malgrado l'accerchiamento e la persecuzione
sabato vi è stato una grande manifestazione - sindacati,riformisti che prevedeva di avvicinarsi al 'perimetro di sicurezza ' -la 'zona rossa'- e di ritornare al punto di partenza - poi c'era il rassemblamento anticapitalista, del quale siamo parte, entrambe le manifestazioni avevano la stessa partenza
con l'appoggio di alcuni alleati nella manifestazione sindacale, eravamo interni anche a questa.. arrivati alla zona rossa, gli anticapitalisti si sono fermati, hanno fatto blocco e si sosno diretti verso la 'zona rossa ', qui sono scoppiati gli scontri -quattro macchine della polizia incendiate, parecchie vetrine di esercizi commerciali rotte -il consistente contingente maoista partecipa a questa fase della
manifestazione - viene - anche nel corso di essa - annunciato il secondo congresso rivoluzionario canadese a Toronto per il dicembre 2010.
Dopo questa sconfitta dello stato e delle forze repressive, queste si sono scatenate nella repressione con un migliaio di arresti, la più grande operazione repressiva
della storia del Canadà
la lotta prosegue e la difesa si organizza
Partito Comunista rivoluzionario - Canada
- Stato di polizia, sospensione dei diritti e delle libertà nella città di
Toronto (in maniera ufficiale e formale nel quartiere centrale, in maniera
informale altrove).
- Diverse manifestazioni si sono tenute prima del vertice del G20, durante la
settimana: nazionalità autoctone lo scorso giovedì, gruppi delle comunità
venerdì, malgrado gli attacchi.
- Sabato c’è stata una grande manifestazione: sindacale, riformista, che
prevedeva di avvicinarsi al perimetro di sicurezza e ritornare verso il punto
di partenza.
- La manifestazione anticapitalista, alla quale partecipiamo. Le due
manifestazioni dallo stesso punto di partenza.
- Alcuni alleati sindacali ci hanno permesso di integrarci alla manifestazione
sindacale. Una volta arrivati vicino al perimetro di sicurezza gli
anticapitalisti si sono fermati. Si sono diretti verso il perimetro.
- Quattro vetture della polizia incendiate, diverse vetrine commerciali
distrutte.
- Un forte contingente maoista di una cinquantina di persone, nel cuore dell’
azione. Abbiamo annunciato la tenuta del 2° congresso rivoluzionario canadese a
dicembre 2010 a Toronto.
- Dopo questa sconfitta dello stato e della polizia, le forze della
repressione di sono scatenate. Più di 1000 arresti, si tratta della più grande
operazione di polizia di tutta la storia del Canada.
- Lo lotta prosegue e la difesa si organizza.
PCR
l'appello per la manifestazione del 1 luglio a montreal
La CLAC 2010 alla quale partecipa il PCR terrà una manifestazione giovedì 1° luglio
2010 a mezzogiorno a Carré Philips all’angolo della Rue Sainte –Catherine et
Union, à Montreal.
Le Drapeau rouge-express
Appello per una manifestazione di solidarietà giovedì 1° luglio alle 12 al
Carré Philips
Montréal, 28 giugno 2010 – La CLAC 2010 denuncia la repressione poliziesca di
una ampiezza senza precedenti verificatasi in Canada, a Toronto, dall’inizio
del vertice del G20. Alla violenza poliziesca si aggiunge l’annuncio di una
serie di misure di austerità economica (riduzione del deficit, aumento delle
tasse, tagli ai servizi sociali), che costituiscono altrettante violenze
economiche dirette contro le popolazioni. Le lavoratrici e i lavoratori sono
chiamati a pagare il conto dell’ultima crisi finanziaria, mentre le banche e i
settori finanziari che ne sono i responsabili e che hanno beneficiato di 20.000
miliardi di dollari in piani di rilancio non si vedono imporre alcun nuovo
regolamento.
“I 900 arresti arbitrari e politici a Toronto non si erano mai visti nella
storia del Canada, cioè circa tre volte più che in ottobre 1970. I poliziotti
hanno violato i diritti fondamentali, arrestato persone per ore senza accuse
formali, senza ricorrere ad un avvocato, senza cibo né acqua. I poliziotti si
sono mostrati colpevoli di effrazione senza mandato, … intimidazione e
molestie, sequestri, uso eccessivo della forza sui manifestanti e sui
giornalisti. Vediamo bene che lo stato di polizia e la violenza economica vanno
di pari passo.” Spiega Danie Royer, co-portavoce della CLAC 2010.
Ogni giorno, in tutto il mondo, muoiono persone per conseguenza diretta delle
politiche sociali ed economiche portate avanti dalle élite riunite in questa
istanza illegittima che è il G20. Le riduzioni di deficit fieramente annunciate
non faranno che peggiorare le condizioni di vita di milioni di persone. Stephen
Harper ha quindi ricordato che l’obbiettivo era quello di accontentare e
rassicurare i mercati finanziari. Niente sull’ambiente, briciole per la salute
delle donne, niente sicuramente sulle conseguenze sociali della crisi
economica, per cui le persone migranti sono le prime vittime. Tutto al fine di
consolidare il capitalismo, un sistema economico che privilegia una infima
minoranza a detrimento dell’immensa maggioranza.” Si indigna Mathieu Francoer,
co-portavoce della CLAC 2010.
Quello che abbiamo visto a Toronto aveva l’obbiettivo di fare tacere il
dissenso e criminalizzare i movimenti sociali. Sono tattiche ben conosciute per
dividere le popolazioni, rompere la resistenza e imporre le politiche
regressive. Abbiamo raggiunto una nuova tappa nell’intensificazione della
repressione poliziesca e nelle richieste che esigono le popolazioni.
Facciamo appello a tutti i movimenti sociali a mobilitarsi in solidarietà con
le vittime dell’apparato repressivo che non hanno fatto altro che esprimere il
loro disaccordo con le politiche autoritarie, securitarie, razziste e
antisociali.
La CLAC 2010 terràuna manifestazione giovedì 1° luglio a mezzogiorno al Carré
Philips, all’angolo delle vie Sainte-Catherine e Union, a Montreal.
La Convergence des luttes anticapitalistes de Montreal 2010 (CLAC 2010) è una
rete di gruppi e di individui che si sono riuniti per consolidare le loro lotte
rispettive su scala locale e mobilitare le loro comunità in vista dei vertici
del G8 e del G20.
tradotta da noi e l'appello per la nuova manifestazione contro la repressione per il 1 luglio a Montreal
Stato di polizia,dospensione dei diritti e libertà in tutta Toronto - in forma ufficiale e formale nel quartiere centrale e in maniera non ufficiale ovunque
Parecchie manifestazioni hanno avuto luogo in tutta la settimana, quella delle nazionalità autoctone giovedì, gruppi solidali venerdì, malgrado l'accerchiamento e la persecuzione
sabato vi è stato una grande manifestazione - sindacati,riformisti che prevedeva di avvicinarsi al 'perimetro di sicurezza ' -la 'zona rossa'- e di ritornare al punto di partenza - poi c'era il rassemblamento anticapitalista, del quale siamo parte, entrambe le manifestazioni avevano la stessa partenza
con l'appoggio di alcuni alleati nella manifestazione sindacale, eravamo interni anche a questa.. arrivati alla zona rossa, gli anticapitalisti si sono fermati, hanno fatto blocco e si sosno diretti verso la 'zona rossa ', qui sono scoppiati gli scontri -quattro macchine della polizia incendiate, parecchie vetrine di esercizi commerciali rotte -il consistente contingente maoista partecipa a questa fase della
manifestazione - viene - anche nel corso di essa - annunciato il secondo congresso rivoluzionario canadese a Toronto per il dicembre 2010.
Dopo questa sconfitta dello stato e delle forze repressive, queste si sono scatenate nella repressione con un migliaio di arresti, la più grande operazione repressiva
della storia del Canadà
la lotta prosegue e la difesa si organizza
Partito Comunista rivoluzionario - Canada
- Stato di polizia, sospensione dei diritti e delle libertà nella città di
Toronto (in maniera ufficiale e formale nel quartiere centrale, in maniera
informale altrove).
- Diverse manifestazioni si sono tenute prima del vertice del G20, durante la
settimana: nazionalità autoctone lo scorso giovedì, gruppi delle comunità
venerdì, malgrado gli attacchi.
- Sabato c’è stata una grande manifestazione: sindacale, riformista, che
prevedeva di avvicinarsi al perimetro di sicurezza e ritornare verso il punto
di partenza.
- La manifestazione anticapitalista, alla quale partecipiamo. Le due
manifestazioni dallo stesso punto di partenza.
- Alcuni alleati sindacali ci hanno permesso di integrarci alla manifestazione
sindacale. Una volta arrivati vicino al perimetro di sicurezza gli
anticapitalisti si sono fermati. Si sono diretti verso il perimetro.
- Quattro vetture della polizia incendiate, diverse vetrine commerciali
distrutte.
- Un forte contingente maoista di una cinquantina di persone, nel cuore dell’
azione. Abbiamo annunciato la tenuta del 2° congresso rivoluzionario canadese a
dicembre 2010 a Toronto.
- Dopo questa sconfitta dello stato e della polizia, le forze della
repressione di sono scatenate. Più di 1000 arresti, si tratta della più grande
operazione di polizia di tutta la storia del Canada.
- Lo lotta prosegue e la difesa si organizza.
PCR
l'appello per la manifestazione del 1 luglio a montreal
La CLAC 2010 alla quale partecipa il PCR terrà una manifestazione giovedì 1° luglio
2010 a mezzogiorno a Carré Philips all’angolo della Rue Sainte –Catherine et
Union, à Montreal.
Le Drapeau rouge-express
Appello per una manifestazione di solidarietà giovedì 1° luglio alle 12 al
Carré Philips
Montréal, 28 giugno 2010 – La CLAC 2010 denuncia la repressione poliziesca di
una ampiezza senza precedenti verificatasi in Canada, a Toronto, dall’inizio
del vertice del G20. Alla violenza poliziesca si aggiunge l’annuncio di una
serie di misure di austerità economica (riduzione del deficit, aumento delle
tasse, tagli ai servizi sociali), che costituiscono altrettante violenze
economiche dirette contro le popolazioni. Le lavoratrici e i lavoratori sono
chiamati a pagare il conto dell’ultima crisi finanziaria, mentre le banche e i
settori finanziari che ne sono i responsabili e che hanno beneficiato di 20.000
miliardi di dollari in piani di rilancio non si vedono imporre alcun nuovo
regolamento.
“I 900 arresti arbitrari e politici a Toronto non si erano mai visti nella
storia del Canada, cioè circa tre volte più che in ottobre 1970. I poliziotti
hanno violato i diritti fondamentali, arrestato persone per ore senza accuse
formali, senza ricorrere ad un avvocato, senza cibo né acqua. I poliziotti si
sono mostrati colpevoli di effrazione senza mandato, … intimidazione e
molestie, sequestri, uso eccessivo della forza sui manifestanti e sui
giornalisti. Vediamo bene che lo stato di polizia e la violenza economica vanno
di pari passo.” Spiega Danie Royer, co-portavoce della CLAC 2010.
Ogni giorno, in tutto il mondo, muoiono persone per conseguenza diretta delle
politiche sociali ed economiche portate avanti dalle élite riunite in questa
istanza illegittima che è il G20. Le riduzioni di deficit fieramente annunciate
non faranno che peggiorare le condizioni di vita di milioni di persone. Stephen
Harper ha quindi ricordato che l’obbiettivo era quello di accontentare e
rassicurare i mercati finanziari. Niente sull’ambiente, briciole per la salute
delle donne, niente sicuramente sulle conseguenze sociali della crisi
economica, per cui le persone migranti sono le prime vittime. Tutto al fine di
consolidare il capitalismo, un sistema economico che privilegia una infima
minoranza a detrimento dell’immensa maggioranza.” Si indigna Mathieu Francoer,
co-portavoce della CLAC 2010.
Quello che abbiamo visto a Toronto aveva l’obbiettivo di fare tacere il
dissenso e criminalizzare i movimenti sociali. Sono tattiche ben conosciute per
dividere le popolazioni, rompere la resistenza e imporre le politiche
regressive. Abbiamo raggiunto una nuova tappa nell’intensificazione della
repressione poliziesca e nelle richieste che esigono le popolazioni.
Facciamo appello a tutti i movimenti sociali a mobilitarsi in solidarietà con
le vittime dell’apparato repressivo che non hanno fatto altro che esprimere il
loro disaccordo con le politiche autoritarie, securitarie, razziste e
antisociali.
La CLAC 2010 terràuna manifestazione giovedì 1° luglio a mezzogiorno al Carré
Philips, all’angolo delle vie Sainte-Catherine e Union, a Montreal.
La Convergence des luttes anticapitalistes de Montreal 2010 (CLAC 2010) è una
rete di gruppi e di individui che si sono riuniti per consolidare le loro lotte
rispettive su scala locale e mobilitare le loro comunità in vista dei vertici
del G8 e del G20.
pc quotidiano 29 giugno - Fiat mentre a Pomigliano si aspetta..a Termini
Ancora cassa integrazione per gli operai di Termini, dal 24 al 30 giugno; si ritorna il 1° luglio e si dovrebbe lavorare fino al 23 luglio quando inizierà un'altra settimana di cig.
Nel frattempo il presidente della Regione Lombardo sembra si dia da fare per dare buone notizie agli operai. Vedremo...
Riportiamo questo estratto dal blog di Lombardo che al ritorno da Roma attraverso un’intervista fa una sintesi della giornata di incontri su alcune questioni della Sicilia:
“… Poi è stata la volta di Sviluppo Italia che ora si chiama Invitalia con cui abbiamo esaminato le proposte per Termini Imerese: qua devo dire che abbiamo messo in campo quelle che sono le risorse che avevamo già destinato alla Fiat e che alla Fiat non sono servite perché ha fatto una scelta precisa. E che possono servire perché altra industria automobilistica si insedi a Termini Imerese.
Si tratta di imprenditori o meglio di un imprenditore in particolare che ha le idee chiare e che vuole anche investire il proprio denaro e che chiede una mano alla Regione e al governo, abbiamo convenuto che la parte pubblica può essere sostenuta sia da noi che dal governo centrale, in maniera tale che ben prima della scadenza della fine dell’anno prossimo come dire questa azienda si insedi laddove c’è la Fiat.
Questa azienda peraltro di positivo ha che si impegna ad assumere tutto il personale che attualmente lavora alla Fiat. Questa credo che sia una buona notizia; lavoriamo, attorno a martedì mercoledì prossimo mi auguro che assieme all’assessore Venturi si possa realizzare un incontro credo anche conclusivo perché no a Roma con il governo e con Invitalia.”
Nel frattempo il presidente della Regione Lombardo sembra si dia da fare per dare buone notizie agli operai. Vedremo...
Riportiamo questo estratto dal blog di Lombardo che al ritorno da Roma attraverso un’intervista fa una sintesi della giornata di incontri su alcune questioni della Sicilia:
“… Poi è stata la volta di Sviluppo Italia che ora si chiama Invitalia con cui abbiamo esaminato le proposte per Termini Imerese: qua devo dire che abbiamo messo in campo quelle che sono le risorse che avevamo già destinato alla Fiat e che alla Fiat non sono servite perché ha fatto una scelta precisa. E che possono servire perché altra industria automobilistica si insedi a Termini Imerese.
Si tratta di imprenditori o meglio di un imprenditore in particolare che ha le idee chiare e che vuole anche investire il proprio denaro e che chiede una mano alla Regione e al governo, abbiamo convenuto che la parte pubblica può essere sostenuta sia da noi che dal governo centrale, in maniera tale che ben prima della scadenza della fine dell’anno prossimo come dire questa azienda si insedi laddove c’è la Fiat.
Questa azienda peraltro di positivo ha che si impegna ad assumere tutto il personale che attualmente lavora alla Fiat. Questa credo che sia una buona notizia; lavoriamo, attorno a martedì mercoledì prossimo mi auguro che assieme all’assessore Venturi si possa realizzare un incontro credo anche conclusivo perché no a Roma con il governo e con Invitalia.”
pc quotidiano 29 giugno -processo Eternit "non voglio vendetta, è un sentimento che...
PROCESSO ETERNIT: UDIENZA DEL 28 GIUGNO
L'udienza odierna, che inizia alle ore 9:15, prevede l'audizione di due
testimoni delle parti civili e quella dell'ultimo teste del pm: il signor
Marco Patrucco (in sostituzione del signor Lessio, ricoverato in ospedale in
condizioni molto gravi e non trasportabile), la signora Romana Blasotti
Pavesi (dal 1988 presidente dell'Afeva), ed il signor Bontempelli (il
responsabile del Sil, il Servizio di igiene e sicurezza sul lavoro
dell'Eternit).
I primi due riprendono tutti gli argomenti apportati dai precedenti
testimoni, aggiungendo ulteriori particolari personali che rendono sempre
meglio il carattere genocida, sia per gli operai sia per la popolazione,
delle lavorazioni che si svolgevano con il cemento-amianto.
Particolarmente toccante è la testimonianza della Blasotti Pavesi, che
racconta la storia della sua famiglia, all'interno della quale ci sono state
ben cinque morti per mesotelioma: il marito Mario, l'unico che aveva
lavorato in fabbrica, deceduto nel maggio 1983; la sorella, scomparsa nel
1990; il figlio della sorella, defunto nel 2003; la cugina, morta nel 2003
al paese di origine - precedentemente in provincia di Gorizia, ora in
territorio sloveno; infine la figlia, deceduta nel 2004 dopo 47 giorni di
ossigenazione forzata a seguito di tutte le complicazioni a cui porta il
mesotelioma.
Significativa appare la risposta che la teste dà ad una domanda
dell'avvocato Maria Grazia Napoli: alla richiesta di riferire cosa vorrebbe
dire agli imputati, risponde che "non voglio vendetta, è un sentimento che
non mi appartiene; semplicemente vorrei che i colpevoli di questa situazione
avessero la possibilità di seguire un malato di mesotelioma dall'inizio alla
fine".
Per quanto concerne la lunga audizione (circa te ore e mezza) del
Bontempelli, essa è puntellata da frequenti "non so, non ricordo"; quando
invece è in grado di rispondere, con altrettanta frequenza contraddice
quanto affermato da chi è stato ascoltato in precedenza.
In realtà un interessante contributo da lui apportato al procedimento c'è:
già nel 1978 egli era a conoscenza dei rischi legati all'uso dell'amianto,
perché gli fu detto - dal dottor Robok - che questa lavorazione portava i
lavoratori al rischio di contrarre l'asbestosi ed alcuni tipi di tumore;
sempre a proposito della presunta tutela della salute degli operai -
attraverso la misurazione della concentrazione delle fibre ed il
campionamento dei lavoratori - asserisce a più riprese di aver effettuato le
misurazioni, ma da nessuna parte esistono evidenze di questo fatto.
Si evidenzia sempre di più la volontà genocida dell'Eternit: nonostante
almeno già dal 1978 i dirigenti italiani fossero a conoscenza dei danni alla
salute causati dall'amianto, nessuno dei vertici dell'azienda si è mai
preoccupato di avvertire i dipendenti;in sostanza si rivelano esatte le
parole di Patrucco - ex membro del Consiglio di fabbrica licenziato nel
novembre del 1976 per rappresaglia, per aver protestato contro
l'insopportabilità delle condizioni ambientali del posto di lavoro - che,
durante la sua deposizione, ha affermato che "all'azienda non gliene fregava
nulla se morivano uno, dieci, cento operai a causa delle condizioni di
lavoro, l'importante era che la produzione continuasse".
Nella prossima udienza, in programma lunedì 5 luglio, verranno ascoltati -
con l'aiuto di un interprete - Thomas Schmidheiny e Niederholzer.
Torino, 28 giugno 2010
Stefano Ghio - Rete sicurezza Torino
L'udienza odierna, che inizia alle ore 9:15, prevede l'audizione di due
testimoni delle parti civili e quella dell'ultimo teste del pm: il signor
Marco Patrucco (in sostituzione del signor Lessio, ricoverato in ospedale in
condizioni molto gravi e non trasportabile), la signora Romana Blasotti
Pavesi (dal 1988 presidente dell'Afeva), ed il signor Bontempelli (il
responsabile del Sil, il Servizio di igiene e sicurezza sul lavoro
dell'Eternit).
I primi due riprendono tutti gli argomenti apportati dai precedenti
testimoni, aggiungendo ulteriori particolari personali che rendono sempre
meglio il carattere genocida, sia per gli operai sia per la popolazione,
delle lavorazioni che si svolgevano con il cemento-amianto.
Particolarmente toccante è la testimonianza della Blasotti Pavesi, che
racconta la storia della sua famiglia, all'interno della quale ci sono state
ben cinque morti per mesotelioma: il marito Mario, l'unico che aveva
lavorato in fabbrica, deceduto nel maggio 1983; la sorella, scomparsa nel
1990; il figlio della sorella, defunto nel 2003; la cugina, morta nel 2003
al paese di origine - precedentemente in provincia di Gorizia, ora in
territorio sloveno; infine la figlia, deceduta nel 2004 dopo 47 giorni di
ossigenazione forzata a seguito di tutte le complicazioni a cui porta il
mesotelioma.
Significativa appare la risposta che la teste dà ad una domanda
dell'avvocato Maria Grazia Napoli: alla richiesta di riferire cosa vorrebbe
dire agli imputati, risponde che "non voglio vendetta, è un sentimento che
non mi appartiene; semplicemente vorrei che i colpevoli di questa situazione
avessero la possibilità di seguire un malato di mesotelioma dall'inizio alla
fine".
Per quanto concerne la lunga audizione (circa te ore e mezza) del
Bontempelli, essa è puntellata da frequenti "non so, non ricordo"; quando
invece è in grado di rispondere, con altrettanta frequenza contraddice
quanto affermato da chi è stato ascoltato in precedenza.
In realtà un interessante contributo da lui apportato al procedimento c'è:
già nel 1978 egli era a conoscenza dei rischi legati all'uso dell'amianto,
perché gli fu detto - dal dottor Robok - che questa lavorazione portava i
lavoratori al rischio di contrarre l'asbestosi ed alcuni tipi di tumore;
sempre a proposito della presunta tutela della salute degli operai -
attraverso la misurazione della concentrazione delle fibre ed il
campionamento dei lavoratori - asserisce a più riprese di aver effettuato le
misurazioni, ma da nessuna parte esistono evidenze di questo fatto.
Si evidenzia sempre di più la volontà genocida dell'Eternit: nonostante
almeno già dal 1978 i dirigenti italiani fossero a conoscenza dei danni alla
salute causati dall'amianto, nessuno dei vertici dell'azienda si è mai
preoccupato di avvertire i dipendenti;in sostanza si rivelano esatte le
parole di Patrucco - ex membro del Consiglio di fabbrica licenziato nel
novembre del 1976 per rappresaglia, per aver protestato contro
l'insopportabilità delle condizioni ambientali del posto di lavoro - che,
durante la sua deposizione, ha affermato che "all'azienda non gliene fregava
nulla se morivano uno, dieci, cento operai a causa delle condizioni di
lavoro, l'importante era che la produzione continuasse".
Nella prossima udienza, in programma lunedì 5 luglio, verranno ascoltati -
con l'aiuto di un interprete - Thomas Schmidheiny e Niederholzer.
Torino, 28 giugno 2010
Stefano Ghio - Rete sicurezza Torino
pc quotidiano 29 giugno - Mara Carfagna morirà di non lavoro?
I lavoratori in Italia dovrebbero essere la colonna portante dell’economia,
senza di loro non ci sarebbe produzione. Invece sono i primi che le aziende
mandano a casa, mentre i manager con stipendi da capogiro rimangono ai loro
posti fino alla fine. Si potrebbe citare un’impresa per tutte: la Fiat. La
Fiat è stata considerata l’azienda di stato per antonomasia. In periodi di
crisi ha sempre ricorso agli aiuti pubblici con il paravento dei posti di
lavoro… mentre i manager di Fiat hanno buone uscite e bonus da milioni di
euro. Un esempio Cesare Romiti, mandato a casa nel 1998 con 105 miliardi di
lire (365 anni di lavoro per un comune mortale) mentre il fatturato Fiat era
di 708 miliardi di lire. Non ricordo sindacati incatenati per la vergogna.
Dopo 12 anni Fiat rischia l’ennesima chiusura, la produzione non c’è, i
lavoratori costano troppo (già proprio i lavoratori) e loro sono saliti sul
tetto perché sembrerebbe l’unico modo per farsi notare e sperare in una
soluzione. A rischio sono gli over 40. Sono i nuovi disoccupati che si
aggiungono agli over 25. Aver superato i 40 significa non essere appetibile
per le imprese perché non hanno sgravi e preferiscono fare contratti di
apprendistato a giovani dai 18 ai 29 anni e tenere solo il personale
indispensabile. Gli over 40 sbattuti fuori oppure costretti a lasciare il
posto di lavoro dopo numerose vessazioni. E così accade un fenomeno senza
distinzioni territoriali di cui se ne parla poco:
20 giugno 2010: Pordenone un marocchino integrato di 55 anni perde il lavoro
e si suicida
6 giugno 2010: Uomo di 42 anni residente in un paese di Genova, perde il
posto di lavoro, ha cercato di suicidarsi sparandosi alla tempia.
14 maggio 2010: Mariarca Terracciano, infermiera napoletana di 45 anni in
forza all’ospedale San Paolo, è morta dopo tre giorni di coma. Si era tolta
150 millilitri al giorno per quattro giorni, per protesta contro il mancato
pagamento degli stipendi nella Asl Napoli 1.
5 maggio 2010 Bologna. Tre autisti dell'Atc, l'azienda dei trasporti
pubblici bolognesi, si sono uccisi impiccandosi negli ultimi 40 giorni.
20 aprile 2010: Imperia, perde il lavoro e tenta il suicidio
17 aprile 2010: Mario Farisano, 44 anni, si è impiccato in garage con la
corda per saltare della figlia. Era in cassa integrazione.
2 aprile 2010: Da settimane era afflitto da problemi economici riguardanti
la sua attività di imprenditore edile. E giovedì mattina Giancarlo C., 54
anni, si è tolto la vita, impiccandosi nel magazzino proprio davanti alla
sua abitazione, a Ladispoli.
29 marzo 2010: Genova geometra di 54 anni si uccide dopo aver perso il
lavoro
29 marzo 2010: Cinecittà. Un uomo di 60 anni, di nome G.R., perde il lavoro
e si è suicidato gettandosi dal sesto piano della palazzina dove abitava.
16 marzo 2010: Campania due suicidi. Nel Salernitano C.P., 47 anni, si spara
un colpo di pistola alla testa. Era il responsabile sicurezza di un market
di Nocera. Pare che l'uomo fosse stato licenziato dall'azienda. Viveva un
periodo di depressione dovuto alla perdita del posto di lavoro. Salvatore
Vivenzo, 59 anni, trovato morto in casa, in via Torricelli a Pianura. Non è
si è trattato di omicidio come in un primo momento era emerso dalle ipotesi
investigative ma di suicidio. Il gesto dell’uomo sarebbe stato legato alla
sua precarietà lavorativa.
13 marzo 2010: Siracusa, perde lavoro e minaccia il suicidio
2 marzo 2010: Un magazziniere pordenonese di 46 anni, padre di tre figlie,
si è suicidato dopo aver appreso di aver perso il lavoro una decina di
giorni fa. Secondo il quotidiano il Messaggero Veneto, che ha riportato la
notizia nell'edizione di Pordenone, l'uomo era dipendente di un mobilificio
del pordenonese. L'azienda gli aveva comunicato che il 22 aprile, data di
scadenza del suo contratto, il posto di lavoro non sarebbe stato
riconfermato.
17 febbraio 2010: Un giovane di 28 anni, E.V., è stato trovato impiccato
questa mattina all'interno di un magazzino a Vinovo (Torino). La motivazione
del gesto potrebbe essere legata al rischio di perdere il posto di lavoro,
considerata la situazione critica in cui versava l'azienda in cui lavorava.
Nei giorni scorsi, infatti, la ditta aveva inoltrato domanda di messa in
mobilità dei nove dipendenti garantendo la cassa integrazione per 4 mesi.
30 gennaio 2010: un operaio bergamasco di 35 anni a Brembate (Bergamo) ha
cercato di togliersi la vita cospargendosi di benzina e dandosi fuoco. A
spingere l'uomo a compiere il drammatico gesto sarebbe stata la depressione
causata dalla perdita del lavoro. L'operaio era impiegato in una ditta di
Zingonia (Bergamo) che è fallita due mesi prima.
2 9 gennaio 2010 Sfratto esecutivo, disoccupato si uccide Un uomo di 55
anni, tagliatore in un' azienda calzaturiera di Civitanova(MC), rimasto
disoccupato, si è ucciso lanciandosi da una finestra, tre ore prima che
l'ufficiale giudiziario gli notifi-casse lo sfratto esecutivo.
10 gennaio 2010: Lo hanno trovato i familiari ieri mattina quando, verso le
7, sono andati in negozio. Alberto Ottino era lì, nel supermercato A&O di
Castelmassa che con passione gestiva, insieme al fratello, da qualche anno.
Si era impiccato con dei fili elettrici. Aveva problemi economici, gli
affari, ormai da tempo, non andavano bene. Una preoccupazione crescente che,
alla fine, dopo molti tentativi di raddrizzare le sorti dell’esercizio
commerciale, lo ha spinto ad arrendersi.
19 novembre 2009: laureato in matematica e fisica ma da anni precario e con
un'occupazione da muratore, si è tolto la vita perchè la ditta edile nella
quale lavorava si è vista costretta a ridurre il personale. Si è sparato un
colpo al petto un quarantanovenne residente a Sora.
8 novembre 2009: David Pietrolini. Si è impiccato dopo aver scritto un
biglietto ai familiari. Era laureato in psicologia da quattro anni e non
riusciva a trovare un'occupazione. Di recente aveva messo in vendita la
casa. Il dramma scoperto da un amico che ha fatto irruzione
nell'appartamento
14 ottobre 2009: aveva perso il lavoro, nel dicembre scorso. Faceva il
ragioniere in una ditta di Francavilla ed era stato licenziato, a 52 anni.
Si è procurato una pistola, l’arma che non aveva mai detenuto, e ha premuto
il grilletto.
1 settembre 2009: Reggio Emilia perde il lavoro e stermina la famiglia
8 agosto 2009: ha ucciso la moglie e i figli mentre dormivano e poi si è
suicidato: l' ennesima strage familiare è avvenuta la notte di giovedì in
una villetta di Gornate Olona, in provincia di Varese. Il folle gesto
potrebbe essere stato causato da una crisi matrimoniale o dalla perdita del
lavoro: la coppia stava attraversando una fase personale difficile e, in
più, l' uomo si era dimesso pochi giorni fa dal lavoro che aveva da anni
nell' officina gestita dal suocero.
24 luglio 2009: Un lavoratore di 32 anni, L.D., si è suicidato ieri sera in
provincia di Bologna: aveva problemi con la moglie e, pochi giorni fa, aveva
ricevuto una lettera di licenziamento dall'azienda in cui lavorava, la
Chloride di Castel Guelfo, nel bolognese.
02 luglio 2009 Siena - Si lancia nel vuoto dal terzo piano - Operaio
cassaintegrato muore suicida.
22 giugno 2009: Lascia moglie e due figli piccoli, Fabrizio Rossi, un 39enne
di Fano che ieri ha deciso di togliersi la vita nel garage di casa
sparandosi un colpo di fucile al petto. Alla base del tragico gesto sembra
esserci la recente perdita del posto di lavoro.
17 giugno 2009 MILANO - Insegnante senza lavoro si uccide in casa, 31 anni.
Per vivere affittava l’appartamento trasferendosi in cantina. Dove è stato
trovato morto, un cappio intorno al collo, una sedia poco lontano.
9 giugno 2009: Dopo aver perso il lavoro e la casa, un 63enne si è suicidato
gettandosi dal balcone del suo appartamento a Milano
23 maggio 2009 Treviso - Ingegnere suicida in Veneto - Ossessionato dal
dover licenziare - si getta contro un convoglio ferroviario in viaggio verso
Venezia.
22 maggio 2009: Roma, suicida operaio: la Ericsson lo vuole licenziare, lui
si getta dal tetto della fabbrica.
21 maggio 2009 Fontanelle - Si è ucciso impiccandosi un piccolo imprenditore
di 58 anni, Valter Ongaro, titolare di un’azienda di verniciatura in forte
difficoltà finanziaria a causa della crisi.
20 maggio 2009: Napoli. suicida dipendente Equitalia. Si lancia dalla
finestra davanti la Questura
16 maggio 2009: Bologna, un imprenditore di 49 anni da anni alla prese con
problemi legali ed economici, tenta il suicidio, ingerendo una dose di
barbiturici in auto
7 aprile 2009: due anni fa aveva perso il lavoro di guardia giurata, negli
ultimi tempi lavorava saltuariamente e alla fine, vinto probabilmente dalla
paura di non poter provvedere in maniera adeguata ai suoi cari, ha deciso di
togliersi la vita. Mariano Pariante, 55 anni, si è impiccato all'interno di
un deposito dell’ex stabilimento Rhodiatoce di Casoria, in cui lavorava
saltuariamente come custode
20 marzo 2009: un geometra originario di Sanremo e residente a Genova di 54
anni, le cui iniziali sono G.R., dopo avere perso il lavoro si è inoltrato
in un bosco della Valbisagno, nell’immediato entroterra di Genova, e si è
tolto la vita.
25 marzo 2009: Roma un uomo si dà fuoco al Campidoglio, licenziato da una
cooperativa, gli avevano comunicato che non avrebbe avuto alcuna indennità
di disoccupazione.
18 marzo 2009: dieci mesi fa aveva perso il lavoro e da allora le difficoltà
economiche non lo avevano più abbandonato. Così un 52enne ha deciso di farla
finita, impiccandosi a un albero di un suo piccolo podere a Gravina in
Puglia (Bari). L'uomo, negli ultimi tempi, aveva cercato di tirare avanti
facendo il muratore, ma guadagnava troppo poco per mantenere la moglie e i
tre figli
15 gennaio 09 Parma - Un uomo di 47 anni ha tentato di togliersi la vita
dopo essere stato licenziato dall'azienda in cui lavorava fin da ragazzo. Le
forze dell'ordine lo hanno ritrovato, è in gravi condizioni.
2 gennaio 09 Pistoia - Disoccupato, chiama i carabinieri e si uccide, 3
figli, dopo che l'Enel aveva interrotto la fornitura di energia elettrica, e
la morte della madre che lo aiutava economicamente.
Un elenco trovato grazie all’aiuto di internet e non di certo dei
tradizionali mass media. Il governo è a conoscenza della crisi sociale e
lavorativa in cui versano gli italiani? Un uomo può arrivare a togliersi la
vita perché non trova ciò che è sancito dalla Costituzione italiana come un
diritto? La classe dirigente è colpevole se non interviene sul lavoro, sulla
possibilità di reintegrare chi lo perde. In Italia nessun cittadino sentiva
come esigenza primaria il bavaglio alle intercettazioni.
senza di loro non ci sarebbe produzione. Invece sono i primi che le aziende
mandano a casa, mentre i manager con stipendi da capogiro rimangono ai loro
posti fino alla fine. Si potrebbe citare un’impresa per tutte: la Fiat. La
Fiat è stata considerata l’azienda di stato per antonomasia. In periodi di
crisi ha sempre ricorso agli aiuti pubblici con il paravento dei posti di
lavoro… mentre i manager di Fiat hanno buone uscite e bonus da milioni di
euro. Un esempio Cesare Romiti, mandato a casa nel 1998 con 105 miliardi di
lire (365 anni di lavoro per un comune mortale) mentre il fatturato Fiat era
di 708 miliardi di lire. Non ricordo sindacati incatenati per la vergogna.
Dopo 12 anni Fiat rischia l’ennesima chiusura, la produzione non c’è, i
lavoratori costano troppo (già proprio i lavoratori) e loro sono saliti sul
tetto perché sembrerebbe l’unico modo per farsi notare e sperare in una
soluzione. A rischio sono gli over 40. Sono i nuovi disoccupati che si
aggiungono agli over 25. Aver superato i 40 significa non essere appetibile
per le imprese perché non hanno sgravi e preferiscono fare contratti di
apprendistato a giovani dai 18 ai 29 anni e tenere solo il personale
indispensabile. Gli over 40 sbattuti fuori oppure costretti a lasciare il
posto di lavoro dopo numerose vessazioni. E così accade un fenomeno senza
distinzioni territoriali di cui se ne parla poco:
20 giugno 2010: Pordenone un marocchino integrato di 55 anni perde il lavoro
e si suicida
6 giugno 2010: Uomo di 42 anni residente in un paese di Genova, perde il
posto di lavoro, ha cercato di suicidarsi sparandosi alla tempia.
14 maggio 2010: Mariarca Terracciano, infermiera napoletana di 45 anni in
forza all’ospedale San Paolo, è morta dopo tre giorni di coma. Si era tolta
150 millilitri al giorno per quattro giorni, per protesta contro il mancato
pagamento degli stipendi nella Asl Napoli 1.
5 maggio 2010 Bologna. Tre autisti dell'Atc, l'azienda dei trasporti
pubblici bolognesi, si sono uccisi impiccandosi negli ultimi 40 giorni.
20 aprile 2010: Imperia, perde il lavoro e tenta il suicidio
17 aprile 2010: Mario Farisano, 44 anni, si è impiccato in garage con la
corda per saltare della figlia. Era in cassa integrazione.
2 aprile 2010: Da settimane era afflitto da problemi economici riguardanti
la sua attività di imprenditore edile. E giovedì mattina Giancarlo C., 54
anni, si è tolto la vita, impiccandosi nel magazzino proprio davanti alla
sua abitazione, a Ladispoli.
29 marzo 2010: Genova geometra di 54 anni si uccide dopo aver perso il
lavoro
29 marzo 2010: Cinecittà. Un uomo di 60 anni, di nome G.R., perde il lavoro
e si è suicidato gettandosi dal sesto piano della palazzina dove abitava.
16 marzo 2010: Campania due suicidi. Nel Salernitano C.P., 47 anni, si spara
un colpo di pistola alla testa. Era il responsabile sicurezza di un market
di Nocera. Pare che l'uomo fosse stato licenziato dall'azienda. Viveva un
periodo di depressione dovuto alla perdita del posto di lavoro. Salvatore
Vivenzo, 59 anni, trovato morto in casa, in via Torricelli a Pianura. Non è
si è trattato di omicidio come in un primo momento era emerso dalle ipotesi
investigative ma di suicidio. Il gesto dell’uomo sarebbe stato legato alla
sua precarietà lavorativa.
13 marzo 2010: Siracusa, perde lavoro e minaccia il suicidio
2 marzo 2010: Un magazziniere pordenonese di 46 anni, padre di tre figlie,
si è suicidato dopo aver appreso di aver perso il lavoro una decina di
giorni fa. Secondo il quotidiano il Messaggero Veneto, che ha riportato la
notizia nell'edizione di Pordenone, l'uomo era dipendente di un mobilificio
del pordenonese. L'azienda gli aveva comunicato che il 22 aprile, data di
scadenza del suo contratto, il posto di lavoro non sarebbe stato
riconfermato.
17 febbraio 2010: Un giovane di 28 anni, E.V., è stato trovato impiccato
questa mattina all'interno di un magazzino a Vinovo (Torino). La motivazione
del gesto potrebbe essere legata al rischio di perdere il posto di lavoro,
considerata la situazione critica in cui versava l'azienda in cui lavorava.
Nei giorni scorsi, infatti, la ditta aveva inoltrato domanda di messa in
mobilità dei nove dipendenti garantendo la cassa integrazione per 4 mesi.
30 gennaio 2010: un operaio bergamasco di 35 anni a Brembate (Bergamo) ha
cercato di togliersi la vita cospargendosi di benzina e dandosi fuoco. A
spingere l'uomo a compiere il drammatico gesto sarebbe stata la depressione
causata dalla perdita del lavoro. L'operaio era impiegato in una ditta di
Zingonia (Bergamo) che è fallita due mesi prima.
2 9 gennaio 2010 Sfratto esecutivo, disoccupato si uccide Un uomo di 55
anni, tagliatore in un' azienda calzaturiera di Civitanova(MC), rimasto
disoccupato, si è ucciso lanciandosi da una finestra, tre ore prima che
l'ufficiale giudiziario gli notifi-casse lo sfratto esecutivo.
10 gennaio 2010: Lo hanno trovato i familiari ieri mattina quando, verso le
7, sono andati in negozio. Alberto Ottino era lì, nel supermercato A&O di
Castelmassa che con passione gestiva, insieme al fratello, da qualche anno.
Si era impiccato con dei fili elettrici. Aveva problemi economici, gli
affari, ormai da tempo, non andavano bene. Una preoccupazione crescente che,
alla fine, dopo molti tentativi di raddrizzare le sorti dell’esercizio
commerciale, lo ha spinto ad arrendersi.
19 novembre 2009: laureato in matematica e fisica ma da anni precario e con
un'occupazione da muratore, si è tolto la vita perchè la ditta edile nella
quale lavorava si è vista costretta a ridurre il personale. Si è sparato un
colpo al petto un quarantanovenne residente a Sora.
8 novembre 2009: David Pietrolini. Si è impiccato dopo aver scritto un
biglietto ai familiari. Era laureato in psicologia da quattro anni e non
riusciva a trovare un'occupazione. Di recente aveva messo in vendita la
casa. Il dramma scoperto da un amico che ha fatto irruzione
nell'appartamento
14 ottobre 2009: aveva perso il lavoro, nel dicembre scorso. Faceva il
ragioniere in una ditta di Francavilla ed era stato licenziato, a 52 anni.
Si è procurato una pistola, l’arma che non aveva mai detenuto, e ha premuto
il grilletto.
1 settembre 2009: Reggio Emilia perde il lavoro e stermina la famiglia
8 agosto 2009: ha ucciso la moglie e i figli mentre dormivano e poi si è
suicidato: l' ennesima strage familiare è avvenuta la notte di giovedì in
una villetta di Gornate Olona, in provincia di Varese. Il folle gesto
potrebbe essere stato causato da una crisi matrimoniale o dalla perdita del
lavoro: la coppia stava attraversando una fase personale difficile e, in
più, l' uomo si era dimesso pochi giorni fa dal lavoro che aveva da anni
nell' officina gestita dal suocero.
24 luglio 2009: Un lavoratore di 32 anni, L.D., si è suicidato ieri sera in
provincia di Bologna: aveva problemi con la moglie e, pochi giorni fa, aveva
ricevuto una lettera di licenziamento dall'azienda in cui lavorava, la
Chloride di Castel Guelfo, nel bolognese.
02 luglio 2009 Siena - Si lancia nel vuoto dal terzo piano - Operaio
cassaintegrato muore suicida.
22 giugno 2009: Lascia moglie e due figli piccoli, Fabrizio Rossi, un 39enne
di Fano che ieri ha deciso di togliersi la vita nel garage di casa
sparandosi un colpo di fucile al petto. Alla base del tragico gesto sembra
esserci la recente perdita del posto di lavoro.
17 giugno 2009 MILANO - Insegnante senza lavoro si uccide in casa, 31 anni.
Per vivere affittava l’appartamento trasferendosi in cantina. Dove è stato
trovato morto, un cappio intorno al collo, una sedia poco lontano.
9 giugno 2009: Dopo aver perso il lavoro e la casa, un 63enne si è suicidato
gettandosi dal balcone del suo appartamento a Milano
23 maggio 2009 Treviso - Ingegnere suicida in Veneto - Ossessionato dal
dover licenziare - si getta contro un convoglio ferroviario in viaggio verso
Venezia.
22 maggio 2009: Roma, suicida operaio: la Ericsson lo vuole licenziare, lui
si getta dal tetto della fabbrica.
21 maggio 2009 Fontanelle - Si è ucciso impiccandosi un piccolo imprenditore
di 58 anni, Valter Ongaro, titolare di un’azienda di verniciatura in forte
difficoltà finanziaria a causa della crisi.
20 maggio 2009: Napoli. suicida dipendente Equitalia. Si lancia dalla
finestra davanti la Questura
16 maggio 2009: Bologna, un imprenditore di 49 anni da anni alla prese con
problemi legali ed economici, tenta il suicidio, ingerendo una dose di
barbiturici in auto
7 aprile 2009: due anni fa aveva perso il lavoro di guardia giurata, negli
ultimi tempi lavorava saltuariamente e alla fine, vinto probabilmente dalla
paura di non poter provvedere in maniera adeguata ai suoi cari, ha deciso di
togliersi la vita. Mariano Pariante, 55 anni, si è impiccato all'interno di
un deposito dell’ex stabilimento Rhodiatoce di Casoria, in cui lavorava
saltuariamente come custode
20 marzo 2009: un geometra originario di Sanremo e residente a Genova di 54
anni, le cui iniziali sono G.R., dopo avere perso il lavoro si è inoltrato
in un bosco della Valbisagno, nell’immediato entroterra di Genova, e si è
tolto la vita.
25 marzo 2009: Roma un uomo si dà fuoco al Campidoglio, licenziato da una
cooperativa, gli avevano comunicato che non avrebbe avuto alcuna indennità
di disoccupazione.
18 marzo 2009: dieci mesi fa aveva perso il lavoro e da allora le difficoltà
economiche non lo avevano più abbandonato. Così un 52enne ha deciso di farla
finita, impiccandosi a un albero di un suo piccolo podere a Gravina in
Puglia (Bari). L'uomo, negli ultimi tempi, aveva cercato di tirare avanti
facendo il muratore, ma guadagnava troppo poco per mantenere la moglie e i
tre figli
15 gennaio 09 Parma - Un uomo di 47 anni ha tentato di togliersi la vita
dopo essere stato licenziato dall'azienda in cui lavorava fin da ragazzo. Le
forze dell'ordine lo hanno ritrovato, è in gravi condizioni.
2 gennaio 09 Pistoia - Disoccupato, chiama i carabinieri e si uccide, 3
figli, dopo che l'Enel aveva interrotto la fornitura di energia elettrica, e
la morte della madre che lo aiutava economicamente.
Un elenco trovato grazie all’aiuto di internet e non di certo dei
tradizionali mass media. Il governo è a conoscenza della crisi sociale e
lavorativa in cui versano gli italiani? Un uomo può arrivare a togliersi la
vita perché non trova ciò che è sancito dalla Costituzione italiana come un
diritto? La classe dirigente è colpevole se non interviene sul lavoro, sulla
possibilità di reintegrare chi lo perde. In Italia nessun cittadino sentiva
come esigenza primaria il bavaglio alle intercettazioni.
pc quotidiano 29 giugno - oggi manifestazione a Viareggio a un anno dalla strage
la rete nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro fa appello a
rilanciare il movimento di lotta a partire dalla manifestazione di viareggio
del 29 giugno
una nuova assemblea nazionale della rete si terrà a settembre
bastamortesullavoro@gmail.com
Tutti a Viareggio il 29 giugno
Giustizia per le 32 vittime. In galera i vertici delle ferrovie!
La Rete nazionale per la sicurezza sul lavoro partecipa con una delegazione
alla manifestazione del 29
giugno a Viareggio in solidarietà ai famigliari delle vittime, ad un anno
dalla strage del treno della
morte e unisce la sua voce a quella di tutti coloro che rivendicano
sicurezza, verità e giustizia per quelle
morti di quella tremenda notte. Ancora morti che si sarebbero potute
evitare, causate dalla scellerata
politica di tagli al personale e alla manutenzione, portata avanti dai
vertici delle di Rfi (Rete ferroviaria
italiana), dall'AD Moretti all'ex presidente Cipolletta, che hanno fatto
crescere l'insicurezza dei treni, delle ferrovie, dei lavoratori, dei
passeggeri, come è stato denunciato dal delegato macchinista Dante De
Angelis, prima licenziato per rappresaglia dallo stesso Moretti e poi
reintegrato al lavoro da una sentenza di un giudice.
24 morti sul lavoro in ferrovia in questi anni, 21 per le porte killer, 32
cittadini uccisi nel sonno e un
disastro ambientale a Viareggio: eppure Moretti ha avuto la faccia tosta di
affermare che "le nostre
sono le ferrovie più sicure d'Europa" e che la strage di Viareggio è stata
"uno spiacevole incidente"?
Queste frasi dimostrano il più totale disprezzo per le vittime di chi pensa
di uscirne impunito dal
processo, coperto da questo governo che, addirittura, lo ha nominato
Cavaliere del lavoro, il 2 giugno
scorso.
Viareggio dimostra ancora una volta che solo la mobilitazione unitaria dal
basso di lavoratori,
associazioni, cittadini con manifestazioni, assemblee, presidi, blocchi dei
treni, raccolta firme, può
mantenere alta l'attenzione sulla sicurezza, assediando le istituzioni e chi
è responsabile dei controlli e
della prevenzione e portare avanti le denunce contro i padroni assassini.
Facciamo appello a tutti coloro che si battono per la sicurezza e la salute
nei luoghi di lavoro e nelle città ad unirsi alla Rete per la sicurezza sul
lavoro per rendere ancora più forte la battaglia per la verità e
giustizia delle vittime di Viareggio e per una società dove la vita degli
esseri umani conta più del profitto padronale!
Rete nazionale per la sicurezza sul lavoro
bastamortesullavoro@gmail.com
Viareggio: 29 giugno '09 ore 23.48 niente sarà più come prima .
Martedì 29 giugno ore 20-24: manifestazione
per non dimenticare quanto avvenuto e far sì che non si ripeta mai più !
Inizio alle ore 20.00 allo Stadio dei Pini (zona Darsena). Il corteo si
formerà alle ore 21.15 per concludersi alle ore 23.30 in via Ponchielli
(luogo della strage) ed attendere le ore 23.48, ora del deragliamento e
della foratura della cisterna del Gpl e di lì a 3-4 minuti la distruzione
della zona: 32 vittime, feriti gravi e gravissimi, sopravvissuti, abitazioni
distrutte .
Ore 20.00-21.15 interventi: poesia letta da una bambina della scuola di Luca
e Lorenzo Piagentini, religioni ortodossa, musulmana e cattolica, Comitati
dei familiari Moby Prince, Casa dello studente dell'Aquila, scuola di S.
Giuliano, aereoporto di Linate, Sindaco di Viareggio, Comitati di Viareggio
(Associazione "Il mondo che vorrei", Abitanti di via Ponchielli, Avif).
Ore 21.15 manifestazione-corteo
Ore 23.30 arrivo in via Ponchielli
Vi aspettiamo numerosi/e martedì 29 giugno 2010 alle ore 20.00 allo Stadio
dei Pini a Viareggio
Alle ore 17.30 in via Petrarca 22, nella sala parrocchiale di fronte allo
Stadio dei Pini, Incontro-accoglienza con i familiari dei Comitati ospiti.
L'invito è aperto a tutti/e.
Assemblea 29 giugno Associazione "Il mondo che vorrei" onlus
rilanciare il movimento di lotta a partire dalla manifestazione di viareggio
del 29 giugno
una nuova assemblea nazionale della rete si terrà a settembre
bastamortesullavoro@gmail.com
Tutti a Viareggio il 29 giugno
Giustizia per le 32 vittime. In galera i vertici delle ferrovie!
La Rete nazionale per la sicurezza sul lavoro partecipa con una delegazione
alla manifestazione del 29
giugno a Viareggio in solidarietà ai famigliari delle vittime, ad un anno
dalla strage del treno della
morte e unisce la sua voce a quella di tutti coloro che rivendicano
sicurezza, verità e giustizia per quelle
morti di quella tremenda notte. Ancora morti che si sarebbero potute
evitare, causate dalla scellerata
politica di tagli al personale e alla manutenzione, portata avanti dai
vertici delle di Rfi (Rete ferroviaria
italiana), dall'AD Moretti all'ex presidente Cipolletta, che hanno fatto
crescere l'insicurezza dei treni, delle ferrovie, dei lavoratori, dei
passeggeri, come è stato denunciato dal delegato macchinista Dante De
Angelis, prima licenziato per rappresaglia dallo stesso Moretti e poi
reintegrato al lavoro da una sentenza di un giudice.
24 morti sul lavoro in ferrovia in questi anni, 21 per le porte killer, 32
cittadini uccisi nel sonno e un
disastro ambientale a Viareggio: eppure Moretti ha avuto la faccia tosta di
affermare che "le nostre
sono le ferrovie più sicure d'Europa" e che la strage di Viareggio è stata
"uno spiacevole incidente"?
Queste frasi dimostrano il più totale disprezzo per le vittime di chi pensa
di uscirne impunito dal
processo, coperto da questo governo che, addirittura, lo ha nominato
Cavaliere del lavoro, il 2 giugno
scorso.
Viareggio dimostra ancora una volta che solo la mobilitazione unitaria dal
basso di lavoratori,
associazioni, cittadini con manifestazioni, assemblee, presidi, blocchi dei
treni, raccolta firme, può
mantenere alta l'attenzione sulla sicurezza, assediando le istituzioni e chi
è responsabile dei controlli e
della prevenzione e portare avanti le denunce contro i padroni assassini.
Facciamo appello a tutti coloro che si battono per la sicurezza e la salute
nei luoghi di lavoro e nelle città ad unirsi alla Rete per la sicurezza sul
lavoro per rendere ancora più forte la battaglia per la verità e
giustizia delle vittime di Viareggio e per una società dove la vita degli
esseri umani conta più del profitto padronale!
Rete nazionale per la sicurezza sul lavoro
bastamortesullavoro@gmail.com
Viareggio: 29 giugno '09 ore 23.48 niente sarà più come prima .
Martedì 29 giugno ore 20-24: manifestazione
per non dimenticare quanto avvenuto e far sì che non si ripeta mai più !
Inizio alle ore 20.00 allo Stadio dei Pini (zona Darsena). Il corteo si
formerà alle ore 21.15 per concludersi alle ore 23.30 in via Ponchielli
(luogo della strage) ed attendere le ore 23.48, ora del deragliamento e
della foratura della cisterna del Gpl e di lì a 3-4 minuti la distruzione
della zona: 32 vittime, feriti gravi e gravissimi, sopravvissuti, abitazioni
distrutte .
Ore 20.00-21.15 interventi: poesia letta da una bambina della scuola di Luca
e Lorenzo Piagentini, religioni ortodossa, musulmana e cattolica, Comitati
dei familiari Moby Prince, Casa dello studente dell'Aquila, scuola di S.
Giuliano, aereoporto di Linate, Sindaco di Viareggio, Comitati di Viareggio
(Associazione "Il mondo che vorrei", Abitanti di via Ponchielli, Avif).
Ore 21.15 manifestazione-corteo
Ore 23.30 arrivo in via Ponchielli
Vi aspettiamo numerosi/e martedì 29 giugno 2010 alle ore 20.00 allo Stadio
dei Pini a Viareggio
Alle ore 17.30 in via Petrarca 22, nella sala parrocchiale di fronte allo
Stadio dei Pini, Incontro-accoglienza con i familiari dei Comitati ospiti.
L'invito è aperto a tutti/e.
Assemblea 29 giugno Associazione "Il mondo che vorrei" onlus
lunedì 28 giugno 2010
proletari comunisti speciale Fiat 3
questo terzo speciale di proletari comunisti per la Fiat contiene 6 articoli
numerati nell'ordine
esce oggi anche in versione stampata scaricabile online
è in preparazione uno speciale fiat della rivista marxista-leninista-maoista La Nuova Bandiera, che analizzerà la condizione operaia e l'organizzazione del lavoro
e esaminerà le posizioni del sindacalismo di base e dei gruppi comunisti nella vicenda
numerati nell'ordine
esce oggi anche in versione stampata scaricabile online
è in preparazione uno speciale fiat della rivista marxista-leninista-maoista La Nuova Bandiera, che analizzerà la condizione operaia e l'organizzazione del lavoro
e esaminerà le posizioni del sindacalismo di base e dei gruppi comunisti nella vicenda
pc quotidiano 28 giugno -speciale Fiat 3 - 1 il partito della trattativa
IL PARTITO DELLA TRATTATIVA
Il padrone aveva sequestrato gli operai, gli operai si sono appropriati del voto e hanno detto NO al padrone. Gli operai del No sono trattati, lasciando stare le armi per ora, come le nuove Brigate Rosse, gli irriducibili, gli antisistema, ma anche gli “sfaticati”, quelli che non si prendono cura di sua santità: il lavoro sfruttato e il Dio profitto.
Marchionne dopo l'accordo insiste: nessuna trattativa, nuova trattativa, il “partito della fermezza”.
E' l'ora, quindi, del “partito della trattativa” per salvare capra e cavoli. E' il partito di Bersani e Cgil, i socialisti di oggi, dato che Sacconi è ormai socialfascista – distinzione che fa notare anche la Camusso nella sua intervista al Corriere della Sera: “io sono quella di prima (quella dei tempi di Carxi – ndr) e lui che è cambiato”.
Bersani dice: “La Fiat confermi tutto, poi rimuoviamo alcune preoccupazione a proposito dell'accordo e della sua applicazione... non parliamo neanche di trattativa, parliamo di dialogo, verifica... si ricerchi da qui alle prossime settimane una soluzione che agevoli il cammino di un investimento che va confermato. Il governo abbandoni schemi ideologici e dia un contributo vero, sostanziale al problema”. E' una giusta preoccupazione – diciamo noi – quella di Bersani, perchè se effettivamente Marchionne e Sacconi, e quest'ultimo da sempre, si mettono ad ostentare la loro ideologia fatta di attacco alla Costituzione, di 'nuova epoca', il rischio è che altre ideologie, quelle della classe operaia, riappaiano, prima nella sostanza dei comportamenti: il voto No, e della dignità di non accettare schiavismo, la cancellazione dei diritti e il diritto di sciopero; e poi in qualcosa di più sostanzioso e di più strategico: la coscienza di classe e l'organizzazione di classe, la lotta di classe.
Ma il gioco di Bersani, e diremmo anche di Epifani, appare abbastanza scoperto agli occhi degli operai e questo “partito della trattativa” appare un po' spuntato, sia dal lato del padrone che dal lato degli operai.
Insomma, bisogna portare allo scoperto il vero “partito della trattativa”, quello che effettivamente potrebbe contare per dare al padrone il risultato che il 'muso duro' finora non gli ha dato. Il “partito della trattativa” è la Fiom di Landini.
E questi è effettivamente ciò che Marchionne e Sacconi vorrebbero avere a loro disposizione, convinti come sono che dato l'attuale stato dell'organizzazione operaia e dell'autonomia operaia se si riesce a trattare con la Fiom, forse il risultato si porta a casa.
Qui, però, a nostro giudizio, è il padrone che fa il sordo, non la Fiom di Landini che non parla.
Mentre infuria la bufera del pre referendum, la Fiom emette un comunicato del Comitato Centrale che dice che è ben intenzionata a “mettere in campo tutte le iniziative utili a realizzare la difesa, l'innovazione e lo sviluppo delle produzioni automobilistiche in Italia e dell'occupazione”. Obiettivo sicuramente condiviso e sostenuto dal piano Fiat.
“L'applicazione del contratto nazionale di lavoro – continua il comunicato – permette alla Fiat la definizione di un regime orario articolato anche su 18 turni, previo esame congiunto con l'Rsu e l'utilizzo di 40 ore pro capite di straordinario comandato”.
Poi il CC della Fiom aggiunge e chiarisce alla vigilia del voto: “La Fiom ha dato la disponibilità a trattare e discutere sulle pesanti condizioni di lavoro chieste dalla Fiat... consiglio ai lavoratori la partecipazione al referendum”, e chiunque è stato nelle ore calde a Pomigliano ha visto che la Fiom non ha fatto la campagna per il No”. Il No, infatti, ha sorpreso anche la Fiom. E il giorno dopo il referendum la Fiom non può che abbozzare al risultato, e cerca di riproporsi come leale partito della trattativa alla luce di una condizione, però, di maggior forza, espressa dagli operai.
La conferenza stampa di Landini del giorno dopo risponde precisamente a questa esigenza: “... in questo senso credo che sia necessario che la Fiat, se ha a cuore lo sviluppo del nostro paese, rifletta con attenzione soprattutto sul fatto che per far funzionare le fabbriche è necessario avere il consenso attivo di tutte le lavoratrici e i lavoratori”. Ma quando mai?! Questo consenso attivo non c'è in nessuna fabbrica dove gli operai sono sfruttati e costantemente dissentano, ma naturalmente fronteggiano un consenso forzoso e passivo imposto dai rapporti di forza e dalla debolezza, o in certi casi assenza, dell'organizzazione sindacale di classe.
La fabbrica di Landini è la fabbrica neo corporativa, nel cui orizzonte egli si muove. Qui non è del consenso attivo dei lavoratori che Landini parla, ma del consenso della sua organizzazione sindacale nell'essere parte significativa nell'organizzazione del consenso al padrone.:
“Noi diciamo in modo molto esplicito che siamo pronti ad assumerci tutte le nostre responsabilità... e ad affrontare il problema dell'utilizzo degli impianti, della flessibilità e della produttività... ciò che ci interessa oggi dire con chiarezza è che si riapre il negoziato, ci sia questa assunzione di responsabilità. Perchè, insisto, il consenso dei lavoratori per far funzionare non solo Pomigliano ma le fabbriche del gruppo Fiat in Italia è un nodo decisivo e noi siamo assolutamente disponibili a fare in modo che questo sia realizzabile... quando dico riaprire il negoziato intendo dire con chiarezza che è possibile arrivare ai 18 turni, è possibile avere le 40 ore di straordinario previste dal contratto, è possibile utilizzare l'orario plurisettimanale, e ci sono tutte le condizioni perchè Pomigliano faccia le macchine che deve fare e sia in grado di avere la produttività e l'efficienza che merita”. E, insiste ancora: “noi siamo pronti ad assumerci tutte le responsabilità per affermare e realizzare questa cosa”.
Sull'assenteismo, Landini dice che “si ragiona su dati vecchi, che oggi l'età media dei lavoratori di Pomigliano è di 30 anni e stiamo parlando di una realtà completamente diversa che può essere affrontata con caratteristiche nuove e un'altra logica”; che sulle assenze in caso di elezioni, “siamo pronti a discutere di questo, ma non è un problema che si può risolvere con il sindacato ma richiede che se ne parli anche con le forze politiche”; che “il consenso al comando non è un consenso attivo e partecipato e questo si può ottenere perchè serve anche alla Fiat per introdurre nuove modalità di organizzazione del lavoro ma anche per far funzionare meglio l'azienda”.
Tutto il tono della conferenza stampa di Landini è, come si vede, di offrire la piena disponibilità della Fiom a realizzare le richieste aziendali e a evitare che problemi non gestibili possano effettivamente mantenere alta una conflittualità in fabbrica.
Nella conferenza stampa viene sollevato anche il problema se la Fiom è disponibile, nel caso venga richiamata al Tavolo, a mettere in discussione anche tutti gli altri oggetti di contesa tra Confindustria e sindacato, vedi il Contratto dei metalmeccanici non firmato. E qui è fondamentale la risposta di Landini. Egli dice: “prima mi stavo riferendo alla parte del contratto sull'orario e sostenevo che può essere applicata, riconosciuta, condivisa da tutti ed è una parte che permette senza derogare alle leggi di rendere produttivo al massimo Pomigliano e di far uscire da quella fabbrica le 280 mila vetture”. Per essere chiari, questo significa che la Fiom accetta il CCNL dei metalmeccanici per quanto riguarda Pomigliano, contratto nazionale che finora non ha firmato ma che ora chiede che venga applicato.
E' evidente, quindi, che è la Fiom la via d'uscita all'empasse dell'opposizione operaia e che questo non vuole assolutamente dire difesa delle ragioni e dei contenuti di questa opposizione espressasi con il No.
Il padrone aveva sequestrato gli operai, gli operai si sono appropriati del voto e hanno detto NO al padrone. Gli operai del No sono trattati, lasciando stare le armi per ora, come le nuove Brigate Rosse, gli irriducibili, gli antisistema, ma anche gli “sfaticati”, quelli che non si prendono cura di sua santità: il lavoro sfruttato e il Dio profitto.
Marchionne dopo l'accordo insiste: nessuna trattativa, nuova trattativa, il “partito della fermezza”.
E' l'ora, quindi, del “partito della trattativa” per salvare capra e cavoli. E' il partito di Bersani e Cgil, i socialisti di oggi, dato che Sacconi è ormai socialfascista – distinzione che fa notare anche la Camusso nella sua intervista al Corriere della Sera: “io sono quella di prima (quella dei tempi di Carxi – ndr) e lui che è cambiato”.
Bersani dice: “La Fiat confermi tutto, poi rimuoviamo alcune preoccupazione a proposito dell'accordo e della sua applicazione... non parliamo neanche di trattativa, parliamo di dialogo, verifica... si ricerchi da qui alle prossime settimane una soluzione che agevoli il cammino di un investimento che va confermato. Il governo abbandoni schemi ideologici e dia un contributo vero, sostanziale al problema”. E' una giusta preoccupazione – diciamo noi – quella di Bersani, perchè se effettivamente Marchionne e Sacconi, e quest'ultimo da sempre, si mettono ad ostentare la loro ideologia fatta di attacco alla Costituzione, di 'nuova epoca', il rischio è che altre ideologie, quelle della classe operaia, riappaiano, prima nella sostanza dei comportamenti: il voto No, e della dignità di non accettare schiavismo, la cancellazione dei diritti e il diritto di sciopero; e poi in qualcosa di più sostanzioso e di più strategico: la coscienza di classe e l'organizzazione di classe, la lotta di classe.
Ma il gioco di Bersani, e diremmo anche di Epifani, appare abbastanza scoperto agli occhi degli operai e questo “partito della trattativa” appare un po' spuntato, sia dal lato del padrone che dal lato degli operai.
Insomma, bisogna portare allo scoperto il vero “partito della trattativa”, quello che effettivamente potrebbe contare per dare al padrone il risultato che il 'muso duro' finora non gli ha dato. Il “partito della trattativa” è la Fiom di Landini.
E questi è effettivamente ciò che Marchionne e Sacconi vorrebbero avere a loro disposizione, convinti come sono che dato l'attuale stato dell'organizzazione operaia e dell'autonomia operaia se si riesce a trattare con la Fiom, forse il risultato si porta a casa.
Qui, però, a nostro giudizio, è il padrone che fa il sordo, non la Fiom di Landini che non parla.
Mentre infuria la bufera del pre referendum, la Fiom emette un comunicato del Comitato Centrale che dice che è ben intenzionata a “mettere in campo tutte le iniziative utili a realizzare la difesa, l'innovazione e lo sviluppo delle produzioni automobilistiche in Italia e dell'occupazione”. Obiettivo sicuramente condiviso e sostenuto dal piano Fiat.
“L'applicazione del contratto nazionale di lavoro – continua il comunicato – permette alla Fiat la definizione di un regime orario articolato anche su 18 turni, previo esame congiunto con l'Rsu e l'utilizzo di 40 ore pro capite di straordinario comandato”.
Poi il CC della Fiom aggiunge e chiarisce alla vigilia del voto: “La Fiom ha dato la disponibilità a trattare e discutere sulle pesanti condizioni di lavoro chieste dalla Fiat... consiglio ai lavoratori la partecipazione al referendum”, e chiunque è stato nelle ore calde a Pomigliano ha visto che la Fiom non ha fatto la campagna per il No”. Il No, infatti, ha sorpreso anche la Fiom. E il giorno dopo il referendum la Fiom non può che abbozzare al risultato, e cerca di riproporsi come leale partito della trattativa alla luce di una condizione, però, di maggior forza, espressa dagli operai.
La conferenza stampa di Landini del giorno dopo risponde precisamente a questa esigenza: “... in questo senso credo che sia necessario che la Fiat, se ha a cuore lo sviluppo del nostro paese, rifletta con attenzione soprattutto sul fatto che per far funzionare le fabbriche è necessario avere il consenso attivo di tutte le lavoratrici e i lavoratori”. Ma quando mai?! Questo consenso attivo non c'è in nessuna fabbrica dove gli operai sono sfruttati e costantemente dissentano, ma naturalmente fronteggiano un consenso forzoso e passivo imposto dai rapporti di forza e dalla debolezza, o in certi casi assenza, dell'organizzazione sindacale di classe.
La fabbrica di Landini è la fabbrica neo corporativa, nel cui orizzonte egli si muove. Qui non è del consenso attivo dei lavoratori che Landini parla, ma del consenso della sua organizzazione sindacale nell'essere parte significativa nell'organizzazione del consenso al padrone.:
“Noi diciamo in modo molto esplicito che siamo pronti ad assumerci tutte le nostre responsabilità... e ad affrontare il problema dell'utilizzo degli impianti, della flessibilità e della produttività... ciò che ci interessa oggi dire con chiarezza è che si riapre il negoziato, ci sia questa assunzione di responsabilità. Perchè, insisto, il consenso dei lavoratori per far funzionare non solo Pomigliano ma le fabbriche del gruppo Fiat in Italia è un nodo decisivo e noi siamo assolutamente disponibili a fare in modo che questo sia realizzabile... quando dico riaprire il negoziato intendo dire con chiarezza che è possibile arrivare ai 18 turni, è possibile avere le 40 ore di straordinario previste dal contratto, è possibile utilizzare l'orario plurisettimanale, e ci sono tutte le condizioni perchè Pomigliano faccia le macchine che deve fare e sia in grado di avere la produttività e l'efficienza che merita”. E, insiste ancora: “noi siamo pronti ad assumerci tutte le responsabilità per affermare e realizzare questa cosa”.
Sull'assenteismo, Landini dice che “si ragiona su dati vecchi, che oggi l'età media dei lavoratori di Pomigliano è di 30 anni e stiamo parlando di una realtà completamente diversa che può essere affrontata con caratteristiche nuove e un'altra logica”; che sulle assenze in caso di elezioni, “siamo pronti a discutere di questo, ma non è un problema che si può risolvere con il sindacato ma richiede che se ne parli anche con le forze politiche”; che “il consenso al comando non è un consenso attivo e partecipato e questo si può ottenere perchè serve anche alla Fiat per introdurre nuove modalità di organizzazione del lavoro ma anche per far funzionare meglio l'azienda”.
Tutto il tono della conferenza stampa di Landini è, come si vede, di offrire la piena disponibilità della Fiom a realizzare le richieste aziendali e a evitare che problemi non gestibili possano effettivamente mantenere alta una conflittualità in fabbrica.
Nella conferenza stampa viene sollevato anche il problema se la Fiom è disponibile, nel caso venga richiamata al Tavolo, a mettere in discussione anche tutti gli altri oggetti di contesa tra Confindustria e sindacato, vedi il Contratto dei metalmeccanici non firmato. E qui è fondamentale la risposta di Landini. Egli dice: “prima mi stavo riferendo alla parte del contratto sull'orario e sostenevo che può essere applicata, riconosciuta, condivisa da tutti ed è una parte che permette senza derogare alle leggi di rendere produttivo al massimo Pomigliano e di far uscire da quella fabbrica le 280 mila vetture”. Per essere chiari, questo significa che la Fiom accetta il CCNL dei metalmeccanici per quanto riguarda Pomigliano, contratto nazionale che finora non ha firmato ma che ora chiede che venga applicato.
E' evidente, quindi, che è la Fiom la via d'uscita all'empasse dell'opposizione operaia e che questo non vuole assolutamente dire difesa delle ragioni e dei contenuti di questa opposizione espressasi con il No.
pc quotidiano 28 giugno - speciale Fiat 3 -2 il voto operaio
Su chi ha votato No, i dati veri sono stati pubblicati quasi esclusivamente dal blog di Proletari comunisti - presi dai dati dello Slai cobas Pomigliano, e letti precisamente. Non si trovano in questa forma in nessun giornale, di destra, di centro e di sinistra. E già questo è eloquente di quanto sia poco digeribile il massiccio No operaio.
Ma prima di occuparci dei voti nostri, occupiamoci dei “mortacci” loro, della Fiom e della Cgil; perchè in realtà senza il voto Si della Cgil e della minoranza Fiom, il No avrebbe vinto anche nei numeri.
L'impegno della minoranza Fiom è stato davvero insistente e perfino ostentato. Non è un caso che trovi molto spazio sulle pagine de Il Sole 24 Ore:
“L'importante è non dare il destro a Marchionne per chiudere a Pomigliano. Poi discutiamo di tutto. Il Si alle urne è comprensibile sotto tanti punti di vista e non mi sento in contraddizione con la mia categoria - dice un esponente della Fiom - Le ragioni del Si che mi sento di supportare sono due: prima di tutto Marchionne non ci dà scelta, dato che ogni alternativa sarebbe di gran lunga peggiore. Il tipo di vita di molti impiegati e operai dopo due anni di cassintegrazione non ci permette di restare in cassa fino al 2012 (come se non resteranno lo stesso – ndr). Risolviamo questa situazione, siamo un grande sindacato in grado di rapportarsi con questa azienda trovando il punto di equilibrio. Facciamo vedere che sappiamo lavorare, che non siamo la vergogna dell'Italia industriale”.
E' sempre la minoranza Fiom che subito dichiara con il suo leader, che pesa per il 27%: “con il Si vincente la Fiom deve firmare l'accordo per presa d'atto confermando l'impegno a difendere i diritti che le leggi e la Costituzione attribuiscono ai lavoratori”.
Sarebbe naturale in un sindacato dei lavoratori che queste posizioni non avessero neanche diritto di parola. Invece No, queste posizioni, coperte dalla Cgil, hanno permesso che al referendum prevalesse il Si.
Questo lo diciamo soprattutto per smentire la favola in voga soprattutto a sinistra e anche nell'estrema sinistra che sia la Fiom il baluardo della resistenza operaia a Pomigliano e non invece l'anello debole e, per parte di essa, il cavallo di Troia.
Questi della Fiom, del Si, sono peggio di molti operai che hanno votato Si, i cui sentimenti sono espressi da alcune dichiarazioni operaie che è stato costretto a registrare anche Il Sole 24 Ore: “Dopo aver votato Si, mi sarei sputato in faccia”, ha detto più di un operaio uscendo dalla cabina elettorale.
Per fortuna gli operai hanno molta più coscienza e dignità di questi loro cosiddetti “rappresentanti” e in misura molto ma molto maggiore degli iscritti Fiom hanno respinto il ricatto.
Ed è straordinario e perfino bello che tra i lavoratori molte operaie che hanno votato No lo hanno apertamente rivendicato.
Natalia: “Non facimme mai festa. Marchionne mi ha insultato. In 15 anni di lavoro ho fatto una settimana di malattia... le male parole io non le accetto.. se si vuole produrre la Panda in Polonia o da noi, tirino fuori il motivo economico, costa meno farla là, non si tirino però fuori i comportamenti delle persone... Quando l'ho detto a mio marito, lui mi ha guardata strano, avrò anche sbagliato ma c'ho avuto molto gusto a scrivere una volta nella vita: No”.
Maria: “io non sono iscritta al sindacato. Ma un anno dopo aver disdetto la tessera mi sono ritrovata la trattenuta in busta paga per una nuova iscrizione mai richiesta. In fabbrica non mi fido di nessuno... Perchè ho votato No? I corsi di formazione non prevedono neanche il rimborso per la benzina... non condivido la decisione di sottrarci la pausa pranzo. E' ingiusto recuperare un problema tecnico dalla volontà degli operai con lo spazio risicato di un pasto...”
Scrive ancora Il Sole 24 Ore:”Di donne contro ce ne sono tante. Il loro voto si è sommato a quello dei giovani e ai duri e puri di Fiom e Slai cobas...”; “Anna Maria esprime il suo dissenso con grande proprietà di linguaggio: il No è espressione di orgoglio e dignità, c'è la libertà piena e la libertà condizionata. Noi a Pomigliano siamo in libertà condizionata”; Lina: “quando è arrivata la Fiat Sergio Marchionne ha dichiarato che eravamo i migliori, ora afferma che siamo tutti fannulloni. Noi vogliamo lavorare ma senza ricatto”.
Anche La Stampa registra: “Proprio sul fronte femminile si registrano le sorprese più significative”.
Il No si è riempito non solo tra le donne ma anche tra i giovani della protesta contro le condizioni di lavoro: “Me lo spieghino Marchionne, Fassino, Sacconi, Scalfari, come si riesce a fare il lavativo alla catena. Ma lo sanno come si lavora qui? Come ci si aliena, come si prendono le discopatie? Si viene abbruttiti dai ritmi e dai capi, come si viene ricattati, terziarizzati, messi in reparto-confino... dovrebbero informarsi prima di dirci di rinunciare alle pause, concedere 80 ore di straordinario, rinunciare allo sciopero o alla malattia... pretendono che firmiamo la resa”.
Ma prima di occuparci dei voti nostri, occupiamoci dei “mortacci” loro, della Fiom e della Cgil; perchè in realtà senza il voto Si della Cgil e della minoranza Fiom, il No avrebbe vinto anche nei numeri.
L'impegno della minoranza Fiom è stato davvero insistente e perfino ostentato. Non è un caso che trovi molto spazio sulle pagine de Il Sole 24 Ore:
“L'importante è non dare il destro a Marchionne per chiudere a Pomigliano. Poi discutiamo di tutto. Il Si alle urne è comprensibile sotto tanti punti di vista e non mi sento in contraddizione con la mia categoria - dice un esponente della Fiom - Le ragioni del Si che mi sento di supportare sono due: prima di tutto Marchionne non ci dà scelta, dato che ogni alternativa sarebbe di gran lunga peggiore. Il tipo di vita di molti impiegati e operai dopo due anni di cassintegrazione non ci permette di restare in cassa fino al 2012 (come se non resteranno lo stesso – ndr). Risolviamo questa situazione, siamo un grande sindacato in grado di rapportarsi con questa azienda trovando il punto di equilibrio. Facciamo vedere che sappiamo lavorare, che non siamo la vergogna dell'Italia industriale”.
E' sempre la minoranza Fiom che subito dichiara con il suo leader, che pesa per il 27%: “con il Si vincente la Fiom deve firmare l'accordo per presa d'atto confermando l'impegno a difendere i diritti che le leggi e la Costituzione attribuiscono ai lavoratori”.
Sarebbe naturale in un sindacato dei lavoratori che queste posizioni non avessero neanche diritto di parola. Invece No, queste posizioni, coperte dalla Cgil, hanno permesso che al referendum prevalesse il Si.
Questo lo diciamo soprattutto per smentire la favola in voga soprattutto a sinistra e anche nell'estrema sinistra che sia la Fiom il baluardo della resistenza operaia a Pomigliano e non invece l'anello debole e, per parte di essa, il cavallo di Troia.
Questi della Fiom, del Si, sono peggio di molti operai che hanno votato Si, i cui sentimenti sono espressi da alcune dichiarazioni operaie che è stato costretto a registrare anche Il Sole 24 Ore: “Dopo aver votato Si, mi sarei sputato in faccia”, ha detto più di un operaio uscendo dalla cabina elettorale.
Per fortuna gli operai hanno molta più coscienza e dignità di questi loro cosiddetti “rappresentanti” e in misura molto ma molto maggiore degli iscritti Fiom hanno respinto il ricatto.
Ed è straordinario e perfino bello che tra i lavoratori molte operaie che hanno votato No lo hanno apertamente rivendicato.
Natalia: “Non facimme mai festa. Marchionne mi ha insultato. In 15 anni di lavoro ho fatto una settimana di malattia... le male parole io non le accetto.. se si vuole produrre la Panda in Polonia o da noi, tirino fuori il motivo economico, costa meno farla là, non si tirino però fuori i comportamenti delle persone... Quando l'ho detto a mio marito, lui mi ha guardata strano, avrò anche sbagliato ma c'ho avuto molto gusto a scrivere una volta nella vita: No”.
Maria: “io non sono iscritta al sindacato. Ma un anno dopo aver disdetto la tessera mi sono ritrovata la trattenuta in busta paga per una nuova iscrizione mai richiesta. In fabbrica non mi fido di nessuno... Perchè ho votato No? I corsi di formazione non prevedono neanche il rimborso per la benzina... non condivido la decisione di sottrarci la pausa pranzo. E' ingiusto recuperare un problema tecnico dalla volontà degli operai con lo spazio risicato di un pasto...”
Scrive ancora Il Sole 24 Ore:”Di donne contro ce ne sono tante. Il loro voto si è sommato a quello dei giovani e ai duri e puri di Fiom e Slai cobas...”; “Anna Maria esprime il suo dissenso con grande proprietà di linguaggio: il No è espressione di orgoglio e dignità, c'è la libertà piena e la libertà condizionata. Noi a Pomigliano siamo in libertà condizionata”; Lina: “quando è arrivata la Fiat Sergio Marchionne ha dichiarato che eravamo i migliori, ora afferma che siamo tutti fannulloni. Noi vogliamo lavorare ma senza ricatto”.
Anche La Stampa registra: “Proprio sul fronte femminile si registrano le sorprese più significative”.
Il No si è riempito non solo tra le donne ma anche tra i giovani della protesta contro le condizioni di lavoro: “Me lo spieghino Marchionne, Fassino, Sacconi, Scalfari, come si riesce a fare il lavativo alla catena. Ma lo sanno come si lavora qui? Come ci si aliena, come si prendono le discopatie? Si viene abbruttiti dai ritmi e dai capi, come si viene ricattati, terziarizzati, messi in reparto-confino... dovrebbero informarsi prima di dirci di rinunciare alle pause, concedere 80 ore di straordinario, rinunciare allo sciopero o alla malattia... pretendono che firmiamo la resa”.
pc quotid 28 giugno - speciale Fiat 3 -3 La CGIL del SI
Il No operaio orgoglioso e massiccio al piano Fiat è stato un pugno in faccia all'arroganza fascista di padron Marchionne. E' stato il massimo che gli operai hanno potuto fare in una condizione in cui la scelta di votare delle forze dell'opposizione al piano impediva di fatto il boicottaggio.
Sia chiaro è la scelta di Fiom e slai cobas di dare indicazione di votare No che trasformava il boicottaggio in una sorta di schedatura, una scelta che comunque non condividiamo perchè il referendum andava delegittimato come strumento di espressione della volontà operaia, andava lasciato nudo e crudo nelle mani del padron e di fatto invalidato.
Ma nelle condizioni date il No è stato davvero superiore alle aspettative non solo della Fiat ma di tutti coloro che si sono schierati con padron Fiat, nonché dei corvi a sinistra che hanno seminato sfiducia negli operai, amplificato in termini disfattisti volente o nolente il messaggio ricattatorio della Fiat, per contribuire alla logica del “non c'è nulla da fare” che avrebbe sancito il trionfo di Marchionne. E invece non è andata come dicevano loro. Gli operai hanno detto No alla Fiat e a tutti costoro.
Dall'esito del voto coloro che sono stato meno colpito sono i sindacati firmatari, i quali convinti della loro minorità hanno sperato trepidanti nel sostegno di tutto l'ambaradan di stampa, Chiesa; questi, sotto la direzione militarizzata e un po' ridicola – vedi il Dvd del Direttore dello stabilimento, temevano il voto e comunque per loro il Si ha vinto. Possono sperare nella benevolenza del padrone e nel ringraziamento del sistema.
Il No è stato invece un colpo pesante, secco ai partiti della sinistra di Palazzo spudoratamente a favore del Si e al loro strumento principe nelle fila operaie, la Cgil, che proprio nelle ore del voto ha giocato tutte le sue fisches sul Si, non solo al fine di difendere gli interessi del capitale ma anche di sconfessare la linea della Fiom e procedere lungo la strada aperta dal Congresso che punta a ridimensionarla, commissariarla, non certo perchè abbiano davvero da temere dalla burocrazia maggioritaria di questo sindacato, ma quanto per il timore dell'abbandono di massa da parte degli operai e la necessità di avere nelle mani quel potere di controllo (tessere, diritto di sciopero, Rsu, permessi sindacali, 730, Cometa) che sono la vera base poi del monopolio sindacale anche in fabbrica.
E quindi appare poco mascherabile da parte dei dirigenti sindacali cgil il disappunto a fronte del No. Questo naturalmente si rileva non tanto dalle frasi fatte che qui e là sono apparse in televisione e in alcuni organi di stampa, quanto da alcune interviste-verità.
Un esempio chiaro di questo è l'intervista al segretario della Cgil campana, Michele Gravano che giustamente ha avuto lo spazio come intervista principale nel giornale della Confindustria del giorno dopo il voto.
La sintesi dell'intervista spiega già tutto: “Gravano rivendica il ruolo avuto dalla sua organizzazione per la vittoria del Si, sollecita l'azienda a lavorare per ampliare il consenso intorno al testo e chiede a Marchionne di procedere senza ripensamenti”. Gravano risponde alle domande dell'intervista: “Segretario è soddisfatto per l'esito del referendum? Se lo aspettava il No da un terzo dei lavoratori?” (è oltre un terzo, caro giornalista, anche se fai fatica perfino a pronunciarlo - ndr).
Gravano risponde: “Il risultato è positivo ma inferiore alle attese. Puntavamo ad una vittoria intorno al 70-75%, anche se non ci aspettavamo quel plebiscito atteso dall'azienda. Vorrei ricordare che il referendum è una grande occasione di democrazia... hanno votato in massa... ma è vero il No è andato al di là delle aspettative segnalando un problema al sindacato e soprattutto alla Fiat”. “Pensa che la Cgil abbia delle responsabilità per questa vittoria del Si inferiore alle aspettative?”. Risposta: “Come Cgil abbiamo contribuito all'affermazione dell'intesa per Pomigliano D'Arco anche se non siamo tra le organizzazioni sindacali. Ci siamo espressi per un Si con critica... abbiamo partecipato alle assemblee per difendere gli investimenti della Fiat perchè il lavoro è la priorità... Molti iscritti alla Cgil si sono espressi per il Si e anche tanti lavoratori della minoranza Fiom”.
Il giornalista a questo punto giustamente chiede: “E allora come mai il Si che sulla carta aveva all'incirca l'80% dei consensi, alla fine si è attestato al 63%?”. Gravano: “Credo che la marcia di sabato scorso sia stata un boomerang che ha indispettito gli operai” (ma non avevano partecipato 5 mila persone, con tanti lavoratori di Pomigliano, nella favola raccontata dalle televisioni? ndr), anche la discesa in campo dei capi ha prodotto l'effetto contrario a quello previsto...”.
Alla fine dice: “senza l'investimento Fiat esploderebbero le tensioni sociali”.
Sono già esplose Gravano e il No operaio è un segnale forte e chiaro.
Sia chiaro è la scelta di Fiom e slai cobas di dare indicazione di votare No che trasformava il boicottaggio in una sorta di schedatura, una scelta che comunque non condividiamo perchè il referendum andava delegittimato come strumento di espressione della volontà operaia, andava lasciato nudo e crudo nelle mani del padron e di fatto invalidato.
Ma nelle condizioni date il No è stato davvero superiore alle aspettative non solo della Fiat ma di tutti coloro che si sono schierati con padron Fiat, nonché dei corvi a sinistra che hanno seminato sfiducia negli operai, amplificato in termini disfattisti volente o nolente il messaggio ricattatorio della Fiat, per contribuire alla logica del “non c'è nulla da fare” che avrebbe sancito il trionfo di Marchionne. E invece non è andata come dicevano loro. Gli operai hanno detto No alla Fiat e a tutti costoro.
Dall'esito del voto coloro che sono stato meno colpito sono i sindacati firmatari, i quali convinti della loro minorità hanno sperato trepidanti nel sostegno di tutto l'ambaradan di stampa, Chiesa; questi, sotto la direzione militarizzata e un po' ridicola – vedi il Dvd del Direttore dello stabilimento, temevano il voto e comunque per loro il Si ha vinto. Possono sperare nella benevolenza del padrone e nel ringraziamento del sistema.
Il No è stato invece un colpo pesante, secco ai partiti della sinistra di Palazzo spudoratamente a favore del Si e al loro strumento principe nelle fila operaie, la Cgil, che proprio nelle ore del voto ha giocato tutte le sue fisches sul Si, non solo al fine di difendere gli interessi del capitale ma anche di sconfessare la linea della Fiom e procedere lungo la strada aperta dal Congresso che punta a ridimensionarla, commissariarla, non certo perchè abbiano davvero da temere dalla burocrazia maggioritaria di questo sindacato, ma quanto per il timore dell'abbandono di massa da parte degli operai e la necessità di avere nelle mani quel potere di controllo (tessere, diritto di sciopero, Rsu, permessi sindacali, 730, Cometa) che sono la vera base poi del monopolio sindacale anche in fabbrica.
E quindi appare poco mascherabile da parte dei dirigenti sindacali cgil il disappunto a fronte del No. Questo naturalmente si rileva non tanto dalle frasi fatte che qui e là sono apparse in televisione e in alcuni organi di stampa, quanto da alcune interviste-verità.
Un esempio chiaro di questo è l'intervista al segretario della Cgil campana, Michele Gravano che giustamente ha avuto lo spazio come intervista principale nel giornale della Confindustria del giorno dopo il voto.
La sintesi dell'intervista spiega già tutto: “Gravano rivendica il ruolo avuto dalla sua organizzazione per la vittoria del Si, sollecita l'azienda a lavorare per ampliare il consenso intorno al testo e chiede a Marchionne di procedere senza ripensamenti”. Gravano risponde alle domande dell'intervista: “Segretario è soddisfatto per l'esito del referendum? Se lo aspettava il No da un terzo dei lavoratori?” (è oltre un terzo, caro giornalista, anche se fai fatica perfino a pronunciarlo - ndr).
Gravano risponde: “Il risultato è positivo ma inferiore alle attese. Puntavamo ad una vittoria intorno al 70-75%, anche se non ci aspettavamo quel plebiscito atteso dall'azienda. Vorrei ricordare che il referendum è una grande occasione di democrazia... hanno votato in massa... ma è vero il No è andato al di là delle aspettative segnalando un problema al sindacato e soprattutto alla Fiat”. “Pensa che la Cgil abbia delle responsabilità per questa vittoria del Si inferiore alle aspettative?”. Risposta: “Come Cgil abbiamo contribuito all'affermazione dell'intesa per Pomigliano D'Arco anche se non siamo tra le organizzazioni sindacali. Ci siamo espressi per un Si con critica... abbiamo partecipato alle assemblee per difendere gli investimenti della Fiat perchè il lavoro è la priorità... Molti iscritti alla Cgil si sono espressi per il Si e anche tanti lavoratori della minoranza Fiom”.
Il giornalista a questo punto giustamente chiede: “E allora come mai il Si che sulla carta aveva all'incirca l'80% dei consensi, alla fine si è attestato al 63%?”. Gravano: “Credo che la marcia di sabato scorso sia stata un boomerang che ha indispettito gli operai” (ma non avevano partecipato 5 mila persone, con tanti lavoratori di Pomigliano, nella favola raccontata dalle televisioni? ndr), anche la discesa in campo dei capi ha prodotto l'effetto contrario a quello previsto...”.
Alla fine dice: “senza l'investimento Fiat esploderebbero le tensioni sociali”.
Sono già esplose Gravano e il No operaio è un segnale forte e chiaro.
pc quotidiano 28 giugno -speciale Fiat 3 - 4 Fiat e Sacconi
FIAT E SACCONI
Il voto non è andato come la Fiat voleva. E' una partita che Marchionne aveva programmato come chiusa, una sorta di “guerra-lampo”(“e poi parto per l'America, che là sì che mi capiscono”), ma questa si è rivelata più difficile del previsto, sì da rendere necessario che la guerra continui.
Una guerra vera, quella di Marchionne, che non prevede prigionieri – vedi proposta della Newco, su cui torniamo a parte. Quindi inghiottita l'amara pillola dei dati reali del No, richiama tutti in servizio perchè la guerra continui. Per motivare forte le sue truppe, dichiara, andando anche qui fuori dalle righe, ma anche fuori dalle leggi dello Statuto dei Lavoratori, degli accordi sindacali, della Costituzione: “l'azienda lavorerà con le parti sindacali che si sono assunte la responsabilità dell'accordo, al fine di individuare, attuare insieme le condizioni di governabilità necessarie per la realizzazione di progetti futuri”.
E giù qui a fare uscire notizie e illazioni su questi progetti futuri, sostanzialmente consistenti nel rispondere alla domanda: ma dove caspita si deve fare questa Panda?
Torniamo a farla in Polonia - ma lì si era già deciso di cambiare, di spostare lì la produzione di Termini Imerese. Allora la trasferiamo verso lo stabilimento turco di Bursa - ma a quanto pare le dimensioni dell'impianto sono piccole, la Bursa poi è in joint venture con la turca Koc; questo poi comporterebbe la necessità di rivedere drasticamente il piano di allocazione degli altri stabilimenti, le future Alfa Romeo che hanno preso la strada per gli Usa. Insomma, un altro casino.
Di conseguenza, ecc. ecc. l'ipotesi Newcon.
Bè diciamo che non è un gran modo di galvanizzare le truppe.
Il No operaio ha davvero assestato un duro colpo al piano Fiat. E quindi Marchionne è in difficoltà. E, allora, scendono in campo il governo e la Cgil.
Sacconi dichiara che il governo è pronto ad aiutare la baracca: “le tensioni tra il governo Berlusconi e la Fiat sono ormai alle nostre spalle. Il governo non può che guardare con favore a tutto ciò e quindi è pronto a fare la sua parte”.
Ma non si aspettasse soldi, Marchionne. E' sul lato operai e sindacato che Sacconi vuole continuare a tessere la trama del patto neo corporativo che rispecchia l'interesse moderno fascista di questo governo e che trova nel piano Fiat un modo per ottenerne una più decisa sponsorizzazione fuori dai cancelli della fabbrica.
Infatti, alla domanda precisa: “Che farete per aiutare la realizzazione dell'investimento?”, Sacconi risponde: “Con l'accordo che prevede turni di notte e straordinari un operaio di 3° livello finirà per prendere circa 3.200 euro lordi in più in media ogni anno. Il governo valuterà quale parte di questo salario aggiuntivo potrà essere oggetto di detassazione e decontribuzione”.
Naturalmente il ruolo principale Sacconi lo vuole svolgere verso il sindacato. In questo senso intende richiamare al tavolo le parti, effettivamente proporsi come mediazione, lavorare sulla Camusso. E qui procede con una sorta di intimazione-consiglio: “mi auguro che voglia e possa fare di più. Non entro nelle regole di un'organizzazione sindacale, ma osservo che leadership si misura sulla capacità di guidare e convincere proprio chi è più difficile da convincere”.
Ma la Camusso, in verità, è già convinta che il suo ruolo è quello. In un'intervista al Corriere della Sera dichiara: “All'azienda vorrei dire che abbiamo molto apprezzato il piano industriale e la scelta di confermare l'investimento dopo il risultato favorevole del referendum e che da qui a quando andrà a regime la produzione della Panda c'è tutto il tempo di riflettere e trovare una soluzione. Noi non poniamo mille problemi, ma due. Non è giusto penalizzare i malati veri se c'è assenteismo e non si deve intaccare il diritto di sciopero. La Fiat dice che non è sua intenzione? Lo espliciti”.
E per rendere ancor meglio il senso l'intervistatore dice: “sempre Sacconi dice che il voto a Pomigliano è come quello del '85 nel referendum sulla scala mobile. Lei nell'85 si schierò come gli altri socialisti della Cgil con Craxi?” “No – risponde la Camusso - pensavo e penso ancora che i governi sulle materie del lavoro non debbano avere una funzione imperativa ma favorire soluzioni avanzate”. Insiste il giornalista: “Quindi lei votò per l'abrogazione del decreto Craxi?”. La Camusso risponde, ma senza rispondere: “Le rispondo che quel referendum su materia del lavoro era sbagliato”.
La Camusso conclude rivolgendosi alla Fiat e chiedendo una soluzione condivisa, e quindi offrendo, come rileva sempre il Corriere della Sera di sabato 26 giugno, la gamba necessaria per la nuova mediazione del governo.
Naturalmente la Camusso sa che se con Sacconi si potrà raggiungere un punto di intesa, più difficile è raggiungerlo con gli operai. Nell'intervista a Il Manifesto del 25 giugno è proprio il ridimensionamento del No operaio che viene perseguito e lo fa mettendo sullo stesso piano i Si e i No. “Come giudichi il risultato del referendum imposto dalla Fiat a Pomigliano?”, “I Si e i No dicono che le persone che ci lavorano vogliono salvaguardare l'occupazione...”; “Dunque Pomigliano sarà centrale nella giornata di sciopero generale?”, “Pomigliano centra in quanto scioperiamo per il lavoro e contro una manovra iniqua” - con buona pace di tutti quegli operai che nella manifestazione di Napoli portavano uno striscione:”Siamo tutti operai di Pomigliano” (la Camusso meno...; “Ma sentite vostra la coraggiosa battaglia condotta dalla Fiom?”. Risposta “Non capisco la domanda”, “si è parlato di orientamenti in parte diversi tra Cgil e la Fiom sulla decisione di quest'ultima di non sottoscrivere il diktat Fiat...”, “E' importante la conferma dell'investimento a Pomigliano, ma è un errore continuare a perseguire la strada della divisione sindacale”.
Il voto non è andato come la Fiat voleva. E' una partita che Marchionne aveva programmato come chiusa, una sorta di “guerra-lampo”(“e poi parto per l'America, che là sì che mi capiscono”), ma questa si è rivelata più difficile del previsto, sì da rendere necessario che la guerra continui.
Una guerra vera, quella di Marchionne, che non prevede prigionieri – vedi proposta della Newco, su cui torniamo a parte. Quindi inghiottita l'amara pillola dei dati reali del No, richiama tutti in servizio perchè la guerra continui. Per motivare forte le sue truppe, dichiara, andando anche qui fuori dalle righe, ma anche fuori dalle leggi dello Statuto dei Lavoratori, degli accordi sindacali, della Costituzione: “l'azienda lavorerà con le parti sindacali che si sono assunte la responsabilità dell'accordo, al fine di individuare, attuare insieme le condizioni di governabilità necessarie per la realizzazione di progetti futuri”.
E giù qui a fare uscire notizie e illazioni su questi progetti futuri, sostanzialmente consistenti nel rispondere alla domanda: ma dove caspita si deve fare questa Panda?
Torniamo a farla in Polonia - ma lì si era già deciso di cambiare, di spostare lì la produzione di Termini Imerese. Allora la trasferiamo verso lo stabilimento turco di Bursa - ma a quanto pare le dimensioni dell'impianto sono piccole, la Bursa poi è in joint venture con la turca Koc; questo poi comporterebbe la necessità di rivedere drasticamente il piano di allocazione degli altri stabilimenti, le future Alfa Romeo che hanno preso la strada per gli Usa. Insomma, un altro casino.
Di conseguenza, ecc. ecc. l'ipotesi Newcon.
Bè diciamo che non è un gran modo di galvanizzare le truppe.
Il No operaio ha davvero assestato un duro colpo al piano Fiat. E quindi Marchionne è in difficoltà. E, allora, scendono in campo il governo e la Cgil.
Sacconi dichiara che il governo è pronto ad aiutare la baracca: “le tensioni tra il governo Berlusconi e la Fiat sono ormai alle nostre spalle. Il governo non può che guardare con favore a tutto ciò e quindi è pronto a fare la sua parte”.
Ma non si aspettasse soldi, Marchionne. E' sul lato operai e sindacato che Sacconi vuole continuare a tessere la trama del patto neo corporativo che rispecchia l'interesse moderno fascista di questo governo e che trova nel piano Fiat un modo per ottenerne una più decisa sponsorizzazione fuori dai cancelli della fabbrica.
Infatti, alla domanda precisa: “Che farete per aiutare la realizzazione dell'investimento?”, Sacconi risponde: “Con l'accordo che prevede turni di notte e straordinari un operaio di 3° livello finirà per prendere circa 3.200 euro lordi in più in media ogni anno. Il governo valuterà quale parte di questo salario aggiuntivo potrà essere oggetto di detassazione e decontribuzione”.
Naturalmente il ruolo principale Sacconi lo vuole svolgere verso il sindacato. In questo senso intende richiamare al tavolo le parti, effettivamente proporsi come mediazione, lavorare sulla Camusso. E qui procede con una sorta di intimazione-consiglio: “mi auguro che voglia e possa fare di più. Non entro nelle regole di un'organizzazione sindacale, ma osservo che leadership si misura sulla capacità di guidare e convincere proprio chi è più difficile da convincere”.
Ma la Camusso, in verità, è già convinta che il suo ruolo è quello. In un'intervista al Corriere della Sera dichiara: “All'azienda vorrei dire che abbiamo molto apprezzato il piano industriale e la scelta di confermare l'investimento dopo il risultato favorevole del referendum e che da qui a quando andrà a regime la produzione della Panda c'è tutto il tempo di riflettere e trovare una soluzione. Noi non poniamo mille problemi, ma due. Non è giusto penalizzare i malati veri se c'è assenteismo e non si deve intaccare il diritto di sciopero. La Fiat dice che non è sua intenzione? Lo espliciti”.
E per rendere ancor meglio il senso l'intervistatore dice: “sempre Sacconi dice che il voto a Pomigliano è come quello del '85 nel referendum sulla scala mobile. Lei nell'85 si schierò come gli altri socialisti della Cgil con Craxi?” “No – risponde la Camusso - pensavo e penso ancora che i governi sulle materie del lavoro non debbano avere una funzione imperativa ma favorire soluzioni avanzate”. Insiste il giornalista: “Quindi lei votò per l'abrogazione del decreto Craxi?”. La Camusso risponde, ma senza rispondere: “Le rispondo che quel referendum su materia del lavoro era sbagliato”.
La Camusso conclude rivolgendosi alla Fiat e chiedendo una soluzione condivisa, e quindi offrendo, come rileva sempre il Corriere della Sera di sabato 26 giugno, la gamba necessaria per la nuova mediazione del governo.
Naturalmente la Camusso sa che se con Sacconi si potrà raggiungere un punto di intesa, più difficile è raggiungerlo con gli operai. Nell'intervista a Il Manifesto del 25 giugno è proprio il ridimensionamento del No operaio che viene perseguito e lo fa mettendo sullo stesso piano i Si e i No. “Come giudichi il risultato del referendum imposto dalla Fiat a Pomigliano?”, “I Si e i No dicono che le persone che ci lavorano vogliono salvaguardare l'occupazione...”; “Dunque Pomigliano sarà centrale nella giornata di sciopero generale?”, “Pomigliano centra in quanto scioperiamo per il lavoro e contro una manovra iniqua” - con buona pace di tutti quegli operai che nella manifestazione di Napoli portavano uno striscione:”Siamo tutti operai di Pomigliano” (la Camusso meno...; “Ma sentite vostra la coraggiosa battaglia condotta dalla Fiom?”. Risposta “Non capisco la domanda”, “si è parlato di orientamenti in parte diversi tra Cgil e la Fiom sulla decisione di quest'ultima di non sottoscrivere il diktat Fiat...”, “E' importante la conferma dell'investimento a Pomigliano, ma è un errore continuare a perseguire la strada della divisione sindacale”.
pc quotidiano 28 giugno -speciale Fiat 3 -5- Ichino e Damiano ..
ICHINO
Il “bersaglio del terrorismo di sinistra”, come ama dipingersi Pietro Ichino, in questa vicenda ha assunto una posizione non totalmente appiattita su quella della Fiat, ma, in un certo senso, con un occhio più generale. Per cui in un'intervista resa al Mattino esprime il suo scetticismo sul referendum, dicendo sostanzialmente che anche se ci fosse stato un plebiscito del 90% il problema non poteva essere considerato risolto. E fa quindi tutta una serie di obiezioni sul piano giuridico.
“La deroga al contratto collettivo nazionale – scrive Ichino - oggi in Italia è possibile solo se accettata da tutti i sindacati e questo non vale solo per la deroga in peggio, contenuta nell'accordo Fiat, ma anche per le nuove forme di organizzazione che consentono di aumentare la produttività del lavoro sposando un modello diverso rispetto a quello sancito dal CCNL”.
Ichino alza il tiro anche contro l'ipotesi Newco: “La nuova società non potrebbe essere utilizzata per una selezione tra i lavoratori, lo vieta la norma comunitaria sui trasferimenti di azienda. Questa norma garantisce ai lavoratori la continuità del rapporto con tutti i diritti maturati in precedenza. La Newco potrebbe valere solo non iscrivendosi a Confindustria per sottrarre lo stabilimento al campo di applicazione del CCNL di settore e all'accordo interconfederale sulla struttura della contrattazione collettiva dell'aprile 2009.
Ci sarebbe da essere contenti del fatto che Ichino ha detto finalmente qualcosa di sinistra. Ma dove vuole andare a parare il “bersaglio”?
“La cosa un po' sconvolgente – dice Ichino - è che un piano innovativo presentato da una delle maggiori multinazionali dell'automobile sia incompatibile con il nostro sistema di relazioni industriali”. Quindi, ciò che Ichino vuole è in realtà che ci sia prima una modifica legislativa del nostro sistema che possa legittimare un accordo come quello della Fiat.
E' questo l'assist che Ichino dà al governo e che richiamerebbe in gioco il PD come componente essenziale nel quadro moderno fascista neo corporativo che l'accordo spinge e richiede.
DAMIANO
Il Ministro del lavoro Sacconi è un fanatico socialfascista. Questo carattere del Ministro ha fatto ritornare nelle fila dei lavoratori in auge il precedente Ministro del lavoro, Damiano che di Fiat, peraltro si intende molto. Viene dall'essere il capo storico della destra Fiom all'epoca dell'accordo Fiat; anzi si può dire che è diventato ministro grazie al ruolo al servizio della Fiat che in quegli anni ha svolto. Sappiamo bene, poi, che come Ministro del Lavoro nell'epoca di Prodi ha avuto un ruolo nel svolgere una funzione di cerniera con quello che veniva presentato come “governo amico” ma che nella sostanza così non era.
Per questo anche la “carta Damiano” è stata giocata in funzione antioperaia nelle ore dell'accordo e del referendum; e anche Damiano ha usato un argomento non scontato:
“La Fiat per Pomigliano non chiede niente di diverso dagli accordi già in essere a Melfi” - si allude naturalmente all'accordo del '93. “Anche lì c'erano circa 5 mila posti di lavoro nuovi al sud che ben valevano l'accordo capestro e ricattatorio che all'epoca fu fatto”.
Anzi, dice Damiano confortato dai sindacati lucani, alcune cose risultavano perfino più penalizzanti, come la doppia settimana di notte “la doppia battuta”, la flessibilità salariale (cioè i salari più bassi), come la percentuale di pagamento dello straordinario (a cui a Melfi si rinunciava). Quindi, in sostanza, sostiene Damiano con il consenso del segretario Uil della Basilicata, Pomigliano è come a Melfi.
A parte che Damiano dice solo una mezza verità, nell'accordo capestro di Melfi non si toccava la malattia e il diritto di sciopero, anche se nei fatti l'applicazione alla Fiat Sata è stata in quegli anni di netta messa in discussione nei fatti della malattia con i lavoratori costretti ad andare a lavorare malati e il diritto di sciopero, anzi pure aprire la bocca, fu soffocato con la violenza di 9 mila provvedimenti disciplinari e licenziamenti politici; ma è obiettivamente osceno che Damiano, che poi vuol dire PD, maggioranza Cgil, minoranza Fiom, cancelli il fatto che quei 10 lunghi anni di Melfi, di dittatura dello sfruttamento furono rovesciati e sconvolti dalla più grande rivolta e blocco prolungato dei 21 giorni.
Provocatoriamente diremmo: speriamo che l'accordo a Pomigliano passi e che provochi in tempi meno lunghi del decennio nero di Melfi una rivolta come quella dei 21 giorni che, data la storia della lotta a Pomigliano e la coscienza e l'organizzazione generale in questa fabbrica comunque esistente, è davvero quello che ci vuole per mettere in discussione non solo questo piano ma il sistema che lo produce.
Il “bersaglio del terrorismo di sinistra”, come ama dipingersi Pietro Ichino, in questa vicenda ha assunto una posizione non totalmente appiattita su quella della Fiat, ma, in un certo senso, con un occhio più generale. Per cui in un'intervista resa al Mattino esprime il suo scetticismo sul referendum, dicendo sostanzialmente che anche se ci fosse stato un plebiscito del 90% il problema non poteva essere considerato risolto. E fa quindi tutta una serie di obiezioni sul piano giuridico.
“La deroga al contratto collettivo nazionale – scrive Ichino - oggi in Italia è possibile solo se accettata da tutti i sindacati e questo non vale solo per la deroga in peggio, contenuta nell'accordo Fiat, ma anche per le nuove forme di organizzazione che consentono di aumentare la produttività del lavoro sposando un modello diverso rispetto a quello sancito dal CCNL”.
Ichino alza il tiro anche contro l'ipotesi Newco: “La nuova società non potrebbe essere utilizzata per una selezione tra i lavoratori, lo vieta la norma comunitaria sui trasferimenti di azienda. Questa norma garantisce ai lavoratori la continuità del rapporto con tutti i diritti maturati in precedenza. La Newco potrebbe valere solo non iscrivendosi a Confindustria per sottrarre lo stabilimento al campo di applicazione del CCNL di settore e all'accordo interconfederale sulla struttura della contrattazione collettiva dell'aprile 2009.
Ci sarebbe da essere contenti del fatto che Ichino ha detto finalmente qualcosa di sinistra. Ma dove vuole andare a parare il “bersaglio”?
“La cosa un po' sconvolgente – dice Ichino - è che un piano innovativo presentato da una delle maggiori multinazionali dell'automobile sia incompatibile con il nostro sistema di relazioni industriali”. Quindi, ciò che Ichino vuole è in realtà che ci sia prima una modifica legislativa del nostro sistema che possa legittimare un accordo come quello della Fiat.
E' questo l'assist che Ichino dà al governo e che richiamerebbe in gioco il PD come componente essenziale nel quadro moderno fascista neo corporativo che l'accordo spinge e richiede.
DAMIANO
Il Ministro del lavoro Sacconi è un fanatico socialfascista. Questo carattere del Ministro ha fatto ritornare nelle fila dei lavoratori in auge il precedente Ministro del lavoro, Damiano che di Fiat, peraltro si intende molto. Viene dall'essere il capo storico della destra Fiom all'epoca dell'accordo Fiat; anzi si può dire che è diventato ministro grazie al ruolo al servizio della Fiat che in quegli anni ha svolto. Sappiamo bene, poi, che come Ministro del Lavoro nell'epoca di Prodi ha avuto un ruolo nel svolgere una funzione di cerniera con quello che veniva presentato come “governo amico” ma che nella sostanza così non era.
Per questo anche la “carta Damiano” è stata giocata in funzione antioperaia nelle ore dell'accordo e del referendum; e anche Damiano ha usato un argomento non scontato:
“La Fiat per Pomigliano non chiede niente di diverso dagli accordi già in essere a Melfi” - si allude naturalmente all'accordo del '93. “Anche lì c'erano circa 5 mila posti di lavoro nuovi al sud che ben valevano l'accordo capestro e ricattatorio che all'epoca fu fatto”.
Anzi, dice Damiano confortato dai sindacati lucani, alcune cose risultavano perfino più penalizzanti, come la doppia settimana di notte “la doppia battuta”, la flessibilità salariale (cioè i salari più bassi), come la percentuale di pagamento dello straordinario (a cui a Melfi si rinunciava). Quindi, in sostanza, sostiene Damiano con il consenso del segretario Uil della Basilicata, Pomigliano è come a Melfi.
A parte che Damiano dice solo una mezza verità, nell'accordo capestro di Melfi non si toccava la malattia e il diritto di sciopero, anche se nei fatti l'applicazione alla Fiat Sata è stata in quegli anni di netta messa in discussione nei fatti della malattia con i lavoratori costretti ad andare a lavorare malati e il diritto di sciopero, anzi pure aprire la bocca, fu soffocato con la violenza di 9 mila provvedimenti disciplinari e licenziamenti politici; ma è obiettivamente osceno che Damiano, che poi vuol dire PD, maggioranza Cgil, minoranza Fiom, cancelli il fatto che quei 10 lunghi anni di Melfi, di dittatura dello sfruttamento furono rovesciati e sconvolti dalla più grande rivolta e blocco prolungato dei 21 giorni.
Provocatoriamente diremmo: speriamo che l'accordo a Pomigliano passi e che provochi in tempi meno lunghi del decennio nero di Melfi una rivolta come quella dei 21 giorni che, data la storia della lotta a Pomigliano e la coscienza e l'organizzazione generale in questa fabbrica comunque esistente, è davvero quello che ci vuole per mettere in discussione non solo questo piano ma il sistema che lo produce.
pc quotidiano 28 giugno -speciale Fiat 3 - 6 il voto e il sistema di informazione
Questa lezione di Pomigliano è stata anche un colpo duro al sistema dell'informazione del padrone. Come si sa, tutti i giornali sono usciti il 24 mattina strombazzando la grande vittoria del Si e dando numeri non corrispondenti alla realtà.
Eppure si erano organizzati, anche in fabbrica, perchè non si facessero simili figure di m. “I sindacalisti uniti che controllavano i seggi – racconta in un retroscena il Sole 24 Ore – si erano organizzati in maniera da mescolare tutti i voti, comunicare i flussi dei voti in maniera omogenea, senza che ci fossero sbalzi dovuti all'appartenenza originaria alle singole urne”.
Ma perchè fare tutto questo? Perchè, come dice sempre il Sole 24 Ore “Era stato organizzato un sistema mediatico con politici e opinionisti che parlavano sulla base dei primi numeri”. Ci si è presi la briga perfino di fare lo spoglio del reparto confino di Nola alla fine, in modo che i suoi dati fossero gli ultimi e quindi ininfluenti alla valutazione finale.
Ma ai sindacalisti di Pomigliano non è andato bene niente questa volta; è andata esattamente nel modo opposto. “Non lo abbiamo fatto – ammette seccato su Sole 24 Ore Domenico Pacchiano della Uilm – i sindacalisti non hanno mescolato nulla e hanno cominciato a scrutinare un'urna alla volta, mandando in tilt il sistema mediatico”.
Un altro articolo, sempre su questo giornale molto divertente nella sua edizione del 24 giugno, a firma di Michele Martone svela un altro argomento di questa goebbelsiana campagna della Fiat. Traspare dall'articolo di Martone che quelli che hanno votato No altri non potevano essere che quelli che si avvalgono dei permessi quando ci sono le elezioni, che abusano della malattia; o, se per caso erano un pò di più, si trattava degli iscritti Fiom. Figuriamoci la faccia che deve aver fatto! Scrive infatti: “I risultati del referendum sono diversi dalle previsioni. Sono molto di più di quelli che si avvalgono dei permessi quando ci sono le elezioni, rappresentano oltre il 37% della forza lavoro (ma si tratta ancora di più come i dati dimostrano - ndr), sono più del doppio degli iscritti alla Fiom”.
Dovendo arrampicarsi sugli specchi, cambia gli argomenti iniziali del suo stesso articolo e cerca di svolgere in altra maniera il suo tema da pennivendolo: “L'imprevista affermazione del No dimostra che il voto è stato libero”. Non è vero, quindi, come dicevano gli oppositori, che il voto è stato condizionato dalla paura di perdere il posto di lavoro.
Fattosi coraggio da solo torna poi all'argomento principe del suo articolo, scrivendo un pezzo di rara comicità, di esaltazione di quelli che hanno votato Si: ”si tratta di tutti quei lavoratori che non abusano dei permessi quando ci sono le elezioni, che non si mettono in malattia perchè ci sono i ponti e che non vogliono perdere la retribuzione partecipando agli scioperi... sono quelli che hanno avuto coraggio, hanno espresso il loro voto e incarnato quella compagine silenziosa che magari non protesta ma che per fortuna in democrazia dovrebbe contare, e ora merita di essere rispettata... ci auguriamo che la Fiom faccia venire meno la logica dei veti in ossequio di quei lavoratori che si vergognano di essere assenteisti”.
Eppure si erano organizzati, anche in fabbrica, perchè non si facessero simili figure di m. “I sindacalisti uniti che controllavano i seggi – racconta in un retroscena il Sole 24 Ore – si erano organizzati in maniera da mescolare tutti i voti, comunicare i flussi dei voti in maniera omogenea, senza che ci fossero sbalzi dovuti all'appartenenza originaria alle singole urne”.
Ma perchè fare tutto questo? Perchè, come dice sempre il Sole 24 Ore “Era stato organizzato un sistema mediatico con politici e opinionisti che parlavano sulla base dei primi numeri”. Ci si è presi la briga perfino di fare lo spoglio del reparto confino di Nola alla fine, in modo che i suoi dati fossero gli ultimi e quindi ininfluenti alla valutazione finale.
Ma ai sindacalisti di Pomigliano non è andato bene niente questa volta; è andata esattamente nel modo opposto. “Non lo abbiamo fatto – ammette seccato su Sole 24 Ore Domenico Pacchiano della Uilm – i sindacalisti non hanno mescolato nulla e hanno cominciato a scrutinare un'urna alla volta, mandando in tilt il sistema mediatico”.
Un altro articolo, sempre su questo giornale molto divertente nella sua edizione del 24 giugno, a firma di Michele Martone svela un altro argomento di questa goebbelsiana campagna della Fiat. Traspare dall'articolo di Martone che quelli che hanno votato No altri non potevano essere che quelli che si avvalgono dei permessi quando ci sono le elezioni, che abusano della malattia; o, se per caso erano un pò di più, si trattava degli iscritti Fiom. Figuriamoci la faccia che deve aver fatto! Scrive infatti: “I risultati del referendum sono diversi dalle previsioni. Sono molto di più di quelli che si avvalgono dei permessi quando ci sono le elezioni, rappresentano oltre il 37% della forza lavoro (ma si tratta ancora di più come i dati dimostrano - ndr), sono più del doppio degli iscritti alla Fiom”.
Dovendo arrampicarsi sugli specchi, cambia gli argomenti iniziali del suo stesso articolo e cerca di svolgere in altra maniera il suo tema da pennivendolo: “L'imprevista affermazione del No dimostra che il voto è stato libero”. Non è vero, quindi, come dicevano gli oppositori, che il voto è stato condizionato dalla paura di perdere il posto di lavoro.
Fattosi coraggio da solo torna poi all'argomento principe del suo articolo, scrivendo un pezzo di rara comicità, di esaltazione di quelli che hanno votato Si: ”si tratta di tutti quei lavoratori che non abusano dei permessi quando ci sono le elezioni, che non si mettono in malattia perchè ci sono i ponti e che non vogliono perdere la retribuzione partecipando agli scioperi... sono quelli che hanno avuto coraggio, hanno espresso il loro voto e incarnato quella compagine silenziosa che magari non protesta ma che per fortuna in democrazia dovrebbe contare, e ora merita di essere rispettata... ci auguriamo che la Fiom faccia venire meno la logica dei veti in ossequio di quei lavoratori che si vergognano di essere assenteisti”.
domenica 27 giugno 2010
pc quotidiano 27 giugno- Fiat comunicato N°1
nella giornata di domani esce lo speciale 3 dedicato alla Fiat
da oggi invece esce una sorta di comunicato quotidiano per seguire in tempi reali
la vicenda
COMUNICATO N. 1 27 giugno 2010
La Fiat non si è ripresa dall'effetto shock; se la ragiona, non vuole rimedi peggiori del male, è tirata dalla giacca da diverse parti, accetta consigli ma non si fida, visto il non entusiasmante esito dei precedenti. Questo mette in ambasce servi sciocchi e servi intelligenti che si agitano e cercano di riprendere l'iniziativa e di dare un contributo alla “zuppa” o almeno al “pan bagnato”.
Il più attivo è Sacconi che per conto del governo guarda oltre, dato che non è in discussione solo l'accordo Fiat ma la Costituzione è il moderno fascismo di cui quest'accordo è tassello.
Per questo Sacconi si appresta a chiamare il Tavolo di mediazione per trovare l'escamotage della firma-non firma della Cgil e dell'addomesticamento della Fiom, necessario alla “guerra di sterminio” che riguarda le organizzazioni che si oppongono realmente e la testa e la dignità della “maggioranza rumorosa” della fabbrica, ma anche delle varie minoranze operaie interessate di tutte le fabbriche italiane. Sacconi mette sul tappeto in sostanza sgravi fiscali, tavoli concertativi.
Ma oggi è la giornata del lamento dei sindacati firmatari: ma che caspita! Abbiamo detto Si, ci siamo spesi, ci siamo sputtanati, e ora veniamo trattati, non come ci tratta Marchionne “lavorerò solo con chi ha firmato l'accordo”, ma come gente che dovremmo nuovamente elemosinare la disponibilità della Cgil.
Il sindacalista che firma ma non parla, Palombella Uilm, non ci sta! I cislini sono sospettosi. Ma ai servi dei servi tocca sempre muoversi a comando e quindi se il Tavolo serve, ci saranno.
Una proposta “dignitosa” ce l'avrebbero: Sacconi faccia da sé, “faccia una legge ad Pandam” - dice il segretario della Fismic. Se Cgil, Fiom ingoiano, grazie a Dio.
Sacconi chiede aiuto, chiama il leader maximum Berlusconi, che peraltro ha in mano anche il Ministero dell'industria dopo lo sventurato Scajola.
Poi ci sono i napoletani che la vedono nera e, rappresentando come sempre il sud straccione ossequioso del nord e del padrone, si agitano e vogliono fare qualcosa. Il Sindaco equivoco di Pomigliano ha fatto fiasco, con la marcetta ha portato voti al No; a questo punto è la Chiesa che prende il suo posto. Cardinal Bertone grida: prima di tutto il lavoro! E lancia un nuovo appello agli “uomini di buona volontà”. Sarà come sarà, qualche ideuzza nuova viene partorita, anche se il rischio 'marcetta' resta alto. Circola forte la voce che la Chiesa prepari la mobilitazione delle mogli degli operai per dare vita ad una processione che rivolgendosi a Dio tocchi il cuore del Dio denaro.
Ma come si vede, si tratta di sbandati, passati dall'offensiva arrogante alla difensiva pietosa.
Ci sono le condizioni per gli operai di passare dalla difensiva strategica della prima ora all'equilibrio strategico del referendum a una nuova offensiva strategica. Lavoriamoci.
proletari comunisti
da oggi invece esce una sorta di comunicato quotidiano per seguire in tempi reali
la vicenda
COMUNICATO N. 1 27 giugno 2010
La Fiat non si è ripresa dall'effetto shock; se la ragiona, non vuole rimedi peggiori del male, è tirata dalla giacca da diverse parti, accetta consigli ma non si fida, visto il non entusiasmante esito dei precedenti. Questo mette in ambasce servi sciocchi e servi intelligenti che si agitano e cercano di riprendere l'iniziativa e di dare un contributo alla “zuppa” o almeno al “pan bagnato”.
Il più attivo è Sacconi che per conto del governo guarda oltre, dato che non è in discussione solo l'accordo Fiat ma la Costituzione è il moderno fascismo di cui quest'accordo è tassello.
Per questo Sacconi si appresta a chiamare il Tavolo di mediazione per trovare l'escamotage della firma-non firma della Cgil e dell'addomesticamento della Fiom, necessario alla “guerra di sterminio” che riguarda le organizzazioni che si oppongono realmente e la testa e la dignità della “maggioranza rumorosa” della fabbrica, ma anche delle varie minoranze operaie interessate di tutte le fabbriche italiane. Sacconi mette sul tappeto in sostanza sgravi fiscali, tavoli concertativi.
Ma oggi è la giornata del lamento dei sindacati firmatari: ma che caspita! Abbiamo detto Si, ci siamo spesi, ci siamo sputtanati, e ora veniamo trattati, non come ci tratta Marchionne “lavorerò solo con chi ha firmato l'accordo”, ma come gente che dovremmo nuovamente elemosinare la disponibilità della Cgil.
Il sindacalista che firma ma non parla, Palombella Uilm, non ci sta! I cislini sono sospettosi. Ma ai servi dei servi tocca sempre muoversi a comando e quindi se il Tavolo serve, ci saranno.
Una proposta “dignitosa” ce l'avrebbero: Sacconi faccia da sé, “faccia una legge ad Pandam” - dice il segretario della Fismic. Se Cgil, Fiom ingoiano, grazie a Dio.
Sacconi chiede aiuto, chiama il leader maximum Berlusconi, che peraltro ha in mano anche il Ministero dell'industria dopo lo sventurato Scajola.
Poi ci sono i napoletani che la vedono nera e, rappresentando come sempre il sud straccione ossequioso del nord e del padrone, si agitano e vogliono fare qualcosa. Il Sindaco equivoco di Pomigliano ha fatto fiasco, con la marcetta ha portato voti al No; a questo punto è la Chiesa che prende il suo posto. Cardinal Bertone grida: prima di tutto il lavoro! E lancia un nuovo appello agli “uomini di buona volontà”. Sarà come sarà, qualche ideuzza nuova viene partorita, anche se il rischio 'marcetta' resta alto. Circola forte la voce che la Chiesa prepari la mobilitazione delle mogli degli operai per dare vita ad una processione che rivolgendosi a Dio tocchi il cuore del Dio denaro.
Ma come si vede, si tratta di sbandati, passati dall'offensiva arrogante alla difensiva pietosa.
Ci sono le condizioni per gli operai di passare dalla difensiva strategica della prima ora all'equilibrio strategico del referendum a una nuova offensiva strategica. Lavoriamoci.
proletari comunisti
pc quotidiano 27 giugno: L'ALTRA FACCIA DI DESTRA DELLA CAMUSSO
Nella vicenda di Pomigliano Susanna Camusso, quasi sicura nuova segretaria della Cgil, sta via via sempre più assumendo il ruolo di sponda per Marchionne, Sacconi, per far passare, nonostante l'esito negativo per padroni, governo, sindacati di regime, partiti del voto degli operai di Pomigliano al referendum, l'accordo fascista.
La Camusso ha una storia di “destra”, manifestata da sempre proprio alla Fiat, dove nel '96 fu estromessa dalla Fiom perchè altrimenti l'avrebbero cacciata, in modo molto più drastico, gli operai e le operaie di Mirafiori.
Ma in questi giorni è bene che si dica e venga fuori un'altra miserabile storia della Camusso
ANCHE LE DONNE CONOSCONO BENE QUANTO SIA DI DESTRA SUSANNA CAMUSSO.
Nel 2006 la Camusso si mette alla testa dell'organizzazione del movimento “Usciamo dal silenzio”, sorta all'inizio come spinta spontanea a fronte del nuovo attacco al diritto d'aborto di Chiesa e governo, ma che vedeva protagoniste principali donne della piccola/media borghesia, del femminismo filo istituzionale. La breve “fortuna” di “Usciamo dal silenzio” fu l'incontro con la necessità di una mobilitazione forte, grossa contro il clerico fascismo e questo produsse una grande manifestazione nel gennaio 2006 a Milano di più di 200 mila donne.
Questa grossa mobilitazione poteva e doveva avere miglior sorte. Ma la Camusso, con alcune sue “compagne”, pensò bene di adoperarsi per deviare subito questa esigenza di lotta a fini istituzionali/elettorali. Una penosa lettera ai candidati e candidate alle elezioni politiche del 2006 fu la sua risposta a un movimento delle donne che oggettivamente, e in alcuni aspetti anche soggettivamente, era antistituzionale. Giustamente l'organizzazione “Usciamo dal silenzio” fece una penosa fine.
Ma la Camusso ci ritenta per l'8 marzo del 2008, in cui ancora una volta questa signora prende carta e penna facendo appello alle donne, al movimento femminista – che nei giorni precedenti aveva organizzato una grande assemblea nazionale e si preparavano ad un 8 marzo di lotta – a mobilitarsi per l'8 marzo sotto le bandiere di cgil, cisl, uil, per cercare di mettere un cappello sulla lotta e l'autodeterminazione del nuovo movimento delle donne, attraverso una riaffermazione della delega ai sindacati confederali, alla via della trattativa, delle leggi, delle (contro)riforme, contrapposte alla lotta, alla ribellione e al protagonismo delle lavoratrici e delle donne in genere; le elezioni politiche si stavano nuovamente avvicinando e quindi la parola della “Uscita dal silenzio” doveva passare ai sindacati confederali, ai partiti parlamentari.
Con il movimento delle donne la Camusso non ha avuto fortuna ed è giustamente “tornata nel silenzio”.
Siamo sicure che anche tra i lavoratori e le lavoratrici di Pomigliano la Camusso non solo non avrà fortuna – e questo è abbastanza scontato - ma sarà cacciata, come anni fa a Torino, a “furor di operai e di operaie”.
Movimento femminista Proletario Rivoluzionario
27.6.10
La Camusso ha una storia di “destra”, manifestata da sempre proprio alla Fiat, dove nel '96 fu estromessa dalla Fiom perchè altrimenti l'avrebbero cacciata, in modo molto più drastico, gli operai e le operaie di Mirafiori.
Ma in questi giorni è bene che si dica e venga fuori un'altra miserabile storia della Camusso
ANCHE LE DONNE CONOSCONO BENE QUANTO SIA DI DESTRA SUSANNA CAMUSSO.
Nel 2006 la Camusso si mette alla testa dell'organizzazione del movimento “Usciamo dal silenzio”, sorta all'inizio come spinta spontanea a fronte del nuovo attacco al diritto d'aborto di Chiesa e governo, ma che vedeva protagoniste principali donne della piccola/media borghesia, del femminismo filo istituzionale. La breve “fortuna” di “Usciamo dal silenzio” fu l'incontro con la necessità di una mobilitazione forte, grossa contro il clerico fascismo e questo produsse una grande manifestazione nel gennaio 2006 a Milano di più di 200 mila donne.
Questa grossa mobilitazione poteva e doveva avere miglior sorte. Ma la Camusso, con alcune sue “compagne”, pensò bene di adoperarsi per deviare subito questa esigenza di lotta a fini istituzionali/elettorali. Una penosa lettera ai candidati e candidate alle elezioni politiche del 2006 fu la sua risposta a un movimento delle donne che oggettivamente, e in alcuni aspetti anche soggettivamente, era antistituzionale. Giustamente l'organizzazione “Usciamo dal silenzio” fece una penosa fine.
Ma la Camusso ci ritenta per l'8 marzo del 2008, in cui ancora una volta questa signora prende carta e penna facendo appello alle donne, al movimento femminista – che nei giorni precedenti aveva organizzato una grande assemblea nazionale e si preparavano ad un 8 marzo di lotta – a mobilitarsi per l'8 marzo sotto le bandiere di cgil, cisl, uil, per cercare di mettere un cappello sulla lotta e l'autodeterminazione del nuovo movimento delle donne, attraverso una riaffermazione della delega ai sindacati confederali, alla via della trattativa, delle leggi, delle (contro)riforme, contrapposte alla lotta, alla ribellione e al protagonismo delle lavoratrici e delle donne in genere; le elezioni politiche si stavano nuovamente avvicinando e quindi la parola della “Uscita dal silenzio” doveva passare ai sindacati confederali, ai partiti parlamentari.
Con il movimento delle donne la Camusso non ha avuto fortuna ed è giustamente “tornata nel silenzio”.
Siamo sicure che anche tra i lavoratori e le lavoratrici di Pomigliano la Camusso non solo non avrà fortuna – e questo è abbastanza scontato - ma sarà cacciata, come anni fa a Torino, a “furor di operai e di operaie”.
Movimento femminista Proletario Rivoluzionario
27.6.10
pc quotidiano 27 giugno - baciamo le mani ..Il capo della polizia di stato Manganelli cittadino onorario di Palermo
Per sviare l’attenzione dai suoi guai giudiziari e dal crescente odio popolare nei suoi confronti per tutti i gravi problemi non risolti della città il sindaco Cammarata si è inventato un’altra manifestazione importante da fare in grande stile: dare la cittadinanza onoraria al capo della polizia di stato Antonio Manganelli, ex questore di Palermo negli anni ’80.
Mentre tutti i presenti hanno dimostrato buona memoria per il passato del commosso Manganelli, nessuno ne ha avuto per il suo presente, nessuno infatti ha ricordato le sue prese di posizione sui dirigenti condannati per i fatti del G8 di Genova, per il suo senso della “legalità” e come intende la “fedeltà alla Costituzione”.
Ma Cammarata, si sa, è allergico alla “legalità” e quindi non si è proprio chiesto niente e come al solito posa sorridente davanti a telecamere e obbiettivi mentre, come Primo Cittadino, conferisce l’“onorificenza”.
Noi, invece la memoria ce l’abbiamo e sappiamo quanto Manganelli condivida una posizione di salvaguardia delle illegalità commesse dalla polizia di stato a Genova il cui quadro, in parte, viene descritto da queste parole del Comitato verità e giustizia per Genova: “…nessuno ha ripudiato quell'operazione indegna né chiesto scusa ai cittadini umiliati; si è negata l'istituzione di una commissione d'inchiesta; l'azione della magistratura è stata ostacolata; gli alti dirigenti imputati, che andavano sospesi, sono stati addirittura promossi; gli stessi dirigenti hanno rifiutato di presentarsi al processo, esercitando un loro diritto di imputati, incompatibile però sul piano etico e professionale con le responsabilità di così alti funzionari dello stato, che dovrebbero sempre rendere conto del proprio operato e collaborare con la magistratura".
Alle pressioni dell’opinione pubblica fatte proprie da alcuni organi di stampa Manganelli risponde che la Polizia con il suo operato onora la Costituzione ogni giorno e che sa che il Paese ha bisogno di spiegazioni su quel che realmente accadde a Genova. “L'Istituzione, attraverso di me, si muove e si muoverà a tal fine senza alcuna riserva, non attraverso proclami via stampa, ma nelle sedi istituzionali e costituzionali.” Questo lo ha detto nel 2008! E adesso si vede bene che queste sono proprio le sedi dove sono stati “assolti” e salvati i due dirigenti della polizia, Mortola e De Gennaro, responsabili nella sostanza della “macelleria messicana” alla scuola Diaz che sono stati invece condannati (anche se a pene insignificanti) dal tribunale.
Alle manifestazioni contro il G8 a Genova lo Stato attraverso il suo braccio armato ha utilizzato tutta la violenza possibile per annientare un movimento di protesta contro i padroni del mondo. A Genova nel 2001 è stato ucciso un ragazzo e i responsabili non pagano. È questa “legalità” che difendono Cammarata e Manganelli appuntandosi al petto perfino delle medaglie.
I “cittadini” onorari di Palermo, quelli veri, non possono aggiungere il “cittadino” Manganelli tra le loro file, devono piuttosto organizzarsi prima possibile per farla finita con i Cammarata di turno e le sue trovate “legali”.
Mentre tutti i presenti hanno dimostrato buona memoria per il passato del commosso Manganelli, nessuno ne ha avuto per il suo presente, nessuno infatti ha ricordato le sue prese di posizione sui dirigenti condannati per i fatti del G8 di Genova, per il suo senso della “legalità” e come intende la “fedeltà alla Costituzione”.
Ma Cammarata, si sa, è allergico alla “legalità” e quindi non si è proprio chiesto niente e come al solito posa sorridente davanti a telecamere e obbiettivi mentre, come Primo Cittadino, conferisce l’“onorificenza”.
Noi, invece la memoria ce l’abbiamo e sappiamo quanto Manganelli condivida una posizione di salvaguardia delle illegalità commesse dalla polizia di stato a Genova il cui quadro, in parte, viene descritto da queste parole del Comitato verità e giustizia per Genova: “…nessuno ha ripudiato quell'operazione indegna né chiesto scusa ai cittadini umiliati; si è negata l'istituzione di una commissione d'inchiesta; l'azione della magistratura è stata ostacolata; gli alti dirigenti imputati, che andavano sospesi, sono stati addirittura promossi; gli stessi dirigenti hanno rifiutato di presentarsi al processo, esercitando un loro diritto di imputati, incompatibile però sul piano etico e professionale con le responsabilità di così alti funzionari dello stato, che dovrebbero sempre rendere conto del proprio operato e collaborare con la magistratura".
Alle pressioni dell’opinione pubblica fatte proprie da alcuni organi di stampa Manganelli risponde che la Polizia con il suo operato onora la Costituzione ogni giorno e che sa che il Paese ha bisogno di spiegazioni su quel che realmente accadde a Genova. “L'Istituzione, attraverso di me, si muove e si muoverà a tal fine senza alcuna riserva, non attraverso proclami via stampa, ma nelle sedi istituzionali e costituzionali.” Questo lo ha detto nel 2008! E adesso si vede bene che queste sono proprio le sedi dove sono stati “assolti” e salvati i due dirigenti della polizia, Mortola e De Gennaro, responsabili nella sostanza della “macelleria messicana” alla scuola Diaz che sono stati invece condannati (anche se a pene insignificanti) dal tribunale.
Alle manifestazioni contro il G8 a Genova lo Stato attraverso il suo braccio armato ha utilizzato tutta la violenza possibile per annientare un movimento di protesta contro i padroni del mondo. A Genova nel 2001 è stato ucciso un ragazzo e i responsabili non pagano. È questa “legalità” che difendono Cammarata e Manganelli appuntandosi al petto perfino delle medaglie.
I “cittadini” onorari di Palermo, quelli veri, non possono aggiungere il “cittadino” Manganelli tra le loro file, devono piuttosto organizzarsi prima possibile per farla finita con i Cammarata di turno e le sue trovate “legali”.
pc quotidiano 27 giugno - la Fiat,Termini Imerese e l’istigazione a delinquere
Istigazione a delinquere: in quale altro modo potremmo definire la pressione esercitata nella sostanza dalla Fiat, dai sindacati, dai partiti, dalla chiesa e da tutti coloro che hanno spinto gli operai di Pomigliano a votare sì sotto il ricatto del posto di lavoro, creando in tutti i modi una “opinione pubblica” favorevole a quello che hanno chiamato accordo: sì alle palesi violazione della Costituzione? Sì anche alle leggi sui riposi? Sì alla violazione dei contratti nazionali di lavoro?
Le affermazioni offensive di Marchionne contro gli operai sono una costante istigazione mentre cadono una dopo l’altra le “giustificazioni” su Pomigliano e sulla chiusura dello stabilimento di Termini.
Per gli operai di Termini, soprattutto dopo il voto a Pomigliano e l’esitazione della Fiat a far partire il progetto, infatti è diventato ancora più chiaro ciò che si nasconde dietro le chiacchiere della non produttività dello stabilimento, le infrastrutture che mancano ecc., o le chiacchiere sulla scelta di Pomigliano per “sensibilità sociale”, quando ci sono ragioni economiche nel trasferimento della Panda dalla Polonia e della nuova Ipsylon alla Polonia.
E non è stato un atteggiamento da istigazione a delinquere quello sulla partita dei mondiali?
C’era un accordo tra le Rsu e l’azienda a Termini Imerese sulla partita dell’Italia e la Fiat lo disdetta proprio all’ultimo momento per costringere gli operai allo sciopero e poi usare l’argomento dei fannulloni! La perfidia dei dirigenti Fiat è di lungo corso, ma per dare una risposta lo stesso giorno dell’inizio dell’ennesima settimana di cassa integrazione gli operai, con uno schiaffo morale a Marchionne e soci, hanno presidiato la fabbrica mentre andava in onda la partita dell’Italia ai mondiali di calcio: “vogliamo lavorare”! è questa la parola d’ordine della giornata, anche se fino a questo momento non si vede luce!
E i titoli dei giornali? Per citare solo il Giornale di Sicilia: “In quella fabbrica ricreazione finita”!
L’istigazione a delinquere è l’anima vera (nera) di questi padroni (cricche, furbetti, evasori, corrotti, guerrafondai ecc. ecc.) dei loro lacchè e del governo che egregiamente li rappresenta e li sostiene.
Le affermazioni offensive di Marchionne contro gli operai sono una costante istigazione mentre cadono una dopo l’altra le “giustificazioni” su Pomigliano e sulla chiusura dello stabilimento di Termini.
Per gli operai di Termini, soprattutto dopo il voto a Pomigliano e l’esitazione della Fiat a far partire il progetto, infatti è diventato ancora più chiaro ciò che si nasconde dietro le chiacchiere della non produttività dello stabilimento, le infrastrutture che mancano ecc., o le chiacchiere sulla scelta di Pomigliano per “sensibilità sociale”, quando ci sono ragioni economiche nel trasferimento della Panda dalla Polonia e della nuova Ipsylon alla Polonia.
E non è stato un atteggiamento da istigazione a delinquere quello sulla partita dei mondiali?
C’era un accordo tra le Rsu e l’azienda a Termini Imerese sulla partita dell’Italia e la Fiat lo disdetta proprio all’ultimo momento per costringere gli operai allo sciopero e poi usare l’argomento dei fannulloni! La perfidia dei dirigenti Fiat è di lungo corso, ma per dare una risposta lo stesso giorno dell’inizio dell’ennesima settimana di cassa integrazione gli operai, con uno schiaffo morale a Marchionne e soci, hanno presidiato la fabbrica mentre andava in onda la partita dell’Italia ai mondiali di calcio: “vogliamo lavorare”! è questa la parola d’ordine della giornata, anche se fino a questo momento non si vede luce!
E i titoli dei giornali? Per citare solo il Giornale di Sicilia: “In quella fabbrica ricreazione finita”!
L’istigazione a delinquere è l’anima vera (nera) di questi padroni (cricche, furbetti, evasori, corrotti, guerrafondai ecc. ecc.) dei loro lacchè e del governo che egregiamente li rappresenta e li sostiene.
pc quotid 27 giugno - Da Palermo a Napoli: emergenza rifiuti…di governo
Mentre la “munnizza” a Palermo continua ad ingigantirsi in ogni strada, quartiere e angolo con topi, scarafaggi, e insetti che accrescono la popolazione della città ringraziando e festeggiando per tanta “provvidenza”, il sindaco Cammarata ancora una volta è sparito dalla circolazione, forse molto impegnato a riflettere su come risolvere l’annoso problema, considerati i suoi continui proclami circa i doveri e il senso di alta responsabilità in qualità di primo cittadino nei confronti della città e dei palermitani che, ormai in estate iniziata, non hanno più bisogno di andare a fare i bagni a Mondello visto che quotidianamente si immergono nel mare di sacchetti di spazzatura che sommerge la città.
Eh sì, Cammarata è sparito di nuovo, non nei meandri dei palazzi istituzionali come si è detto in giro, ma ancora per una “meritata” vacanza: dove questa volta? ma in Sudafrica, si sa siamo in tempi di mondiali di calcio!!! E certamente il povero sindaco aveva bisogno di scaricare tutto lo stress subito e accumulato in questi mesi a causa del continuo passare il suo tempo a giocare a rimpiattino sulla questione spazzatura con l’altrettanto “affaticato” Presidente della Regione Lombardo: fare a gara tra di loro accusandosi a vicenda circa le varie responsabilità (piani alternativi? termovalorizzatori? gestione dei bilanci? ecc ecc) richiede senz’altro “impegno” e a lungo andare “inevitabilmente” logora le forze mentali e fisiche.
E al repentino inorridirsi e disgustarsi dei consiglieri comunali “all’opposizione”, ipocrita e fasullo in realtà, perché alle parole “infuocate” non fanno mai seguire serie azione concrete per cacciare il sindaco e la sua giunta, Cammarata imperterrito ha replicato in un’intervista “…rivendico il diritto a tre giorni di riposo, solo una partita, quella col Paraguay…”. Cosa c’entrava a suo dire infatti fare tanto clamore per una breve innocente vacanza, quando per la risoluzione del problema spazzatura a Palermo occorreva soltanto approvare l’aumento della tassa dell’immondizia, la Tarsu, [ancora e solo sulla pelle dei palermitani!!!], fondamentale per evitare che “… il bilancio comunale [subisse] una riduzione delle entrate di 20 milioni di euro…”.
E i viaggi d’oro, le cene, gli hotel di lusso, le feste e i festini (ancora di fresca memoria)? gli è stato chiesto “…ma in fondo hanno inciso marginalmente sui bilanci…” è stata la risposta del sindaco mentre da un lato il tribunale di Palermo ha decretato lo stato di insolvenza dell’Amia, l’azienda municipalizzata per la raccolta e il trattamento dei rifiuti, e dall’altro Cammarata è indagato per vari reati legati alla gestione della discarica di Bellolampo (vera e propria bomba ambientale pronta ad esplodere sia per la montagna di rifiuti che si sta ergendo come un vero e proprio grattacielo che può crollare sulle abitazioni ai piedi della collina, sia per il putrido e avvelenato lago di percolato che si è formato in questi mesi e i cui reflui, secondo le indagini della procura, hanno già raggiunto le falde acquifere a valle inquinandole, sia per l’approssimarsi della chiusura della discarica ormai satura perché anche l’apertura di una quinta vasca in lavorazione allungherebbe l’agonia solo di altri 6 mesi.)
Alla fine mentre il sindaco “si riposava” in Sudafrica, l’aumento della Tarsu è stato approvato, di fatto la tassa è stata aumentata del 54%, attraverso la mediazione con i consiglieri “dell’opposizione”, e meno male che avevano detto che si sarebbero dimessi se fosse passato l’aumento, adesso cercano di mettersi la coscienza a posto (la poltrona è troppo comoda per abbandonarla!!!) dicendosi pronti a sostenere coloro che ricorreranno al TAR per impugnare il provvedimento.
Correre ai ripari per prendere tempo, mettendo pezze su pezze che non risolvono realmente nulla se non mettere di nuovo le mani nelle tasche sempre più misere dei lavoratori, degli operai, della popolazione per rapinarli ancora è questo il loro agire vergognoso al servizio della borghesia al potere che sempre più deve continuare ad ingrassare le sue ricchezze!
E una pezza ancora più grande ha cercato di metterla in questi ultimi giorni Cammarata correndo a Roma dal suo padrino Berlusconi a chiedergli nuovi soldi, da quel Berlusconi che ai tempi dell’emergenza rifiuti a Napoli nel 2008 quando al governo c’era il centrosinistra mise in atto una vera e propria gran cassa mediatica al fine di vincere nelle elezioni politiche, mentre adesso che è al potere e che i politici al Comune di Palermo sono legati al suo partito certamente non si espone più di tanto: con “la munnizza a destra” è “legittimamente impedito” ad opporsi a Cammarata e company di cui invece addirittura tesse le lodi di “capacità e serietà”.
Capacità e serietà servono alle masse popolari di Palermo e Napoli per mettere fine alle emergenze… Emergenza disoccupazione, emergenza precarietà, emergenza malavita organizzata… adesso emergenza rifiuti a Palermo ed è riemerso lo spettro dei rifiuti anche a Napoli in questi giorni, due tra le città del sud sempre più accomunate tra di loro a mettersi alla testa del sud ribelle!
do237
Eh sì, Cammarata è sparito di nuovo, non nei meandri dei palazzi istituzionali come si è detto in giro, ma ancora per una “meritata” vacanza: dove questa volta? ma in Sudafrica, si sa siamo in tempi di mondiali di calcio!!! E certamente il povero sindaco aveva bisogno di scaricare tutto lo stress subito e accumulato in questi mesi a causa del continuo passare il suo tempo a giocare a rimpiattino sulla questione spazzatura con l’altrettanto “affaticato” Presidente della Regione Lombardo: fare a gara tra di loro accusandosi a vicenda circa le varie responsabilità (piani alternativi? termovalorizzatori? gestione dei bilanci? ecc ecc) richiede senz’altro “impegno” e a lungo andare “inevitabilmente” logora le forze mentali e fisiche.
E al repentino inorridirsi e disgustarsi dei consiglieri comunali “all’opposizione”, ipocrita e fasullo in realtà, perché alle parole “infuocate” non fanno mai seguire serie azione concrete per cacciare il sindaco e la sua giunta, Cammarata imperterrito ha replicato in un’intervista “…rivendico il diritto a tre giorni di riposo, solo una partita, quella col Paraguay…”. Cosa c’entrava a suo dire infatti fare tanto clamore per una breve innocente vacanza, quando per la risoluzione del problema spazzatura a Palermo occorreva soltanto approvare l’aumento della tassa dell’immondizia, la Tarsu, [ancora e solo sulla pelle dei palermitani!!!], fondamentale per evitare che “… il bilancio comunale [subisse] una riduzione delle entrate di 20 milioni di euro…”.
E i viaggi d’oro, le cene, gli hotel di lusso, le feste e i festini (ancora di fresca memoria)? gli è stato chiesto “…ma in fondo hanno inciso marginalmente sui bilanci…” è stata la risposta del sindaco mentre da un lato il tribunale di Palermo ha decretato lo stato di insolvenza dell’Amia, l’azienda municipalizzata per la raccolta e il trattamento dei rifiuti, e dall’altro Cammarata è indagato per vari reati legati alla gestione della discarica di Bellolampo (vera e propria bomba ambientale pronta ad esplodere sia per la montagna di rifiuti che si sta ergendo come un vero e proprio grattacielo che può crollare sulle abitazioni ai piedi della collina, sia per il putrido e avvelenato lago di percolato che si è formato in questi mesi e i cui reflui, secondo le indagini della procura, hanno già raggiunto le falde acquifere a valle inquinandole, sia per l’approssimarsi della chiusura della discarica ormai satura perché anche l’apertura di una quinta vasca in lavorazione allungherebbe l’agonia solo di altri 6 mesi.)
Alla fine mentre il sindaco “si riposava” in Sudafrica, l’aumento della Tarsu è stato approvato, di fatto la tassa è stata aumentata del 54%, attraverso la mediazione con i consiglieri “dell’opposizione”, e meno male che avevano detto che si sarebbero dimessi se fosse passato l’aumento, adesso cercano di mettersi la coscienza a posto (la poltrona è troppo comoda per abbandonarla!!!) dicendosi pronti a sostenere coloro che ricorreranno al TAR per impugnare il provvedimento.
Correre ai ripari per prendere tempo, mettendo pezze su pezze che non risolvono realmente nulla se non mettere di nuovo le mani nelle tasche sempre più misere dei lavoratori, degli operai, della popolazione per rapinarli ancora è questo il loro agire vergognoso al servizio della borghesia al potere che sempre più deve continuare ad ingrassare le sue ricchezze!
E una pezza ancora più grande ha cercato di metterla in questi ultimi giorni Cammarata correndo a Roma dal suo padrino Berlusconi a chiedergli nuovi soldi, da quel Berlusconi che ai tempi dell’emergenza rifiuti a Napoli nel 2008 quando al governo c’era il centrosinistra mise in atto una vera e propria gran cassa mediatica al fine di vincere nelle elezioni politiche, mentre adesso che è al potere e che i politici al Comune di Palermo sono legati al suo partito certamente non si espone più di tanto: con “la munnizza a destra” è “legittimamente impedito” ad opporsi a Cammarata e company di cui invece addirittura tesse le lodi di “capacità e serietà”.
Capacità e serietà servono alle masse popolari di Palermo e Napoli per mettere fine alle emergenze… Emergenza disoccupazione, emergenza precarietà, emergenza malavita organizzata… adesso emergenza rifiuti a Palermo ed è riemerso lo spettro dei rifiuti anche a Napoli in questi giorni, due tra le città del sud sempre più accomunate tra di loro a mettersi alla testa del sud ribelle!
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