lunedì 12 luglio 2010

pc quotidiano 13 luglio - A CHE PUNTO E’ IL LAVORO A MILANO

Quella che una volta risultava essere la città “motore della produzione industriale”, apice del famoso triangolo Mi-To-Ge, oggi rappresenta il vertice della chiusura indiscriminata dei siti produttivi, del boom della speculazione sulle aree ex industriali, della disoccupazione giovanile. Questo “emerge” da una ricerca di Ores che utilizzando i nudi e crudi dati, fotografa una situazione molto preoccupante. Eccone alcuni : nel primo trimestre del 2010 il ricorso alla cassa integrazione è pari a 28 milioni di ore, che si traduce in un aumento, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, del 44,7%; sui nuovi contratti firmati nel 2009, quelli a tempo indeterminato sono stati 111mila (18,4%) con un crollo del 30% rispetto al 2008 – aumento dei contratti precari che raggiungono quota 136.969 (22,7%) con un aumento rispetto al 2008 del 13,4%, con un vero e proprio boom dei contratti a chiamata e intermittenza, passati da 6.586 (2008) a 11.777 (2009), pari al 78,8%; in tutto questo vi è stato un aumento del tasso di disoccupazione del 1,6%, che tra gli under 30 sale fino al 13,6%. A tutto questo vanno aggiunte le “grida” di allarme sia di parte sindacale che di esponenti delle istituzioni, come Formigoni, che guardando la manovra finanziaria del governo Berlusconi, hanno “notato” il taglio di fondi alla cassa integrazione, sia ordinaria che in deroga, e quelli alle tanto sbandierate promesse per il rilancio produttivo. Sia chiaro che queste grida sia dal fronte sindacale che politico, sono funzionali agli interessi personali e non per trovare le soluzioni ai problemi dei lavoratori. Sindacalmente da un lato Cisl e Uil cercano di rinsaldare il loro ruolo collaborazionista, dall’altro la Cgil cerca di ri/accreditarsi al tavolo negoziale, e destra e a manca “uniti” contro i lavoratori. Politicamente Formigoni cerca di difendere il suo ruolo di governatore “dissenziente” dalla politica economica di Tremonti. Senza tanti eufemismi possiamo affermare che lo spettro Grecia è dietro l’angolo. O almeno lo è in parte. Perché se la cosiddetta cura contro la Crisi messa in campo dal governo avvicina i lavoratori di questo paese alla miseria dei lavoratori greci, le risposte operaie, nel milanese, non sono all’altezza dello scontro in atto.
QUESTO SIGNIFICA CHE I LAVORATORI NON LOTTANO?
Non è proprio così, anche perché lo scorso anno in questa città vi è stata la lotta della INNSE che è stata una lotta di respiro nazionale, e gli operai delle varie fabbriche in crisi continuano a mobilitarsi (i presidi davanti le fabbriche continuano e i tetti continuano ad essere occupati). Ma qualcosa non va nel verso giusto e la cause sono principalmente due: l’unità reale delle varie realtà in lotta che proceda sulla strada della costruzione del sindacato di classe; la “scarsa” percezione dello scontro in corso e che oggi significa che la controparte principale sono lo Stato e le sue istituzioni.
Guardiamole queste lotte. Alcune come quelle del comprensorio Nord/Ovest come alla LARES-METALLI PREZIOSI, sono per così dire sfumate o peggio ancora si sono ridotte a mera lotta di sussistenza, con gli operai “ridotti” a mendicanti che si recano ai banchi del volontariato, come la Caritas, per raccattare quanto necessario a mettere su la cena. In questa vicenda hanno pesato il fatto che gli operai più combattivi si sono trovati schiacciati tra il ruolo dei confederali, autori principali delle disgrazie, e quello di delegati RSU appartenenti sia al sindacalismo di base che confederale, principalmente Fiom. I primi che con promesse di ricollocazione e accompagnamenti alla pensione, hanno disarmato la combattività degli operai; i secondi che in nome di una non meglio definita unità dal basso e di lotta, ha svolto un ruolo antagonista alla necessaria autonomia degli operai, visto che i promotori di questa via erano i primi a non “emanciparsi” dai confederali e nel rapporto con la Fiom anziché incentivare la rottura con la Cgil si è fatto l’opposto. Massima espressione di questo male, si chiama Massimiliano Murgo, operaio e delegato RSU del gruppo Marcegaglia, che pur lavorando all’interno della testa pensante di Confindustria, non fa proprio nulla per contrastare i piani del padrone e va poi in giro a cantar messa. Questo ruolo funesto rischia di “imporsi” in altre 3 realtà in lotta : la MAFLOW di Trezzano sul Naviglio; la COLOMBO di Agrate Brianza; la MANGIAROTTI NUCLEAR di viale Sarca a Milano (proprio di fronte al gruppo Marcegaglia). Ma nel suo non meritorio ruolo il Murgo non è solo, gli fanno compagnia l’Fmlu/Cub e i soliti di Sinistra Critica e Pcl, in cerca di notorietà in vista della prossima tornata elettorale. Insomma una bella congrega a cui viene l’orticaria al solo nominare sindacato di classe.
L’altra causa dicevamo è la non comprensione da parte operaia dello scontro reale. Eppure quello che hanno prima visto sulla propria pelle gli operai della Maflow e poi nelle scorse settimane quelli della Mangiarotti è stata una sola : i manganelli di carabinieri e poliziotti. E che questo fosse l’unico terreno, l’unica risposta ai diritti-al posto di lavoro, erano stati chiari proprio un anno fa all’INNSE. Eppure nessuno tranne proletari comunisti e lo Slai COBAS per il sindacato di classe, avevano individuato uno dei fattori principali della vittoria degli operai INNSE, nella risposta alla militarizzazione della vertenza attuata dal governo, occupando “militarmente” il carroponte, a differenza di chi vedeva in questa iniziativa la pura e “semplice” difesa della fabbrica. E visto che adesso avanzerà il progetto Marchionne, sarà necessario e vitale per gli operai comprendere bene questi due aspetti per poter costruire delle risposte vincenti agli attacchi di governo e padroni.

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